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Nuova vita operativa per la vecchia bomba B61

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Nuova vita operativa per la vecchia bomba B61

Pubblicato il 29 febbraio 2016 by redazione

Gli Stati Uniti hanno lanciato un programma da 1000 miliardi di Dollari per aggiornare l’arsenale nucleare, compreso quello tattico schierato in Europa.

 

Immagine di apertura

Caccia F35A Lightning II mostra agganciati nei vani di carico due prototipi della bomba termonucleare B61-12.

 

Il presidente statunitense Barak Obama ha recentemente smentito le voci secondo cui il programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare americano attualmente in corso possa subire variazioni o ridimensionamenti, confermando che nei prossimi 30 anni verrà aggiornata la capacità delle armi a disposizione, in modo da renderle pienamente compatibili con gli scenari di impiego attuali e i mezzi di nuova generazione.

Le prime armi a essere oggetto del Life Exstension Program saranno le armi termonucleari tattiche B61 per impiego aereo, le ultime a caduta libera ancora in servizio in numero consistente: già schierate da molti anni in Europa e oggetto del controverso programma di nuclear sharing con le forze armate di alcuni Paesi della NATO, erano considerate come superate nell’era delle cosiddette armi intelligenti, un relitto degli anni del confronto con l’Unione Sovietica e i suoi alleati.

La fine della guerra fredda ha però provocato una frammentazione dei centri di potere e una ripresa delle tensioni politico – economiche tra Paesi e all’interno stesso di molti Stati.

Il nuovo disordine mondiale ha creato anche una ripresa della corsa all’atomo militare: governi ritenuti poco stabili o non affidabili (le vicende di Iran e Nord Corea sono protagoniste della cronaca internazionale) guardano all’arma atomica come un mezzo per accrescere il proprio peso internazionale.

Inoltre in molti Paesi del campo occidentale, che fino a oggi hanno rinunciato a sviluppare programmi atomici aderendo ai trattati internazionali di non proliferazione, si sta timidamente riaprendo il dibattito sulla necessità di dotarsi dell’arma totale.

Non è certo una prospettiva incoraggiante, come osserva la Federation of Atomic Scientists, l’organizzazione di scienziati che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale controlla e informa l’opinione pubblica sulla situazione delle armi nucleari, attraverso la pubblicazione del Bullettin of Atomic Scientist.

Lo scienziato danese Hans Kristensen, che appartiene alla federazionne di scienziati e dirige il Nuclear Research Project, ha sottolineato che il mondo si trova in una situazione di crisi molto pericolosa, la probabilità di una catastrofe nucleare ha raggiunto livelli simili ai momenti più bui della guerra fredda.

Il Doomsday Clock, l’orologio simbolico creato dalla Federazione, segna oggi solo tre minuti prima della mezzanotte, l’ora dello scatenarsi di un conflitto nucleare globale, che cancellerebbe forse ogni forma di vita superiore sul pianeta.

Quindi è stata solo un’illusione che la fine della guerra fredda potesse allontanare il rischio di un conflitto combattuto con le armi di distruzione di massa.

La decisione di rinnovare e adeguare il deterrente nucleare al mutato teatro geopolitico internazionale risponde proprio alla necessità di mantenere il suo potere dissuasivo, secondo la motivazione ufficiale esposta dal governo americano.

Una risoluzione certo amara per l’amministrazione del Presidente Obama, che nel 2009 ha ricevuto il premio Nobel per pace per i suoi sforzi sulla cooperazione internazionale e che aveva firmato nel 2010 con il Primo Ministro russo Dimitry Medvedev il trattato New START di limitazione delle armi nucleari.

Il Presidente russo Vladimir Putin non ha nascosto la sua irritazione per l’avvio questo programma, che aggrava la situazione di stallo già esistente nei rapporti fra i due Paesi, dopo l’espansione della NATO a Est e la missione di assistenza militare nelle Repubbliche Baltiche, (Estonia, Lettonia e Lituania), la cui indipendenza non è mai stata ben digerita da Mosca.

Il disappunto dei russi è stato sottolineato da una massiccia ripresa dei voli a ridosso dello spazio aereo dei Paesi occidentali, in particolare di Gran Bretagna e Norvegia, degli aerei da caccia, da ricognizione e dei bombardieri strategici dell’aviazione della Federazione russa, come non si vedeva dagli anni del confronto diretto con l’URSS.

D’altro canto, la decisa condanna USA dell’ingerenza russa nella crisi ucraina e dell’intervento nel calderone mediorientale a fianco della Siria ufficialmente contro l’ISIS, ma in realtà contro ogni opposizione al presidente Bashar al Assad, hanno aumentato la divergenza fra i governi di Washington e Mosca, riportando a un clima di guerra fredda tra le due superpotenze.

Putin ha fatto riferimenti inquietanti all’uso eventuale delle armi atomiche non solo per reagire a un attacco strategico portato con armi di distruzione di massa, ma per ogni situazione che veda le forze russe sottoposte a una grave minaccia.

Peraltro negli anni scorsi anche la Russia ha annunciato una decisa ripresa degli investimenti nel sistema militare, giustificata come reazione alla aggressiva politica estera occidentale.

In realtà, anche il sistema nucleare russo ha bisogno di essere rinnovato e razionalizzato, dopo anni di stallo negli investimenti.

Anche il governo cinese ha espresso preoccupazione per il programma americano, per quanto a sua volta, sia ancora difficile capire quale sia la reale consistenza dell’arsenale atomico attivo di Pechino.

Gli Stati Uniti continuano però a respingere le accuse di favorire un clima da nuova corsa agli armamenti nucleari, sostenendo che il programma in corso rispetta le linee dettate nei trattati internazionali di non proliferazione e di limitazione degli arsenali a cui ha aderito.

Lo schieramento della versione 12 della bomba B61, ritenuta una arma sostanzialmente nuova, viene considerata da Mosca una grave violazione degli equilibri nucleari nel settore europeo, a cui la Russia non potrà che rispondere, probabilmente con il rischieramento di missili da crociera e altre armi tattiche, per lo più sul Mar Baltico e nel quadrante nord – ovest del territorio russo.

 

La bomba non va in pensione

Immagine 1

Esploso di una bomba termonucleare tattica B61. Anche se si tratta di una foto relativa a una versione precedente, punto di forza della B 61 è la semplicità dell’arma, con numero di componenti base abbastanza standardizzato per tutte le versioni. Il cuore fissile è contenuto nel cilindro metallico, posto a sinistra tra i componenti esposti.

 

Nel corso dei prossimi 5 anni gli Stati Uniti schiereanno la nuova versione B 61–12 dell’ultimo tipo di ordigno termonucleare a caduta libera ancora ampiamente presente negli arsenali areonautici.

Queste armi sostituiranno le versioni B61-7, 10 e 11 attualmente operative e verranno sostanzialmente ottenute modificando armi già esistenti.

Il Pentagono conta di arrivare a ricostruire circa 500 ordigni, dei quali 180 saranno dispiegati direttamente in Europa nelle basi aeree NATO. L’arrivo del nuovo equipaggiamento non interesserà solo le unità di attacco dell’USAF, ma anche le areonautiche di quei Paesi dell’Alleanza Atlantica che da oltre 50 anni praticano il concetto di nuclear sharing, la politica di condivisione di armi nucleari tra gli alleati.

Tale politica, che ha ampliato la deterrenza tattica dello schieramento occidentale, si è rivelata valida verso la minaccia dall’Est durante il confronto della guerra fredda, permettendo ai reparti di punta della NATO di addestrarsi al nuclear strike, mentre le armi formalmente restavano di proprietà statuinitense, continuando a essere assistite dai reparti speciali di manutenzione americani e venendo sottoposte alle rigide regole di impiego stabilite in sede NATO.

L’aggiornamento di questo arsenale ha rilanciato la polemica vivace che divide coloro che sostengono il nuclear sharing e coloro che sottolineano come sia giuridicamente in contrasto con l’adesione dei Paesi NATO al Trattato di non proliferazione (TNP) del 1970, il quale impegna gli stati aderenti non solo a rinunciare a sviluppare propri programmi militari atomici, ma anche a non custodire, gestire e utilizzare armi appartenenti ad altri.

La bomba modello B61 a testata termonuclare all’idrogeno fa parte di una serie di armi concepite tra gli anni ’50 e ’60 per equipaggiare la nuova generazione di velivoli supersonici che stavano entrando in servizio in quegli anni. Venne progettata nel 1963 dai Los Alamos National Laboratory e fu introdotta in servizio nel 1968, frutto di una intensa ricerca nella miniaturizzazione dei dispositivi, in modo da poter essere installate in armi dalle dimensioni contenute, dotate di una aerodinamica esterna idonea al trasporto e allo sgancio a velocità oltre il muro del suono. La sua importanza è stata tale che è rimasta cllassificata come segreta per molti anni, indicata genericamente con i termini carico esterno o pallottola d’argento (le prime versioni avevano finitura in metallo naturale, senza alcuna verniciatura).

Oggi è l’ultima arma nucleare americana a essere permanentemente schierata al di fuori del territorio statunitense.

Nel corso degli anni numerose versioni sono state prodotte e la testata ha è stata sottoposta a continue modifiche per aumentarne la sicurezza e la semplicità di gestione.

Il corpo dell’ordigno è lungo circa 3 metri e mezzo, il diametro è di circa 33 centimetri nel punto di maggior larghezza, per un peso totale attorno ai circa 320 chili, a seconda della versione.

Cuore concettuale dell’arma è la su capacità variable yeld, ovvero la possibilità di decidere la potenza sviluppabile dalla testata agendo sulla quantità di materiale fissile coinvolto nella reazione fissione-fusione, sul tipo di generatore di neutroni e sul sistema elettronico di innesco, quindi un ordigno dotato di notevole flessibilità di impiego.

La potenza esplosiva della versione B61-11, attualmente la più diffusa in servizio, può variare da 0,3 fino a 80 kilotoni, cioè da 300 a 80mila tonnellate di tritolo, con quattro diverse opzioni di potenza, selezionabili direttamente al momento del montaggio dell’arma sul velivolo lanciatore.

L’arma è stata prodotta in nove versioni diverse, talvolta con paracadute – freno e sistemi di ritardo di innesco. Il campo proncipale di impiego è contro concentrazioni di truppe, depositi, centri di comando avanzati situati in fortificazioni o altro tipo di sito protetto.

La capacità bunker buster per colpire bersagli pesantemente protetti e ground piercing di penetrazione al suolo è quella principalmente sviluppata nella nuova versione B61-12 in quanto più adatta alle necessità di impiego moderne ed è questo che ha determinato la decisione di modernizzarne il sistema d’arma.

 

Immagine 2

Diagramma della nuova B61 – 12. con indicazione delle parti e degli apparati aggiornati.

 

La versione 11 è già dotata di una ogiva rinforzata, tale da agevolare una penetrazione di circa 6-8 metri in un terreno di media durezza, ma le B 61-12 sono state pensate per migliorare questa prestazione e per indirizzare maggiormente la forza d’urto dell’esplosione nucleare verso il sottosuolo.

La tecnologia costruttiva di bunker sotterranei negli anni ha raggiunto un livello molto elevato. Spesso tali edifici si sviluppano per più piani, totalmente interrati, costruiti nel cuore di montagne, per aggiungere ulteriore capacità di resistenza in caso di attacco con armi nucleari. Anche il Centro di Comando strategico statunitense, il famoso NORAD, è costruito sotto il massiccio della Cheyenne Mountain in Colorado.

L’uso di armi capaci di un basso margine di errore può limitare, secondo i calcoli dei tecnici, i danni collaterali a strutture eventualmente vicine e alle popolazioni, contenendo (sempre teoricamente) il fallout radioattivo nell’aria.

A conferma della migliorata precisione dell’arma, la potenza massima della versione B61-12 non supererà i 50 kilotoni.

Tali rassicurazioni non possono essere del tutto soddisfacenti, perchè dipendono moltissimo dalla caratteristche del suolo dove l’arma viene impiegata.

Inoltre, se il bunker da colpire non si trovasse in una zona isolata, ma sotto una città densamente popolata?

Quello che preoccupa non solo il governo russo, ma in generale gli esperti è che la bomba B 61-12 avrà la capacità di colpire entro il raggio di 30 metri dall’epicentro dell’obbiettivo, rispetto ai 100 metri della versione 11, come hanno evidenziato i test di sviluppo eseguiti nel poligono Tonopah Test Range in Nevada.

L’aumento della capacità di precisione dell’arma è alla base di buona parte delle critiche contro il programma: le modifiche infatti sono mirate a renderla, di fatto, una guided bomb, un’arma controllabile a distanza.

La Boeing, impresa a cui è stato affidato lo sviluppo della versione, ha dotato il corpo della bomba di superfici di coda mobili e di un nuovo sistema informatico, capace di scambiare informazioni non solo coi sistemi dell’aereo lanciatore, ma anche di ottenere dati in tempo reale sull’area del bersaglio da colpire da satelliti. Questo vuol dire che l’arma potrà essere sganciata tenendo l’aereo lontano dal bersaglio, anche oltre 100 chilometri, al sicuro dalla prossibile intercettazione avversaria. Una volta che avrà acquisito definitivamente il bersaglio, guidata dal computer e dai sistemi radar installati, si dirigerà autonomamente verso l’obbiettivo.

 

La nuova tentazione di usare la ‘bomba’

Di fatto la B61-12 è passata dalla categoria delle iron bombs o stupid bombs, del tutto prive di guida, per passare appieno a quella delle smart bomb, le armi intelligenti, con tutta una serie di potenziali conseguenze.

Queste armi rischiano di sfuggire alla precisa classificazione a cui sono sottoposte dai trattati di limitazione internazionali, quindi anche la certezza del conteggio delle testate a disposizione può essere messo in discussione, con il risultato di rendere meno trasparente la situazione, accrescere la diffidenza reciproca fra gli Stati e mettere in pericolo la credibilità dei trattati stessi.

L’amministrazione americana subito dopo la firma del trattato New START nel 2010 aveva ribadito, sia con dichiarazioni dirette del Presidente Obama, sia con quelle contenute nel Nuclear Posture Review Report, l’impegno degli Stati Uniti a non sviluppare nuovi tipi di testate nucleari oppure nuove capacità per le armi già prodotte, limitando nei programmi di estensione della vita operativa (Life Exstension Programs, LEP) l’uso di componenti basati su progetti già esistenti.

Tuttavia, anche quando la testata di guerra resti sostanzialmente la stessa delle prime versioni, se l’arma viene resa controllabile dopo lo sgancio, la capacità di penetrazione del bersaglio viene aumentata, allora senza alcun dubbio siamo in presenza di nuove capacità militari.

Quindi nel caso della B61-12 ci si troverà davanti all’introduzione di un’arma sostanzialmente diversa e nuova: questa è l’accusa, che sembra basata su solidi argomenti, mossa da molte parti al programma, con buona pace delle dichiarazioni della National Nuclear Security Administration.

Già nel 2011 la Federation of Atomic Scientists aveva inviato una lettera preoccupata alla Presidenza degli Stati Uniti e al Segretrario alla Difesa per sottolineare i rischi di destabilizzazione legati ai programmi di aggiornamento della B61 e delle altre armi nucleari.

Il governo americano però non ha mai risposto.

Alcune riflessioni fatte durante una conferenza stampa dal generale Norton Schwartz, capo di stato maggiore dell’areonautica statunitense, hanno aggiunto un ulteriore motivo di preoccupazione. Schwartz ha ammesso che avere a disposizione un’arma di relativamente basso impatto ambientale e elevata precisione può cambiare il modo in cui i politici e i comandanti militari considerino il ricorso all’arma atomica, rendendolo più appetibile che in passato.

Specie in teatri di guerra circoscritti, dove le situazioni sul campo possono divenire molto complesse, il ricorso ad una arma estremamente potente e dotata di precisione chiurgica potrebbe colpire al cuore la capacità organizzativa dell’avversario, evitando prolungati e rischiosi interventi sul campo.

D’altro canto, i programmi di update sono preziose occasioni di lavoro sia per i laboratori di ricerca e sviluppo (come il Sandia National Laboratory o il Los Alamos National Laboratory), sia per i grandi colossi dell’industria aerospaziale.

L’arma è stata infatti pensata per equipaggiare i cacciabombardieri di quinta generazione, in primis il Lockheed- Martin F 35A Lightning II, che sarà in dotazione a molti paesi della Nato e i cui test di sviluppo da parte dell’USAF proseguono a pieno ritmo.

Intanto, sarà già resa operativa, per quanto con minore efficienza, sui mezzi già in linea, quali i Panavia Tornado IDS per Germania e Italia, gli F 16 Fighting Falcon per Olanda, Belgio e Turchia. Oltre 700 milioni di dollari sono già stati stanziati dal D.oD. (Department of Defence, Dipartimento della Difesa USA) nel triennio dal 2014 al 2017 per sviluppare il software degli aerei, le strutture delle basi destinate a custodire le armi (Weapons Storage and Security System, WS3), per aggiornare la preparazione di piloti e personale di terra.

Per l’areonautica americana, l’arma sarà utilizzabile sia dagli F16C/D (nella base di Aviano, in Friuli, ad esempio, sugli aerei del 31st Fighter Wing), dagli F15E Strike Eagle, dai venerandi B52H Stratofortress, dai B1B Lancer e dai B2A Spirit, mentre la US Navy adeguerà i propri F/A 18 Super Hornet imbarcati sulle portaerei.

Secondo la Federation of Atomic Scientists, alcune foto satellitari mostrano che i lavori sono già iniziati, a partire dalla base della Luftwaffe di Buchel in Germania, dove andranno venti di questi nuovi ordigni.

Una quantità uguale verrà stoccata in ciascuna delle basi di Volkel in Olanda, Kleine Brogel in Belgio, Ghedi-Torre in Italia, mentre ad Adana-Incirlik in Turchia andranno 50 ordigni.

L’Italia resterà il Paese con più testate di tutta l’Alleanza Atlantica: se contiamo che alla base di Aviano andranno circa 50/70 bombe, sommate alle 20 destinate a Ghedi avremo un totale di 70/90 armi termonucleari.

di Davide Migliore

 

Linkografia:

Le lancette del Doomsday Clock vanno avanti

https://it.wikipedia.org/wiki/B61

https://it.wikipedia.org/wiki/Condivisione_nucleare

https://www.youtube.com/watch?v=FBm74WiCL1g

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/01/20/news/ecco-la-nuova-bomba-h-che-arrivera-in-italia-1.247276?refresh_ce

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/armi-nucleari-segrete-italia-1215307.html

http://www.webalice.it/imc2004/files_arms/nuclear/B-61.htm

http://www.difesaonline.it/mondo-militare/difesa-nato-gli-usa-inviano-20-nuove-bombe-nucleari-germania-italia-dalle-30-alle-50

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/obama-e-i-mille-miliardi-dollari-nuovo-arsenale-nucleare-1214785.html

http://nukewatch.org/B61.html

http://www.globalresearch.ca/o-k-per-logiva-nucleare-b61-12-andra-ad-aviano/5466784?print=1

http://www.pddnet.com/news/2015/05/photos-day-mock-b61-12-nuclear-bomb-tested

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/07/01/news/ecco-le-bombe-nucleari-di-brescia-1.171372
http://www.globalresearch.ca/in-italia-bombe-nucleari-a-potenza-variabile/5501986

http://www.wired.it/attualita/tech/2016/01/12/armi-nucleari-usa-miniatura/

http://nnsa.energy.gov/mediaroom/pressreleases/b61-b61-12-lep-life-extension-program-snl-lanl-sandia-national-laboratory

http://fas.org/blogs/security/2016/01/b61-12_earth-penetration/

https://www.whitehouse.gov/the-press-office/statement-president-barack-obama-release-nuclear-posture-review

http://www.defense.gov/Portals/1/features/defenseReviews/NPR/2010_Nuclear_Posture_Review_Report.pdf

https://luisspersenzatomica.wordpress.com/2015/03/23/intervista-hans-m-kristensen-presidente-nuclear-information-project-federazione-degli-scienziati-americani/comment-page-1/

http://thebulletin.org/press-release/doomsday-clock-hands-remain-unchanged-despite-iran-deal-and-paris-talks9122

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Le nuove mini bombe atomiche rilanciano la corsa agli armamenti

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Le nuove mini bombe atomiche rilanciano la corsa agli armamenti

Pubblicato il 25 novembre 2015 by redazione

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Trinity Site Obelisk National Historic Landmark.

All’inizio degli anni ’90 dello scorso secolo, finita la Guerra Fredda, sembrava si stesse affermando finalmente un clima di distensione tra Paesi, prima duramente contrapposti sia sul piano ideologico, sia sul piano economico – militare.

I trattati internazionali di disarmo nucleare START I del 1991 e START II del 1993, poi il trattato SORT del 2002 e il New START o Trattato di Praga del 2010, hanno consentito riduzioni notevoli degli arsenali e regole precise sullo sviluppo di alcune categorie di armi e vettori nucleari.

L’entusiasmo si è però progressivamente spento, lasciando il posto a un’altra preoccupazione: il nuovo ‘disordine mondiale’, ha consentito di far riemergere gli scontri latenti tra gli Stati.

La tragedia dell’11 settembre 2001 ha fatto ripiombare il mondo in una situazione di tensione e di diffidenza reciproca fra le nazioni.

Una delle conseguenze è stato il tentativo da parte di molti Paesi di entrare nel cosiddetto club nucleare, cioè il gruppo di Paesi in possesso dell’arma atomica.

Bisogna ammettere che la tecnologia di base ormai non è più appannaggio solo di quegli Stati che per primi l’hanno sviluppata, sebbene progettare un’arma atomica resti una cosa piuttosto complessa.

Le tensioni anche tra le grandi due superpotenze USA e Russia è tornata a salire, fino a sfociare di fatto in una nuova corsa agli armamenti, propagandata come razionalizzazioni e ammodernamenti degli arsenali nucleari, necessari e formalmente rispettosi dei limiti imposti dai trattati internazionali.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto, a propria giustificazione, l’impossibilità di proseguire nello sviluppo del Trattato di Non Proliferazione (TNP), finché vi siano Paesi apertamente impegnati nello sviluppo nucleare.

Le vicende che fino a oggi hanno coinvolto l’Iran e la Corea del Nord sono esempi attualissimi.

Washington ha annunciato un piano trentennale di revisione dello stockpile nucleare con una spesa prevista di circa 400 miliardi di Dollari. La necessità di rendere sicuro e controllabile l’arsenale è reale, riguarda tutti i possessori di armi nucleari, ma i programmi di tutti i Paesi del club sono chiaramente sovradimensionati.

Inoltre hanno incominciato a guardare all’atomica anche Paesi, stabili e potenzialmente capaci di sviluppare un programma , che però per motivi storici e politici si erano finora tenuti a distanza dall’arma nucleare.

Tra l’altro le tecnologie di calcolo attuali permettono di evitare la fase più eclatante dello sviluppo di un’arma, ovvero i test di prova.

La situazione se possibile è diventata ancora più incontrollabile con la crescita del terrorismo fondamentalista islamico, che sta tentando di scatenare una nuova guerra fra Oriente e Occidente.

Anche le organizzazioni estremiste mirano ora più che mai a mettere le mani sul materiale fissile per acquisire una terribile capacità di distruzione di massa.

In questo panorama internazionale sempre più inquietante, manca la volontà di collaborare tra molti governi potenzialmente coinvolti, anzi c’è chi sostiene che i trattati internazionali, disegnati sul modello di un mondo che non c’è più, siano superati e non valga la pena tenerli in vita.

In poche parole, si è tornati a parlare di un uso limitato e locale dell’arma nucleare, come se si trattasse di un’arma convenzionale qualsiasi: già nel 2003, durante la seconda Guerra del Golfo e l’invasione dell’Iraq, per la prima volta esponenti del governo statunitense ipotizzarono apertamente il ricorso a ordigni tattici nucleari, sotto la minaccia che il dittatore iracheno Saddam Hussein potesse utilizzare quelle armi di distruzione di massa, la cui eliminazione era stata uno dei motivi principali per giustificare la guerra.

In realtà, nulla di nuovo sotto al sole: il Nuovo Concetto Strategico adottato dal Pentagono nel 1999 già chiaramente indicava l’attualità dello strumento militare nucleare, la necessità di rivedere le regole del suo impiego nel nuovo scenario internazionale e di rilanciare lo sviluppo tecnologico di queste armi.

I vertici politico militari degli altri Paesi non è che avessero posizioni molto diverse, nonostante le molte polemiche sollevate verso la nuova dottrina sul nucleare…

Anzi, con tutta probabilità a rendere di nuovo appetibile l’opzione militare nucleare sui campi di battaglia pare essere proprio lo sviluppo scientifico e tecnologico raggiunto in questo campo.

 

L’evoluzione dell’arma atomica

Il 16 luglio 1945 a Alamogordo, nel deserto del New Mexico, la prima esplosione nucleare provocata dall’uomo (in codice Trinity test), inaugurò l’era atomica.

Furono finalmente chiare due cose: Albert Einstein aveva ragione, la sua teoria della relatività funzionava e l’uomo era finalmente in grado di dominare o, meglio, di scatenare la più grande potenza che si sia mai vista, contenuta nella struttura più piccola che si conoscesse, l’atomo.

Immagine 1

Questo fotogramma scattato 25 millisecondi dopo l’innesco della prima reazione a catena indotta dall’uomo, ci mostra l’attimo in cui è iniziata l’era atomica. Il Trinity test a Alamogordo, deserto del New Mexico.

Come le sue dirette discendenti che esplosero il mese dopo su Hiroshima e Nagasaky, si trattava di un ordigno che sfruttava il fenomeno della fissione nucleare.

Ovvero, la proprietà dell’Uranio 235 o del Plutonio 239 di emettere una straordinaria quantità di energia, in quanto elementi caratterizzati da una altissima densità e peso atomico.

L’Uranio 235 è un isotopo fortemente arricchito dell’U92 e il Plutonio239, non esistente in natura, si genera sottoponendo l’Uranio 238 a un bombardamento di neutroni.

La pesantezza dei nuclei li rende elementi altamente instabili e già naturalmente radioattivi, cioè capaci di emettere energia sotto forma di radiazioni, per arrivare all’equilibrio: il funzionamento dei reattori atomici e degli ordigni bellici sfrutta questo fenomeno per utilizzare l’energia contenuta nei nuclei.

Quando si colpisce con un neutrone un nucleo di U235, il nucleo dell’uranio si spezza, provocando la creazione di due nuclei di elementi diversi e l’emissione di altri due o tre neutroni.

Se la massa di materiale instabile e abbastanza concentrata, i neutroni usciti dalla prima fissione atomica non si disperderanno, ma andranno a colpire il nucleo di un atomo vicino, che subirà a sua volta fissione, emettendo altri neutroni, che colpiranno a loro volta i nuclei di atomi vicini.

E’ il principio della reazione a catena.

Circa 1% della massa atomica si converte in energia, sotto forma di radiazioni e energia cinetica dei neutroni.

La massa di materiale instabile adatta a generare questa reazione è detta massa critica e può variare in base all’elemento atomico scelto per armare la bomba, dalla sua purezza e concentrazione come isotopo fissile, dalla forma geometrica, così come da eventuali schermature inserite per contenere al massimo la fuga di neutroni.

In una testata atomica, come quelle Little Boy che venne sganciata su Hiroshima o Fat Man lanciata su Nagasaky, la massa critica è divisa in due o più sub masse, generalmente sferico-concave, che vengono fatte collidere a alta velocità, usando esplosivo convenzionale per spararle letteralmente l’una contro l’altra.

Le sub masse così unite costituiscono il nocciolo dell’arma: la compressione provoca il distacco di neutroni da alcuni atomi e la scissione di altri, causando l’innesco della reazione a catena incontrollata.

Al centro della massa fissile normalmente viene inserita una piccola quantità di un elemento potenziatore, come il Polonio 239, forte emettitore di neutroni.

E’ il modello usato per Little Boy, in cui sono stati bruciati circa 65 chilogrammi di Uranio 235.

La massa critica necessaria a generare la reazione si riduce a circa a 7- 10 chili, se si usa lo schema più efficiente a implosione, adottato nell’ordigno Fat Man.

In questo modello le sub masse fissili sono poste attorno al nocciolo vero e proprio, a costituire una sfera, venendo fatte collidere tutte con precisione nello stesso istante, mediante un sistema di cariche di esplosivo convenzionale, azionate da un complesso sistema elettronico.

Si tratta tipicamente dello schema degli ordigni detti di prima generazione, in cui al massimo si riesce a sfruttare solo il 15% del materiale fissile, il resto viene distrutto dalla reazione termica e meccanica dell’esplosione stessa. Tuttavia la presenza nella testata di tale quantità di materiale è necessaria perché si possa innescare la reazione a catena.

Inoltre se i neutroni sono troppo veloci e non vengono contenuti nell’ambito della massa critica, rischiano di rimbalzare, invece che penetrare gli altri atomi, disperdendosi inutilmente all’esterno.

La scissione dell’atomo di Uranio o Plutonio genera altri sub elementi, fortemente radioattivi come il Cesio 137, lo Stronzio 90 e lo Iodio 131, presenti nel fall out radioattivo provocato dall’enorme quantità di materiale che la bomba ha incenerito e risucchiato nel fungo atomico. Questi elementi, assieme alle radiazioni Alfa, Beta ma sopratutto Gamma, sono i principali responsabili dei danni gravissimi alle catene del DNA degli esseri viventi, che si vanno a sommare a quelli causati dalle temperature che raggiungono nell’epicentro della deflagrazione circa 500/700mila gradi centigradi e a quelli causati dal violentissimo spostamento d’aria, che può raggiungere i 300 chilometri all’ora nell’area più vicina all’epicentro.

Quindi, chi non viene subito vaporizzato, muore tra atroci sofferenze per le ustioni e i traumi gravissimi subiti. Oppure nei giorni successivi mostra i segni dell’avvelenamento acuto da radiazioni, che hanno minato il fisico dall’interno e provocano il decesso delle vittime, con una agonia terribile. Tumori e malformazioni genetiche continueranno per decenni a colpire i sopravvissuti e le generazioni successive, come conseguenza a lungo termine dell’irradiazione o dell’assorbimento nel corpo di elementi fortemente radioattivi.

E’ il calvario che hanno dovuto subire gli abitanti delle due città giapponesi annientate alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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Schema tipico di un ordigno atomico con innesco “a proiettile”, come quello adottato nella bomba Little Boy.

 

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Schema della fissione atomica e dell’innesco di una reazione a catena.

Per ovviare ai limiti di efficienza delle prime atomiche, venne sviluppato il progetto di una bomba che impiegasse il fenomeno fisico opposto alla fissione, cioè la fusione nucleare tra due nuclei atomici.

La bomba termonucleare all’Idrogeno o bomba H sfrutta questo fenomeno, che sta alla base del funzionamento delle stelle, come il nostro sole.

Lo schema di questa bomba, detta a fissione – fusione – fissione secondo il modello sviluppato dai fisici Edward Teller e Stanislaw Ulam, prevede una prima sezione costituita da una bomba atomica a fissione.

All’interno dell’arma è contenuta una certa quantità di un isotopo instabile dell’Idrogeno, il Deuterio (H2), allo stato solido, assieme a Litio 6. Al centro dell’ordigno, una canna vuota di Plutonio 239.

Innescata la reazione di fissione classica del primo stadio, la pressione e il calore generato dalla prima reazione di fissione surriscaldano il Deuterio e il Litio.

La seconda reazione di fissione avviene nella canna di Plutonio, generando neutroni veloci e altro calore, che provocano a loro volta la scissione del Litio6 in Trizio o H3, altro isotopo dell’Idrogeno.

A questo punto avviene la reazione di fusione fra Deuterio e Trizio, con la generazione di enorme quantità di energia, fino a 20 milioni di gradi centigradi, onde d’urto a centinaia di chilometri all’ora e potentissimi impulsi elettromagnetici, capaci di distruggere ogni apparecchio elettrico nel raggio di centinaia di chilometri.

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Schema della fusione nucleare, alla base del funzionamento della bomba termonucleare o bomba H.

L’arma termonucleare è divenuta il modello più diffuso per molti decenni negli arsenali, perché ha reso possibile raggiungere potenze teoricamente illimitate, misurabili in megatoni, ossia in milioni di tonnellate di tritolo. Successivamente, la ricerca applicata ha consentito di immagazzinare nella bomba direttamente una piccola quantità di Trizio per l’interazione col Deuterio, senza dipendere dalla fissione de Litio6.

Sono le armi definite di seconda generazione.

L’arma termonucleare sarebbe di per se più pulita dell’arma a fissione, in quanto produce molti meno isotopi radioattivi pericolosi, ma se fatta esplodere in vicinanza del suolo o della superficie marina, provoca una quantità di fall out mostruosamente più grande.

Testate termonucleari furono installate in quasi tutti i tipi di armi, dai missili intercontinentali balistici alle mine antisommergibili, dai missili antiaerei alle armi a caduta libera, in una sorta di febbre del tutto nucleare.

Già nel 1961, quando l’URSS fece esplodere la mostruosa bomba Tzar dalla potenza di 50 megatoni e dal peso ingestibile di 27 tonnellate, la corsa alla bomba più grande stava terminando.

La nuova sfida era rendere più leggere e maneggevoli le testate, specialmente quelle da installare sulle nuove e temibili generazioni di missili strategici intercontinentali a testate multiple indipendenti, i MIRV (Multiple Independently targetable Reentry Vehicles).

L’utilizzo delle testate multiple garantisce più vantaggi a livello tattico e strategico: si aumenta la capacità distruttiva dei propri sistemi, diminuendo la potenza delle testate, si ha la capacità di distruggere più obiettivi contemporaneamente, si mettono praticamente fuori gioco le difese antimissile degli avversari, che difficilmente sarebbero capaci di intercettarle tutte.

Figlie in linea diretta di queste armi furono le cosiddette armi al Neutrone, in cui gli effetti termici e cinetici venivano trascurati per concentrarsi sull’emissione di neutroni sotto forma di raggi Gamma.

Modello previsto per armi tattiche da usare sui campi di battaglia, consentiva di colpire tutte le forme di vita attorno all’esplosione, lasciando invece essenzialmente intatte le strutture e evitando in buona parte il fall out radioattivo successivo.

In questo modo le truppe sul campo di battaglia avrebbero potuto teoricamente muoversi, senza quasi temere contaminazioni da elementi radioattivi a lunga durata.

Le bombe di questa classe, definite armi di terza generazione, sono sempre state oggetto di un certo scetticismo sia da una parte degli scienziati, sia da parte dei militari stessi, non solo per i dubbi sulla loro reale efficienza, ma sopratutto per la scarsa flessibilità di impiego.

La forte reazione morale dell’opinione pubblica a fronte degli effetti potenzialmente devastanti di tale bomba, ha causato il suo ritiro da buona parte degli arsenali nucleari, seppure una certezza assoluta della loro eliminazione totale non vi possa essere, a causa del segreto militare imposto da vari Paesi.

 

Smart Nuke Bomb: la quarta generazione delle armi nucleari e l’adattamento delle armi di generazione precedente.

Nel nuovo scenario internazionale dunque possedere bombe di grande potenza, costose da costruire e da mantenere efficienti, poco o nulla flessibili nel loro impiego, non è più conveniente: si sta cercando di sostituirle in tutto o in parte con ordigni molto più leggeri, compatti e economici.

Le potenze atomiche hanno già fatto molti sforzi, aggiornando le armi già in servizio negli arsenali alle nuove filosofie di impiego e alle nuove necessità strategiche del mondo di oggi.

E’ il caso della bomba termonucleare statunitense B61: introdotta nel 1966 come arma a basso potenziale, dal 1993 è presente nell’arsenale atomico statunitense (ma non solo) nella sua ultima versione B61 – 11.

Definita NEP, ovvero Nuclear Earth Penetrator, è stata pensata come arma bunker buster, ovvero per colpire fortificazioni sotterranee o edifici corazzati. Essenzialmente è un’arma termonucleare tattica, con una carica regolabile che può variare in potenza da 1 a 10 kilotoni, ma può arrivare anche a 1 megatone.

In realtà è un ottimo esempio delle armi pensate per i conflitti a bassa intensità del dopo Guerra Fredda.

Presentata come arma in grado di evitare il fall out radioattivo e preservare la vita della popolazione civile, in realtà nei test ha evidenziato grosse difficoltà a restare efficiente, una volta entrata oltre i sei metri nel terreno.

E’ chiaro che se venisse utilizzata operativamente, secondo le nuove filosofie di impiego localizzato, in ambiente urbano darebbe comunque luogo a irradiazione da raggi Gamma e contaminazione da dispersioni radioattive importanti, con ricadute potenzialmente anche lontane dal luogo di impatto.

Dopo gli ultimi studi però l’arma è stata dichiarata perfettamente aderente alle specifiche e rimessa in stoccaggio nei depositi di munizionamento nucleare.

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Bomba termonucleare tattica B61-11 su carrello da trasferimento.

Attualmente è stato previsto un ulteriore step di aggiornamento alla versione B61-12, che riguarderebbe la compatibilità con gli aviogetti di nuova generazione, come l’F35 Lightning II, in via di acquisizione da parte di molte nazioni della NATO. La spesa prevista per dotare le armi di nuovi sistemi di guida remota è di 178 milioni di dollari, al valore del 2012. Tuttavia l’opposizione di molti Paesi a ospitare tali ordigni, i dubbi circa l’opportunità di spendere tali cifre su armi a caduta di vecchia generazione, avevano messo in forse il programma, ma l’amministrazione del Presidente Barak Obama pare abbia riconfermato l’aggiornamento.

Circa una ventina di questi ordigni è conservata presso la base militare di Ghedi, secondo la politica NATO del nuclear sharing, la condivisione con le forze armate degli alleati di armamenti nucleari, formalmente di proprietà del Paese produttore, gli Stati Uniti, che continuano a gestirle e manutenerle con unità speciali di supporto logistico.

Altro esempio sono le testate da demolizione W45 SADM (Special Atomic Demolition Munition), trasportabili a spalla in uno zaino militare.

Pensata per operazioni locali, pesava però circa 45 chili, a causa dei sistemi di innesco e del materiale fissile prescelto, il Plutonio 239. Ne è stata anche prodotta una versione lanciabile attraverso un razzo terra – terra da 120 millimetri, la potenza per entrambi poteva variare tra una frazione di kilotone e i 6 kilotoni.

Dati i limiti tecnici e la facilità con cui si potevano danneggiare, questi dispositivi sono stati comunque ritirati dal servizio, così come sono stati ritirati i proietti all’Uranio 235 pensati per l’uso con l’obice da 155 millimetri modello M 109.

Tuttavia, molto probabilmente sia Israele che la ex Unione Sovietica hanno continuato lo sviluppo di ordigni da valigia, ulteriormente miniaturizzati e facilmente occultabili su aerei o altri mezzi di trasporto, per uso di sabotaggio.

Queste armi sarebbero ideali per i gruppi terroristici, quindi vengono considerate tra le più pericolose. Infatti resta il dubbio che dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le forze armate e lo spionaggio russo abbiano perso le tracce di molti di questi ordigni, spesso dislocati all’estero.

Si tratta comunque di dispositivi che necessitano di manutenzione e cura particolare perché possano restare efficienti.

Resta chiaro che l’adattamento di armi di vecchia generazione non può essere una soluzione al problema delle strategie moderne.

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Ordigno da demolizione portatile W 45 SADM.

Il loro uso causerebbe comunque un olocausto nucleare su vasta scala, per cui i vertici statunitensi (ma è molto probabile siano giunti alle stesse conclusioni anche quelli russi o cinesi) hanno incominciato a pensare a un concetto di arma completamente nuovo.

Vi è un’opinione diffusa secondo la quale la ricerca militare, in alcuni momenti storici abbia permesso successive applicazioni in campo civile.

E’ un giudizio però un pò superficiale e errato, specialmente per il momento attuale.

E’ indubbio che i progressi nel campo dei superconduttori, delle nanotecnologie (avvenuti specialmente negli Stati Uniti) una volta applicate al campo della ricerca militare, consentiranno lo sviluppo di una generazione di armi nucleari radicalmente nuova e diversa rispetto al passato.

Quindi siamo in presenza dell’esatto contrario, è la ricerca civile che sta trainando e rilanciando quella bellica, specie nel campo delle armi non convenzionali.

Se da un lato procurarsi Uranio arricchito o Plutonio resta non del tutto facile, dati i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), dall’altro è diventato molto più semplice procurarsi le tecnologie per farselo in casa.

Procurarsi centrifughe per l’arricchimento sul mercato internazionale è molto più semplice che in passato.

La vicenda del programma nucleare iraniano è emblematica in questo senso, dato che le centrifughe ufficialmente sono state acquistate per la produzione di energia a uso civile.

In realtà ciò che resta molto difficile per Paesi di medio sviluppo è procurarsi la tecnologia del Trizio.

Sappiamo che è un gas leggero, radioattivo, estremamente instabile, ottenuto dall’irraggiamento di atomi di Litio6 con neutroni veloci: ne bastano pochi grammi in un moderno ordigno termonucleare.

Costruire acceleratori di particelle per produrre il Trizio resta anche più difficile che procurarsi l’Uranio o le centrifughe di arricchimento.

E’ a questo punto che la ricerca civile è venuta, più o meno consapevolmente, in aiuto di quella militare contribuendo al suo rilancio.

La tecnologia del Trizio è fondamentale anche nelle ricerche civili sulla fusione nucleare controllata, applicata alla produzione di energia.

L’utilizzo di generatori laser super potenti dovrebbe consentire di comprimere e portare a fusione un pit

contenente pochi milligrammi di Deuterio e Trizio.

La fusione di un milligrammo di tali elementi consentirebbe di sprigionare un’energia di ben 340 milioni di Joule, quindi un reattore a fusione laser da un Megawatt consumerebbe solo 1,5 milligrammi di Deuterio e Trizio all’ora.

Un risultato fenomenale che potrebbe finalmente rendere la dipendenza dalle tradizionali fonti di energia non rinnovabili un ricordo del passato.

Grandi impianti come National Ignition Facility 192 americano, sviluppato dalle ricerche del Lawrence Livermore National Laboratory, o il francese Megajoule 240 realizzato nelle vicinanze di Bordeaux presto permetteranno di raggiungere questo know how.

Restano ancora da realizzare laser estremamente compatti e potenti, ma che riescano anche a limitare il consumo di energia. Anche in questo campo la ricerca sui superconduttori e le nanotecnologie sta facendo passi da gigante, per cui le ricadute in campo bellico non si faranno attendere.

Negli Stati Uniti in particolare, si lavora già con i super computers, in grado di gestire interventi di precisione su dimensioni dell’ordine di un miliardesimo di metro, quindi siamo nell’ambito di gruppi di poche decine di atomi.

Del resto, proprio il principio della libera ricerca, che metta a disposizione dell’umanità conoscenze e applicazioni, è il motore del progresso scientifico e dello sviluppo delle tecnologie: sarebbe ipocrita cercare di limitarlo ora per paura delle conseguenze nella ricerca militare.

A questo punto, una volta in possesso di laser compatti super efficienti per ottenere il Trizio e indurre la fusione Deuterio – Trizio, il passo successivo sarebbe la realizzazione di ordigni a fusione pura (eliminando il terzo stadio a fissione che abbiamo visto presente nello schema tradizionale Teller – Ulam), di potenza ridotta, fino a mille volte meno di una testata nucleare di media potenza della vecchia generazione. Un’arma di pochi chilogrammi, se non di pochi etti, sarebbe in grado di generare la potenza di alcune tonnellate di tritolo.

Tale limitazione di dimensioni e potenza potrebbe facilmente sottrarre questa nuova classe di armi nucleari al controllo delle convenzioni e dei trattati di non proliferazione attualmente in vigore, con il terrificante risultato che potrebbero essere legalmente inserite, per il diritto internazionale, tra le armi convenzionali.

Sarebbe difficile per i comandi politici e militari resistere alla tentazione di utilizzare le armi di nuova generazione nei complessi e difficili scenari del nuovo millennio: comunque queste nuove armi, sulle quali la censura militare è comprensibilmente molto stretta, sono e resteranno armi nucleari, con tutte le loro terrificanti potenzialità e conseguenze.

Per esempio, basterebbe variare la quantità di Deuterio e Trizio nella testata, regolando di conseguenza la potenza del laser di fusione, per aumentare indefinitamente la potenza di un ordigno.

In ogni caso, l’opinione pubblica internazionale dovrebbe essere attenta sulle armi nucleari di nuova generazione, perché stiamo ritornando, momenti in cui la proliferazione crescente e l’insicurezza internazionale potrebbero riavvicinare l’umanità al baratro del conflitto, prima di quanto si possa immaginare.

di Davide Migliore

 

Linkografia e bibliografia

https://en.wikipedia.org/wiki/Nuclear_weapon_design

https://en.wikipedia.org/wiki/Nuclear_weapon_yield

http://www.spiegel.de/international/world/us-modernizing-its-nuclear-arsenal-despite-criticism-over-weapons-a-932188.html

http://www.dmi.unipg.it/mamone/sci-dem/nuocontri/baracca.htm

http://www.juragentium.org/topics/wlgo/it/nuclear2.htm

http://www.difesaonline.it/mondo-militare/difesa-nato-gli-usa-inviano-20-nuove-bombe-nucleari-germania-italia-dalle-30-alle-50

http://www.nexusedizioni.it/it/CT/la-nuova-dottrina-del-pentagono-le-mini-atomiche-sono-sicure-per-i-civili-di-michael-chossudovsky-533b2bd08a385

https://it.wikipedia.org/wiki/Bomba_atomica_da_zaino

http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/19/news/sulle_rampe_o_in_aerei_e_sottomarini_ecco_i_numeri_del_terrore_atomico-61398604/

https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_START

http://it.ibtimes.com/quali-sono-gli-stati-con-armi-nucleari-1361196#

http://www.unimondo.org/Guide/Guerra-e-Pace/Armi-Nucleari/%28desc%29/show

http://www.massacritica.eu/nel-2017-un-arco-da-32-000-tonnellate-ricoprira-il-reattore-di-chernobyl/7340/

http://www.massacritica.eu/sparse-sul-pianeta-ci-sono-20000-bombe-nucleari/10614/

http://www.massacritica.eu/una-guerra-nucleare-e-possibile/10798/

http://www.massacritica.eu/fukushima-tutto-il-non-detto-troppo-non-detto/33/

http://www.massacritica.eu/cernobyl-un-disastro-annunciato/6721/

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Tzar bomb, il più potente ordigno termonucleare generato dalla Guerra Fredda

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Tzar bomb, il più potente ordigno termonucleare generato dalla Guerra Fredda

Pubblicato il 24 ottobre 2015 by redazione

Immagine di apertura
L’esplosione della bomba Tsar, ripresa da un punto di osservazione ad alcune centinaia di chilometri di distanza.

 

 

Sono le 8.32 del mattino del 30 Ottobre 1961: nella baia di Mitjushika, braccio del Mar Artico che separa l’arcipelago di Novaja Zemlja, Terra Nuova in lingua russa, dalla costa russa il gelo che avvolge per buona parte dell’anno queste lande inospitali in un milionesimo di secondo viene sostituito da un inferno di calore e vento rovente che non ha precedenti sulla Terra.

E’ l’effetto del più terrificante esperimento nucleare militare. L’Unione Sovietica ha fatto esplodere la bomba Tzar, l’ordigno termonucleare più potente mai costruito.

Da quel momento fu chiaramente dimostrato che non vi è alcun limite alla potenza raggiungibile dalle armi atomiche. Sopratutto, rese evidente, per la prima volta dall’inizio dell’era atomica, che una guerra nucleare non può avere né vinti, né vincitori, ma solo vittime.

La corsa alla bomba

La realizzazione della bomba Tzar, come venne soprannominata in via non ufficiale, avvenne in uno dei momenti più difficili di quel periodo storico conosciuto come la Guerra Fredda, in cui il mondo era sostanzialmente diviso in due blocchi contrapposti, dominati dalle due più grandi potenze militari e economiche, gli Stati Uniti d’America e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il confronto era iniziato al termine del Secondo Conflitto Mondiale, che le aveva viste alleate, facendo temere l’inizio di una nuova e ancor più terribile guerra planetaria.

Dopo la morte di Josif Stalin nacque la speranza che il dialogo e la comprensione fra i Paesi appartenenti al blocco comunista e quelli appartenenti all’area occidentale fossero possibili.

Nel 1959 Nikita Sergeevič Chruščëv, il nuovo segretario generale del Partito Comunista sovietico intraprese una serie di viaggi in Occidente, che lo portarono anche negli U.S.A., ospite del presidente Dwight Eisenhower.

I sogni di distensione e di pace però furono interrotti bruscamente da una serie di incidenti internazionali. L’abbattimento sopra l’Unione Sovietica di un aereo spia Lockheed U2 e la cattura del pilota, il maggiore americano Gary Powers, aprì un nuovo teso confronto fra le due superpotenze. La notte del 13 agosto 1961 venne iniziata la costruzione del tristemente famoso muro di Berlino, che avrebbe diviso la città tedesca e i suoi abitanti tra settori sotto influenza sovietica e settori occidentali fino al 1989, divenendo il simbolo più forte della Guerra Fredda.

E’ in questo clima di diffidenza reciproca che il governo sovietico decise un’azione dimostrativa nei confronti degli occidentali, ma anche della vicina Cina comunista di Mao, con la quale i rapporti diplomatici si erano interrotti nel 1960.

Il 10 luglio 1961 il segretario generale sovietico Chruščëv, appoggiato dall’estabilishment militare, presentò al politburo il programma Grande Ivan, che prevedeva la costruzione di un ordigno termonucleare di potenza inaudita, fino a 100 megatoni, ovvero l’quivalente di cento milioni di tonnellate di tritolo.

Il 9 agosto 1961, sedicesimo anniversario del bombardamento nucleare di Nagasaky, Chruščëv colse altrettanto di sorpresa l’opinione pubblica e i governi di tutto il mondo annunciando che l’URSS avrebbe realizzato e sperimentato l’ordigno entro la fine di quell’anno, suscitando lo sdegno dei pacifisti e dividendo la comunità scientifica internazionale fra chi sosteneva la realizzabilità dell’arma e chi non ne era affatto convinto.

Tutti però erano uniti dalla paura degli effetti collaterali di un’esplosione così grande: il fall out di materiale radioattivo sarebbe stato immenso, teoricamente nessun angolo del pianeta sarebbe stato al sicuro dalla ricaduta di materiale altamente radioattivo, tipico delle armi all’idrogeno.

Immagine 1
Andrej Dmitrevic Sakharov.

 

Altrettanti dubbi affliggevano i fisici chiamati a studiare l’ordigno.

A capo dell’equipe, che riuniva alcuni dei nomi più prestigiosi dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica (tra i quali vi erano, Juli Borisovich Khaliton, Victor Adamskii, Yuri Babaev, Yuri Smirnov, Yuri Trutnev, Viktor Davidenko) fu chiamato Andrej Dmitrevic Sakharov, considerato tra i padri della bomba all’Idrogeno russa. Nella città segreta di Arzamas 16 (oggi Sarov), uno dei tanti centri in cui veniva portata avanti la ricerca militare russa, Sakharov e gli altri scienziati lavorarono freneticamente sui calcoli matematici.

Quando Sakharov all’inizio di Ottobre potè tornare a Mosca per presentare i risultati, nemmeno lui si sentiva però sicuro di riuscire a controllare la reazione nucleare, mentre Evsej Rabinovich era apertamente convinto che il programma si sarebbe risolto in un fiasco.

Pochi anni prima si era verificato un incidente molto inquietante. Il 1 Marzo 1954 sull’atollo di Bikini nell’Oceano Pacifico, durante il test americano denominato Castle Bravo, un errore di calcolo provocò un’esplosione molto più potente, che irradiò un’area più vasta di quella prevista. Gli atolli di Rongrik e Rongelap nelle isole Marshall furono evacuati di urgenza e le popolazioni locali, nonostante le assicurazioni dei militari, non poterono più farvi ritorno.

Tracce della radioattività immessa in atmosfera raggiunsero anche l’Australia, il Giappone, l’India, l’Europa e gli Stati Uniti sulla costa occidentale. Anche un peschereccio giapponese d’altura venne ricoperto dal vapore acqueo radioattivo e un membro dell’equipaggio morì per avvelenamento da radiazioni.

In ogni caso, le posizioni a favore o contrarie all’esperimento si basavano su ipotesi e statistiche, per cui nessuna delle due poteva essere sostenuta da dati scientificamente certi.

Tuttavia il programma non poteva essere più fermato, l’Unione Sovietica aveva lanciato la sfida e aveva gli occhi di tutto il mondo puntati addosso. In una fabbrica militare segreta i tecnici stavano realizzando i sistemi operativi complessi dell’arma, sulla base dei risultati dei calcoli che man mano giungevano dagli scienziati al lavoro a Arzamas 16. Nel momento in cui Sakharov giunse nella capitale russa con la relazione finale, l’arma, registrata nell’arsenale sovietico con la sigla RDS 220, era già pronta al 90%.

L’unico punto sui cui Sakharov riuscì a spuntarla sulla volontà dei dirigenti sovietici, fu il depotenziamento della bomba a 50 megatoni grazie all’eliminazione di uno dei tre stadi della testata, che permise di abbattere del 97% le emissioni di radionuclidi pesanti.

Così che l’ordigno risultò in effetti relativamente pulito rispetto all’inquinamento radioattivo che avrebbe potuto provocare, per quanto comunque da solo ne produsse una quantità pari al 25% di quello prodotto dalle due esplosioni avvenute su Hiroshima e Nagasaky nella Seconda Guerra Mondiale.

Il 24 Ottobre la relazione finale venne messa a disposizione dei vertici politici sovietici e dei tecnici costruttori della bomba, che ultimarono l’ordigno a soli 6 giorni dalla data prevista del test.

Il morso della belva

L’arma venne progettata secondo lo schema Teller – Ulam, dal nome dei fisici Edward Teller e Stanislaw Ulam che avevano messo a punto il primo ordigno all’idrogeno. La bomba era concepita con due stadi a fissione nucleare e uno a fusione: il primo stadio è costituito da una bomba atomica a fissione classica a base di Uranio 238, che viene posizionata con uno scudo fatto dello stesso metallo, per indirizzare verso l’interno la reazione a catena. Nello scudo è anche contenuto il deuterio di Litio, una molecola contenente l’Idrogeno in forma solida, responsabile dell’innesco della seconda reazione di fusione nucleare e delle temperature elevatissime, che possono arrivare a venti milioni di gradi.

Al centro di tutto il dispositivo è posizionato un altro cilindro, cavo al suo interno, costituito da Plutonio 239, protetto da schiume particolari che, iniettate nel corpo della bomba, raggiungono ogni anfratto separando i componenti fissili.

I raggi X generati dalla prima reazione di fissione riscaldano il nucleo. La pressione della detonazione comprime il deuterio di Litio, mentre anche nella canna centrale di Plutonio inizia la seconda reazione di fissione.

L’emissione in grande quantità di neutroni e radiazioni innesca a sua volta la fusione vera e propria, che si unisce e potenzia le reazioni di fissione iniziali, permettendo così di raggiungere potenze dell’ordine di megatoni. L’intero processo ha una durata stimata di 600 nanosecondi.

Nella bomba preparata per il test, lo stadio esterno del mantello di Uranio 238 venne sostituito con uno in Piombo, così da rallentare la fusione e permettere di abbattere la potenza massima raggiungibile.

Nella notte tra il 29 e il 30 Ottobre, una volta confermato il via libera al test, l’arma venne portata in un areoporto militare, nel più stretto segreto. Il laboratorio in cui fu assemblata venne smantellato e il vagone ferroviario su cui si trovava inserito in un anonimo convoglio merci.

La bomba aveva dimensioni veramente impressionanti. Raggiungeva gli 8 metri di lunghezza e oltre 2 metri di diametro, nel suo punto di maggior larghezza.

Immagine 2
Una copia inerte della RDS 220 è oggi esposta al Museo russo dell’Atomo, a Mosca.

 

Nel suo aspetto esteriore l’areodinamica richiamava quella classica di una bomba a caduta libera, ma le numerose antenne dei sistemi di rilevazione dati e controllo, oltre che le dimensioni eccezionali, ne rivelavano la natura del tutto particolare. Il peso totale dell’arma superava le 27 tonnellate.

Gli avieri la agganciarono alla stiva di un bombardiere strategico quadriturbina Tupolev Tu 95, uno dei modelli più diffusi nell’arsenale sovietico e l’unico in grado di sollevare l’enorme ordigno. In ogni caso, il velivolo dovette essere modificato asportando i portelloni della stiva bombe principale e smontando parte dei serbatoi della fusoliera.

Ad accompagnare l’aereo lanciatore vi era un altro bombardiere a reazione Tupolev 16, modificato come punto di osservazione volante, riempito di telecamere, sensori e registratori di dati.

Entrambi i velivoli erano dipinti sulle superfici inferiori con una speciale vernice termoriflettente bianca lucida, simile a quella usata dall’aviazione statunitense sui bombardieri nucleari, per minimizzare il rischio che i velivoli fossero incendiati dalla potente onda di calore.

Ai comandi del Tu 95 vi era il maggiore Andrei E. Durnotsev, uno dei piloti con maggior esperienza su quel velivolo.

Alle 11.32, secondo il fuso orario di Mosca, in perfetto orario di marcia, la coppia di aerei raggiunse la verticale sopra l’isola maggiore dell’arcipelago di Novaja Zemlja, a una quota di circa 10.000 metri. Le isole sin dai primi anni cinquanta erano diventate uno dei principali poligoni nucleari sovietici, per la loro distanza da centri abitati e perchè praticamente disabitate e inospitali, fatta salva la guarnigione di tecnici e militari coinvolti negli esperimenti.

Il controllo missione diede il segnale e la bomba venne sganciata, mentre i velivoli effettuavano una secca virata di disimpegno per allontanarsi dall’epicentro dell’esplosione.

Un temporizzatore fece aprire un paracadute freno che rallentò e stabilizzò la caduta, dando ulteriore tempo agli aerei di portarsi in zona sicura. Dopo una discesa di 3 minuti e 13 secondi, a 4.000 metri dal suolo, gli altimetri automatici azionarono i detonatori.

Un lampo di luce potentissimo, che avrebbe accecato chiunque non avesse indossato occhiali protettivi, fu avvistato fino a 1000 chilometri, seguito da una palla di fuoco di ben 8 chilometri di diametro. In pochi istanti l’enorme sfera, nel cui centro era stata raggiunta la temperatura di venti milioni di gradi centigradi, raggiunse il suolo, poi si diresse rapidissima verso l’alto, arrivando a 64 chilometri di altezza, dove si stabilizzò nella tipica forma del fungo atomico.

Fu calcolato che circa 80 milioni di tonnellate di roccia e ghiaccio vennero disintegrate, risucchiate nella fornace nucleare, per poi ricadere sotto forma di polvere radioattiva.

Mentre la sfera infuocata saliva verso gli strati estremi dell’atmosfera, le nuvole attorno all’esplosione si ritirarono, vaporizzate, con un effetto simile agli anelli che si formano quando si lancia un oggetto su uno specchio d’acqua ferma.

Uno degli osservatori raccontò di essere rimasto abbagliato a lungo e di avere sentito un calore insopportabile sulle parti di pelle non protette, nonostante si trovasse a 270 chilometri dall’esplosione.

I dati registrati furono terrificanti: nel raggio di 32 chilometri dal punto della detonazione tutta la superficie dell’isola fu incenerita, aprendo un cratere largo quasi 2 chilometri e profondo in media 75 metri.

Immagine 3
Schema comparativo tra esplosioni termonucleari, secondo la dimensione dell’esplosione.

 

La pressione dell’onda d’urto raggiunse i 21 BAR, cioè 21 volte la pressione atmosferica a livello del mare, sei volte quella provocata dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaky, sufficienti a scarnificare vivo chiunque si trovasse sulla sua strada. Sull’isola di Severnji a 55 chilometri dall’epicentro tutti gli edifici vennero rasi al suolo, ma si registrarono danni a tetti e imposte fino in Finlandia orientale e in Norvegia.

La successiva ondata di calore sarebbe stata in grado di provocare ustioni di terzo grado fino a 100 chilometri.

L’onda di energia si propagò anche nel sottosuolo e la vibrazione fece il giro del mondo per tre volte prima di dissolversi. L’US Geological Survey americano valutò l’effetto sismico tra i 5 e i 5,25 gradi di magnitudo, nonostante l’esplosione fosse avvenuta in atmosfera.

Un altro osservatore descrisse l’eco dell’esplosione come un rumore profondo e crescente, quasi che la Terra fosse stata uccisa e stesse esalando l’ultimo respiro…

Pochi istanti dopo il lampo atomico, il maggiore Durnotsev ebbe giusto il tempo di comunicare al controllo missione sulla penisola di Kola, il successo del test, prima che il fortissimo effetto EMP, cioè l’impulso elettromagnetico generato dalla reazione nucleare, interrompesse ogni comunicazione.

Solo dopo un silenzio durato 40 lunghissimi minuti il collegamento potè essere ristabilito e Mosca ebbe la conferma del successo dell’esperimento.

Il maggiore Durnotsev al suo ritorno venne promosso sul campo tenente colonnello e proclamato Eroe dell’Unione Sovietica, la massima delle onorificenze.

Curiosamente, i russi non furono gli unici a osservare l’esplosione e i suoi effetti, anche gli statunitensi raccolsero dati importanti.

Grazie alla inusuale pubblicità data all’evento, gli americani avevano avuto il tempo di lanciare l’operzione Speedlight. Una cisterna volante Boeing KC 135 dell’USAF venne estesamente modificata nella base aerea di Wright – Patterson come centro di raccolta dati volante, in modo simile a quanto i russi avevano fatto con il loro Tupolev 16.

L’aereo fu pronto il 27 Ottobre, così che tre giorni dopo orecchie e occhi elettronici indiscreti poterono registrare dati preziosi sull’esplosione, volando comunque a debita distanza dallo spazio aereo russo e dal mostro nucleare.

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Un bombardiere Tupolev Tu 95 dell’aviazione sovietica.

 

 

Niente può essere come prima

L’apocalisse scatenata su Novaja Zemlja lasciò conseguenze in molte persone, a partire dallo stesso Andrei Sakharov. Lo scienziato russo aveva concluso la relazione preparatoria del progetto Grande Ivan con questa frase : «Un risultato positivo del test apre la possibilità di creare un dispositivo di potenza praticamente illimitata.»

Facendo parte della più alta nomenklatura sovietica, sicuramente ebbe modo di vedere il film propagandistico di circa 25 minuti, creato col montaggio delle immagini riprese durante il test e riservato alla classe dirigente del Paese. Le immagini probabilmente contribuirono a provocare nello scienziato un ripensamento sul suo lavoro per il sistema militare sovietico.

Nel 1963 il segretario generale Nikita Chruščëv annunciò ufficialmente che la RD 220 era pronta per la produzione di serie e stava per entrare a far parte dell’arsenale sovietico.

Poco dopo quei fatti, Sakharov iniziò a impegnarsi contro la proliferazione degli armamenti nucleari, il che ne provocò l’allontanamento dai progetti militari, l’emarginazione dagli ambienti scientifici ufficiali, fino all’arresto avvenuto nel 1980 per attività contro lo Stato e la condanna al confino in Siberia.

La sua lotta nonostante le persecuzioni subite gli valsero il premio Nobel per la pace nel 1975.

Nel resto del mondo, l’esperienza della bomba Tsar contribuì a diffondere l’opinione che la strada del riarmo nucleare fosse in realtà un vicolo senza uscita, una follia che avrebbe condotto l’umanità al suicidio: il movimento internazionale pacifista ne fece uno dei simboli più significativi dell’impegno contro le armi nucleari.

In realtà, la bomba Tsar ebbe sin dall’inizio soli scopi propagandistici, servì a dismostrare che l’URSS poteva arrivare a qualsiasi risultato volesse raggiungere.

Proprio in quegli anni la ricerca militare su entrambi i lati della cortina di ferro si stava concentrando sui missili balistici intercontinentali e sulle testate multiple, che puntava sulla miniaturizzazione dei componenti bellici.

L’esatto contrario della RD 220, che era enorme, pesante, aveva bisogno della guida dell’uomo per arrivare sul bersaglio. Insomma concettualmente apparteneva già al passato.

Alla bomba Tsar probabilmente almeno un merito può essere riconosciuto: nel 1963 l’URSS, sottoscrisse il trattato internazionale che metteva al bando gli esperimenti nucleari in atmosfera e nello spazio esterno, il primo vero trattato di limitazione alla corsa agli armamenti su cui formò il consenso della maggioranza dei Paesi del mondo.

di Davide Migliore

 

Linkografia

https://it.wikipedia.org/wiki/Bomba_Zar

http://nuclearweaponarchive.org/Russia/TsarBomba.html

https://www.youtube.com/watch?v=Xk8g9M0Anac

http://www.tsarbomba.org/

https://it.wikipedia.org/wiki/Bomba_all’idrogeno#Bombe_di_tipo_Teller-Ulam

http://nuclearweaponarchive.org/Russia/TsarBomba.html

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Burt Rutan

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Burt Rutan

Pubblicato il 15 febbraio 2013 by redazione

Burt_Rutan1° parte

Elbert Leander Rutan, per gli amici ed estimatori, semplicemente Burt: un nome abbastanza anonimo per uno degli ingengneri areonautici più eclettici e prolifici della storia.

Nato il 17 giugno 1943 nello stato americano dell’Oregon, ad Estacada, pochi chilometri da Portland, cresce in California, a Dinuba, dove sin da piccolo si appassiona a veivoli aerei.

Pare che già a 10 anni disegnasse macchine volanti e, nel 1959, a soli 16 anni riuscì persino a prendere il brevetto di volo. Naturalmente si iscrisse alla facoltà di ingegneria aeronautica alla California Polytechnich State University, da cui brillantemente uscì laureato nel 1965, terzo di tutto il suo corso.

Forse sarà stato il fatto di esser nato nello stesso giorno in cui un altro genio dell’aeronautica, Clarence “Kelly” Johnson fondava gli “shunk works”, i laboratori segreti dell’industria Lockheed, fucina di progetti ed esperienze rivoluzionarie sia in campo militare sia civile, a partire dai bollenti giorni della Seconda Guerra Mondiale fino a quelli degli anni della guerra fredda.

O forse fu la fortuna di crescere in uno degli stati più effervescenti della ricerca aeronautica e sede di alcune tra le maggiori industrie del “più pesante dell’aria” di tutto il mondo.

Fino al 1972 lavorò per l’aeronautica Statunitense, la U.S. Air Force, nella Edwards Air Force Base, dove tutta la sua ecletticità e il suo modo controcorrente di pensare aerei e materiali ebbe la possibilità di svilupparsi al massimo. Venne, infatti, coinvolto assieme alla compagnia  Ling-Temco-Vought nello sviluppo dell’XC142, una velivolo VSTOL, ovvero Vertical Short Take Off and Landing, cioè un aereo che, grazie all’ala rotante sul proprio asse, poteva rapidamente divenire simile a un elicottero, permettendo l’atterraggio e il decollo in verticale, in uno spazio di pochi metri. In realtà le difficoltà tecniche portarono all’abbandono del progetto, che rinacque però anni dopo e portò alla realizzazione del V22 Osprey, attualmente in linea con le forze armate statunitensi.

L’esperienza su progetti del genere non fecero che aumentare la convinzione che si potessero progettare macchine volanti usando materiali e formule ben diverse dai “canoni classici” che si insegnavano nelle facoltà universitarie o si seguivano nelle industrie aerospaziali.

Conclusa l’esperienza con l’USAF, assunse fino al 1974 la carica di responsabile collaudi per la Bede Aircraft in Kansas, dove maturò anche la decisione di mettersi in proprio e investire nelle idee che stava sviluppando. Si trasferisce così nel bel mezzo del deserto del Mojave, dove fonda la Rutan Aircraft Factory, assieme ad alcuni altri ‘pazzi visionari’.

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Il Rutan VariEze nella galleria del vento del centro di ricerca aeronautica della Nasa a Langley.

Model 27VariViggen

La prima realizzazione fu il Rutan Model 27VariViggen: già nell’aspetto questo piccolo velivolo manifestava tutto l’approccio alternativo della progettazione Rutan. Nato già negli anni successivi all’università, il primo prototipo (ispirato al caccia supersonico svedese SAAB J 37 Viggen) iniziò ad essere assemblato nel garage di casa Rutan nel 1968, nel più classico stile ‘do it yourself’ americano, ma Burt ci stava lavorando sin dal 1963, mentre studiava ancora ingegneria.

L’idea era di fornire al mercato un velivolo semplice da diporto, facile da costruire e mantenere, dalle prestazioni estremamente avanzate. Rutan credeva nell’idea di un’aviazione per tutti, una “motorizzazione” dell’aria facile ed economica.

Lungo solo 5,12 metri, con un’apertura alare di 5,79 metri, per una superficie di soli 11,40 metri quadri e un peso di 772 chili in ordine di volo, questo biposto era sostenuto da un piccolo motore a scoppio Lycoming, con elica spingente: praticamente un’alternativa all’auto, “parcheggiabile agevolmente nel garage di una casa di periferia”. Il motore era posizionato in fusoliera dietro all’abitacolo e non davanti come si è soliti vedere… questa scelta implicava però la rinuncia ai comandi classici di coda, timoni di direzione e profondità sdoppiati, per far posto all’elica e in parte compresi nell’ala a delta, ovvero dal disegno in pianta che ricorda la metà di un triangolo. Parte sono invece posti in un’aletta davanti all’abitacolo, secondo una soluzione detta ‘Canard’ (anatra in francese) oggi piuttosto comune anche nei velivoli militari ad alte prestazioni, ma allora… questo rendeva un aereo sicuro per il turismo e il diporto, difficile da far entrare in stallo (cioè perdere la portanza, il sostegno del flusso di aria che spinge verso l’alto il velivolo) e nelle cadute a vite, le più pericolose. Ma soprattutto sono i materiali: esteso l’uso del legno ma soprattutto delle fibre di vetro. Rutan sin da allora ha sempre mostrato fiducia nei materiali alternativi, una visione lungimirante come vedremo in seguito.

Il prototipo del VariViggen oggi è conservato nel Ventura Air Museum. Ne furono costruiti solo 5 esemplari, ma il VariEze da cui fu sviluppato venne estesamente costruito e venduto fin al 1985, anche come kit montabile in casa.

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Un esemplare di Model 33 VariEze in volo mostra le dimensioni compatte e le linee anticonvenzionali del progetto di Burt Rutan.

Model 33 VariEze

Lo stesso Rutan dimostrò le possibilità della sua formula impegna dosi con il Model 33 VariEze, evoluzione del VariViggen in produzione dal 1976,  a polverizzare vari record , tra cui quello stabilito al raduno areonautico di Oshkosh, con una distanza coperta di ben 2.636 chilometri di volo! E con un consumo di carburante irrisorio, meno di un’automobile… Niente male per un aereo appartenente alla classe di peso inferiore ai 500 chili… il pilota Gary Hertzler vinse con un VariEze il premio CAFE (Challenge Aircraft Efficiency Prize) per la sicurezza. In effetti, di tutte le varianti del variEze (seguito dal più grande Long-Eze) furono costruiti più di 2000 esemplari, venduti in tutto il mondo addirittura in scatola di montaggio … gli incidenti registrati per questo velivolo, tra il 1976 e il 2005, furono solo 130, 46 dei quali con vittime, a fronte di un incalcolabile monte di ore di volo. Praticamente molto più sicuro di una qualsiasi automobile utilitaria. Al 2005 risultavano solo negli States ancora 800 VariEze iscritti al registro areonautico e in condizioni di volo. Per un piccolo produttore indipendente è assolutamente un miracolo.

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Il Model 54 Quickie e le sue evoluzioni hanno segnato forse il vero primo successo dell’industria fondata da Burt Rutan e delle sue convinzioni. Nella foto, un biposto Quickie Q2 ripreso ad Arlington nel 2003.

Model 54 Quickie

Altrettanto fece il Model 54 Quickie: piccolo aereo da turismo, propulso da un motore bicilindrico raffreddato ad aria della Onan Industries, da appena 18 cavalli, con una struttura timoni-ali a x, che richiamava più un caccia interstellare appena uscito da Guerre Stellari che un normale velivolo da  diporto. Addirittura ne fu studiata una versione che poteva montare un motore da automobile Wolkswagen !!! Nato nel 1977 sull’onda del successo del VariEze, segnò la definitva affermazione delle idee di Burt Rutan e della sua impresa commerciale. Alla fine della produzione, più di 3000 kit di Quickie.

Nel 1982 Burt Rutan fonda la Scaled Composites

Altra genialità di Rutan fu proprio di puntare decisamente su “scatole di montaggio”, come i modellini in scala, contenendo così il costo del velivolo e della produzione, dimostrando anche che qualsiasi cliente era in grado di costruirsi un aereo in garage o in un prato davanti a casa. Non c’è bisogno di essere degli ingegneri!

Nella sua azienda-abitazione nel deserto del Mojave questo tipico ragazzo americano continuava a sfornare idee e progetti senza soluzione di continuità. Ma soprattutto è nella chimica e nella fisica dei materiali, nell’immensamente piccolo, che Rutan cercava i segreti per poter viaggiare sempre meglio nell’“immensamente grande”.

Nel 1982 si sentì abbastanza pronto per fondare la Scaled Composites, azienda che  attualmente costituisce ancora il cuore delle imprese di Burt Rutan.

Il concetto è semplice: se voglio creare aerei e strutture alternative, c’è bisogno di materiali altrettanto anticonvenzionali. Allora perché non crearmeli da solo? Simbolo di quella ingenuità e genialità, che talvolta contraddistingue le imprese americane, Burt Rutan decise di creare un luogo dove si creassero gli aerei dal nulla: progettare, sperimentare il materiale e la struttura, costruire e testare il prototipo, infine iniziare la produzione. Tutto all’insegna della ricerca, del risparmio di materie prime e peso, per un risultato di massime prestazioni.

Nella compagnia sarebbero stati presenti tutti i profili di professionalità necessari: ingegneri, operai, chimici, piloti, tutti animati dalla fede nel realizzare l’impossibile. E il mondo aveva iniziato a credere  nelle capacità di quel simpatico geniaccio californiano, compreso il governo  americano e quegli stessi militari con cui Rutan aveva iniziato il suo percorso.

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Il prototipo dell’assaltatore “ARES” con un’accattivante colorazione notturna.

Infatti alla Rutan Aircraft Factory prima e alla Scaled Composites poi, viene chiesto di partecipare ad un concorso del ministero della difesa per un piccolo jet da osservazione e attacco al suolo, per cui Rutan ed i suoi progettisti creano l’ARES, un monoplano monomotore dalle prestazioni assolutamente incredibili per  la fine degli anni ‘80. Il progetto non venne poi più sviluppato, ma il prototipo dell’ARES continua ad essere impiegato per testare soluzioni e c’è stato anche più di un interessamento per produrlo come una “fuoriserie dell’aria”, per clienti amanti delle alte prestazioni.

Viene anche ricordato per esser stato impiegato in alcuni film di avventura e fantascienza. Ma anche i grandi colossi come la Northrop Grumman commissionano progetti a Burt Rutan: ad esempio l’aereo-spia senza pilota (drone in gergo areonautico) X47A.

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L’aereo spia senza pilota X47A progettato per la Northrop Industries.

In ogni caso, il principale campo di ricerca per Rutan resta quello dei materiali ultraleggeri, le strutture originali da impiegarvi, e il loro utilizzo nel campo civile, anche se le commesse militari rimangono sempre una tentazione, per una piccola compagnia che punta il tutto per tutto sulla ricerca.

Ultralite, una show-car progettata da General Motors  e realizzata da Rutan.

La riprova di quanto Rutan e la sua compagnia siano andati avanti nella ricerca e nell’applicazione dei materiali cosiddetti alternativi, arriva con Ultralite, una show-car progettata da General Motors  e realizzata da Rutan.

Struttura completamente realizzata in grafite e in pannelli in fibra di carbonio alternata a PVC, per una leggerezza e una robustezza inimmaginabili, che usa le classiche lamiere in metallo, oltre che il comfort interno molto maggiore per gli spazi così risparmiati e la visibilità esterna assolutamente non confrontabile con altre berline ordinarie: la leggerezza e la duttilità di questi materiali permettono di aumentare del 50% le superfici trasparenti (realizzate anch’esse in materiali di sintesi). Consumi ridicoli e durata eccezionale dei materiali (che non arrugginiscono…), purtroppo altre politiche industriali e altri calcoli di costo produttivo non hanno permesso all’epoca di sviluppare questo concept vehicle, che però ha fatto scuola tra le altre industrie internazionali dell’automobile. In futuro potrebbe divenire una realtà, sotto la spinta dei costi sempre più pesanti delle materie prime e di smaltimento dei veicoli convenzionali…

Voyager

Tra aerei da trasporto, sperimentali, jet executive e altre centinaia di progetti partoriti dalla sua mente vulcanica e visionaria, Burt Rutan ha sempre continuato a credere che la sfida ai record fosse il modo migliore (oltre che il più eccitante) di dimostrare  agli altri la validità del suo inimitabile “design”.

Da parecchi anni stava pensando ad un’impresa pazzesca: la traversata della Terra in un solo volo, senza scali e senza alcun rifornimento. Una cosa da epoca dei pionieri del volo, ma non certo nel pieno dell’era dei satelliti e degli aviogetti. Tuttavia era qualcosa che non era mai stato tentato prima, una cosa da storia dell’aviazione, e della scienza. Come un tarlo ormai gli aveva  scavato nella mente e nel cuore.

Dick, fratello di Burt, ex pilota militare (la passione del volo è un punto in comune nella famiglia Rutan) e veterano del Viet-Nam, da tempo pilota capo collaudatore alla Rutan Aircraft Factory,  fu subito della partita, nutrendo la più grande fiducia nelle capacità progettuali del fratello minore. Nel 1981 iniziò, tra centinaia di impegni, a studiarne la fattibilità e a disegnare un aeroplano apposta per il record.

L’impegno richiese anni di prove, sviluppo di materiali (un grande uso di resine, epossidiche e fibra di carbonio) calcoli complicatissimi per il consumo di carburante e il tempo di volo, raccolta di fondi e ricerca di sponsor. Quest’ultimo aspetto fu fonte di amarezza, poiché nessuna banca, o altro grande sponsor, appoggiò l’impresa.

Addirittura il fatto che Dick e la sua compagna Jeanna Yeager non fossero sposati, negli anni dell’America Repubblicana e reaganiana, attirò loro l’antipatia dei conservatori radicali, … solo la grande e commovente generosità dei dipendenti di Rutan alla Scaled Composites (che lavorarono spesso senza compenso per quel progetto speciale) e di molti piccoli privati si riuscì ad avere i fondi necessari, oltre 2 milioni di dollari dell’epoca.

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Alle prime ore del 26 dicembre 1986, il Voyager viene fotografato da un “chase plane” alla fine del suo volo non stop attorno al globo, poche ore prima dell’atterraggio sulla pista della base aerea di Edwards, da dove era partito 9 giorni prima, il 14 dicembre.

Assemblato con pazienza per mesi e mesi in un hangar del Mojave airport, superando problemi che nessun altro aveva mai dovuto affrontare e lo scetticismo di buona parte del mondo scientifico e dell’aviazione, la mattina del 14 dicembre 1986, dalla pista della base militare di Edwards (dove nel 1965 Burt Rutan aveva iniziato la sua carriera dopo gli studi di ingegneria) il Voyager, com’era stato battezzato il velivolo, decollò. Solo poche ore prima aveva ricevuto le eliche ed i motori definitivi.

L’aereo aveva fatto un solo volo di collaudo, il 22 giugno di due anni prima, per di più con solo un quarto del carburante nei serbatoi. Un altro volo, per raggiungere la fiera annuale aerea di Oshkosh fu quasi essere interrotto perché l’aereo dimostrò di non essere controllabile in caso di pioggia. Ma l’aereo arrivò e quasi un milione di persone poté vedere la creatura di Rutan dal vivo: fu un colpo pubblicitario enorme.

Finalmente, tra l’8 e il 15 luglio 1985, pur con alcune tappe intermedie e affrontando avarie pericolose, il Voyager stracciò il record di distanza su unico volo in circuito detenuto dalla US Air Force da quasi 40 anni, percorrendo in 111 ore e 40 minuti 11.857 miglia. Il Voyager era pronto. Probabilmente fu il progetto più impegnativo e frustrante per Burt Rutan. Fino all’ultimo si dovettero affrontare avarie e malfunzionamenti potenzialmente letali. L’aereo era come sempre un grande Canard, con le superfici di controllo poste avanti alle ali, una fusoliera centrale pressurizzata, con uno spazio simile a quello di una cabina del telefono, in cui i due componenti dell’equipaggio, Dick Rutan e Jeana Yeager, avrebbero convissuto per lunghi 9 giorni, assieme a radio e provviste. Era sostenuto da due moderni motori Teledyne Continental, un IOL 200 raffreddato a liquido posto nella parte posteriore della fusoliera centrale, che sviluppava 130 cavalli/vapore massimi, e un IOL  0-240 posto anteriormente, con raffreddamento ad aria, capace di 11° cavalli/vapore.

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Le dimensioni del Voyager appaiono bene in questa foto scattata durante la presentazione al pubblico.

La lunga ala centrale, con un’apertura maggiore di quella di un Boeing 727, era costruita secondo una formula che le donava flessibilità e robustezza unici:  la struttura esterna era fatta di  numerosi fogli di carta sottilissima, impregnati di resine contenenti fibre di carbonio, mentre l’interno era costruito a celle a nido d’ape. Tutta la pannellatura esterna invece era formata da grafite, mentre per la struttura portante si era fatto largo uso di kevlar e fibre di vetro. Due semifusoliere partivano dal centro dell’ala, contenevano i carrelli d’atterraggio, strumentazione, celle del carburante e si ricongiungevano posteriormente con un unico piano di coda.

L’aereo era il primo di quelle dimensioni nella storia ad essere stato costruito interamente con materiali compositi e sintetici.

L’aero, senza attrezzature, carburante e motori, pesava soli 426 chili! Già al decollo i problemi non mancarono: sotto il peso di 3.180 chili  di carburante avio, le semiali si piegarono fino a urtare il suolo e due winglets, alette di controllo poste alle estremità delle ali, si staccarono. Ma Dick Rutan non se ne accorse, perché il microfono della radio era rimasto staccato e non sentì i disperati messaggi del fratello e dell’amico Mike Melvill, preso a controllare l’aereo che sembrava troppo lento rispetto ai calcoli. Nei 9 giorni Dick e Jeana, che non pilotava, ma svolgeva il fondamentale ruolo di supporto e controllo, dovettero affrontare di tutto: il motore anteriore si bloccò solo dopo poche ore di volo e ci volle parecchia inventiva per capire cosa l’aveva causato facendolo tornare miracolosamente in funzionamento. Durante il volo  di crociera, normalmente veniva tenuto in funzione solo uno dei due motori, utilizzandoli entrambi solo in caso di necessità. Successivamente l’impianto di pressurizzazione iniziò a non funzionare, quindi dovettero volare quasi sempre tra i 3 e i 4.000 metri. Questo voleva dire non poter sfuggire alle tempeste e alle correnti ascensionali, che sbattevano l’aereo come uno straccio.

Inoltre l’equipaggio dovette utilizzare giornalmente l’aspirina per tenere il sangue liquido e contrastare gli effetti della quota.

Non si poteva mai veramente riposare, c’erano sempre da controllare le temperature (un malfunzionamento alle ventole di raffreddamento teneva troppo elevata la temperatura dell’olio nei motori), sentire dal controllo missione a Mojave nell’hangar 77 la situazione meteo (Len Snellman, il metereologo volontario dell’equipe, fece del suo meglio per calcolare le rotte che li portassero lontani da tifoni e tempeste), continuare a travasare il carburante tra i serbatoi per mantenere l’equilibrio ed evitare torsioni eccessive alla struttura.

Oltre che a una serie di fortunali che sembrarono fare apposta a concentrarsi sulla loro rotta, si doveva lottare anche con le valvole del carburante, che tendevano a congelare. Sulla costa sudamericana una di queste smise di funzionare definitivamente. Assieme a tutto questo stress, anche il pilota automatico, che avrebbe dovuto affiancare Dick per buona parte del volo, sopra le Filippine mostrò funzionamenti anomali dei giroscopi, per cui non fu mai completamente affidabile.

Dick non poteva contare su turni di riposo finché non fosse stato riparato, per cui a Jeana toccò smontare e ricontrollare tutti i cablaggi delle strumentazioni, alla ricerca del guasto. Un errore di rotta di pochi decimi di grado avrebbe voluto dire perdersi su un oceano e la morte.

All’epoca il GPS era qualcosa che potevano permettersi i militari, e il governo americano non aveva patrocinato i Rutan… nonostante le autorità militari consentissero loro di appoggiarsi ai canali satellitari quando non occupati da traffico militare, alcuni danni alle antenne resero difficile il collegamento via UHF per tutto il volo.

Ma intanto l’impresa aveva calamitato l’attenzione nel pubblico mondiale, sembrando di rivivere i lontani 20 e 21 maggio 1927, giorni  in cui Charles Lindbergh, per primo e in solitaria, riuscì ad attraversare l’Atlantico a bordo del monoplano Ryan  “Spirit of St. Louis”.

Inoltre, gli ultimi 2 giorni di volo furono i più tesi, con l’equipaggio ormai stremato che dovette affrontare il pericolo più letale: i conteggi sul carburante non tornavano, per cui non si riusciva a capire  se vi fosse un consumo anomalo oppure se un serbatoio avesse una perdita… furono ore di frenetici colloqui col centro controllo e tentativi di far ragionare menti stanche e intorpidite dal rumore continuo dei motori.

Quando nella notte tra il 22 e il 23 dicembre il Voyager finalmente si stava avvicinando alla base di Edwards, Mike Mellvill e Burt Rutan saltarono sul bimotore Beechcraft Duchess (curiosamente per una volta Rutan non utilizzò un aereo di sua costruzione, ma della “concorrenza”) già utilizzato come aereo di supporto durante i collaudi, decollarono e raggiunsero il Voyager per scortarlo fino alla base, dove finalmente toccò terra sulla pista utilizzata dagli Space Shuttle al rientro dalle missioni spaziali,  alle 8.05 del 23 dicembre 1986.

Avevano volato per 40.210 chilometri e 969 metri, in nove giorni, tre minuti e 44 secondi, battendo il record stabilito nel 1952 da un bombardiere B 52 H dell’USAF nel 1952.

Nei serbatoi saranno trovati solo 32 litri di carburante residui.

Ad accoglierli  c’erano oltre 80.000 persone affluite nel deserto californiano, fin dentro la base, lungo la pista di atterraggio.

Vi era stato anche un’ulteriore grande sacrificio affrontato dall’equipaggio, di cui nessuno al di fuori dei partecipanti all’impresa era a conoscenza: la relazione tra Dick Rutan e Jeana Yeager non stava andando bene già prima che il viaggio cominciasse. Mesi di frenetici viaggi in giro per gli States, tra apparizioni in tv e conferenze stampa, per promuovere l’impresa avevano ulteriormente aggravato la situazione. Così che già qualche mese prima del decollo i due  avevano deciso di separarsi. Ma non avevano voluto renderlo pubblico per le conseguenze devastanti che avrebbero avuto sul progetto Voyager. Anzi, decisero di affrontare assieme il volo per il quale così a lungo si erano preparati assieme.

Poco tempo dopo la missione, il Voyager fu ritirato dal volo e donato alla Smithsonian Air and Space Museum, dove si trova esposto. A poca distanza dallo “Spirit of St. Louis” di Lindbergh.

Burt ce l’aveva fatta: a dispetto di tutte le previsioni ora davvero era entrato nella storia del volo. Ed aveva dimostrato che si può costruire un aereo di successo con materiali e linee ben diverse da quelli tradizionali. Aveva  indicato che una nuova via di sviluppo per l’aeronautica era possibile.

di Davide Migliore

 

Fonti generali

http://en.wikipedia.org/wiki/Burt_Rutan

http://it.wikipedia.org/wiki/Burt_Rutan 

biografie di Burt Rutan su Wikipedia

http://en.wikipedia.org/wiki/LTV_XC-142

gli anni con l’USAF alla Edwards AFB. Il progetto XC 142

http://en.wikipedia.org/wiki/Rutan_VariViggen

http://www.youtube.com/watch?v=sgbGpulUJdU

http://www.airventuremuseum.org/collection/aircraft/3Rutan%20VariViggen.asp

il primo progetto di Burt Rutan destinato alla produzione in serie

http://en.wikipedia.org/wiki/VariEze

il VariEze, primo grande successo di Burt Rutan.

http://airandspace.si.edu/collections/artifact.cfm?id=A19880548000

http://www.youtube.com/watch?v=jyRGNcbeS7o

l’aereo dei record : il Rutan Voyager

http://www.oshkosh365.org/saarchive/eaa_articles/1987_02_01.pdf

il viaggio del Voyager nelle parole del giornalista Jack Cox

http://www.youtube.com/watch?v=MYW6X46qWG0  

http://www.youtube.com/watch?v=OeO5xDfgRhs

http://www.youtube.com/watch?v=f9p0urF-Amc

http://www.youtube.com/watch?v=shlhQLw6jOg

Frontiers of Flight – the last great world record (1992), 4 parts vide

http://www.airportjournals.com/Display.cfm?varID=0612035

http://www.airportjournals.com/Display.cfm?varID=0701014

Airplane Journals, December 2006 I and II part, the story of the Voyager enterprise.

http://www.parabolicarc.com/2011/12/18/burt-rutan-recounts-emotional-voyager-flight/

Burt Rutan ricorda in un’intervista l’epopea del progetto Voyager

http://www.scaled.com/about/

Link al sito della Scaled Composites

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Stéphane Hessel: Impegnatevi

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Stéphane Hessel: Impegnatevi

Pubblicato il 31 gennaio 2013 by redazione

Istat-disoccupazione-giovani-lavoroLa crisi economica europea si sta traducendo in un sempre maggior indebitamento di alcuni paesi europei con gli stati membri più ricchi, le grandi banche e varie altre entità. Questa dipendenza economica ha già comportato, un crescente indebolimento della credibilità finanziaria di questi stati UE sui mercati esteri e una graduale perdita della loro sovranità. Finita la crisi, se mai questa sorta di guerra fredda prima o poi finirà, resterà il sedimento di ciò che ciascuno di questi  stati avrà dovuto subire e accettare per riuscire a galleggiare: leggi, decreti, sanzioni e perdite di libertà, a vario titolo, che non potranno più essere recuperate.

E’, quindi, sempre più evidente l’importanza di arrivare il prima possibile a una vera unità europea, per evitare che nel periodo di maturazione del progetto unitario, gli stati membri più deboli si impoveriscano ireversibilmente, fagocitati da quelli più forti.

stephan_hesselNel suo libro “Impegnatevi”, Stéphane Hessel, classe 1917 e firmatario nel 45-48 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, afferma l’importanza di resistere alla Crisi in atto con creatività, intelligenza e voglia di fare. Costruire un futuro migliore, basato sullo sviluppo compatibile con le risorse della Terra e dei Popoli e un’economia equa e giusta, basata sull’ecologia e il rilancio delle grandi istituzioni internazionali. Un messaggio di nuovo Umanesimo quello lanciato da questo vecchio signore, ormai quasi centenario, che nel 2011 scrisse “Indignatevi”, cavalcando un sentimento diffuso in tutto il mondo, che aspettava solo di essere ben articolato, e che si manifestò con le giornate di Wall Street e le mobilitazioni oceaniche delle principali città spagnole. Il libricino, venne tradotto in un attimo in tutte le principali lingue del mondo e solo in Europa, in pochi mesi, vendette milioni di copie con il semplice passa parola.

L’obiettivo principale di Hessel era quello di svegliare la coscienza dei giovani, vera speranza di questo martoriato secolo, inneggiando alla resistenza nel perpetuare i valori della Democrazia e nel rifiutare il diktat del profitto e del denaro, e di indignarsi contro la coesistenza di una estrema povertà e di una ricchezza arrogante. Rifiutare i gruppi di potere economico. Riaffermare il bisogno di una stampa davvero indipendente. Garantire la previdenza sociale sotto tutte le forme. E soprattutto rifiutare di lasciarsi andare a una situazione che potrebbe essere accettata come “disgraziatamente definitiva”.

Purtroppo la principale ingiustizia si esprime nella grande forbice che sempre più separa la parte del mondo ricca da quella più povera. E per salvare i valori della democrazia serve più democrazia che, per sua natura necessita di tempi di maturazione e di educazione forso troppo lunghi e inadeguati alle emergenze del Pianeta.

Questa parola Pianeta, da anni così discussa, evoca sempre terre e paesi che ci sembrano molto lontani, ma non è così. Sono vicinissimi a noi. Le famiglie che negli ultimi 5 anni, non solo in Europa, ma anche in Italia, nelle nostre città come nel nostro condominio, hanno perso il lavoro, sono la parte povera del mondo, quella che sta diventando sempre più incapace di procurarsi i mezzi per sopravvivere. La stessa che alcuni secoli fa, lasciò le campagne, credendo nelle promesse liberiste, che garantivano loro benessere, prosperità e sviluppo per tutti.

E tutti, chi più chi meno, ci credettero. Si è sempre disposti a credere in un bel sogno, soprattutto se a lieto fine. Sta accadendo di nuovo, in Cina come in India.

Occorre forse, che i giovani manifestino più impegno nell’agire contro ciò che li scandalizza. Dovrebbero prendere più sul serio la necesità dei valori stessi sui quali si basa la loro fiducia o sfiducia in coloro che li governano. Questo è il principio della democrazia: influire su coloro che prendono le decisioni. Per far questo occorre più civismo, più cultura, più interesse nel comprendere ciò che ci accade intorno e nel prendere parte alla sua costruzione.

di Adriana Paolini

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Pablo Picasso ritorna a Milano con oltre 250 opere del Musèe National Picasso du Paris.

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Pablo Picasso ritorna a Milano con oltre 250 opere del Musèe National Picasso du Paris.

Pubblicato il 20 settembre 2012 by redazione

Femme aux mains jointes.

Femme aux mains jointes.

07_Paul en arlequin

Paul en arlequin.

02_Homme à la mandoline

Homme à la mandoline.

MP 0067

Femme assise.

Deux femmes courant sur la plage.

Era il 1953 quando Pablo Picasso, genio indiscusso dell’arte targata XX secolo, approdò per la prima volta a Milano: lo fece con la donazione spontanea dei simboli della lotta contro ogni violenza, il maestoso “Guernica” (1937) e il potente “Massacro in Corea” (1951), posizionati apposta da Franco Russoli presso la Sala delle Cariatidi di Palazzo reale, emblema milanese delle distruzioni belliche.

Il suo secondo incontro con la capitale meneghina venne poi suggellato dalla mostra, allestita ancora a Palazzo Reale, ma questa volta da Berenice Rose, del 2001, retrospettiva sull’artista che coincise con i giorni immediatamente successivi al drammatico attentato alle Torri Gemelle: ancora una volta Picasso insegnò che l’arte supera la cronaca politica ed è capace di tramutare l’uomo in umanità.

Oggi, per la terza volta in 59 anni, Pablo Picasso torna al Palazzo Reale di Milano grazie all’importante retrospettiva intitolata “Picasso – Capolavori dal Museo Nazionale Picasso di Parigi”: aperta dal 20 settembre 2012 al 6 gennaio 2013, con le sue 250 opere tra dipinti,

sculture e disegni forniti per l’occasione dal Musèe National Picasso du Paris, la mostra rappresenta infatti un vero excursus cronologico sulle tecniche e sui mezzi espressivi con i quali l’autore si è cimentato durante la sua lunga carriera.

“Non sappiamo ancora se l’appuntamento con Picasso sarà nuovamente, per Milano, un appuntamento con la storia – sostiene Stefano Boeri, assessore alla cultura del Comune – ma sappiamo che le vicende di questo incontro tra una grande città e il genio precursore di tutta l’arte contemporanea sono divenute esse stesse occasioni di riflessione storica”.E lo sarà, a giudicare dal ricco allestimento realizzato da Anne Baldassari, direttrice del Museo Nazionale Picasso di Parigi: la mostra si apre infatti con l’esposizione, presso la storica Sala delle Cariatidi, di “Massacro in Corea” e si estende, attraverso un cannocchiale ottico e luminoso di grande impatto, fino a una riproduzione a grandezza naturale delle varie fasi di elaborazione del magnifico “Guernica”; camminando per la Sala, poi, è possibile ammirare foto originali che testimoniano la vita, biografica e artistica, del Maestro.

Da qui la mostra volge poi verso le 21 sale espositive, suddivise secondo un ordine cronologico e, assieme, tematico e cromatico: dagli anni della prima formazione (1900 – 1905), si approda al nuovo sentimento dell’arte cubista (1906 – 1914) fino a raggiungere le figure, tanto sperimentate, dell’Arlecchino, del toro, dell’acrobata e dell’ombra (1932 – 1933); un discorso a parte merita l’opera “Minotauro” (1928) che testimonia il periodo di fermento surrealista del pittore attraverso la densità metaforica (e semantica) di Minotauromachia.

Il percorso si conclude con la sezione “Pagliacci, travestimenti & co.”, rappresentazioni di un periodo sfregiato dalla Seconda guerra mondiale e dalla consecutiva contrapposizione dei blocchi Est e Ovest: un’epoca in cui Picasso dà un’interpretazione radicale dei grandi capolavori della storia della pittura, celandosi sotto le vesti e gli orpelli di personaggi fittizi.

Nu couché.

Nu couché.

MP168

La suppliante.

Ma non finisce qui. Un’altra sezione, curata da Francesco Poli, ricostruisce quel lontano 1953, quando l’artista di Malaga arrivò a Milano non senza polemiche: una raccolta di documenti e foto originarie riportano il visitatore all’epoca della morte di Stalin, della contrapposizione tra figurativi e astrattisti all’interno del Pci, degli anni della Guerra fredda.

Per i più piccoli, che non hanno vissuto quell’epoca, sono infine organizzati laboratori e visite guidate: la sezione didattica Palazzo Reale e l’associazione Ad Artem hanno infatti allestito stanze didattiche e percorsi ad hoc per i giovani della scuola primaria e della scuola secondaria di primo e secondo grado.

di Clara Amodeo

 

Orari: lunedì, martedì e mercoledì: 8.30 – 19.30

giovedì, venerdì, sabato e domenica: 9.30 – 23.30

Ingresso:   intero € 9

ridotto € 7.50

ridotto speciale € 4.50

Laboratori:       € 13 a classe

gratuito per le scuole dell’infanzia di Milano

Info:             www.mostrapicasso.it

www.ticket.it/picasso (tel.: 02.54911)

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La lunga lista degli orrori militari degli anni ’70….

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La lunga lista degli orrori militari degli anni ’70….

Pubblicato il 27 maggio 2012 by redazione

Nella nostra drammatica carrellata sugli incidenti nucleari che hanno coinvolto mezzi ed equipaggiamenti militari siamo arrivati agli anni ’70 : in realtà proprio gli incidenti che sono accaduti nei tempi relativamente più recenti, fino ad oggi si può dire, sono i più controversi, perché sono spesso ancora coperti da segreti militari e da ragioni di stato, perché il tempo non ha ancora fatto il suo lavoro, creando delle crepe nel muro di gomma  alzato attorno a queste vere e proprie catastrofi, mancate o avvenute che siano. Questo rende difficile avere fonti univoche ed attendibili su come si siano svolti i fatti e di quali costi il pianeta e l’umanità stiano subendo ancora le conseguenze. Talvolta la reticenza ad ammettere errori o fatalità da parte degli apparati governativi trova il suo motivo proprio dall’attenzione  delle opinioni pubbliche internazionali , che negli anni 70 con la nascita dei movimenti ecologisti, hanno dato nuova coscienza alle idee pacifiste e tenuto viva l’attenzione delle persone. Fino ai giorni nostri, quando la fine dei blocchi politico-economici della guerra fredda ha aumentato l’incertezza internazionale, ma sta anche alimentando una nuova e paradossale corsa agli armamenti nucleari, da parte di molti stati, spesso instabili politicamente e socialmente, con situazioni di tensioni croniche con altri stati vicini, nella quasi impotenza della comunità  e delle istituzioni internazionali. Una potenziale anarchia nucleare che dovrebbe far rizzare i capelli a tutti…

Intanto mettetevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, inizia la lunga lista degli orrori degli anni 70….

1970

11 aprile. Al largo delle coste spagnole, nel golfo di Biscaglia, il sottomarino K8, classe di costruzione November nel codice NATO, sta rientrando dalle grandi manovre dell’esercitazione “Okean” in pieno oceano Atlantico. Per cause del tutto non chiarite (probabilmente corto circuiti nei quadri elettrici) l’8 aprile, mentre il sottomarino era in immersione a 120 metri, si svilupparono due incendi contemporaneamente nel terzo e nell’ottavo compartimento. Il fuoco, nonostante i tentativi disperati dell’equipaggio, si estese ed il sottomarino dovette emergere, anche perché il fumo e le fiamme si stanno espandendo attraverso l’impianto di areazione. I due reattori VM-A da 70 Megawatt vennero  spenti in quanto l’equipaggio non riuscì a mantenere sufficiente energia elettrica per controllarli, mentre i generatori ausiliari a nafta non partirono mai… Alla deriva e con l’incendio mai del tutto sotto controllo, il K8 attende l’arrivo di un battello della flotta russa per essere rimorchiato verso le proprie basi. Raggiunti da un rimorchiatore della flotta baltica, l’equipaggio si trasferì su di esso. Ma per un’errata valutazione della situazione, il comandante Vsevolod Borisovich Bessanov  assieme ad una parte dell’equipaggio ritornò sul sottomarino, per cercare di mantenerne il controllo con il mare in tempesta. Al termine della lunga agonia, alle 6,20 circa dell’11 aprile  a causa danni subiti, il sottomarino affondò improvvisamente, trascinando con se  52 uomini  sul fondale a 4.680 metri di profondità. Altri 73 si salvano. Oltre ai due reattori  il sottomarino si è portato dietro 24 missili balistici e 4 siluri nucleari… Dieci anni prima, lo stesso battello era stato vittima di uno dei primi incidenti di controllo dei reattori nucleari di propulsione, una lunga serie mieterà moltissime vittime e spargerà sofferenze atroci tra i marinai sovietici. L’incidente è stato tenuto segreto fino al 1991.

Giugno. I sottomarini nucleari USS Tautog, (della classe Sturgeon) e quello lanciamissili K 108 (classe Echo II) entrano in collisione, presumibilmente durante manovre subacquee di inseguimento reciproco. Entrambi i battelli, per quanto gravemente danneggiati, riusciranno a rientrare ai porti di partenza.

29 novembre. Mentre si trova nella base navale della Royal Navy britannica di Holy Loch in Scozia, la nave appoggio per sottomarini USS Canopus va in fiamme. Nella santabarbara sono stivate un numero non certo di siluri a testata nucleare e almeno due sottomarini nucleari statunitensi della flotta atlantica sono ormeggiati alle sue fiancate. Per quattro ore gli uomini combattono le fiamme col costante pericolo che vengano investite le stive corazzate in cui sono le testate. Tre uomini degli equipaggi perdono la vita. Ci spostiamo ora sul territorio degli Stati Uniti, più precisamente in quell’area definita Nevada Test Site (nell’omonimo stato americano) il cui territorio è stato piagato da centinaia di esplosioni nucleari sperimentali esterne e sotterranee.

18 dicembre. Nell’area n. 8 dello Yucca Flat, che un tempo era il fondale di un antico bacino marino, ci si prepara al “test Baenberry”, parte di una serie di 12 esplosioni nucleari chiamate Operation Emery. La carica installata in un pozzo sotterraneo scavato nella roccia di per sé è la meno potente della serie (10 kilotoni) ma qualcosa nella preparazione sfugge al controllo. Una serie di crepe non rilevate fanno si che la roccia non si fonde immediatamente al momento dell’esplosione, ma parte della palla di fuoco forza il condotto e sfugge all’esterno provocando una nube radioattiva alta parecchi chilometri, che depositerà radionuclidi ben lontano da questa remota area desertica. 

Yuka Flat

La nube radioattiva si eleva sull’area 8 dello Yucca Flat in Nevada il 18 dicembre 1970, in seguito a crepe nel suolo che impediscono di contenere nella camera sotterranea la forza dell’esperimento nucleare militare “Baenberry”. La rivista Times accusò il governo statunitense di minimizzare gli effetti del fallout radioattivo e le sue conseguenze a lungo termine potenzialmente su milioni di persone.

Le prime vittime sono 86 addetti al sito  investiti dalla polvere radioattiva, per quanto le autorità assicurarono che i tecnici civili e militari erano stati esposti a quantitativi di radiazioni ben inferiori a livelli pericolosi per la salute….pietosa bugia se contiamo che concentrazioni di elementi pericolosi e quantità di energia notevoli furono riscontrati in seguito nella neve su alcune catene montuose nel nord della California, nelle pianure dell’Idaho, dell’Oregon fino allo stato di Washington. La rivista Time condusse un’inchiesta indipendente sull’incidente (che ricorda molto quello di Ecker nell’Algeria francese) e accusò apertamente le autorità di aver nascosto un disastro i cui effetti a lungo termine sulla salute della popolazione statunitense non era per nulla prevedibile.

Negli anni ’70 venne raggiunto dalle potenze atomiche il massimo dispiegamento di forze nucleari sottomarine, su battelli a propulsione nucleare, e di missili balistici, vettori considerati i più efficienti (e letali) perché maggiormente al riparo dagli sviluppi delle capacità di sorveglianza ottica ed elettronica dell’avversario. E di conseguenza, andarono aumentando  in maniera esponenziale i rischi di incappare i incidenti potenzialmente gravi. Già abbiamo detto che è impossibile dotare di sistemi di sicurezza gli impianti di propulsione nucleare, specialmente sui sottomarini ma anche su di una portaerei non è poi così diverso, semplicemente perché  rispetto ad una centrale per la produzione di energia, su un battello navigante non ci sono spazi sufficienti….. ed infatti sicuramente molti  incidenti sono successi, di cui spesso per segreto militare, non è stata data notizia ufficialmente, trapelati poi per indiscrezioni di persone coinvolte o per la tenacia di giornalisti ed attivisti che tengono alta l’attenzione sul pericolo. Anche la Francia, entrata nel club delle nazioni con armamento atomico, entra parimenti in quello delle nazioni le cui forze armate soffrono anche incidenti.

1971

2 febbraio. Il sottomarino a propulsione nucleare della Marine Nationale francese Redoutable entrò in collisione con un peschereccio a largo della costa di Brest. L’equipaggio del peschereccio viene tratto in salvo da una nave scorta, mentre il sottomarino rientra in porto coi propri mezzi.

12 dicembre. A New London, nel Connecticut, il sottomarino d’attacco USS Dace, mentre sta trasferendo sulla nave appoggio USS Fulton parte del liquido dei circuiti di raffreddamento del suo reattore S5W, subisce una perdita violenta che disperde ben 1900 litri di acqua fortemente contaminata nell’estuario del fiume Thames, prima che si riesca a porvi rimedio…

1972

24 febbraio. Un pattugliatore P3C Orion della US Navy individua a circa 600 miglia da Terranova un sottomarino nucleare lanciamissili sovietico della classe Hotel II, il K19 si saprà in seguito, già protagonista di un gravissimo incidente nel 1961 (vedi articoli precedenti, ndr), mentre va alla deriva, apparentemente per un’avaria al sistema di propulsione nucleare dopo un incendio. L’incidente si valuta abbia provocato circa 28 vittime nell’equipaggio e una contaminazione dello stesso e del battello. La nave, dopo una lunga e penosa navigazione, assistita da altri 5 vascelli della flotta Russa, raggiunse la propria base nel mare di Barents solo il 5 aprile.

12 aprile. il sottomarino nucleare USS Benjamin Franklin in manovra sperona e affonda una chiatta a Groton nel Connecticut. Il sottomarino fortunatamente non risulta aver riportato danni.

Dicembre. (il giorno esatto non è stato mai indicato) Nell’impianto di produzione di Plutonio per uso militare di Pawling, nello stato di New York, un incendio e due esplosioni violente liberano in atmosfera e nel sottosuolo forti dosi di radionuclidi e gas nobili. L’incidente è talmente grave che l’impianto viene chiuso e sigillato. Alla fine di dicembre, secondo un rapporto della CIA, un sottomarino lanciamissili nucleare russo avrebbe subito un guasto grave al reattore durante la navigazione nel nord Atlantico. Altre unità di superficie sovietiche affiancarono e trainarono l’unità in avaria fino al porto di partenza di Severomorsk, nella penisola di Kola, dove giunse solo nel febbraio 1973. La cosa più agghiacciante di questo incidente, che pare abbia portato quasi alla fusione del nucleo del reattore, è che una parte dell’equipaggio è rimasta intrappolata nel comparto motori, dopo la chiusura dei compartimenti secondo le procedure di emergenza, una volta iniziata la fuga radioattiva. Nutriti prima con razioni di emergenza presenti nella sezione, questi uomini furono poi riforniti di acqua e cibo attraverso un portello sul ponte del sottomarino. Solo una volta arrivati in porto poterono essere liberati. Per tutto quel tempo  furono costretti a vivere in ambiente contaminato e morirono nei mesi successivi al rientro alla base, mentre tutto il resto dell’equipaggio pare abbia sofferto i sintomi dell’avvelenamento.

1973

27 marzo. L’USS Greenling, sottomarino da attacco della classe Tresher/Permit, durante una esercitazione di immersione profonda scende oltre la quota massima sopportabile a causa di un difetto dell’indicatore. La differenza notevole con le indicazioni di un secondo strumento mise in allarme l’equipaggio e il sottomarino interruppe la discesa poco prima di raggiungere il limite oltre il quale lo scafo sarebbe stato certamente schiacciato dalla pressione.  Una volta tornato alla base il sottomarino venne inviato in cantiere per ispezioni sullo scafo e sulla strumentazione: per una lancetta dell’indicatore che si stava bloccando 99 uomini hanno rischiato la vita e il pianeta l’ennesima catastrofe nucleare. E l’avvelenamento non è il solo rischio per l’ambiente e le sue creature: lo stesso giorno, un altra unità nucleare d’attacco della marina statunitense, l’USS Hammerhead, mentre naviga in immersione entra in collisione con un ostacolo sulla sua rotta, probabilmente una balena. L’impatto è violentissimo e il sottomarino riemerge in emergenza per rientrare in porto e controllare i danni eventuali. Il destino del povero ed ignaro animale invece è quasi certo…

aprile Torniamo in Europa, nella base scozzese di Coulport: un mezzo della Scottish Electricity Board si rovescia su un carrello che trasporta testate nucleari dei missili Polaris, che equipaggiano anche i sottomarini di Sua Maestà britannica, oltre che della flotta statunitense. I “pits” corazzati delle testate fanno il loro lavoro e non c’è contaminazione, ma l’incidente ha dell’incredibile e non si conosce altro sulla sua dinamica.

13 aprile è la NASA suo malgrado a rendersi protagonista, quando il modulo di comando della missione Apollo 13 ammara nell’Oceano pacifico alla fine di una delle più sfortunate missioni spaziale. Per un difetto  nei termostati che regolavano la temperatura dell’ossigeno, un impianto elettrico aveva fatto esplodere un serbatoio del prezioso gas ed i tre astronauti, assistiti da terra minuto per minuto, dovettero riparare con mezzi di fortuna la navicella e rientrare sulla terra quasi senza energia elettrica e privi del computer di navigazione, rischiando di rimanere per sempre dispersi nello spazio o di bruciare al rientro nell’atmosfera. La vicenda fu anche protagonista di un film di successo nel 1995. Dopo che l’operazione si concluse felicemente col salvataggio degli astronauti, qualcuno fece notare che la missione era la numero 13 e il modulo di comando era stato battezzato Odissey, per chi crede nella superstizione ce n’è di che pensare…Quella fu l’ultima missione di esplorazione lunare, ma tornando al modulo di comando, la flebile energia  che mantenne vivi i circuiti del modulo spaziale nel rientro fortunoso era stata assicurata da un piccolo reattore al Plutonio, il quale risultò disperso nell’ammaraggio. Ancora oggi, quarant’anni dopo, si ignora assolutamente dove possa essere finito il pit con il reattore…. I

21 aprile Il sottomarino nucleare USS Guardfish, mentre è in immersione a 370 miglia nautiche dal Puget Sound subì una perdita nel sistema di raffreddamento primario del reattore, che entrò in fase critica emanando calore e radiazioni in tutto il battello. L’unità emerse in emergenza operando tutte le procedure di decontaminazione, ma 5 uomini dell’equipaggio, gravemente irradiati, dovettero essere ricoverati d’urgenza.

21 maggio. L’USS Sturgeon impatta il fondale marino (probabile un altro malfunzionamento del profondimetro) a largo delle Isole Vergini, rientrando d’urgenza con lo scafo danneggiato.

6 giugno. L’USS Skipjack (altro sottomarino nucleare d’attacco della US Navy) colpisce una montagna sottomarina non segnalata sulle carte di navigazione, durante l’esercitazione “Dawn patrol” nel Mediterraneo. Il battello raggiunge il porto di Soudha Bay a Creta per controllare eventuali danni al sistema di raffreddamento del reattore nucleare.

13 giugno. Il K56, sottomarino nucleare russo armato di missili atomici da crociera, entra in collisione probabilmente con un altro battello durante prove in mare, 26 tra marinai e civili rimangono uccisi. Ufficialmente per decenni  le autorità russe hanno sostenuto che si trattò di un guasto al reattore, sottolineando il valore dell’equipaggio nell’evitare un danno maggiore, ma secondo l’intelligence occidentale non è il motivo reale dell’incidente….

1974

Si apre con un braccio di ferro fra il  Giappone e gli Stati Uniti. Il Governo di Tokyo non ammette più la presenza sul proprio territorio dei sottomarini nucleari da attacco della US Navy in quanto fonte di perdite di liquidi e materiali radioattivi, accusando apertamente le autorità militari di aver fornito dati falsificati, di avere mentito sul luogo e le date di prelievo dei campioni. Anche il mezzo aereo, nonostante i tragici avvenimenti degli anni 50 e 60 abbiano fatto crescere in maniera esponenziale l’attenzione sulla sicurezza, non riesce ancora a rimanere del tutto al sicuro dai rischi .

14 febbraio. Sulla Pittsburgh Air Force Base, un nuovissimo cacciabombardiere FB 111 in forza allo Strategic Air Command subisce un cedimento al carrello anteriore durante un decollo in esercitazione. Ai piloni alari sono agganciati due missili aria-terra e due bombe a caduta balistica, tutte con testate nucleari che potevano causare un inquinamento letale di tutta l’area se coinvolte in un incidente. Le autorità militari hanno affermato che l’incidente non ha minimamente interessato l’armamento e gli ordigni non erano attivi in quanto privi di innesco.

Sempre in febbraio. A largo di Malta, su una nave della 6 Flotta americana due siluri Mk 44 cadono dalle rastrelliere mentre vengono spostati nella santabarbara e colpiscono un ordigno termonucleare WE177, per fortuna causando solo abrasioni superficiali. Non si conosce altro dell’incidente. Nonostante la stragrande parte degli incidenti rimanesse nascosta o fosse minimizzata, a metà degli anni 70 l’attenzione sulla gestione di armi e impianti nucleari sta crescendo fortemente. L’opinione pubblica mondiale, almeno nelle nazioni dove è garantita la libertà d’informazione, chiede sempre più di sapere quando accade un incidente, di conoscere rischi e danni a persone ed ambiente, i movimenti ambientalisti aprono una nuova stagione di impegno civile. Emergono quindi dati inquietanti, specie per i luoghi in cui navi ed aerei con armamento nucleare stazionano: negli USA un’inchiesta shock rivela che dall’inizio della corsa nucleare più di 3000 persone coinvolte nella produzione di armamenti e combustibili nucleari è stata allontanata dal lavoro per decadimento intellettivo, demenza, alcolismo ed altre cause. Le fonti governative rifiutarono di riconoscere ogni valenza scientifica all’inchiesta, ma il dato statistico resta terribile di per sé. Alla base navale della Maddalena, sulla costa della Sardegna, si guarda sempre più con preoccupazione  all’intenso traffico di sottomarini nucleari, per i quali è stata creata una base di appoggio.

24 febbraio. Tutto l’equipaggio della nave appoggio USS Gilmore in servizio alla Maddalena viene  sostituito improvvisamente,  senza ulteriori spiegazioni, avvenimento in base al quale il quotidiano “Il Messaggero” parla di una fuga di radiazioni e della presenza di Cobalto 60 e Iodio 131 nei fondali dell’isola. Si parla apertamente di responsabilità dei sottomarini a propulsione nucleare delle nazioni NATO ormai presenti dai primi anni 60 nelle acque dell’arcipelago sardo, mentre vengono resi pubblici i dati di una campagna di  ricerca del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) che rivela l’aumento dei livelli degli isotopi di Manganese e Cobalto nell’area della base a partire dal 1972. Successivamente, mentre nel nord Atlantico sta partecipando a esercitazioni NATO, il sottomarino lanciamissili nucleare inglese HMS Renown, classe Resolution.

17 aprile. Impatta violentemente il fondale sabbioso vicino al Firth of Clyde, un’insenatura profonda nella costa della Scozia Occidentale. A giugno il comandante dovette difendersi di fronte a una corte marziale dall’accusa di comportamento negligente e danni al battello, da cui uscì assolto, ma comunque perse il comando del Renown. In ogni caso, la difficoltà di manovra di questi enormi mezzi è testimoniata da un altro incidente identico, accaduto nel Firth of Clyde nel 1978.

1 maggio. Nelle acque di fronte alla base navale russa di Petropavlovsk, nella penisola della Kamchatcha, si ebbe un altro esempio di quanto fosse realmente pericoloso il confronto fra le forze armate degli opposti schieramenti coinvolti nella ‘Guerra Fredda’. L’USS Pintado, sottomarino da attacco a propulsione atomica, stava eseguendo una missione di sorveglianza e spionaggio (previste nell’operazione “Holystone”) della flotta russa ben all’interno delle acque territoriali dell’URSS, quando entrò in collisione con un sottomarino nucleare lanciamissili russo classe Yankee. La collisione quasi frontale distrusse il sonar dell’unità americana e danneggiò i timoni di profondità. Mentre la nave russa riemerse subito, il sottomarino americano eseguì una rischiosa navigazione in immersione alla massima velocità per uscire dal territorio russo e raggiungere la base di Guam, dove  fu sottoposto a riparazione.

6 maggio. Mentre lascia la base di Guantanamo a Cuba, l’USS Jallao subisce un fenomeno di scariche elettrice nella sua sala motori che causa un principio di incendio. Il sottomarino torna immediatamente alla base, dove 16 marinai vengono ricoverati per intossicazione da fumo e un’altro per ustioni. Il reattore non risulta danneggiato dall’incidente.

3 novembre. L’incidente di Petropavlovsk si ripeté a parti invertite: il sottomarino lanciamissili nucleari USS James Madison viene speronato in immersione da un sottomarino sconosciuto, presumibilmente sovietico, nel Mare del Nord. Secondo alcune fonti, entrambi i sottomarini subiscono sicuramente pesanti danni e riescono a malapena ad evitare l’affondamento. La Marina Statunitense non commentò l’incidente, ma nemmeno lo smentì….

dicembre.  E’ l’USS Kamehameha, altro sottomarino con missili nucleari a bordo, a centrare reti da pesca nel Mediterraneo centrale, ricavandone danni allo scafo e alle apparecchiature sonar.

1975

In una data e un luogo sconosciuto, il sottomarino nucleare  d’attacco USS Guardfish, lo stesso dell’incidente del 21 aprile 1973,  mentre esegue la pulizia dei circuiti di raffreddamento del reattore attraverso l’uso di una resina, un improvviso cambio di direzione del vento rispedì le polveri residue radioattive sul sottomarino e sul suo equipaggio prima che una qualsiasi reazione di difesa possa essere tentata. Dopo l’incidente qualcuno ammise fuori dagli ambienti militari che non era un fatto così raro, la cosa fu riportata dalla stampa creando lo stupore dell’opinione pubblica. La Marina Americana negò e minimizzò tali fatti, tuttavia dall’incidente del Guardfish nessun sottomarino ha mai più effettuato la pulizia dei circuiti di raffreddamento in mare….

16 febbraio. L’USS Swordfish, durante prove di immersione ad alta profondità, urta il fondale marino e rientra  a Pearl Harbour per riparazioni.

24 marzo. Nella notte del l’USS Dace entra in collisione con un peschereccio mentre naviga in superficie a largo di Rhode Island, nello stato di New York, ma non vengono segnalati danni.

23 aprile. L’USS Snook resta incagliato nelle reti di una nave da pesca d’altura russa a largo di San Francisco. L’unità riuscirà a liberarsi da sola e a rientrare alla base.

25 maggio. Viene pubblicato dal New York Times un articolo in cui si rivelano i dettagli del programma Holystone, creato dalla marina e dalla C.I.A.: attraverso la modifica di alcuni sottomarini la US Navy ha effettuato alcune rischiose missioni di  spionaggio nelle acque territoriali sovietiche e dei suoi alleati, registrando immagini e emissioni radio/radar. Tra la metà degli anni 60 e la metà degli anni 70 i sottomarini americani furono coinvolti in almeno otto incidenti con la marina russa, che del resto conduceva missioni simili con i propri battelli seguendo le esercitazioni NATO e spiando le basi navali americane. Gran parte delle unità destinate al programma Holystone appartenevano alla classe Sturgeon, ovvero  sottomarini d’attacco nucleari capaci di grande velocità, armati normalmente anche con siluri modello Mk 45 a testata atomica.

Ottobre. Mentre è in servizio nella baia di Apra, sull’isola di Guam, la nave appoggio USS Proteus perde l’acqua di raffreddamento dei reattori, scaricata nelle sue cisterne dai sottomarini a cui offriva assistenza. Sulle spiagge pubbliche circostanti si registra una radioattività di fondo di 100 millirems per ora, cinquanta volte superiore a quella massima consentita dalle misure di sicurezza.

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La nave appoggio sottomarini USS Proteus nella delicata fase di caricamento di un missile balistico nucleare Polaris sul sottomarino USS Patrick Henry. La Proteus sarà protagonista di un incidente con materiale radioattivo nell’ottobre 1975, mentre si trova nella baia di Apra, sull’isola di Guam. La rara foto è del 1961 ed è stata scattata nella base scozzese di Holy Loch, dove alcuni anni dopo la USS Canopus fu vittima di un violento incendio, col rischio di esplosione delle testate custodite nelle stive.

22 novembre. Si sfiorò nuovamente la tragedia nucleare, ancora una volta nel teatro di operazioni del Mediterraneo: durante un’esercitazione notturna, con mare in tempesta, la portaerei a propulsione nucleare USS John F. Kennedy e l’incrociatore lanciamissili USS Bellknap entrarono in collisone nel Mar Ionio, a largo della costa siciliana. Il comandante della Kennedy inviò il messaggio in codice al comando della 6° Flotta a Napoli di una Broken Arrow in corso, ovvero, la probabile perdita di ordigni nucleari con altrettanto probabilità di esplosione delle stesse, una prospettiva terrificante a pochi chilometri da coste densamente abitate e in un mare relativamente chiuso… la situazione divenne immediatamente grave, il Bellknap in preda alle fiamme, rimase alla deriva nel mare agitato per alcune ore, con il fuoco che lambiva ormai i lanciatori dei missili antiaerei RIM2 Terrier, armati a testata nucleare, nonché i depositi di altri armamenti nucleari…solo la tenacia dell’equipaggio riuscì a fermare l’incendio a pochi metri dal Plutonio. Sei uomini sul Bellknap ed uno sulla portaerei Kennedy persero la vita,  ma l’incidente fu ammesso solo nel 1989.

6 dicembre. Il 1975 si chiude con l’incidente occorso al sottomarino USS Haddock, appartenente alla classe di sommergibili d’assalto Tresher/Permit. Mentre navigava in profondità nei pressi delle isole Hawaii subì un’infiltrazione d’acqua. L’incidente venne confermato dalla US Navy, ma l’equipaggio, sfidando la disciplina e i segreti militari, protestò pubblicamente rivelando che il sottomarino soffriva di micro fessurazioni nel sistema di raffreddamento del reattore, oltre che altri malfunzionamenti. Il comando della Marina predispose che il sottomarino fosse sottoposto a una sessione speciale del programma SUBSAFE (vedi negli articoli precedenti l’affondamento dello USS Tresher) completo prima di riprendere il mare.

1976

16 aprile. E’ su un’unità di superficie, l’incrociatore lanciamissili USS Albany, che si verifica un incidente potenzialmente pericoloso: mentre veniva smontato durante  esercitazioni, un missile antiaereo Bendix RIM8E dotato di testata atomica cadde dal suo lanciatore modello Mk12 e rimase danneggiato, durante riparazioni della nave al Norfolk naval shipyard. L’incidente non viene segnalato come pericoloso, ma il 4 maggio successivo una commissione tecnica salì a bordo per capire le dinamiche dell’incidente e studiare modifiche per aumentare la sicurezza del lanciatore Mk12.

Regulus

L’incrociatore lanciamissili USS Albany in una famosa foto ufficiale della US Navy in cui lancia simultaneamente 3 missili antiaerei (SAM, Surface to Air Missile) Talos e Tartar, equipaggiabili anche con testate nucleari tattiche. Nel 1976 fu protagonista di un incidente nella santabarbara potenzialmente pericoloso mentre veniva manovrato un missile Talos dotato di testata atomica (dal sito www.navysite.de).

1° maggio. Un peschereccio d’altura norvegese, mentre posa reti nel Mare Artico, ‘catturò’ un sottomarino nucleare sovietico a largo della base navale di Murmansk. I pescatori norvegesi assisterono esterrefatti all’emersione del sottomarino incastrato tra le reti e agli sforzi frenetici dei marinai russi, che tagliarono le reti con cesoie, accette e martelli… l’incidente, come tipologia, divenne in quegli anni ormai sempre più frequente man mano che le navi da pesca industriale ampliarono il loro raggio d’azione e si ripeté quasi in maniera identica il 1° luglio dello stesso anno, sempre nello stesso tratto di mare….

2 maggio. L’HMS Warspite, sottomarino d’attacco a propulsione nucleare in servizio con la Royal Navy inglese, soffre un incendio nella sala macchine quando una tubazione dell’olio cede e spruzza il lubrificante su un generatore Diesel in funzione, mentre il battello era ormeggiato nel porto di Crosby on the Mersey. Il Ministro della Difesa inglese negò che vi sia stato alcun pericolo per il reattore del sottomarino, ma 3 marinai restano feriti.

Agosto. Ennesimo incidente di una lunga serie nell’impianto di produzione di Plutonio militare Hanford Plutonium Finishing Plant. Mentre avviene la concentrazione del Plutonio in una soluzione di nitrati per ottenere  i lingotti di metallo, una reazione chimica provocò un’esplosione nella camera blindata, tanto potente da strappare il pesante vetro al piombo che proteggeva gli operatori. Un dipendente venne investito da frammenti di vetro e acido nitrico, inalando una dose di Americio, un isotopo radioattivo, 500 volte superiore al limite massimo. Sottoposto a cure sperimentali di decontaminazione, il lavoratore si salvò fortunosamente. Vista anche la reticenza delle autorità e delle aziende che lavorano per il Dipartimento della Difesa ad ammettere i pericoli corsi nel trattare questi materiali, aumentò la pressione dei media e la preoccupazione del pubblico (nell’aprile 1975 si è chiusa la vicenda decennale della guerra in Vietnam, che ha fortemente contribuito  a scuotere  la fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche e militari).

25 agosto. Un mese particolarmente sfortunato a quanto pare, L’USS Pollack resta impigliato nelle reti a strascico di una flottiglia da pesca Giapponese, mentre attraversa la parte occidentale dello stretto di Tsushima. Le navi abbandonano le reti nella paura di essere trascinate dal sottomarino, che riemerge e rientra in porto, ma senza aver subito danni.

28 agosto. Nel Mediterraneo orientale, la pericolosa vicinanza tra le navi del blocco sovietico e dell’alleanza atlantica sfocia nella collisione tra il sottomarino nucleare  sovietico K 22,  appartenente alla classe Echo II, armato di missili da crociera a testata atomica,  e la fregata veloce USS Voge (3)(7) nave dedicata alla caccia dei sommergibili. Il K 22  seguiva la flotta della NATO a Sud dell’Isola di Creta, tallonando la portaerei USS Kitty Hawk, in un gioco a rimpiattino con le unità “antisubmarine” che cercavano a loro volta  di individuarlo e costringerlo ad abbandonare l’inseguimento. Nel continuo e teso susseguirsi di contatti sonar tra le unità, il K 22 si portò a quota periscopica per identificare la posizione del suo ultimo bersaglio, la fregata USS Moinsture, ma non sapeva di essere seguita da vicino dall’USS Voge. Tanto da vicino che il periscopio e l’antenna radio dell’unità russa vennero fotografate da alcuni marinai sul ponte del Voge. Tuttavia l’eccesiva velocità delle unità le mise in rotta di collisione: quando il comandante russo capì la posizione del Voge ordinò l’immersione di emergenza ma troppo tardi, così come il Voge non riuscì a virare. Le navi si scontrarono alle 18.25, provocando l’immediata emersione del sottomarino, la fregata ebbe una grande falla a poppa provocata dalla torre del sottomarino, con danneggiamento di un’elica. L’unità venne trainata a Tolone in Francia, dove entrò in bacino di carenaggio per le riparazioni. Il K22 venne scortato da unità di superficie russe fuori dal Mediterraneo. Tra i governi russo e americano vi fu uno scambio di accuse circa il comportamento delle rispettive unità.

26 settembre. Il sommergibile russo K47, appartenente ancora una volta alla classe Echo II nel codice NATO, prende fuoco durante una crociera di pattugliamento nel nord Atlantico. Restano uccisi 8 marinai, mentre il battello con fatica percorre la rotta per la base di partenza.

1977

7 luglio. Il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter annunciò l’avvio dei test sulla bomba al neutrone. Si solleva un’ondata di proteste sia interne che estere che portò l’amministrazione nel 1978 ad abbandonare ufficialmente il programma.

22 luglio. E’la volta dell’USS Henry L. Stinson, che venne ‘pescato’ dalle reti di un battello spagnolo mentre lascia le acque della base di Rota. Ad agosto, nella base navale inglese di Coulport, mentre si sta caricando un missile intercontinentale Polaris su un sottomarino, a causa del non corretto montaggio delle strutture saltano alcuni giunti di sicurezza e il missile scivola di alcune decine di centimetri , ma senza provocare danni alla testata o ad altri oggetti. Non si conosce molto di più sull’incidente.

8 settembre. L’unità russa K 171, della classe Delta, in seguito all’aumento della pressione in uno dei silos, lanciò per errore un missile mentre era in navigazione a poca distanza dalla penisola di Kamchatcha. Anche se per fortuna il missile non si innescò, fu organizzata una grande operazione per ritrovare l’arma,  una broken arrow in versione sovietica, con il coinvolgimento di navi, aerei ed elicotteri. L’ordigno venne ritrovato intatto e recuperato.

20 settembre. Un incidente  accaduto nelle nostre acque nazionali pone l’attenzione di nuovo sull’uso dell’atomo militare e sulla disinformazione che i diversi poteri hanno messo in campo: il sottomarino d’attacco USS Ray andò a sbattere pesantemente sui fondali della Serpentara e gravemente danneggiato nel sonar ed in altre strumentazioni, entrò nella base sommergibili della Maddalena per ispezioni urgenti. Già questo fu una totale violazione dei protocollo internazionali, i quali vietano assolutamente in caso d’incidente a mezzi a propulsione nucleare l’attracco nei porti, specialmente se vicini abitazioni, fino a che non siano escluse contaminazioni radioattive. E anche le dichiarazioni ufficiali del comandante americano della base, alle richieste insistenti dei giornalisti, furono palesemente contrastanti con quelle del comandante la Capitaneria di porto, appartenente alla Marina Italiana: il primo ammise l’arrivo del Ray nel pomeriggio del 21 settembre, il secondo nella giornata del 22…tra l’altro l’area della base, concessa in uso nel 1972 alla US Navy con protocolli segreti mai ratificati dal parlamento italiano, fu oggetto di una campagna intesa a rendere l’opinione pubblica favorevole alla presenza della base (propagandata all’inizio come una sorta di luogo di riposo per i marinai in servizio in Europa e le loro famiglie), salvo poi negli anni rivelarsi vane le promesse e le previsioni di sviluppo che coinvolgessero la comunità locale. E la protesta divenne di anno in anno sempre più vibrante, specie con le analisi che  riportavano l’innegabile presenza di Cobalto 60 , Iodio 131 nelle alghe della rada, a livelli maggiori della radioattività di fondo. Mentre le autorità americane rifiutavano, con varie scuse, di mettere a disposizione le analisi svolte prima dell’inizio della costruzione delle installazioni e l’arrivo dei grandi sottomarini nucleari d’attacco. Inoltre, sulle grandi navi appoggio all’ancora nella rada normalmente vengono custoditi anche i munizionamenti che equipaggiano le navi, ovvero missili Cruise e siluri, certamente anche a testata nucleare. L’importanza strategica nel teatro del Mediterraneo della base per la NATO (e per il Pentagono) fa si che le proteste delle comunità locali, che fanno i conti anche con casi di malformazioni neonatali sempre più frequenti, vengano sostanzialmente ignorate o minimizzate dal governo (sia locale,  sia nazionale) italiano, tranne la posizione presa da alcuni politici Sardi, per non parlare dagli organi dell’alleanza Atlantica. Ma il muro di gomma prosegue fino all’incidente dell’USS Ray, che costa la carriera ai comandanti della base e del sottomarino, oltre che provvedimenti disciplinari a molti altri militari… il sottomarino avrebbe impattato contro una montagna corallina: e già questa è una versione risibile, perché chiunque può constatare che i fondali dove si incagliò il Ray sono molto più bassi, e non vi sono assolutamente scogliere coralline… inoltre la motivazione della rimozione immediata dei responsabili fu negligenza ed incompetenza. Poco credibile, visto che proprio  nel 1977 l’equipaggio dell’USS Ray vinse la Navy Expeditionary Medal (conseguita in totale per ben otto volte dall’unità), un riconoscimento ricevuto per l’alto livello di efficienza e di sicurezza raggiunto. Il Ray apparteneva alla classe Sturgeon, uno dei mezzi più tecnologicamente avanzati, spesso condusse missioni segrete di spionaggio (come quelle previste nell’Operazione Holystone, di cui abbiamo parlato prima) introducendosi nelle acque territoriali avversarie o seguendo da vicino mezzi sovietici. A fine carriera risultò tra i battelli più decorati nella storia della Marina. Per cui è assolutamente poco credibile che un equipaggio inesperto fosse stato mandato a navigare su fondali così insidiosi su un mezzo che costava 800 milioni di Dollari (in valuta degli anni 60) e con un reattore nucleare a bordo…. In realtà la presenza del relitto di un cargo Russo potrebbe spiegare la missione del Ray  in quei giorni: Komsomolets Kalmykii, affondato in circostanze mai chiarite il 31 dicembre 1974,  fu cercato intensamente da Russi e, di conseguenza, anche dagli occidentali, ma solo recentemente individuato per caso da alcuni subacquei. La presenza del Ray e le sue sofisticate attrezzature  potrebbe essere stata giustificata proprio con la necessità di individuare il relitto e il suo misterioso carico. Ma anche questo è uno scenario su cui mai le autorità ammetterebbero ancora oggi alcunché, è prevedibile. Negli anni 2003/2004, a seguito dell’ennesimo incidente occorso ad un sottomarino atomico, l’USS Hartford, sugli insidiosi fondali sardi, le associazioni ambientaliste italiane e corse effettuarono prelievi indipendenti inviandoli all’estero a laboratori specializzati. I risultati furono gravi perché gli analisti belgi e francesi accertarono la presenza di Plutonio e di Torio 234, un suo radioisotopo tipico. E queste non sono presenze naturali, ma solo frutto della mano dell’uomo.

Autunno. Secondo rapporti della C.I.A. la flotta russa soffre due altri incidenti ai suoi sottomarini oceanici: 12 ufficiali e marinai dell’equipaggio di un sottomarino vengono trasbordati su un peschereccio d’altura russa e consegnati in un porto canadese a personale diplomatico russo. Da qui vengono imbarcati su un velivolo dell’Areoflot, la compagnia di bandiera dell’Unione Sovietica e riportati a Leningrado. Si sospetta un’urgenza dovuta a contaminazione radioattiva. Negli stessi giorni un’altra unità in servizio nell’Oceano Indiano riemerge in preda ad un incendio e dopo una lotta durata alcuni giorni, il sottomarino viene trainato verso Vladivostock  da vascelli sovietici.

28 novembre. E’ la volta di un elicottero Boeing CH47 Chinook, che fu vittima di un incendio ad uno dei due motori al momento del decollo, in una base statunitense nell’allora Germania Ovest. Nel vano di carico erano  custodite alcune testate tattiche appartenenti alla US Army, l’esercito U.S.A. Secondo le fonti militari il pronto intervento antincendio ha  escluso ogni danneggiamento agli ordigni, estratti integri dal velivolo. Il 4 dicembre, l’USS Pintado, mentre partecipa ad una esercitazione congiunta con la marina Sudcoreana, venne investito da una unità che aveva virato senza  considerare la posizione del sottomarino. Grazie alla prontezza di riflessi del comandante americano, si lamentano solo alcuni danni superficiali al battello. Anche lo spazio , come abbiamo visto per il caso dell’Apollo 13, non è immune dall’utilizzo dell’energia nucleare, e talvolta lo scopo è militare, come molto spesso succede.

18 settembre. Un razzo vettore mette in orbita un satellite, partendo dal territorio dell’Unione Sovietica, probabilmente dalla grande base di Baykonur. Niente di strano, ormai il lancio di un mezzo extra-atmosferico è una realtà di tutti i giorni…ma per molti Paesi l’opportunità di svolgere missioni di osservazione e studio,virtualmente intoccabile ed invisibile è importantissimo per gli equilibri geopolitici mondiali. Tornando a quel satellite, il suo nome in codice è Cosmos 954, è un satellite spia oceanico, concepito per sorvegliare le mosse delle flotte militari occidentali, in primis americane, sia con la fotografia ad alta definizione, sia attraverso l’analisi di emissioni radar e radio. Normalmente si tratta di mezzi ormai prodotti in serie, affidabili. Ma qualcosa non va: già da novembre gli occhi del sistema spaziale americano notano che l’orbita dl satellite è instabile e si dubita che i legittimi proprietari del sofisticato giocattolo nulla possano fare. Secondo le proiezioni dei tecnici, tra febbraio ed aprile il satellite sarebbe sicuramente precipitato nell’atmosfera. E fin qui, niente di eccezionale: per la tecnologia dell’epoca, già gli stadi dei razzi venivano sganciati ed andavano a disintegrarsi contro l’atmosfera, così come non era inusuale che  satelliti ormai giunti alla fine della vita operativa fossero fatti rientrare con angoli d’ingresso tali da assicurarne  lo sbriciolamento, verso le superfici oceaniche per lo più…ma per il Cosmos c’è un pericolo: fonte dell’energia operativa è un piccolo reattore ad Uranio 235, del modello “Romashka” compatto e relativamente leggero, ma pur sempre un reattore. Normalmente le procedure nei casi di satelliti alimentati ad atomo prevedevano l’espulsione del reattore dal satellite (la cui vita utile coincideva con l’esaurimento del combustibile nucleare) verso orbite più stabili e “sicure”, entrando a far parte della spazzatura spaziale che circola attorno al nostro pianeta…non potendo aspettarsi più di tanto collaborazione dai russi sulla situazione e le caratteristiche del Cosmos, i vertici militari e politici si prepararono al peggio: nacque l’operazione “Morning Light” (vedi il PDF Cosmos 954, contenente il rapporto desecretato del National Securit Council statunitense sullo svolgimento dei fatti ed interessanti riflessioni sulle emergenze di questo tipo). Innanzi tutto, vennero mobilitati arerei spia U2, satelliti, centri di osservazione per sapere in tempo reale se al momento del rientro tra i rottami del satellite vi fosse anche l’Uranio, ovviamente così sparso su superfici potenzialmente enormi: un’ipotesi a dir poco terrificante Inoltre c’è da affrontare il calcolo delle probabilità su dove la maggior parte dei detriti avrebbe potuto cadere e le probabilità di causare danni diretti alla popolazione. Non è cosa da poco, perché impone di considerare l’ipotesi di dover rivelare all’opinione pubblica internazionale cosa circoli veramente sopra le teste della gente e a quali pericoli sia esposti.

1978

24 febbraio. Seguito dagli schermi radar del NORAD, il comando aereo del Nord – America, alle 6.53 del il Cosmos 954 si polverizzava sopra il Canada. Già notizie erano trapelate e i media sia spettavano il rientro problematico di un “satellite da telecomunicazioni”, quindi l’attenzione era accesa. Nelle ore successive un’imponente  task force passava al setaccio boschi e pianure alla ricerca di rottami di una certa consistenza , soprattutto per determinare se vi fosse stata una contaminazione dell’aria e del suolo. L’area da scandagliare è compresa fra gli stati dell’Alberta, del Saskatchewan ed il Lago degli Schiavi, circa 124.000 chilometri quadrati nelle terre più selvagge del pianeta. L’operazione, durata alcune settimane determinò il recupero di appena lo 0,1% del materiale appartenente al Cosmos. In realtà il reattore del Cosmos 954 conteneva dai 45 a 50 chili di Uranio U 235, una quantità a dir poco sospetta per un satellite spia, per quanto sofisticato. La radioattività si sparse secondo concentrazioni molto casuali, costringendo a un lavoro maniacale le squadre congiunte americane e canadesi. Il Canada reclamò la violazione dei trattati internazionali sull’uso dello spazio esterno all’atmosfera, spostandosi sul piano del diritto internazionale. Al termine di un’intensa attività diplomatica, l’Unione Sovietica accetto di firmare un protocollo con il Canada e di versare 3 milioni di dollari Canadesi a titolo di risarcimento per le spese di ricerca  e decontaminazione.

Cosmos-954

Un frammento del satellite spia Cosmos 954 che il 24 gennaio 1978 rientrò in atmosfera fuori controllo assieme al suo reattore nucleare.

14 maggio. Dobbiamo tornare su un sottomarino, l’USS Darter soffre un allagamento dovuto ad una perdita del sistema snorkel durante un’ immersione.

23 maggio. Mentre veniva sottoposto a lavori di manutenzione nel bacino di carenaggio del Puget Sound Naval Shipyard, l’USS Puffer perse acqua contaminata dal sistema di raffreddamento. Secondo la versione ufficiale della Marina si trattò di una modesta quantità di liquido, circa una ventina di litri, proveniente dal sistema secondario di raffreddamento, persa per una distrazione da parte dei lavoratori del cantiere, che peraltro non ha provocato alcuna contaminazione né interna all’impianto, né delle acque marine esterne al porto. Diametralmente opposta la risposta dei lavoratori del cantiere, che hanno parlato di una perdita decisa, intorno ai 100 galloni (circa 378 litri), di una risposta lenta all’emergenza da parte dei tecnici militari e che numerosi lavoratori hanno subito contaminazione attraverso la pelle per contatto con l’acqua. Intanto, una sezione del bacino interessata dalla perdita venne demolita, infilata in bidoni a tenuta e inviata ad al centro di Hanford, nello stato di Washington, per lo stoccaggio sicuro. Solo tre giorni dopo, nello stesso bacino del Puget Sound, dall’USS Aspro si sparse un getto di acqua radioattiva che contaminò un lavoratore, i cui vestiti vennero sigillati ed inviati ad un sito per rifiuti nucleari…

8 giugno. Sul sottomarino nucleare inglese HMS Revenge (PDF Queen’s Gallantry Medal), dotato di missili balistici Polaris, una violenta perdita di vapore a pressione da una turbina nella sala motori rischia di generare un disastro incalcolabile. Solo il coraggio di un meccanico, Thomas Mc’Williams, che strisciando nell’intrico di tubi e cavi, a pochi centimetri dal getto mortale di vapore, riuscì a trovare la perdita e aiutò metterla in sicurezza, rientrando più volte e soffrendo del calore e di dolorose ustioni, meritandosi nel 1979 la Queen’s Gallantry Medal.

16 giugno. Mentre è in immersione nell’Atlantico, l’albero di trasmissione dell’USS Tullibee esce dalla sede all’altezza dell’elica, provocando una falla, fermata dall’equipaggio. Dopo la riemersione rapida, l’unità viene scortata al porto di Rota, in Spagna.

2 luglio. Mentre si trova nella Baia di Vladimir, nel Mar del Giappone, il sottomarino nucleare K 116 soffrì un incidente al reattore. Alcuni uomini rimasero contaminati, ma non se ne conosce la gravità.

19 agosto. Mentre si trova in crociera nell’Atlantico a Ovest delle coste scozzesi, un sottomarino nucleare russo non identificato ebbe un problema al reattore, per cui dovette  emergere venendo poi trainato da altre unità  di superficie, costantemente osservato da aerei pattugliatori della NATO. Le cause e le conseguenze dell’incidente non furono rivelate.

1979

Si avvia al termine il decennio, che ha visto molte cose cambiare nel mondo, dall’economia, alla politica e ai rapporti sociali.  E’ stato anche un decennio di incertezze, di turbolenze, di disillusioni allo stesso tempo. Il terrorismo politico, con tutti suoi lati oscuri, fece  la sua drammatica apparizione: anche il campo ambientalista vide degenerazioni pericolose, che si concretizzarono in sabotaggi e attentati anche ad impianti coinvolti nell’industria nucleare, sia militare che civile. In Spagna ad esempio l’ETA metterà a segno molti attentati che miravano a colpire lo sviluppo nucleare del Paese, e quello economico di conseguenza, puntando al contempo alle simpatie di quella parte di attivismo ambientalista frustrato dalla sordità del sistema ai problemi dell’impatto umano sul sistema pianeta…  Nel campo di cui ci stiamo occupando, proprio gli anni 70/80 hanno visto l’ultima fase della guerra fredda e del monopolio di pochi Stati del potere atomico militare, con una recrudescenza anche della sfida fra i blocchi, della corsa agli arsenali “non-convenzionali”, ovvero tra URSS e USA che ha fatto realmente temere di essere più che mai vicini all’uso delle armi nucleari. Un clima che ha fatto nascere un forte movimento di opinione internazionale, che avrà i suoi effetti anche sui colloqui per i trattati di disarmo bilaterale tra la fine degli anni 80 e gli anni 90 del XX° secolo.

7 marzo. Il sottomarino statunitense USS Alexander Hamilton resta impigliato nelle reti di un peschereccio a largo delle coste scozzesi, trascinando l’imbarcazione civile per almeno 45 minuti prima che le reti si rompessero e lasciassero libero il battello americano. Il 28 marzo è ricordato per l’incidente che ha causato la parziale fusione delle barre di uranio nella centrale nucleare di Three Mile Island, in Pennsylvanya : benché non fosse il primo incidente, fu tra i potenzialmente più gravi che avessero colpito l’uso dell’energia atomica, per di più per scopi civili, e il mondo comprese che essere entrato nell’era atomica comporta non solo grandi vantaggi, ma anche alti costi, probabilmente non sostenibili. L’incidente, il primo sotto i riflettori dei media internazionali, colpì molto l’opinione pubblica, perché accadde solo pochi giorni dopo l’uscita di un film di grande successo sul tema, la Sindrome Cinese (http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_cinese ), che sembrò quasi profetico…

27 aprile. L’USS Pargo, altro sottomarino nucleare, mentre entrava in porto a New London andò ad arenarsi su bassi fondali a causa della nebbia…il sottomarino si disincagliò da solo e proseguì verso il bacino, dove venne sottoposto a controlli sullo scafo.

11 maggio è la volta di una grande portaerei di squadra ad esser vittima di un incidente radiologico, la CVN (Carrier Vessel Nuclear) USS Nimitz subì una perdita al sistema di raffreddamento primario di uno dei due reattori del sistema di propulsione, mentre era a largo della costa della Virginia. Fonti della Marina assicurarono che non vi è stata contaminazione esterna alla nave né l’equipaggio ha corso alcun pericolo di irradiazione…si, ma da qualche parte quell’acqua sarà pur finita e in qualche modo dovrà esser stata smaltita….

24 maggio. L’incidente si ripete nella stessa base di New London e in condizioni praticamente identiche con l’USS Andrew Jackson e il 4 giugno con l’USS Woodrow Wilson.

12 Giugno. In una base sull’Atlantico, un siluro modello Mk 48 a testata convenzionale cadde dal carrello di carico, per la rottura di una catena, e si  andò ad incastrare sulla fiancata del sommergibile nucleare. Fonti della US Navy assicurarono che il siluro era privo di innesco, secondo le norme di sicurezza, ma dovettero ammettere che in caso di esplosione accidentale il sottomarino quasi sicuramente sarebbe affondato.

20 giugno. L’USS Hawkbill, mentre è impegnato in manovre nelle vicinanze delle isole Hawaii, subisce un’avaria ed una perdita al sistema di raffreddamento primario del reattore. La perdita al momento del ritorno al porto di Pearl Harbour era stata ridotta di tre quarti e cessò entro il 23. La Marina affermò ufficialmente che l’acqua radioattiva dell’impianto non è mai uscita dal sistema del reattore e che le pompe hanno continuato a sostituire il liquido mancante. Secondo la stessa fonte, la perdita è stata causata da “normale usura delle parti interne delle valvole” e che  “queste perdite si verificano occasionalmente”. Appena il giorno dopo, la portaerei CVN USS Enterprise , mentre è  nel Puget Sound Naval Shipyard per lavori di revisione, fu vittima per oltre due ore di un incendio partito dai locali di una delle catapulte, propagatosi attraverso i corridoi. L’incendio fu classificato Class Alpha, ovvero di assoluta pericolosità.

di Davide Migliore

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_military_nuclear_accidents

http://spb.org.ru/bellona/ehome/russia/nfl/nfl8.htm

Osipenko, L., Zhiltsov, L., and Mormul, N., Atomnaya Podvodnaya Epopeya, 1994:  l’affondamento del K8

http://archive.greenpeace.org/comms/nukes/ctbt/read3.html archivio degli incidenti militari nucleari di Greenpeace

http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=428.0;wap2 incidenti nucleari o potenzialmente nucleari dal 1971 ad oggi

SOMMERGIBILI NUCLEARI : PROBLEMI DI SICUREZZA ED IMPATTO AMBIENTALE , Politecnico di  Torino, 2004 – F. IANNUZZELLI, V.F. POLCARO, M. ZUCCHETTI

http://home.cogeco.ca/~gchalcraft/career/71-77.html : Geoff Chalckcraft, esperienze  sull’SBLCM HMS Renown

http://www.rnsubs.co.uk/Boats/BoatDB2/index.php?BoatID=682  HMS Warspite

http://www.destroyers.org/histories/h-de-1047.htm USS Voge

http://www.lostsubs.com/Detente.htm, http://www.lostsubs.com/Soviet.htm , http://submarine.id.ru/memory/K56.htm  lista degli incidenti a sottomarini sovietici e/o russi.

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2010/07/19/news/  l’incidente dell’USS RAY

http://o1c.net/Bottomguns/rayawards.htm riconoscimenti in carriera all’USS Ray

http://www.disinformazione.it/lamaddalena.htm le verità scomode sulla base statunitense de La Maddalena

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2010/07/19/news/un-cargo-russo-pieno-di-veleni-dimenticato-nei-fondali-di-capo-carbonara-1.3325086

http://www.hc-sc.gc.ca/hc-ps/ed-ud/fedplan/cosmos_954-eng.php satellite Cosmos 95 http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,945940,00.html

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http://sciradioactive.com/Taylors_Nuke_Site/Operation_Morning_Light.html

www.london-gazette.co.uk/issues/page.pdf  l’incidente all’HMS Revenge

http://navysite.de/ssn/ssn666.htm incidente all’USS Hawkbill

http://www.uscarriers.net/cvn65history.htm incendio sull’USS Enterprise

Fonti generali :

Inventario degli incidenti e delle perdite in mare che coinvolge materiale radioattivo, International Atomic Energy Agency 2001

http://www.johnstonsarchive.net/nuclear/radevents/index.html database degli incidenti radiologici e nucleari fino agli anni 2000

http://alsos.wlu.edu/adv_rst.aspx?keyword=accidents*military&creator=&title=&media=all&genre=all&disc=all&level=all&sortby=relevance&results=10&period=15  elenco di pubblicazioni sugli armamenti nucleari ed i rischi di incidenti, accaduti o possibili

http://www.navsource.org ,

Michele Cosentino – Ruggero Stanglini “La Marina Sovietica” , ED.A.I., 1991

Dunmore, Spencer.  Lost Subs: From the Hunley to the Kursk, the Greatest Submarines Ever Lost – and Found. 1st ed: Toronto: Madison Press, 2002

Dunham, Roger C. Spy Sub. 10th ed. New York: Penguin Books, 1997

Waller, Douglas C. Big Red – Three Months On Board a Trident Missile Submarine. 1st ed. New York: Harper Collins, 2001

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Christa Wolf

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Christa Wolf: gli specchi non mentono…

Pubblicato il 26 aprile 2012 by redazione

Christa Wolf

Gli specchi non mentono. Senza troppi compromessi mostrano la realtà così come noi la vediamo, nonostante cambi radicalmente il punto di vista: alcuni, attenti scrutatori, leggono fino al minimo dettaglio, vedono la più piccola imperfezione, altri distrattamente sanno che dall’altra parte si trova qualcuno che gli somiglia. Alcune volte capita di leggere un libro con la stessa attenzione con cui si osserva il proprio riflesso al mattino: non importa quanto sia scrupoloso l’occhio, rimane il fatto che raramente un libro rimane estraneo al contesto in cui viene scritto.

Per alcuni scrittori, riportare di ciò che li circonda, non nasce solo dall’esigenza di comunicare la propria visione del mondo, ma dalla necessità di fare il punto della situazione sulla società in cui si trovano. E’ questo il caso della scrittrice Christa Wolf, recentemente scomparsa (dicembre 2011). Spesso l’autrice è stata portavoce delle contraddizioni che ha vissuto in prima persona; nata nel 1929, venne educata ai valori della dittatura nazista, abbandonati durante gli anni dell’università per far posto all’ideologia socialista, che si affermò nella Repubblica Democratica Tedesca, mantenendo però un consapevole spirito critico.

“Il cielo diviso” ha due protagonisti: la contrapposizione tra la cultura occidentale e quella filosovietica e l’amore (tra l’ingenua Rita e il disilluso Manfred). La storia è una rievocazione da parte di Rita degli sviluppi della loro relazione. E’ poco più che ventenne quando incontra Manfred, dieci anni più vecchio, ed improvvisamente tutto sembra ruotare intorno a quell’incredibile sentimento che scuote la routine di una ragazza di campagna. Presto, però, si scontra con la dimensione cinica dell’amato, nato da un matrimonio di convenienza e vissuto sotto due dittature (nazista e comunista), che per quanto differenti soffocavano l’individuo. Quando a Manfred viene negata la possibilità di applicare delle innovazioni nel suo lavoro, decide di trasferirsi a Berlino ovest; Rita deve scegliere tra il suo mondo e il grande amore. A dividerli non è il Muro, ma la visione della vita. Da una parte c’è la critica alla società comunista: in nome dell’uguaglianza si eliminano l’individuo, la creatività e la libera iniziativa, togliendo la possibilità di migliorarsi (proprio come era accaduto a Manfred); dall’altra, però, non c’è la speranza di un mondo migliore, l’individualismo viene portato all’estremo, per cui miglioramento è uguale ad affermazione economica e successo. Ad est della cortina i piani quinquennali impongono una maggiore produzione che non porta benessere, a ovest la libera iniziativa porta ricchezza che non appaga.

Torniamo al presente: cosa c’entra tutto questo con il nuovo millennio? I muri sono stati abbattuti, Internet ha unito i più sperduti angoli del globo. Che senso ha parlare di un libro pubblicato negli anni sessanta che parla della Guerra Fredda? La democrazia dell’occidente ha trionfato sulla dittatura comunista.

Se un anziano guardasse le sue foto da giovane, sicuramente noterebbe dei cambiamenti radicali, ma potrebbe mai negare di essere lui?

Viviamo nella società dei consumi, l’economia di cui viviamo si basa sulla “legge” della domanda e dell’offerta. Il valore di un bene viene assegnato in base alla richiesta che si crea per quel prodotto, ciò significa che un certo numero di persone deve desiderare di possedere quell’oggetto in particolare. Quindi, la ripresa economica avvenuta in seguito alla seconda guerra mondiale ha dato la possibilità ad un numero sempre più crescente di persone di poter appagare le proprie esigenze materiali.

Desiderio e bisogno sono sempre equivalenti? Negli anni cinquanta Herbert Marcuse pubblicò il celebre saggio “L’uomo a una dimensione” in cui criticava una società basata sull’inganno, sulla creazione di false neccessità per mantenere la massa in uno stato di sottomissione.

«È possibile distinguere tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni “falsi” sono quelli […] che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia. Può essere che l’individuo trovi estremo piacere nel soddisfarli, ma […] il risultato è un’euforia nel mezzo dell’infelicità. La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono (il bisogno di rilassarsi di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare e odiare ciò che altri amano e odiano) appartengono a questa categoria di falsi bisogni.

La Wolf pone attraverso le parole di Rita la stessa obiezione: “Riuscivo a immaginare assai bene con quanto piacere avrei fatto acquisti in quei negozi.

Ma in fondo tutto si riduce poi al mangiare e al vestire e dormire. Perché si mangiava? mi chiedevo.

Che  cosa  si  faceva  in  quelle  belle  abitazioni  di  sogno? Dove  ci  si  poteva  recare,  in quelle macchine ampie come strade? E a che cosa si pensava in quella città, prima di addormentarsi, la notte?”

Ha ancora senso riflettere su queste argomentazioni? Mi limito a riportare dei dati: “I giudizi e le aspettative sull’andamento generale dell’economia italiana risultano in forte peggioramento -i saldi diminuiscono rispettivamente da -111% a -127% e da -45% a -69%. Aumenta significativamente il saldo delle risposte relative all’evoluzione futura della disoccupazione -da 88% a 106%-.” (dati riferiti al periodo tra gennaio 2006 e aprile 2012).” Questi dati non aggiungono nulla di nuovo a quello che già sappiamo, tenendo conto della crisi economica mondiale, tuttavia sembra di individuare una contraddizione con i dati di vendita riportati dall’azienda “Apple” in merito ai guadagni ricavati nell’ultimo trimestre del 2012: 5,99 miliardi di profitto netto (i dati sono riferiti ai guadagni su scala mondiale). E’ possibile che il possesso di prodotti come iPad o iPhone possa lenire anche se per qualche momento la paura di un’imminente e inevitabile povertà?

L’argomento è vasto, il modo in cui le persone spendono i soldi in una società racchiude aspetti socio-econmici complessi. Guardare come la società dei consumi sia cambiata negli ultimi cinquant’anni, dal punto di vista di alcuni romanzieri, non può certamente dare risposta ai quesiti posti: può al massimo suggerire diversi spunti di riflessione.

di Valeria Pitrelli

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