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Stéphane Hessel: Impegnatevi

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Stéphane Hessel: Impegnatevi

Pubblicato il 31 gennaio 2013 by redazione

Istat-disoccupazione-giovani-lavoroLa crisi economica europea si sta traducendo in un sempre maggior indebitamento di alcuni paesi europei con gli stati membri più ricchi, le grandi banche e varie altre entità. Questa dipendenza economica ha già comportato, un crescente indebolimento della credibilità finanziaria di questi stati UE sui mercati esteri e una graduale perdita della loro sovranità. Finita la crisi, se mai questa sorta di guerra fredda prima o poi finirà, resterà il sedimento di ciò che ciascuno di questi  stati avrà dovuto subire e accettare per riuscire a galleggiare: leggi, decreti, sanzioni e perdite di libertà, a vario titolo, che non potranno più essere recuperate.

E’, quindi, sempre più evidente l’importanza di arrivare il prima possibile a una vera unità europea, per evitare che nel periodo di maturazione del progetto unitario, gli stati membri più deboli si impoveriscano ireversibilmente, fagocitati da quelli più forti.

stephan_hesselNel suo libro “Impegnatevi”, Stéphane Hessel, classe 1917 e firmatario nel 45-48 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, afferma l’importanza di resistere alla Crisi in atto con creatività, intelligenza e voglia di fare. Costruire un futuro migliore, basato sullo sviluppo compatibile con le risorse della Terra e dei Popoli e un’economia equa e giusta, basata sull’ecologia e il rilancio delle grandi istituzioni internazionali. Un messaggio di nuovo Umanesimo quello lanciato da questo vecchio signore, ormai quasi centenario, che nel 2011 scrisse “Indignatevi”, cavalcando un sentimento diffuso in tutto il mondo, che aspettava solo di essere ben articolato, e che si manifestò con le giornate di Wall Street e le mobilitazioni oceaniche delle principali città spagnole. Il libricino, venne tradotto in un attimo in tutte le principali lingue del mondo e solo in Europa, in pochi mesi, vendette milioni di copie con il semplice passa parola.

L’obiettivo principale di Hessel era quello di svegliare la coscienza dei giovani, vera speranza di questo martoriato secolo, inneggiando alla resistenza nel perpetuare i valori della Democrazia e nel rifiutare il diktat del profitto e del denaro, e di indignarsi contro la coesistenza di una estrema povertà e di una ricchezza arrogante. Rifiutare i gruppi di potere economico. Riaffermare il bisogno di una stampa davvero indipendente. Garantire la previdenza sociale sotto tutte le forme. E soprattutto rifiutare di lasciarsi andare a una situazione che potrebbe essere accettata come “disgraziatamente definitiva”.

Purtroppo la principale ingiustizia si esprime nella grande forbice che sempre più separa la parte del mondo ricca da quella più povera. E per salvare i valori della democrazia serve più democrazia che, per sua natura necessita di tempi di maturazione e di educazione forso troppo lunghi e inadeguati alle emergenze del Pianeta.

Questa parola Pianeta, da anni così discussa, evoca sempre terre e paesi che ci sembrano molto lontani, ma non è così. Sono vicinissimi a noi. Le famiglie che negli ultimi 5 anni, non solo in Europa, ma anche in Italia, nelle nostre città come nel nostro condominio, hanno perso il lavoro, sono la parte povera del mondo, quella che sta diventando sempre più incapace di procurarsi i mezzi per sopravvivere. La stessa che alcuni secoli fa, lasciò le campagne, credendo nelle promesse liberiste, che garantivano loro benessere, prosperità e sviluppo per tutti.

E tutti, chi più chi meno, ci credettero. Si è sempre disposti a credere in un bel sogno, soprattutto se a lieto fine. Sta accadendo di nuovo, in Cina come in India.

Occorre forse, che i giovani manifestino più impegno nell’agire contro ciò che li scandalizza. Dovrebbero prendere più sul serio la necesità dei valori stessi sui quali si basa la loro fiducia o sfiducia in coloro che li governano. Questo è il principio della democrazia: influire su coloro che prendono le decisioni. Per far questo occorre più civismo, più cultura, più interesse nel comprendere ciò che ci accade intorno e nel prendere parte alla sua costruzione.

di Adriana Paolini

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Cambiamos Europa

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Cambiamos Europa

Pubblicato il 19 dicembre 2012 by redazione

euAlle prese con una crisi che minaccia addirittura l’esistenza dell’euro, l’Unione Europea si appresta a prendere decisioni che avranno pesanti conseguenze per il suo futuro e per quello della sua economia. Le proposte attualmente avanzate nel « pacchetto di governo economico » rappresentano, secondo noi, una minaccia senza precedenti per i valori ed i principi fondamentali del nostro comune destino : solidarietà, giustizia sociale, eguaglianza di opportunità e sviluppo sostenibile. In nome della necessaria responsabilità di bilancio, queste scelte ideologiche mettono in pericolo la coesione sociale fra europei e la nostra comune capacità di assicurare la transizione ecologica delle nostre economie. In particolare, si rischia di sacrificare un’intera generazione di giovani in un gran numero di paesi, giovani già colpiti fortemente dalla disoccupazione, che si sentono sempre più esclusi e respinti invece di poter partecipare pienamente alla costruzione del loro futuro.

E’ ovvio per noi che assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche è un obiettivo politico essenziale : esse sono uno strumento chiave al servizio di beni comuni quali la coesione sociale o la protezione dell’ambiente. Ed è vero che la crisi che stiamo vivendo ha significativamente deteriorato le finanze pubbliche in Europa. Ma, pur avendo il settore pubblico la sua parte di responsabilità, le cause della crisi sono prima di tutto da ricercarsi nel settore privato: aumento delle disparità salariali, eccessivo indebitamento, e « bolle » speculative generate da una finanza irresponsabile.

Le misure annunciate non rispondono a queste difficoltà. Al contrario, sono ingiuste, inefficaci ed inappropriate. Privandoci di un futuro comune, ci riportebbero ad un passato che pensavamo sepolto per sempre – quello di esacerbati egoismi nazionali, di enormi ingiustizie sociali, e di estremismi di ogni sorta. Qui si rischia di trasformare la crisi economica attuale in crisi politica.

Gli Europei debbono svegliarsi finchè sono ancora in tempo, rinnovando la loro adesione ai valori dei Padri fondatori nella prospettiva di un futuro comune e condiviso. Le nostre società non sopravviveranno ad anni di declino economico e sociale, generati da una cieca austerita. Secondo tale logica, saranno principalmente i lavoratori a dover sopportare il peso della crisi attraverso riduzioni salariali. Tiriamo invece, e collettivamente, le vere lezioni dalla crisi che ci ha colpito. Gli speculatori di ogni specie si sono nutriti dell’assenza di regole e di appropriati meccanismi di sorveglianza. Imporre ai governi europei una cura brutale di austerità e colpire i salari non farà che peggiorare tali fragilità anziche porvi rimedio. In più, il rafforzamento del sistema di sanzioni su tali basi non farà che alimentare l’ostilità fra paesi. La zona euro deve difendere la sua moneta comune e sostenere imperativamente i suoi membri in difficoltà, perchè ciò è vitale per l’Europa nel suo insieme.

Occorre che le maggioranze conservatrici al Consiglio dei Ministri e nel Parlamento europeo che vogliono imporre tali inaccettabili misure prendano una volta per tutte coscienza dell’errore che stanno per commettere. In questi momenti difficili, bisogna al contrario far prova di audacia e di immaginazione, formulando una nuova, diversa risposta politica. E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti in materia di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione. E’ possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori. Per farlo, occorre innanzi tutto che tutti gli Stati membri contribuiscano a questo sforzo insieme – sia quelli in surplus che quelli in deficit commerciale. In tutti i Paesi, bisogna poi proteggere gli investimenti pubblici produttivi dall’austerità finanziaria, e raccogliere sotto forma di Euro obbligazioni una parte del debito pubblico degli Stati membri per ridurne il costo globale, e creare le basi di una politica fiscale europea comune, garante di entrate giuste, efficaci e sostenibili. Occorre diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro ed aumentare quello sui redditi da capitale, combattere l’evasione fiscale, creare una vera fiscalità ecologica e introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. I governi europei debbono vegliare affinchè i salari più elevati e i redditi da capitale contribuiscano equamente allo sforzo generale di risanamento, per evitare che siano i salari e redditi medio bassi a pagare per tutti.

Noi non auspichiamo soluzioni semplicistiche o irresponsabili, vogliamo un progetto di modernizzazione economica grazie a politiche responsabili, equilibrate, intelligenti e pienamente rispettose dei valori sui quali poggia il progetto europeo. Chiamiamo a raccolta tutti quelli che condividono le nostre convinzioni, affinchè firmino questo appello, per dare all’Europa un’altra politica di uscita dalla crisi, che rafforzi l’Europa stessa, invece di continuare ad indebolirla.

6 giugno 2011

La lista dei primi firmatari include :

Martin Schulz (President of the European Parliament)

Rebecca Harms (Co-President of the Greens/EFA Group in the European Parliament)

Daniel Cohn-Bendit (Co-President of the Greens/EFA Group in the European Parliament)

Poul Nyrup Rasmussen (President of the Party of European Socialists, former Prime Minister of Denmark)

Philippe Lamberts (Co-chair of the European Green Party)

Monica Frassoni (Co-chair of the European Green Party)

Jacques Delors (former President of the European Commission )

Bernadette Ségol (General Secretary of the European Trade Union Confederation)

Sigmar Gabriel (Leader of the SPD, Germany)

Martine Aubry (Leader of French Socialist Party)

Claudia Roth (Bundesvorsitzende Bündnis 90/Die Grünen, Germany)

Pierluigi Bersani (General Secretary of Partito Democratico, Italy)

Elio Di Rupo (President of Belgian Socialist Party)

Cécile Duflot (National Secretary, Europe écologie/les verts, France)

Caroline Gennez (President of sp.a, Belgium)

Sarah Turine (Co-Chair, Belgian Green Party Ecolo)

Wouter Van Besien (Chair, Belgian Green Party (Groen)

Massimo D’Alema (President of the FEPS and Former Italian Prime Minister)

Jürgen Trittin (Group leader of the Greens in the German Bundestag)

Mário Soares (former President and former Prime Minister of Portugal)

Stephen Hughes (Vice-chair of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament)

Rovana Plumb (Vice-chair of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament)

Udo Bullmann (Coordinator of Socialists and Democrats, Economic committee, European Parliament)

Sven Giegold (Coordinator of Greens, Economic committee, European Parliament)

Jürgen Klute (Coordinator of GUE, Economic committee, European Parliament)

Elisa Ferreira (Member of the European Parliament, S&D Group, Portugal)

Liem Hoang Ngoc (Member of the European Parliament, S&D Group, France)

Edward Scicluna (Member of the European Parliament, S&D Group, Malta)

Claus Matecki (Member of the Executive Board, DGB Germany)

Prof. Klaus Staeck (Graphist and lawyer, Germany)

Dr. Gustav Horn (Scientific Director, Macroeconomic Policy Institute, Hans-Böckler Foundation, Germany)

Albrecht Müller (Editor nachdenkseiten.de)

Nichi Vendola (President of Apulia Region and President of “Sinistra Ecologia e Libertà”)

Josep Borrell Fontelles (President of the European University Institute, Italy)

 

For a European Socialist Alternative

THE MANIFESTO

FOR A EUROPEAN SOCIALIST ALTERNATIVE

Europeans can now see for themselves the consequences of the right being in power in nearly all member states and calling the shots in Brussels. The right’s handling of the sovereign debt crisis over the last two years has been a sorry saga of political mismanagement and economic illiteracy. Europe’s citizens will now pay the price for the conservatives imposing failed economic nostrums from the 1920s with unemployment levels from the 1930s. The blueprint they are putting forward is for a European Austerity Union which will lower living standards for nearly everybody, will sharpen inequalities, chip away at the foundations of the welfare state- which is Europe’s distinctive contribution to the development of mankind- and slowly cede political arbitration to unelected authorities, all in a possibly vain attempt to appease the market.

We, the undersigned are long-time members of Socialist, social democratic and Labour parties who believe that Europe’s citizens deserve better than the dismal prospects which the ruling conservatives hold out and the dire results they have achieved. But that the renewal of the democratic left in Europe can only be achieved through a wide and vigorous democratic debate implicating not only office-holders in our parties but all our members and the wider public. To that end we put forward below some progressive ideas for socialist reform which could form the basis for a new appeal to Europe’s citizens.

History has accelerated in the last few years. Europe’s socialists are being left behind. Many incapable of articulating public anger with ‘high’ finance, unwilling to work with fellow socialists in government in other EU member states, often supine in international forums on trade and climate change, with some notable exceptions democratic socialist, social democratic and Labour parties in many countries have seen their support plummet to an all-time low.

To make matters worse, the discontent generated by the policies of today’s EU and its governments has been exploited politically, not by the Left, but by xenophobic populists, nationalists and the far right.

This crisis should be liberating the Left to castigate with vigour the failure of the right to manage the crisis and to give Europe any sense of direction. But this will only be credible if the Left is able to provide a coherent set of alternative proposals to respond the crisis.

To be credible the Left needs a clear narrative for the current crisis, a set of simple and shared principles for future action and a programme which goes to the heart of the crisis.

The analysis is straightforward. Europe’s economies like all others have been knocked off course by the near-criminal irresponsibility of the global financial sector. But Europe was already facing long-term decline. Part of this is a long overdue rebalancing of the shares of global wealth between the West and the emerging economies of East and South. But in the process, we have allowed globalisation to increase the imbalances in the shares of wealth within all countries. Never once questioning the rules of the game, we have permitted it to penalise all countries with developed welfare systems, driving down living standards, increasing inequalities, boosting the share of national income going to corporate profits at the expense of wages in advanced social market economies. Poverty is growing again. This was already happening in Europe, and is now accelerating. Europe’s voice in international forums like the G20, world trade negotiating rounds and climate change conferences is often faltering to the point of being inaudible because of internal divisions, and a lack of an alternative, clear strategy.

The principles of socialist action in Europe should also be clear. Collective action in Europe is quite simply indispensable. Anybody who believes that we can protect living standards and maintain welfare services by retreating to the model of eighteenth century nation states, by repatriating powers from Brussels to national capitals, by undermining community institutions is, unwittingly or not, promoting the subservience of our countries to superpowers, past and future, and to the dictatorship of the market. Europe’s response to the crisis has been vacillating and insufficient, but national solutions even if vigorously pursued would be irrelevant in the globalised world we live in now.

A socialist response to the crisis must therefore be European, not simply a ‘more Europe’ mantra but specifically to give Europe the means to protect the interests and well-being of European citizens. It has to be assertive to ensure that Europe’s independent voice is united, loud and clear in the G20, in the Doha round, in Climate Change negotiations and in the United Nations. The European Union now has its own voice in the UN System: it needs to show the courage and the will to use it to further our objective interests and values, making common cause with all governments and regional organisations across the world who share them.

Its economic approach should be coherent and based on three elements; shared responsibility, growth and equality.

There is nothing socialist about wasteful public spending and the accumulation of debt. Because we believe in public expenditure we have a duty to ensure that its use is efficient. Extravagant projects, the inflated style of life of some public institutions, the duplication inherent to the multiplicity of national and European programmes which have taken on a life of their own without any regard to efficacy should be pruned or eliminated.  But rigorous budgeting has to be achieved by balancing public spending restraint with fair taxation, based on the ‘ability to pay’ principle, with the corporate sector paying its share of the burden, and an all-out assault on tax avoidance and evasion so widespread throughout the Union, abandoning tax breaks for the top earners, eliminating the ‘bonus bonanza’ in the financial sector through specific punitive taxes, and tackling vigorously the tax havens.

Rigour without growth will condemn Europeans to a lost decade of decline and depression. Growth requires national and European action with the EU’s budget and financial instruments being exploited when they have catalytic value.

The Left in power at EU level made progress in tackling discrimination of many kinds. Defending and extending equalities- and stamping out discrimination of any kind in any part of the Union- must be at the heart of a European socialist programme. But economic equality is a concept which has almost disappeared from the socialist lexicon in the last decades even though it is central to any notion of social justice. It is now essential to Europe’s recovery. If citizens believe that the burdens of the crisis are falling on them unfairly; if they are facing real cuts in pay and witnessing a return to levels of poverty not seen since the 1980s as social protection and funding for state programmes is cut while the scandals of the bonus culture and the mushrooming of corporate pay and the vulgar displays of ostentatious expenditure by the super-rich continue unabated, any collective effort to redress our economic decline will be undermined, economic efficiency will be jeopardised and faith in democracy sapped.

On the basis of this common approach, and the reassertion of our traditional socialist convictions, the Left should now develop a common platform for the future. This should have the following ten components;

-1) An economic policy for the Union which places the economic and social objectives laid down in the Treaty (growth, full employment, social inclusion) at the heart of policy-making with just as much vigour and organisational firepower as that accorded to the objective of budgetary discipline; complemented by an updating of the Union’s social objectives, an urgency in the drive to eradicate poverty and strengthening social dialogue; to this aim, a set of fundamental social rights and goals should be firmly anchored in the Treaty, with the same firm monitoring and enforcement tools for these social rights as exist for economic freedoms.

-2)Sustainability for the single currency; the ECB mandate to be developed in recognising its right to buy government bonds when the currency is under attack, with effective shared responsibility for economic governance; if the European Central Bank is not allowed to take action to save the currency it is supposed to manage, what is it for?

-3) Budget reform; increases in the EU Budget primarily to promote cutting edge technologies, to  finance social, infrastructure and sustainable development investment; the Budget to work in harness with the EIB;

-4) Revenue reform; EU own resources to be supplemented by energy taxes; Member states to be given more leeway to reduce VAT to stimulate domestic consumption and shift away from regressive taxes;

-5) A financial transactions tax to stimulate employment incentives in manufacturing and in services for SMEs; to boost  research and development; and to finance global public goals, such as combating climate change and promoting development.

-6) European investment through Project Bonds issued by the Union, and backed by the ECB concentrating on realising the huge potential of the new green economy; new infrastructure plans to be ‘fast-tracked’ with more flexible planning rules to create jobs rapidly, and reduce excessive dependence on fossil fuels and nuclear energy, together with an Energy Community with guaranteed mutual support in case of threats to energy supplies from third countries;

-7) A fairer basis for international trade; EU negotiators to be given a new mandate to fight social and environmental dumping; levies on imports from third countries not meeting EU environmental standards;

-8) Stronger support for our neighbours, to address the unacceptable and unsustainable inequality between the EU and its southern and eastern neighbours, through real concessions in trade and mobility, and by rewarding those who have fought so courageously for their democratic freedom in the Arab World. Europe must never again be seen to be quiescent in propping up authoritarian, nepotistic, geriatric dictatorships in the name of some misguided realpolitik;

-9) A more robust and united presence on the international stage, using our collective political and economic power to promote our values and interests beyond our borders, not least by playing our part in bringing to an end the conflict in the Middle East;

-10) Strengthening European democracy; whatever new rules for economic governance be introduced, parliamentary accountability must be paramount; member states to respect fully the Treaty on nominating the Commission President according to the EP election result; parliamentary votes on individual Commissioners and on possible recall to be binding; Socialist parties to involve members and supporters in all aspects of EU policy decisions, the manifesto, and candidates for top EU offices; Europe-wide action to strengthen press freedom by busting media monopolies and limiting non-European press ownership

The long-term viability of the European integration is now at stake. This is much more than just propping up the currency. Only a new approach from democratic socialists, reasserting forcefully our values and having the courage to propose European solutions can infuse the European project with the energy to sustain what should be its hallmarks- solidarity, economic efficiency and democratic vitality.

First signatories:

Panagiotis Beglitis, Member of the Greek Parliament (PASOK, Greece);

Josep Borrell Fontelles, President of the European University Institute, Former President of the European Parliament (PSC/PSOE, Spain);

Victor Bostinaru, Member of the European Parliament (PSD, Romania);

Udo Bullmann, Member of the European Parliament (SPD, Germany);

Sergio Cofferati, Member of the European Parliament (PD, Italy);

Véronique de Keyser, Member of the European Parliament (PS, Belgium);

Proinsias de Rossa, former Social Affairs Minister (Labour, Ireland);

Harlem Désir, Member of the European Parliament, national secretary of the PS (PS, France);

Leonardo Domenici, Member of the European Parliament (PD, Italy);

Glyn Ford, former Member of the European Parliament (Labour, United Kingdom);

Evelyne Gebhardt, Member of the European Parliament (SPD, Germany);

Ana Gomes, Member of the European Parliament (PS, Portugal);

Enrique Guerrero Salom, Member of the European Parliament (PSOE, Spain);

Elisabeth Guigou, Member of the French Parliament (PS, France);

Zita Gurmai, Member of the European Parliament, President of PES Women (MSZP, Hungary);

Jo Leinen, Member of the European Parliament (SPD, Germany);

David Martin, Member of the European Parliament (Labour, United Kingdom);

Marianne Mikko, Member of the Estonian Parliament (SDE, Estonia);

John Monks, Member of the House of Lords, former Secretary General of ETUC (Labour, United Kingdom);

Leire Pajin Iraola, Member of the Spanish Congress (PSOE, Spain);

Gianni Pittella, Vice-President of the European Parliament (PD, Italy);

Sir Julian Priestley, former Secretary General of the European Parliament (Labour, United Kingdom);  

Libor Roucek, Member of the European Parliament (CSSD, Czech Republic);

Hannes Swoboda, Member of the European Parliament, President of the S&D Group of the European Parliament (SPÖ, Austria);

Kathleen Van Brempt, Member of the European Parliament (SPA, Belgium);

Kristian Vigenin, Member of the European Parliament (BSP, Bulgaria);

Henri Weber, Member of the European Parliament (PS, France).

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Clochard alla riscossa

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Clochard alla riscossa

Pubblicato il 30 settembre 2012 by redazione

clochardSe questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
 nelle vostre tiepide case,
 voi che trovate tornando a sera
 il cibo caldo e visi amici:
 Considerate se questo è un uomo
 che lavora nel fango
 che non conosce pace che lotta per mezzo pane 
che muore per un si o per un no.
 Considerate se questa è una donna,
 senza capelli e senza nome
 senza più forza di ricordare
 vuoti gli occhi e freddo il grembo 
come una rana d’inverno.
 Meditate che questo è stato:
 vi comando queste parole.
 Scolpitele nel vostro cuore
 stando in casa andando per via,
 coricandovi, alzandovi.
 Ripetetele ai vostri figli.
 O vi si sfaccia la casa, 
la malattia vi impedisca,
 i vostri nati torcano il viso da voi. (Primo Levi)

Ogni epoca ha le sue frasi ricorrenti, ma molto spesso la ripetizione non ci consente di soffermarci a riflettere sul loro significato e il vero impatto sul reale. Nel tempo della crisi si suol dire che a farne le spese siano “i più deboli”, le fasce più basse della popolazione, imperano continuamente parole come “disoccupazione”, “mancanza di ammortizzatori sociali”, “povertà”, “precarietà” e si fanno appelli nella direzione della “crescita” e “creazione di occupazione”, ma che cosa c’è sotto queste parole inflazionate? Ne siamo davvero consapevoli??

Sicuramente sa di cosa stiamo parlando il dottor Wainer Molteni, laureato alla Statale di Milano, quarant’anni, da otto vive sulla strada, ex responsabile del personale di un supermercato, si trova ad affrontare prima la bancarotta fraudolenta dell’azienda, poi il fallimento e infine la disoccupazione.

Wainer, in quanto figlio unico con i genitori morti diversi anni prima e nessun legame significativo, si ritrova senza una rete di protezione e così con l’affitto da pagare che incombe ogni fine mese e i documenti scaduti, si ritrova senza un domicilio e si “trasferisce” nella galleria San Cristoforo. Da qui poi i primi contatti con il Comune di Milano fino alla fondazione nel 2004 del primo sindacato dei senza fissa dimora, costituito insieme a altri senza tetto, per sopperire alle mancanze del sistema assistenziale tradizionale.

Così si scopre che a Milano i senza tetto sono dalle 5000 alle 6000 persone (anche se una stima precisa è impossibile da fare, dato che molti di essi non si vogliono far ritrovare), dei quali circa il 60/70% stranieri, individui che sembrano condurre la propria esistenza in modo totalmente parallelo e quasi “invisibile”, dormendo nei treni in parcheggio alla stazione, dalle 11 di sera alle 05 del mattino, o alla biblioteca Sormani, che dalle 9 del mattino alle 19.30 è la casa di decine di senza fissa dimora, “qui siamo di casa e se qualcuno di noi manca sono gli operatori stessi a chiedere dove siamo finiti.”.

Nonostante i servizi offerti, la vita di strada è molto difficile e complicata (“La vita per strada è difficile, dura e disagevole, togliamo lo stereotipo della libertà, non esiste, hai orari fissi da rispettare per sopravvivere, la mensa, il guardaroba, il dormitorio, la scelta dei cartoni, diventa un vero lavoro”), tali servizi sono in realtà molto costosi per le politiche sociali dei comuni, ma poco produttivi in termini di risorse in quanto perpetuano un circolo vizioso che invece che risolvere, contribuisce in un certo senso ad incrementare il problema.

clochard_2Il punto è che tali servizi in Italia, almeno per la maggior parte, seguono tutt’ora un’ottica assistenziale, che non incentiva la persona a diventare un soggetto “agente” e “responsabilizzato”, ma lo infantilizza e lo rende dipendente dal servizio stesso; mentre invece in campo sociale sembra raccogliere molti più frutti un approccio orientato all’”empowerment” (recentemente teorizzato in sociologia prima da Rappaport nel 1984 e poi ad un livello più approfondito da Zimmerman); Wallerstein (2006) propone la seguente definizione:

L’empowerment è un processo dell’azione sociale attraverso il quale le persone, le organizzazioni e le comunità acquisiscono competenza sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico per migliorare l’equità e la qualità di vita.”

Zimmerman l’ha definito sulla base di tre livelli di analisi: psicologico, organizzativo, sociale e di comunità, strettamente interconnessi. Empowerment individuale, organizzativo e di comunità sono interdipendenti e ognuno è causa e, al tempo stesso, conseguenza dell’altro.

Il dottor Molteni ragiona decisamente in quest’ottica: l’associazione “Clochard alla riscossa” nasce appunto “come sindacato autonomo e autorganizzato, formato da senzatetto, per rivendicare i diritti fondamentali della costituzione, per persone che dopo la scadenza dei documenti e la perdita della residenza vedono questi diritti calpestati” come egli ricorda in un intervista al blogger e attivista Luchino Galli. Essi hanno avviato un progetto a Serravalle Pistoiese che consiste in “un piano di reinserimento in 12 mesi, sia abitativo che lavorativo (..) personalizzato, in fattoria abbiamo molte mansioni da ricoprire, nessuno viene forzato, ognuno sceglie cosa fare e tutto viene fatto..insomma autorganizzazione”. Il fulcro del progetto è certamente il lavoro, che “ridona dignità e ricondiziona la voglia di fare”, ma è soprattutto necessario “un costante apporto psicologico”, perché la vita di strada fa in un certo senso regredire e disumanizza.

In un futuro sono in programma parecchi altri progetti, come il recupero di una cascina in provincia di Pavia.

L’ottica dell’”empowerment” è anche quella dell’associazione milanese “La Ronda della Carità o.n.l.u.s.”, che si impegna nell’obbiettivo di creare prima di tutto “legami”, inserire la persona in una rete di relazioni (proprio una delle prime cose che in queste “storie di vita” cominciano a mancare) che possano fare da risorsa e “far compiere a ciascuno il passaggio dalla strada alla presa in mano della propria vita, per colmare il vuoto che ha consentito avvenisse il contrario tempo fa”, proprio come era accaduto a Wainer Molteni.

Forte dell’idea che “ogni persona ha la sua storia, così come ogni volontario ha una motivazione (..) l’Associazione cerca di rendere visibile ciò che si cerca di non vedere, che fa paura perché fuori posto, ma che proprio l’indifferenza permette che si crei e permanga”; dal momento che “è la mancanza di relazioni significative che fa arrivare in strada chi ci vive, generando con il tempo altri problemi collegati, che perpetuano disagio ed emarginazione. La Ronda vuole porsi come occasione per guardare negli occhi i senza dimora e vederci le persone che erano e che potrebbero essere, per ritrovare la dignità e l’umanità di ciascuno.”

Dallo scorso inverno è nata anche un’altra iniziativa nel comune di Milano, il “Piano antifreddo”: in via Verziere è stato creato per la prima volta un punto di accoglienza per i clochard che non hanno l’abitudine di recarsi nei centri di ospitalità per la notte e per accompagnare nei centri d’accoglienza coloro che decidono di recarvisi. Anche Wainer Molteni fa parte dei volontari, il Punto Caldo è realizzato grazie alla presenza di volontari della Croce Rossa Italiana, dei City Angels, della Ronda della Carità e della Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi, supportati tutte le notti, dalle 21 alle 24, da un’ambulanza del 118, un mezzo dei Medici Volontari Italiani e un altro della Protezione Civile che ha messo a disposizione il proprio centralino per raccogliere segnalazioni e coordinare le attività.

Ma quali sono le motivazioni che spingono una persona sulla strada? Mentre ancora fino a un po’ di tempo fa poteva perpetuarsi lo stereotipo del clochard per scelta, quasi come se decidesse di intraprendere tale esistenza, per rispondere ad una sorta di “mito bohémiene ” che vive all’avventura, in realtà oggi le cause, come sottolinea Molteni nella suddetta intervista, “possono essere molteplici, la perdita del lavoro, della casa, della moglie o del marito, problemi legati alle dipendenze, per incompatibilità con la famiglia..”.

E a questo proposito proprio di una dinamica del genere racconta “Gli equilibristi”, film di Ivano di Matteo, con Barbara Bobulova e Valerio Mastandrea, recentemente presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, che racconta la storia di Giulio, quarant’anni e uno stipendio da impiegato del comune, che si trova a doversi separare dalla moglie dopo la scoperta di un tradimento e con 1200 euro a dover mantenere se stesso, la moglie e due figli. La situazione si fa di mese in mese sempre più degradante sino ad arrivare a vivere ai limiti della tolleranza. In un viaggio dal benessere piccolo borghese fino alla povertà, più che materiale umana.

Umanità sembra quindi essere la parola chiave, magari poco usata di recente, ma che racchiude tutto il senso della dignità della persona; la più importante forse delle cose che mancano sulla strada e base e meta di qualsiasi opera di recupero e reinserimento possibile.

di Arianna De Batte

 

Sitografia:

http://www.agenas.it/agenas_pdf/Nota_metodologica_empowerment.pdf

http://www.associazioni.milano.it/rondacarita/

http://www.mymovies.it/film/2012/gliequilibristi/

http://www.comune.milano.it/portale/wps/portal/CDM?WCM_GLOBAL_CONTEXT=/wps/wcm/connect/ContentL

http://clochardallariscossa.org/chisiamo/

 

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La famiglia monoparentale: due è meglio di uno?

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La famiglia monoparentale: due è meglio di uno?

Pubblicato il 30 giugno 2012 by redazione

Le famiglie monoparentali  sono composte da un unico genitore, padre o madre, che vive solo con i propri figli, a causa di un divorzio, di un lutto o, perché no, di una propria scelta personale. Il fenomeno della monoparentalità sembra essere aumentato negli ultimi anni giungendo letteralmente a caratterizzare la nostra società contemporanea. Secondo i dati Istat infatti, la percentuale di famiglie monogenitoriali rappresenta l’11,3% dei nuclei familiari italiani. Ultimamente si dibatte spesso rispetto al cambiamento subìto dalle famiglie moderne: vengono esposte innumerevoli tesi per poter spiegare cosa lo abbia provocato e queste spaziano da una perdita di valori ed una mancanza di impegno, alla difficoltà economica e lavorativa che non permette un profitto sufficiente al mantenimento del proprio nido familiare. Lo scopo  di questo articolo però non è quello di ricercare le cause della monoparentalità, bensì analizzare tale fenomeno ed indagare gli effetti che può produrre sulla crescita e sullo sviluppo del figlio. Particolare attenzione verrà rivolta alle donne nubili o vedove e alle difficoltà da loro riscontrate nell’accudimento del loro bambino.

La donna: “sesso debole” o semplicemente più esposto al rischio?

famiglia monoparentaleCirca l’80% delle famiglie monoparentali sono composte da donne sole e dai loro bambini. Questo fenomeno si verifica perché, in condizioni di divorzio e separazione, i minori vengono affidati alla madre, generalmente  più disposta a riconoscere e vivere con i propri figli. Ai giorni nostri si verifica quindi un processo di femminilizzazione delle responsabilità familiari, spesso precursore di problemi economici o povertà legati a questo genere di famiglia.  Non tutti i nuclei familiari con a capo una donna  si possono considerare “a rischio” ma è stato statisticamente rilevato che essi sono più vulnerabili dal punto di vista economico e sociale rispetto a quelli presieduti da un uomo. Infatti, mentre la fonte di reddito dei padri rimane principalmente invariata, la donna incorre maggiormente nel pericolo della disoccupazione e del declassamento sociale. In questo ambito è forse inevitabile riconoscere che il sesso femminile sia ancora piuttosto svantaggiato a livello lavorativo: maggiormente legata a compiti o impegni familiari la donna dispone di minor tempo da dedicare alla sua professione e questo la porta inevitabilmente ad un estraniamento dal mondo del lavoro. A ciò si aggiunge in molti paesi, tra cui l’Italia, una scarsa assistenza sociale legata ancora ad un vecchio modello familiare secondo cui è l’uomo ad avere la responsabilità economica della famiglia. La strada davanti alle madri si divide conducendole da una parte all’accudimento dei figli e della casa, dall’altra al contributo per il sostentamento familiare attraverso la sua attività professionale. Inoltre si verifica una penalizzazione del salario femminile le cui cause si potrebbero sintetizzare in tre punti:

  • La prima riguarda il sesso poiché, a parità di capacità o di formazione professionale, lo stipendio medio di una donna è più basso rispetto a quello di uomo.
  • La seconda riguarda l’effetto del matrimonio e del vincolo matrimoniale: sul mercato risultano più avvantaggiati gli uomini che sono stati ,o sono, sposati rispetto alle donne nubili.Sono inoltre svantaggiate le donne che hanno divorziato rispetto agli uomini celibi.
  • La terza si riferisce invece all’effetto della parentalità: ricevono un salario migliore le donne senza figli e i padri di famiglia, rispetto agli uomini senza figli e alle madri di famiglia.

Si spiega quindi perché quando manca una figura maschile di sostegno alla madre, sarà per lei più facile incorrere in difficoltà economiche.

Un problema femminile recente inoltre, si presenta quando il partner della donna non le garantisce l’assegno alimentare e il supporto delle famiglie d’origine, nonostante permetta in principio di superare la separazione, si esaurisce col tempo.

È importante in ogni caso non fare di tutta l’erba un fascio: non tutte le attuali mamme sole infatti hanno alle spalle trascorsi di divorzio o lutto. Molte donne decidono personalmente di affrontare la loro maternità senza un uomo accanto. In questi casi, la decisione razionale implica una valutazione della propria disponibilità economica e della propria situazione professionale che permettano il sostentamento di una famiglia. Il nucleo familiare non sarà allora minacciato dalla povertà nonostante possa incorrere in altri rischi.

I figli della monoparentalità : in bilico tra pericolo e pregiudizio

figli monoparentaliE’ ancora idea condivisa e purtroppo frutto di preconcetti, che la famiglia monoparentale sia inadeguata. Sembra inappropriata a livello sia economico che educativo e vi è la tendenza comune a credere che possa provocare effetti negativi sui figli: si temono ripercussioni psicologiche, devianza, problemi scolastici e di comportamento, persino confusione sessuale. Come precedentemente affermato, i nuclei monogenitoriali possono essere più esposti a rischi proprio a causa della mancanza di un reciproco sostegno tra i genitori e possono incorrere più facilmente in difficoltà economiche, ma questo non significa che siano destinati a diventare patologici e nemmeno che non possano rappresentare una valida alternativa a quelli bigenitoriali.

L’assenza del padre all’interno della famiglia può provocare disagi nei figli come nelle madri e inoltre, fa sì che si verifichi un’influenza reciproca tra questi ultimi tale per cui, il sentimento di insicurezza,depressione o timore della madre diverrà fonte di stress per il figlio e viceversa. La madre sola tende infatti a mettere in atto stili educativi contraddittori che alternano la permissività all’autoritarismo dando luogo all’incoerenza educativa; a quest’ultima può corrispondere un deterioramento del comportamento dei figli i quali manifestano atteggiamenti più aggressivi ma, in ogni caso, eccessivamente dipendenti dal genitore. Interessante inoltre rilevare il fenomeno che si può verificare negli adolescenti e nei bambini più grandi: capita che le mamme inconsapevolmente,  tendano ad instaurare un rapporto con il figlio simile a quello che avrebbero con il loro partner. Il bambino diverrebbe allora il sostituto del padre e il suo ruolo verrebbe letteralmente “parentificato”. Ad una prima analisi il giovane in questione, potrebbe apparire più maturo e responsabile  rispetto ai suoi coetanei ma sperimenterebbe al tempo stesso un senso di solitudine legato alla consapevolezza che il genitore, già carico di insicurezze e delusioni, non rappresenti un saldo punto di riferimento per lui. Questo lo porterebbe a crescere troppo in fretta rischiando di non maturare alcuni importanti tratti di personalità.

Infine, triste ma sempre più frequente verità al giorno d’oggi, con l’aumento dei casi di divorzio e di separazione, si manifestano anche parecchie situazioni in cui al bambino viene assegnato il cosiddetto ruolo del “capro espiatorio”. Egli diventa una vera e propria “valvola di sfogo” per tutti i sentimenti di risentimento, collera e rancore che dovrebbero essere indirizzati all’ex-coniuge.

L’assenza del padre all’interno della famiglia può avere inoltre effetti diretti sulla prole. E’ stata rilevata infatti una differenza rispetto ai sentimenti di sicurezza  tra i  figli cresciuti da una madre sola e quelli vissuti in una famiglia bigenitoriale. I primi sembrano più inibiti, timidi e poco disinvolti. La ricerca del loro bisogno di protezione lascia trasparire inoltre una iper-dipendenza dalla madre che, nella maggior parte dei casi, non si verifica quando l’altro genitore è presente.  La figura paterna non rappresenta inoltre solo un modello di identificazione per il bambino ma anche il detentore della legge, della disciplina e del controllo, colui che ha il compito di introdurre il minore al riconoscimento delle norme sociali. L’assenza di un ruolo maschile all’interno della famiglia può indurre ad una mancanza di limiti al comportamento emotivo del figlio, lasciandolo senza una guida necessaria a modificare le pulsioni e renderle  socialmente accettabili.

Un rischio legato all’assenza paterna riguarda inoltre l’identificazione sessuale del bambino. Alcune ricerche mostrano come i figli maschi che vivono solo con la madre manifestino una scarsa identificazione maschile seguita quindi da una mascolinità compensatoria: si alternano pertanto comportamenti prettamente femminili ad altri esageratamente virili. Gli atteggiamenti femminei sono legati all’imitazione del modo di fare materno, unico esempio a disposizione del figlio, seguito da manifestazioni  aggressive a lui utili come soluzione compensatoria e difensiva. Rispetto invece alle figlie si nota una correlazione maggiore tra l’allontanamento del padre e atteggiamenti sessuali disinibiti delle adolescenti; sono più frequenti in questo caso comportamenti provocanti e di sfida verso gli uomini. Anche questa modalità comportamentale si potrebbe definire compensatoria di una scarsa conoscenza, quindi incertezza dell’altro sesso.

L’ultimo ambito in cui si può rilevare maggiormente l’effetto dell’assenza paterna riguarda lo sviluppo cognitivo del figlio: i padri svolgono un ruolo importante in questo frangente di vita perché ricoprono 2 funzioni essenziali . Innanzitutto la modalità di pensiero maschile è caratterizzata da una prevalenza delle abilità di tipo spaziale ed una predisposizione maggiore per la competenza matematica rispetto a quelle verbali e linguistiche, tipicamente femminili. Questo facilita il figlio, non solo a scuola ma anche nella risoluzione di problemi pratici e quotidiani, completando la sua formazione. In secondo luogo lo stile educativo paterno promuove l’indipendenza e l’iniziativa, essendo complementare al ruolo materno maggiormente protettivo ed avvolgente.

Tutti gli esempi sopra citati sono comunque solo fattori di rischio e non conseguenze certe alla crescita del figlio all’interno di una famiglia monoparentale. Come le ricerche dimostrano si può riscontrare una maggiore incidenza di tali fenomeni  sui figli di madri sole rispetto a quelli vissuti in una famiglia bigenitoriale . Con una giusta considerazione di questi potenziali pericoli e con una certa attenzione da parte dei genitori di un nucleo familiare non tradizionale, tali disagi potrebbero però restare solo eventualità e non trovare un’attuazione nella realtà.

Un padre non si può sostituire! Ma affiancare?

Oggi il ruolo del padre viene considerato di notevole importanza per lo sviluppo del bambino, a differenza degli anni passati: si riteneva infatti che la figura di maggiore rilievo fosse quella della madre e veniva posta  in secondo piano la presenza dell’uomo all’interno della famiglia. Il padre svolge principalmente due compiti nello sviluppo del bambino: in primo luogo rappresenta un appoggio per la madre che, sentendosi rassicurata dalla sua presenza, vive con maggiore serenità il rapporto con il figlio ed acquisisce sicurezza in se stessa. In secondo luogo incarna “l’alterità” per il figlio, permettendogli di interrompere il rapporto simbiotico con la l’altro genitore, intraprendere relazioni sociali e distinguere l’identità individuale da quella collettiva ,ingredienti fondamentali per la ricercadell’ indipendenza. Per quanto riguarda il primo “compito” si può affermare che la presenza di un uomo, anche se diverso dal padre biologico, nella vita della donna, abbia delle ripercussioni positive sullo stato psicologico di quest’ultima. Il figlio da una parte beneficia del benessere psichico della madre e del cambiamento positivo che questo comporta sul loro rapporto, dall’altra puòperò sperimentare un forte sentimento di gelosia e sentirsi trascurato poiché costretto a condividerla con un terzo. Perché il bambino sia in grado di accettare la relazione che assorbe l’attenzione materna, egli deve riconoscere al genitore una vita affettiva slegata dalla propria e combattere la paura di essere abbandonato o rimpiazzato dal suo nuovo compagno.  Alcuni studi hanno cercato di indagare gli effetti positivi apportati da figure maschili, diverse da quella del padre biologico, nella crescita del figlio; è stata presa in considerazione la presenza di uominisia interni ai confini familiari sia invece provenienti dall’esterno.  Tali ricerche hanno svelato come una relazione responsabile instaurata con una figura adulta maschile non genitoriale predica un rendimento scolastico  migliore, livelli di autostima maggiori e una percentuale più elevata del comportamento pro-sociale da parte dei bambini. Tutto questo deriva da un innalzamento del sentimento di autoefficacia derivante dall’incoraggiamento mostrato dalla figura maschile prossima al figlio. Inoltre è stato rilevato come il controllo e le regole esercitate dal padre, o da un altro uomo, possano influire sul comportamento dei bambini e sulla loro autoregolazione interna, creando una diminuzione di problemi comportamentali.

Analizzando gli esiti di questi studi è emerso quindi come le interazioni dei propri figli con i rispettivi padri biologici o con altri uomini, siano importanti anticipatori di un loro sano sviluppo cognitivo e comportamentale. Ecco allora come i nuovi partner materni, nonché padri acquisiti, dimostrino di apportare benefici all’interno del nucleo familiare e non meritino quindi di essere ignorati o avviliti come spesso accadeva nelle pubblicazioni popolari. Alla luce di quanto riportato precedentemente quindi rimane una domanda a cui fornire risposta: due è davvero meglio di uno?

di Alessandra Genta

 Fonti

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Susanna Camusso 2012, Luciano Lama 1978: sono passati più di 60 anni, ma il diritto al lavoro è ancora là da venire

Pubblicato il 31 gennaio 2012 by redazione

“Quante differenze dagli anni di Lama: oggi la precarietà è il primo problema”

lettera a Rebubblica di SUSANNA CAMUSSO, Segretario generale della Cgil (30 gennaio 2012)

CARO DIRETTORE nel suo editoriale, del 29 gennaio 2012, cita un’intervista a Luciano Lama, della quale si tralascia di ricordare le affermazioni sui profitti e sulla funzione “programmatica” dell’accumulazione che è fondamentale nel pensiero di Lama, e nella svolta dell’Eur.

La Cgil oggi, come Lama ieri, mette al centro occupazione e lavoro, ma mentre allora i salari crescevano, anche se molto erosi dall’inflazione, oggi siamo alla perdita sistematica del loro potere d’acquisto e ciò rappresenta una ragione importante della recessione in atto. La distribuzione del reddito tra profitti e retribuzioni non aveva lo squilibrio di oggi. Tutti, ormai, leggono in questa diseguaglianza la ragione profonda della crisi che attraversiamo e il motivo per cui le politiche monetariste non ci porteranno fuori dal guado.

La diseguaglianza è dettata dallo spostamento progressivo dei profitti oltre che a reddito dei “capitalisti”, a speculazione (o si preferisce investimento?) di natura finanziaria. Così si riducono, oltre che la redistribuzione, anche gli investimenti in innovazione, ricerca, formazione e in prodotti a maggior valore e più qualificati.

Senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, traducendo l’idea di flessibilità invece che nella ricerca di maggior qualità del lavoro, di accrescimento professionale dei lavoratori, in quella precarietà che ha trasferito su lavoratori e lavoratrici le conseguenze alla via bassa dello sviluppo. In sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa.

Quale straordinaria differenza dal 1978! E ancora si potrebbe sottolineare che invece di avere attenzione ai redditi, si continua ad agire sulle accise, attuando una politica dei redditi senza nessun controllo dei prezzi.

Quanta disattenzione, poi, alle proposte vere della Cgil, quando indichiamo come priorità un Piano per il Lavoro, che per noi affronta i grandi temi del paese e interroga equità e crescita non come mantra per edulcorare, ma come scelte che devono intervenire sulla responsabilità e i comportamenti di ciascuno, se si vuole dare senso alla riduzione della diseguaglianza e riparlare di futuro.

Il Piano del Lavoro si misura con la funzione dell’intervento pubblico, troppo facilmente archiviato dal liberismo e dai suoi effetti evidenti, sulla funzione del welfare come motore di uno sviluppo attento alle persone e non mera “assicurazione” o costo, sulla funzione dello sviluppo che ha esaurito la spinta propulsiva del puro consumismo.

Ancora, un Piano del Lavoro per giovani e donne del nostro paese a cui non possiamo solo raccontare che avranno meno tutele perché i padri gli avrebbero mangiato il futuro. Un Piano per il Lavoro che voglia bene al nostro paese, non solo perché la Cgil (per troppo tempo da sola) ha indicato che non fare politiche industriali e di sistema ci avrebbe portato al declino, ma perché non ci sfugge il pericolo economico e democratico di una crisi prolungata di cui la disoccupazione è primo indicatore.

A noi è chiara l’emergenza così come la necessità di una nuova idea di sviluppo. Per questo, voler bene al paese e voler attivare i giovani, o meglio riconoscergli l’età adulta, può partire dalla scelta pubblica e politica di un Piano del Lavoro. Un Piano per il Lavoro guarda, ovviamente, all’immediato e alla capacità di programmare. In questo quadro intende affrontare anche i nodi della produttività, della contrattazione, della rappresentanza, del mercato del lavoro, e soprattutto del fisco.

Il coro sull’importanza del rilancio della produttività trascura di cimentarsi con le cause del suo declino in Italia. O inventa cause di comodo: qualcuno arriva a teorizzare l’assurdità che sarebbe per colpa dell’articolo 18. Al contrario, la produttività nel nostro paese decresce al crescere della precarietà, che non ha neanche incrementato l’occupazione, producendo, invece, quel lavoro povero su cui sarebbe bene interrogarsi.

Per noi l’urgenza è la riduzione della precarietà che viene prima, molto prima, di altri temi. Nella riduzione della precarietà vi è compresa certamente la riformulazione degli ammortizzatori, su cui da tre anni abbiamo proposto una riforma. Vorrei poi ricordare che la mobilità annunciata dall’intervista di Lama è realtà da molti anni, che la Cigs ha la durata di un anno rinnovabile a due, che comunque ha un tetto, come pure la Cig ordinaria, in ogni quinquennio, che una stagione di riorganizzazione del sistema produttivo non deve disperdere professionalità e competenze. Oppure si deve ritenere che la società della conoscenza è solo dei manager? Credo che sarebbe bene per tutti, discutere fuori dai pregiudizi e dagli slogan facili, e non confondere l’emergenza con l’idea che “qualunque cosa può essere fatta”.

Siamo i primi ad apprezzare che l’Italia sia tornata al tavolo dei grandi, a sostenere sforzi per far ripartire il paese, ma se ogni scelta presenta il conto solo al lavoro (nella finanziaria la cassa sulle pensioni; nelle liberalizzazioni il contratto ferrovie e l’equo compenso dei tirocinanti, ad esempio), abbiamo il legittimo dubbio, anzi la certezza, che si affronta il ” nuovo” con uno strumento antico e che il fine non sia far ripartire il paese, ma “salvare il soldato Ryan”. Se sarà così, non si salverà l’Italia ma una sua piccola parte, che forse non ha bisogno di salvarsi, perché lo fa già tra evasione, sommerso e lobbismo di ogni specie. Questa è un’ipotesi cui non intendiamo rassegnarci. Siamo seriamente impegnati al confronto su crescita e mercato dal lavoro: l’abbiamo preparato con un documento unitario, abbiamo guardato ai modelli europei, fra cui la Germania che usa l’orario ridotto finanziato dallo stato e non licenzia. Ci siamo trovati di fronte ad un documento del ministro, non condiviso da nessuno. Senza nostalgie di nessun tipo pensiamo sia utile proporre un negoziato vero e non affidarsi a ricette preconfezionate il cui fallimento è nei numeri della precarietà e della disoccupazione, a partire dai settecentomila posti di lavoro persi dell’industria in cinque anni.

 

STRALCIO DELL’INTERVISTA A LUCIANO LAMA DEL 1978

Stralcio di una lunga intervista a Luciano Lama, del gennaio del 1978, allora segretario generale della Cgil. Anno che ebbe il suo culmine col rapimento di Aldo Moro. Lama parlava in quell’intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti Cgil, Cisl e Uil. In quegli anni furono i sindacati e le classi operaie che difesero la democrazia del paese contro le Brigate Rosse e lo stragismo di Gladio e della P2.

* * *

Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati.

Ebbene, se vogliono esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento.

Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.

I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti. Sono sciocchezze perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra. Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l’assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.

Alla base di tutto però c’è il problema dello sviluppo. Se l’economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio “particulare” in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un’alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell’avviare un’intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.

Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.

* * *

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