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Cambiamos Europa

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Cambiamos Europa

Pubblicato il 19 dicembre 2012 by redazione

euAlle prese con una crisi che minaccia addirittura l’esistenza dell’euro, l’Unione Europea si appresta a prendere decisioni che avranno pesanti conseguenze per il suo futuro e per quello della sua economia. Le proposte attualmente avanzate nel « pacchetto di governo economico » rappresentano, secondo noi, una minaccia senza precedenti per i valori ed i principi fondamentali del nostro comune destino : solidarietà, giustizia sociale, eguaglianza di opportunità e sviluppo sostenibile. In nome della necessaria responsabilità di bilancio, queste scelte ideologiche mettono in pericolo la coesione sociale fra europei e la nostra comune capacità di assicurare la transizione ecologica delle nostre economie. In particolare, si rischia di sacrificare un’intera generazione di giovani in un gran numero di paesi, giovani già colpiti fortemente dalla disoccupazione, che si sentono sempre più esclusi e respinti invece di poter partecipare pienamente alla costruzione del loro futuro.

E’ ovvio per noi che assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche è un obiettivo politico essenziale : esse sono uno strumento chiave al servizio di beni comuni quali la coesione sociale o la protezione dell’ambiente. Ed è vero che la crisi che stiamo vivendo ha significativamente deteriorato le finanze pubbliche in Europa. Ma, pur avendo il settore pubblico la sua parte di responsabilità, le cause della crisi sono prima di tutto da ricercarsi nel settore privato: aumento delle disparità salariali, eccessivo indebitamento, e « bolle » speculative generate da una finanza irresponsabile.

Le misure annunciate non rispondono a queste difficoltà. Al contrario, sono ingiuste, inefficaci ed inappropriate. Privandoci di un futuro comune, ci riportebbero ad un passato che pensavamo sepolto per sempre – quello di esacerbati egoismi nazionali, di enormi ingiustizie sociali, e di estremismi di ogni sorta. Qui si rischia di trasformare la crisi economica attuale in crisi politica.

Gli Europei debbono svegliarsi finchè sono ancora in tempo, rinnovando la loro adesione ai valori dei Padri fondatori nella prospettiva di un futuro comune e condiviso. Le nostre società non sopravviveranno ad anni di declino economico e sociale, generati da una cieca austerita. Secondo tale logica, saranno principalmente i lavoratori a dover sopportare il peso della crisi attraverso riduzioni salariali. Tiriamo invece, e collettivamente, le vere lezioni dalla crisi che ci ha colpito. Gli speculatori di ogni specie si sono nutriti dell’assenza di regole e di appropriati meccanismi di sorveglianza. Imporre ai governi europei una cura brutale di austerità e colpire i salari non farà che peggiorare tali fragilità anziche porvi rimedio. In più, il rafforzamento del sistema di sanzioni su tali basi non farà che alimentare l’ostilità fra paesi. La zona euro deve difendere la sua moneta comune e sostenere imperativamente i suoi membri in difficoltà, perchè ciò è vitale per l’Europa nel suo insieme.

Occorre che le maggioranze conservatrici al Consiglio dei Ministri e nel Parlamento europeo che vogliono imporre tali inaccettabili misure prendano una volta per tutte coscienza dell’errore che stanno per commettere. In questi momenti difficili, bisogna al contrario far prova di audacia e di immaginazione, formulando una nuova, diversa risposta politica. E’ possibile risanare la finanze pubbliche senza annientare lo sviluppo economico e gli investimenti in materia di istruzione, ricerca, energie rinnovabili, e senza alimentare l’ingiustizia sociale e l’esclusione. E’ possibile ritrovare margini di bilancio essendo coraggiosi ed innovatori. Per farlo, occorre innanzi tutto che tutti gli Stati membri contribuiscano a questo sforzo insieme – sia quelli in surplus che quelli in deficit commerciale. In tutti i Paesi, bisogna poi proteggere gli investimenti pubblici produttivi dall’austerità finanziaria, e raccogliere sotto forma di Euro obbligazioni una parte del debito pubblico degli Stati membri per ridurne il costo globale, e creare le basi di una politica fiscale europea comune, garante di entrate giuste, efficaci e sostenibili. Occorre diminuire il carico fiscale sui redditi da lavoro ed aumentare quello sui redditi da capitale, combattere l’evasione fiscale, creare una vera fiscalità ecologica e introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. I governi europei debbono vegliare affinchè i salari più elevati e i redditi da capitale contribuiscano equamente allo sforzo generale di risanamento, per evitare che siano i salari e redditi medio bassi a pagare per tutti.

Noi non auspichiamo soluzioni semplicistiche o irresponsabili, vogliamo un progetto di modernizzazione economica grazie a politiche responsabili, equilibrate, intelligenti e pienamente rispettose dei valori sui quali poggia il progetto europeo. Chiamiamo a raccolta tutti quelli che condividono le nostre convinzioni, affinchè firmino questo appello, per dare all’Europa un’altra politica di uscita dalla crisi, che rafforzi l’Europa stessa, invece di continuare ad indebolirla.

6 giugno 2011

La lista dei primi firmatari include :

Martin Schulz (President of the European Parliament)

Rebecca Harms (Co-President of the Greens/EFA Group in the European Parliament)

Daniel Cohn-Bendit (Co-President of the Greens/EFA Group in the European Parliament)

Poul Nyrup Rasmussen (President of the Party of European Socialists, former Prime Minister of Denmark)

Philippe Lamberts (Co-chair of the European Green Party)

Monica Frassoni (Co-chair of the European Green Party)

Jacques Delors (former President of the European Commission )

Bernadette Ségol (General Secretary of the European Trade Union Confederation)

Sigmar Gabriel (Leader of the SPD, Germany)

Martine Aubry (Leader of French Socialist Party)

Claudia Roth (Bundesvorsitzende Bündnis 90/Die Grünen, Germany)

Pierluigi Bersani (General Secretary of Partito Democratico, Italy)

Elio Di Rupo (President of Belgian Socialist Party)

Cécile Duflot (National Secretary, Europe écologie/les verts, France)

Caroline Gennez (President of sp.a, Belgium)

Sarah Turine (Co-Chair, Belgian Green Party Ecolo)

Wouter Van Besien (Chair, Belgian Green Party (Groen)

Massimo D’Alema (President of the FEPS and Former Italian Prime Minister)

Jürgen Trittin (Group leader of the Greens in the German Bundestag)

Mário Soares (former President and former Prime Minister of Portugal)

Stephen Hughes (Vice-chair of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament)

Rovana Plumb (Vice-chair of the Progressive Alliance of Socialists and Democrats in the European Parliament)

Udo Bullmann (Coordinator of Socialists and Democrats, Economic committee, European Parliament)

Sven Giegold (Coordinator of Greens, Economic committee, European Parliament)

Jürgen Klute (Coordinator of GUE, Economic committee, European Parliament)

Elisa Ferreira (Member of the European Parliament, S&D Group, Portugal)

Liem Hoang Ngoc (Member of the European Parliament, S&D Group, France)

Edward Scicluna (Member of the European Parliament, S&D Group, Malta)

Claus Matecki (Member of the Executive Board, DGB Germany)

Prof. Klaus Staeck (Graphist and lawyer, Germany)

Dr. Gustav Horn (Scientific Director, Macroeconomic Policy Institute, Hans-Böckler Foundation, Germany)

Albrecht Müller (Editor nachdenkseiten.de)

Nichi Vendola (President of Apulia Region and President of “Sinistra Ecologia e Libertà”)

Josep Borrell Fontelles (President of the European University Institute, Italy)

 

For a European Socialist Alternative

THE MANIFESTO

FOR A EUROPEAN SOCIALIST ALTERNATIVE

Europeans can now see for themselves the consequences of the right being in power in nearly all member states and calling the shots in Brussels. The right’s handling of the sovereign debt crisis over the last two years has been a sorry saga of political mismanagement and economic illiteracy. Europe’s citizens will now pay the price for the conservatives imposing failed economic nostrums from the 1920s with unemployment levels from the 1930s. The blueprint they are putting forward is for a European Austerity Union which will lower living standards for nearly everybody, will sharpen inequalities, chip away at the foundations of the welfare state- which is Europe’s distinctive contribution to the development of mankind- and slowly cede political arbitration to unelected authorities, all in a possibly vain attempt to appease the market.

We, the undersigned are long-time members of Socialist, social democratic and Labour parties who believe that Europe’s citizens deserve better than the dismal prospects which the ruling conservatives hold out and the dire results they have achieved. But that the renewal of the democratic left in Europe can only be achieved through a wide and vigorous democratic debate implicating not only office-holders in our parties but all our members and the wider public. To that end we put forward below some progressive ideas for socialist reform which could form the basis for a new appeal to Europe’s citizens.

History has accelerated in the last few years. Europe’s socialists are being left behind. Many incapable of articulating public anger with ‘high’ finance, unwilling to work with fellow socialists in government in other EU member states, often supine in international forums on trade and climate change, with some notable exceptions democratic socialist, social democratic and Labour parties in many countries have seen their support plummet to an all-time low.

To make matters worse, the discontent generated by the policies of today’s EU and its governments has been exploited politically, not by the Left, but by xenophobic populists, nationalists and the far right.

This crisis should be liberating the Left to castigate with vigour the failure of the right to manage the crisis and to give Europe any sense of direction. But this will only be credible if the Left is able to provide a coherent set of alternative proposals to respond the crisis.

To be credible the Left needs a clear narrative for the current crisis, a set of simple and shared principles for future action and a programme which goes to the heart of the crisis.

The analysis is straightforward. Europe’s economies like all others have been knocked off course by the near-criminal irresponsibility of the global financial sector. But Europe was already facing long-term decline. Part of this is a long overdue rebalancing of the shares of global wealth between the West and the emerging economies of East and South. But in the process, we have allowed globalisation to increase the imbalances in the shares of wealth within all countries. Never once questioning the rules of the game, we have permitted it to penalise all countries with developed welfare systems, driving down living standards, increasing inequalities, boosting the share of national income going to corporate profits at the expense of wages in advanced social market economies. Poverty is growing again. This was already happening in Europe, and is now accelerating. Europe’s voice in international forums like the G20, world trade negotiating rounds and climate change conferences is often faltering to the point of being inaudible because of internal divisions, and a lack of an alternative, clear strategy.

The principles of socialist action in Europe should also be clear. Collective action in Europe is quite simply indispensable. Anybody who believes that we can protect living standards and maintain welfare services by retreating to the model of eighteenth century nation states, by repatriating powers from Brussels to national capitals, by undermining community institutions is, unwittingly or not, promoting the subservience of our countries to superpowers, past and future, and to the dictatorship of the market. Europe’s response to the crisis has been vacillating and insufficient, but national solutions even if vigorously pursued would be irrelevant in the globalised world we live in now.

A socialist response to the crisis must therefore be European, not simply a ‘more Europe’ mantra but specifically to give Europe the means to protect the interests and well-being of European citizens. It has to be assertive to ensure that Europe’s independent voice is united, loud and clear in the G20, in the Doha round, in Climate Change negotiations and in the United Nations. The European Union now has its own voice in the UN System: it needs to show the courage and the will to use it to further our objective interests and values, making common cause with all governments and regional organisations across the world who share them.

Its economic approach should be coherent and based on three elements; shared responsibility, growth and equality.

There is nothing socialist about wasteful public spending and the accumulation of debt. Because we believe in public expenditure we have a duty to ensure that its use is efficient. Extravagant projects, the inflated style of life of some public institutions, the duplication inherent to the multiplicity of national and European programmes which have taken on a life of their own without any regard to efficacy should be pruned or eliminated.  But rigorous budgeting has to be achieved by balancing public spending restraint with fair taxation, based on the ‘ability to pay’ principle, with the corporate sector paying its share of the burden, and an all-out assault on tax avoidance and evasion so widespread throughout the Union, abandoning tax breaks for the top earners, eliminating the ‘bonus bonanza’ in the financial sector through specific punitive taxes, and tackling vigorously the tax havens.

Rigour without growth will condemn Europeans to a lost decade of decline and depression. Growth requires national and European action with the EU’s budget and financial instruments being exploited when they have catalytic value.

The Left in power at EU level made progress in tackling discrimination of many kinds. Defending and extending equalities- and stamping out discrimination of any kind in any part of the Union- must be at the heart of a European socialist programme. But economic equality is a concept which has almost disappeared from the socialist lexicon in the last decades even though it is central to any notion of social justice. It is now essential to Europe’s recovery. If citizens believe that the burdens of the crisis are falling on them unfairly; if they are facing real cuts in pay and witnessing a return to levels of poverty not seen since the 1980s as social protection and funding for state programmes is cut while the scandals of the bonus culture and the mushrooming of corporate pay and the vulgar displays of ostentatious expenditure by the super-rich continue unabated, any collective effort to redress our economic decline will be undermined, economic efficiency will be jeopardised and faith in democracy sapped.

On the basis of this common approach, and the reassertion of our traditional socialist convictions, the Left should now develop a common platform for the future. This should have the following ten components;

-1) An economic policy for the Union which places the economic and social objectives laid down in the Treaty (growth, full employment, social inclusion) at the heart of policy-making with just as much vigour and organisational firepower as that accorded to the objective of budgetary discipline; complemented by an updating of the Union’s social objectives, an urgency in the drive to eradicate poverty and strengthening social dialogue; to this aim, a set of fundamental social rights and goals should be firmly anchored in the Treaty, with the same firm monitoring and enforcement tools for these social rights as exist for economic freedoms.

-2)Sustainability for the single currency; the ECB mandate to be developed in recognising its right to buy government bonds when the currency is under attack, with effective shared responsibility for economic governance; if the European Central Bank is not allowed to take action to save the currency it is supposed to manage, what is it for?

-3) Budget reform; increases in the EU Budget primarily to promote cutting edge technologies, to  finance social, infrastructure and sustainable development investment; the Budget to work in harness with the EIB;

-4) Revenue reform; EU own resources to be supplemented by energy taxes; Member states to be given more leeway to reduce VAT to stimulate domestic consumption and shift away from regressive taxes;

-5) A financial transactions tax to stimulate employment incentives in manufacturing and in services for SMEs; to boost  research and development; and to finance global public goals, such as combating climate change and promoting development.

-6) European investment through Project Bonds issued by the Union, and backed by the ECB concentrating on realising the huge potential of the new green economy; new infrastructure plans to be ‘fast-tracked’ with more flexible planning rules to create jobs rapidly, and reduce excessive dependence on fossil fuels and nuclear energy, together with an Energy Community with guaranteed mutual support in case of threats to energy supplies from third countries;

-7) A fairer basis for international trade; EU negotiators to be given a new mandate to fight social and environmental dumping; levies on imports from third countries not meeting EU environmental standards;

-8) Stronger support for our neighbours, to address the unacceptable and unsustainable inequality between the EU and its southern and eastern neighbours, through real concessions in trade and mobility, and by rewarding those who have fought so courageously for their democratic freedom in the Arab World. Europe must never again be seen to be quiescent in propping up authoritarian, nepotistic, geriatric dictatorships in the name of some misguided realpolitik;

-9) A more robust and united presence on the international stage, using our collective political and economic power to promote our values and interests beyond our borders, not least by playing our part in bringing to an end the conflict in the Middle East;

-10) Strengthening European democracy; whatever new rules for economic governance be introduced, parliamentary accountability must be paramount; member states to respect fully the Treaty on nominating the Commission President according to the EP election result; parliamentary votes on individual Commissioners and on possible recall to be binding; Socialist parties to involve members and supporters in all aspects of EU policy decisions, the manifesto, and candidates for top EU offices; Europe-wide action to strengthen press freedom by busting media monopolies and limiting non-European press ownership

The long-term viability of the European integration is now at stake. This is much more than just propping up the currency. Only a new approach from democratic socialists, reasserting forcefully our values and having the courage to propose European solutions can infuse the European project with the energy to sustain what should be its hallmarks- solidarity, economic efficiency and democratic vitality.

First signatories:

Panagiotis Beglitis, Member of the Greek Parliament (PASOK, Greece);

Josep Borrell Fontelles, President of the European University Institute, Former President of the European Parliament (PSC/PSOE, Spain);

Victor Bostinaru, Member of the European Parliament (PSD, Romania);

Udo Bullmann, Member of the European Parliament (SPD, Germany);

Sergio Cofferati, Member of the European Parliament (PD, Italy);

Véronique de Keyser, Member of the European Parliament (PS, Belgium);

Proinsias de Rossa, former Social Affairs Minister (Labour, Ireland);

Harlem Désir, Member of the European Parliament, national secretary of the PS (PS, France);

Leonardo Domenici, Member of the European Parliament (PD, Italy);

Glyn Ford, former Member of the European Parliament (Labour, United Kingdom);

Evelyne Gebhardt, Member of the European Parliament (SPD, Germany);

Ana Gomes, Member of the European Parliament (PS, Portugal);

Enrique Guerrero Salom, Member of the European Parliament (PSOE, Spain);

Elisabeth Guigou, Member of the French Parliament (PS, France);

Zita Gurmai, Member of the European Parliament, President of PES Women (MSZP, Hungary);

Jo Leinen, Member of the European Parliament (SPD, Germany);

David Martin, Member of the European Parliament (Labour, United Kingdom);

Marianne Mikko, Member of the Estonian Parliament (SDE, Estonia);

John Monks, Member of the House of Lords, former Secretary General of ETUC (Labour, United Kingdom);

Leire Pajin Iraola, Member of the Spanish Congress (PSOE, Spain);

Gianni Pittella, Vice-President of the European Parliament (PD, Italy);

Sir Julian Priestley, former Secretary General of the European Parliament (Labour, United Kingdom);  

Libor Roucek, Member of the European Parliament (CSSD, Czech Republic);

Hannes Swoboda, Member of the European Parliament, President of the S&D Group of the European Parliament (SPÖ, Austria);

Kathleen Van Brempt, Member of the European Parliament (SPA, Belgium);

Kristian Vigenin, Member of the European Parliament (BSP, Bulgaria);

Henri Weber, Member of the European Parliament (PS, France).

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Decreto Legge Crescita 2.0: agenda digitale e startup

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Decreto Legge Crescita 2.0: agenda digitale e startup

Pubblicato il 23 ottobre 2012 by redazione

4 Ottobre 2012 –  Dl Crescita 2.0

Infrastrutture e servizi digitali, creazione di nuove imprese innovative (startup), strumenti fiscali per agevolare la realizzazione di opere infrastrutturali con capitali privati, attrazione degli investimenti esteri in Italia, interventi di liberalizzazione in particolare in campo assicurativo sulla responsabilità civile auto.

Sono questi i capisaldi del secondo “Decreto Crescita” approvato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, un provvedimento che costituisce un ulteriore e significativo passo in avanti dell’Agenda per la crescita sostenibile del Governo, rappresentando la naturale prosecuzione di quanto fatto nei mesi scorsi.

Le norme del secondo Decreto Crescita puntano, in modo ambizioso, a fare del nostro Paese un luogo nel quale l’innovazione rappresenti un fattore strutturale di crescita sostenibile e di rafforzamento della competitività delle imprese.

Con l’applicazione dell’Agenda Digitale, aumentano fortemente i servizi digitali per i cittadini, che potranno avere un unico documento elettronico, valido anche come tessera sanitaria, attraverso il quale rapportarsi con la pubblica amministrazione. Via libera anche alle ricette mediche digitali, al fascicolo universitario elettronico, all’obbligo per la PA di comunicare attraverso la posta elettronica certificata e di pubblicare online i dati in formato aperto e riutilizzabile da tutti. Significativi risparmi di spesa e maggiore efficienza arriveranno dalla digitalizzazione delle notifiche e delle comunicazioni giudiziarie, che assicureranno il mantenimento del principio di prossimità del servizio giustizia nei confronti di cittadini e imprese. Viene inoltre integrato il piano finanziario necessario all’azzeramento del divario digitale per quanto riguarda la banda larga (150 milioni stanziati per il centro nord, che vanno ad aggiungersi alle risorse già disponibili per il Mezzogiorno per banda larga e ultralarga, per un totale di 750 milioni di euro) e si introducono significative semplificazioni per la posa della fibra ottica necessaria alla banda ultralarga.

Per la prima volta, nell’ordinamento del nostro Paese viene introdotta la definizione di impresa innovativa (startup): le nuove misure toccano tutti gli aspetti più importanti del ciclo di vita di una startup – dalla nascita alla fase di sviluppo, fino alla sua eventuale chiusura – ponendo l’Italia all’avanguardia nel confronto con gli ordinamenti dei principali partner europei. Tali norme danno anche seguito a quanto indicato nel Programma Nazionale di Riforma e rispondono a raccomandazioni specifiche dell’Unione Europea che individuano nelle startup una leva di crescita e di creazione di occupazione per l’Italia. La dotazione complessiva subito disponibile è di circa 200 milioni di euro. Una volta a regime, la norma impegnerà 110 milioni di euro ogni anno.

Ulteriori importanti misure vengono assunte sul fronte della defiscalizzazione delle opere infrastrutturali strategiche (tramite l’introduzione di un credito di imposta a valere su Irap e Ires fino al 50%), sull’attrazione degli investimenti diretti esteri (con la costituzione dello sportello unico Desk Italia a cui potranno rivolgersi gli imprenditori stranieri), col rafforzamento del sistema dei Confidi per migliorare l’accesso al credito delle Pmi e con significative liberalizzazioni nel settore assicurativo (introduzione di un “contratto base” comune a tutte le compagnie)

1) Agenda Digitale Italiana

Vengono recepiti nel nostro ordinamento i princìpi dell’Agenda Digitale Europea. L’Italia si dota in questo modo di uno strumento normativo che costituirà una efficace leva per la crescita occupazionale, di maggiore produttività e competitività, ma anche di risparmio e coesione sociale, spinta strutturale per la realizzazione delle strategie, delle politiche e dei servizi di infrastrutturazione e innovazione tecnologica dell’intero Paese.

Ogni anno, il Governo presenterà al Parlamento una relazione aggiornata sull’attuazione dell’agenda digitale italiana.

1.1 Identità digitale e servizi innovativi per i cittadini

• Documento digitale unificato – Carta di identità elettronica e tessera sanitaria (art. 1).

Addio vecchia carta di identità e tessera sanitaria. Al loro posto, i cittadini potranno dotarsi gratuitamente di un unico documento elettronico, che consentirà di accedere più facilmente a tutti i servizi online della Pubblica Amministrazione. Il documento, che sostituirà progressivamente quelli attualmente circolanti, costituirà il punto di riferimento unitario attraverso cui il cittadino viene registrato e riconosciuto dalle amministrazioni dello Stato.

• Anagrafe unificata, censimento annuale della popolazione e Archivio delle strade (artt. 2, 3).

Per accelerare il processo di informatizzazione della PA e la messa a sistema delle informazioni e dei servizi riguardanti i cittadini, viene istituita l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR), un centro unico di gestione dati che subentrerà all’Indice Nazionale delle Anagrafi (INA) e all’Anagrafe della popolazione italiana residente all’estero (AIRE). Grazie a queste nuove procedure digitali, l’ISTAT inoltre potrà effettuare con cadenza annuale il censimento generale della popolazione e delle abitazioni, realizzando anche l’Archivio nazionale delle strade e dei numeri civici, utilizzando il conferimento degli indirizzari e degli stradari comunali.

• Domicilio digitale del cittadino e obbligo di PEC per le imprese (artt. 4,5).

Dal 1 gennaio 2013, ogni cittadino potrà scegliere di comunicare con la pubblica amministrazione esclusivamente tramite un indirizzo di posta elettronica certificata (PEC). Tale indirizzo costituirà il domicilio digitale del cittadino e sarà in seguito inserito nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente, in modo che possa essere utilizzabile da tutte le amministrazioni pubbliche.

Sullo stesso fronte, le imprese individuali che si iscrivono al Registro delle imprese o all’Albo delle imprese artigiane avranno l’obbligo di indicare un proprio indirizzo PEC, così da semplificare e ridurre notevolmente tempi e oneri per gli adempimenti burocratici.

1.2 Amministrazione digitale

• Pubblicazione dati e informazioni in formato aperto (art. 9).

I dati e le informazioni forniti dalla pubblica amministrazione dovranno essere obbligatoriamente pubblicati in formato aperto (cd. open data). In questo modo sarà possibile ampliare fortemente l’accesso a informazioni di pubblica utilità, favorendone il riutilizzo per analisi, servizi, applicazioni e soluzioni, con sensibili ricadute dal punto di vista della crescita economico-sociale. Tali dati avranno una licenza d’uso aperta e saranno dunque utilizzabili – in primis da persone affette da forme di disabilità sensoriali – senza alcun tipo di restrizione.

• Biglietti di viaggio elettronici e sistemi di trasporto intelligente (art. 8).

Le amministrazioni titolari di servizi di Trasporto Pubblico Locale promuovono l’adozione di sistemi di bigliettazione elettronica interoperabili, così da ridurre i costi connessi all’emissione dei titoli di viaggio.

Sul fronte della mobilità sostenibile, viene dato un forte impulso ai sistemi di trasporto intelligenti (ITS) per consentire la diffusione di nuovi servizi informativi su traffico e viabilità, sulla prenotazione di aree di parcheggio sicure, sui servizi di emergenza su strada.

• Procedure digitali per acquisto di beni e servizi (art. 6).

Tutte le procedure per l’acquisto di beni e servizi da parte delle PA dovranno essere svolte esclusivamente per via telematica, così da garantire maggiore trasparenza e tempistiche più celeri. Viene inoltre fortemente incentivato il riuso dei programmi informatici da parte delle amministrazioni, consentendo significativi risparmi di spesa.

• Trasmissione obbligatoria di documenti per via telematica (artt. 6,7)

Le comunicazioni tra diverse amministrazioni pubbliche, così come tra PA e privati, dovranno avvenire esclusivamente per via telematica. L’inadempienza della norma comporterà una responsabilità dirigenziale e disciplinare in capo al personale pubblico inadempiente.

Allo stesso modo, nel settore pubblico, tutte le certificazioni di malattia e di congedo parentale dovranno essere rilasciate e trasmesse per via telematica.

• Pubblicizzazione dei dati della PA (art. 9).

Con l’approvazione dell’art.9 del decreto si introduce un elemento di innovazione strutturale nella gestione del patrimonio informativo pubblico che diventa accessibile e utilizzabile dai cittadini e dalle imprese per promuovere la crescita economica, la partecipazione e la trasparenza amministrativa. Da oggi le amministrazioni italiane rendono disponibili i propri dati in formato digitale, si impegnano a condividere le informazioni che gestiscono e possono, grazie alle tecnologie digitali, coinvolgere, i cittadini, la società civile e il sistema produttivo in un gestione più efficace ed efficiente della cosa pubblica.

1.3 Servizi e innovazioni per favorire l’Istruzione digitale

• Fascicolo elettronico per gli studenti universitari e semplificazione di procedure in materia di università (art. 10).

Dall’anno accademico 2013-2014, verrà introdotto il fascicolo elettronico dello studente, uno strumento che, raccogliendo tutti i documenti, gli atti e i dati relativi al percorso di studi, consentirà la gestione informatizzata dell’intera carriera universitaria. Viene inoltre fortemente favorita la dematerializzazione dei flussi informativi tra gli atenei, facilitando e semplificando la mobilità degli studenti.

• Libri e centri scolastici digitali (art. 11).

A partire dall’anno scolastico 2013-2014, nelle scuole sarà progressivamente possibile adottare libri di testo in versione esclusivamente digitale, oppure abbinata alla versione cartacea.

Dall’anno scolastico 2012-2013, in ambiti territoriali particolarmente isolati (ad esempio piccole isole e comuni montani dove è presente un numero di alunni insufficiente per la formazione di classi) sarà possibile istituire centri scolastici digitali tramite apposite convenzioni con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che consentano il collegamento multimediale e da remoto degli studenti alle classi scolastiche.

1.4 Misure per la Sanità digitale

• Fascicolo sanitario elettronico, cartella e prescrizione medica digitali (artt. 12,13).

Al via il fascicolo sanitario elettronico (FSE), che conterrà tutti i dati digitali di tipo sanitario e sociosanitario del cittadino, raccogliendone di fatto l’intera storia clinica. Il fascicolo verrà aggiornato da diversi soggetti che, nell’ambito del servizio sanitario pubblico, prendono in cura gli assistiti.

In questo senso, le strutture sanitarie pubbliche e quelle private accreditate potranno conservare le cartelle cliniche solo in forma digitale, realizzando così significativi risparmi e semplificazioni. Viene accelerato anche il processo di digitalizzazione delle prescrizioni mediche, definendo tempi certi e uguali su tutto il territorio nazionale.

Si prevede inoltre di estendere la spendibilità delle prescrizioni di farmaceutica (attualmente limitata alla singola regione) a tutto il territorio nazionale.

1.5 Forte impulso per la banda larga e ultralarga

• Azzeramento del divario digitale, interventi per la diffusione delle tecnologie digitali (art. 14).

Viene confermato l’obbiettivo di azzerare il divario digitale, portando la connessione a almeno 2 mbps nelle zone non ancora coperte e nelle aree a fallimento d’impresa. Alle risorse rese già disponibili per il Mezzogiorno (circa 600 milioni) si aggiungono ora ulteriori 150 milioni di euro per finanziare gli interventi nelle aree del centro-nord.

Vengono fortemente semplificate alcune procedure e adempimenti autorizzatori per favorire la diffusione della banda ultralarga, anche tramite wireless, e delle nuove tecnologie di connessione. Per quanto riguarda gli scavi per la posa della fibra ottica, è prevista l’esenzione della tassa per l’occupazione del suolo e del sottosuolo. Gli operatori di tlc avranno assicurato l’accesso alle parti comuni degli edifici per le operazioni di posa della fibra.

1.6 Moneta e fatturazione elettronica

• Pagamenti elettronici alle pubbliche amministrazioni (art. 15).

E’ introdotto l’obbligo per le amministrazioni pubbliche, così come per gli operatori che erogano o gestiscono servizi pubblici, di accettare pagamenti in formato elettronico, a prescindere dall’importo della singola transazione. Le stesse amministrazioni sono tenute a pubblicare nei propri siti istituzionali e nelle richieste di pagamento i codici IBAN identificativi del conto di pagamento.

• Utilizzo della moneta elettronica (art. 15).

I soggetti che effettuano attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, saranno tenuti, dal 1 gennaio 2014, ad accettare pagamenti con carta di debito (ad esempio, bancomat). Con decreti ministeriali (ministero dello Sviluppo economico di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze) verranno disciplinati gli importi minimi, le modalità e i termini, anche in relazione ai soggetti interessati dall’attuazione della disposizione. I pagamenti elettronici potranno essere eventualmente effettuati anche tramite tecnologie mobili.

1.7 Giustizia digitale

• Biglietto di cancelleria, comunicazioni e notificazioni per via telematica (art. 16).

Vengono introdotte disposizioni per snellire modi e tempi delle comunicazioni e notificazioni in modo da rendere più efficienti i servizi in ambito giudiziario tra cittadini e imprese.

In particolare, nei procedimenti civili tutte le comunicazioni e notificazioni a cura delle cancellerie o delle segreterie degli uffici giudiziari verranno effettuate esclusivamente per via telematica, quando il destinatario è munito di un indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi ovvero quando la parte costituita in giudizio personalmente abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata al quale ricevere le comunicazioni e notificazioni relative al procedimento.

La stessa procedura è prevista per le notificazioni a persona diversa dall’imputato, nell’ambito dei processi penali.

• Modifiche alla legge fallimentare (art. 17).

Attraverso l’uso della posta elettronica certificata e di tecnologie online, le comunicazioni dei momenti essenziali della procedura fallimentare avverranno per via telematica. Tra questi: a) la presentazione del ricorso per la dichiarazione di fallimento; b) le comunicazioni ai creditori da parte del curatore; c) la presentazione della domanda di ammissione al passivo da parte dei creditori.

Per quanto riguarda l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, la disposizione concernerà il flusso di comunicazioni tra curatore e creditori (nel fallimento) e tra commissario giudiziale o liquidatore e creditori (nel concordato preventivo) e tra commissario liquidatore e creditori (nella liquidazione coatta amministrativa).

Infine, viene resa obbligatoria l’indicazione dell’indirizzo di posta elettronica da parte di ciascun creditore nella domanda di ammissione al passivo.

• Sinergia con l’VIII PQ Horizon 2020 (art. 19)

L’art. 19 promuove la definizione di grandi progetti di ricerca e innovazione su temi strategici e in linea con il programma europeo Horizon2020, con l’obiettivo di promuovere sinergie tra sistema produttivo, di ricerca ed esigenze sociali.

Lo scopo e’ di spostare in avanti la frontiera dell’innovazione attraverso appalti innovativi e precommerciali per servizi di ricerca in modo da sviluppare soluzioni industriali innovative non ancora presenti sul mercato e che rispondono alle esigenze espresse da pubbliche amministrazioni.

• Comunità intelligenti (art. 20)

L’art 20 disegna l’architettura tecnica, di governo e di processo per la gestione delle comunita’ intelligenti e dei servizi e dati da queste prodotte. Le comunita’ intelligenti sono partecipative, promuovono l’emersione di esigenze reali dal basso, l’innovazione sociale e prevedono meccanismi di partecipazione, inclusione sociale e efficienza delle risorse – attraverso il riuso e la circolazione delle migliori pratiche. Un sistema di valutazione e monitoraggio garantisce che le comunita’ rispettino gli impegni presi attraverso uno statuto periodicamente rivisto, allo scopo di verificare e massimizzare l’impatto del progresso tecnologico sul territorio.

2) Norme per favorire la nascita e la gestione di imprese innovative (startup).

Le misure introducono per la prima volta nel panorama legislativo italiano un quadro di riferimento organico per favorire la nascita e la crescita di nuove imprese innovative (startup). Tali norme sono coerenti con gli obiettivi previsti dal programma Nazionale di Riforma 2012 e con le strategie di sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo definite a livello europeo. Si intende in tal modo contribuire alla diffusione di una cultura dell’innovazione e dell’imprenditorialità, alla promozione della mobilità sociale, della trasparenza e del merito, alla creazione di occupazione qualificata, soprattutto giovanile. La Per le startup vengono messi subito a disposizione circa 200 milioni di euro, tra i fondi stanziati dal decreto sotto forma di incentivi e fondi per investimento messi a disposizione dalla Fondo Italiano Investimenti della Cassa Depositi e Prestiti. Nelle prossime settimane, con un apposito decreto ministeriale, saranno stanziate ulteriori risorse per nuove imprese presenti nel Mezzogiorno. La norma, a regime, impegnerà 110 milioni di euro ogni anno per incentivare le imprese startup.

• Startup innovativa e incubatore certificato: cosa sono e a cosa servono (art.25).

Per la prima volta nell’ordinamento italiano vengono introdotti la definizione e gli specifici requisiti della nuova impresa innovativa (startup).

In particolare, queste le caratteristiche della startup innovativa:

o la maggioranza del capitale sociale e dei diritti di voto nell’assemblea ordinaria deve essere detenuto da persone fisiche;

o la società deve essere costituita e operare da non più di quarantotto mesi;

o deve avere la sede principale dei propri affari e interessi in Italia;

o il totale del valore della produzione annua, a partire dal secondo anno di attività, non deve superare i 5 milioni di euro;

o non deve distribuire o aver distribuito utili;

o deve avere quale oggetto sociale esclusivo, lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;

o non deve essere stata costituita per effetto di una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda.

Inoltre la startup deve soddisfare almeno uno dei seguenti criteri: sostenere spese in ricerca e sviluppo in misura pari o superiore al 30 per cento del maggiore tra il costo e il valore della produzione; impiegare personale altamente qualificato per almeno un terzo della propria forza lavoro; essere titolare o licenziataria di una privativa industriale connessa alla propria attività.

La norma definisce anche l’incubatore certificato di imprese startup innovative, qualificandolo come una società di capitali di diritto italiano, o di una Societas Europaea, residente in Italia, che offre servizi per sostenere la nascita e lo sviluppo di startup innovative. I requisiti che gli incubatori devono possedere sono legati alla disponibilità di risorse materiali e professionali per svolgere tale attività.

Viene infine istituita un’apposita sezione del Registro delle Imprese con l’iscrizione obbligatoria per le startup innovative e gli incubatori certificati così da garantirne la massima pubblicità e trasparenza.

• Deroga al diritto societario e riduzione degli oneri per l’avvio (art. 26).

Per consentire una gestione più flessibile e più funzionale alle esigenze di governance tipiche delle startup, soprattutto se costituite in forma di S.r.l., sono introdotte le seguenti facoltà:

o Facoltà di estendere di dodici mesi il periodo di c.d. “rinvio a nuovo” delle perdite (dalla chiusura dell’esercizio successivo alla chiusura del secondo esercizio successivo) e, nei casi di riduzione al di sotto del minimo legale, di consentire il differimento della decisione sulla ricapitalizzazione entro la chiusura dell’esercizio successivo. Durante i primi anni di attività, ci possono essere frequenti episodi in cui le perdite intaccano il capitale per oltre un terzo a causa dei costi di avvio e degli investimenti iniziali, una più flessibile gestione degli obblighi di ricapitalizzazione può essere molto utile.

o Facoltà di utilizzare anche per le startup innovative costituite in forma di S.r.l. istituti ammessi solo nelle S.p.A., in particolare la libera determinazione dei diritti attribuiti ai soci, attraverso la creazione di categorie di quote anche prive di diritti di voto o con diritti di voto non proporzionali alla partecipazione, o l’emissione di strumenti finanziari partecipativi.

o Facoltà di offrire al pubblico quote di partecipazione in startup innovative costituite in forma di S.r.l., consentendo di facilitarne l’accesso al capitale indipendentemente dalla forma giuridica prescelta.

o Facoltà di deroga al divieto assoluto di operazioni sulle proprie partecipazioni qualora l’operazione sia effettuata in attuazione di piani di incentivazione che prevedano l’assegnazione di strumenti finanziari a dipendenti, collaboratori, componenti dell’organo amministrativo o prestatori di opere o servizi, anche professionali (stock options e work for equity).

Vengono anche ridotti gli oneri per l’avvio della startup innovativa e dell’incubatore certificato, attraverso l’esonero dai diritti di bollo e di segreteria per l’iscrizione al Registro delle Imprese, nonché dal pagamento del diritto annuale dovuto in favore delle Camere di commercio.

• Remunerazione con strumenti finanziari della startup innovativa e dell’incubatore certificato (art. 27).

Viene introdotto un regime fiscale e contributivo di favore per i piani di incentivazione basati sull’assegnazione di azioni, quote o titoli similari ad amministratori, dipendenti, collaboratori e fornitori delle imprese startup innovative e degli incubatori certificati. Il reddito derivante dall’attribuzione di questi strumenti finanziari o diritti non concorrerà alla formazione della base imponibile, sia a fini fiscali che contributivi. In questo modo, viene facilitata la partecipazione diretta al rischio di impresa, ad esempio attraverso l’assegnazione di stock options al personale dipendente o ai collaboratori di un’impresa startup.

• Rapporto di lavoro subordinato nelle startup innovative (art. 28).

Le startup usufruiranno di apposite disposizioni contrattuali per poter instaurare rapporti di lavoro subordinato che abbiamo maggiore flessibilità operativa, soprattutto nella fase di avvio dell’attività di impresa. Nello specifico, sarà possibile stipulare contratti di lavoro a tempo determinato con una durata variabile tra un minimo di 6 mesi e un massimo di 36 mesi, con possibilità di rinnovi senza soluzione di continuità, prorogabili ulteriormente una sola volta fino al termine di applicazione della normativa specifica per le startup (ossia, 48 mesi). Una volta decorsi i termini previsti, il rapporto di lavoro diventa a tempo indeterminato ed è escluso espressamente che la collaborazione possa continuare in altre fattispecie di lavoro subordinato o in modo “fittiziamente” autonomo.

• Incentivi all’investimento in startup innovative (art. 29).

Per rafforzare la crescita e la propensione all’investimento in imprese startup innovative, è fondamentale cercare di creare un clima favorevole al loro sviluppo aumentando la loro capacità di attrazione dei capitali privati, anche grazie alla leva fiscale. Si è stabilito pertanto che per gli anni 2013, 2014 e 2015 è consentito alle persone fisiche e giuridiche rispettivamente di detrarre o dedurre dal proprio reddito imponibile una parte delle somme investite in imprese startup innovative, sia direttamente che attraverso fondi specializzati.

• Raccolta diffusa di capitali di rischio tramite portali online (art. 30).

Viene introdotta un’apposita disciplina per la raccolta di capitale di rischio da parte delle imprese startup innovative attraverso portali online, avviando una modalità innovativa di raccolta diffusa di capitale (crowdfunding). La vigilanza viene affidata alla Consob, che è delegata ad emanare la disciplina secondaria al fine di tutelare gli investitori diversi da quelli professionali. In particolare, la disciplina dovrà assicurare che una parte dell’offerta debba essere sottoscritta da investitori professionali o da altri investitori specializzati nel venture capital, nonché prevedere un meccanismo di tutela degli investitori non professionali nel caso in cui i soci di controllo della startup cedano le proprie partecipazioni a terzi successivamente all’offerta.

Per quanto riguarda l’accesso al credito, le startup potranno usufruire gratis e in modo semplificato del Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, anche mediante la previsione di condizioni di favore in termini di copertura e di importo massimo garantito.

• Sostegno all’internazionalizzazione (art. 30).

Vengono incluse anche le imprese startup innovative operanti in Italia tra quelle beneficiarie dei servizi messi a disposizione dall’Agenzia ICE per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e dal Desk Italia.

La disposizione individua puntualmente tali servizi: l’assistenza in materia normativa, societaria, fiscale, immobiliare, contrattualistica e creditizia, l’ospitalità a titolo gratuito alle principali fiere e manifestazioni internazionali, e l’attività volta a favorire l’incontro delle startup innovative con investitori potenziali per le fasi di early stage capital e di capitale di espansione.

• Gestione della crisi nell’impresa startup innovativa e attività di controllo (art. 31).

L’intervento disciplina il fenomeno della crisi aziendale delle startup innovative, tenendo conto dell’elevato rischio economico assunto da chi decide di fare impresa investendo in attività ad alto livello d’innovazione. Dato l’elevato tasso di mortalità fisiologica delle startup si vuole indurre l’imprenditore a prendere atto il prima possibile del fallimento del programma posto a base dell’iniziativa. La scelta è quella di sottrarre le startup alle procedure concorsuali vigenti, prevedendo il loro assoggettamento, in via esclusiva, alla disciplina della gestione della crisi da sovra-indebitamento, applicabile ai soggetti non fallibili che non prevede la perdita di capacità dell’imprenditore ma la mera segregazione del patrimonio destinato alla soddisfazione dei creditori.

Per facilitare l’avvio di startup si prevede che, una volta decorsi dodici mesi dall’iscrizione nel Registro delle imprese del decreto di apertura della procedura liquidatoria, i dati relativi ai relativi soci non siano più accessibili al pubblico ma esclusivamente all’autorità giudiziaria e alle autorità di vigilanza.

Per vigilare sul corretto utilizzo delle agevolazioni e sul rispetto della disciplina dettata dal decreto in materia di startup innovative, il ministero dello Sviluppo economico può avvalersi del Nucleo speciale della spesa pubblica e repressione frodi comunitarie della Guardia di Finanza.

• Pubblicità e valutazione dell’impatto delle misure (art. 32).

Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, di concerto con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il ministero dello Sviluppo Economico, promuoverà una campagna di sensibilizzazione a livello nazionale per diffondere una maggiore consapevolezza pubblica sulle opportunità imprenditoriali legate all’innovazione e alle materie disciplinate dal decreto.

L’ISTAT provvederà alla raccolta e all’aggiornamento regolare dei dati necessari per compiere una valutazione dell’impatto – in particolare sui temi della crescita, dell’occupazione e dell’innovazione – delle misure volte a favorire la nascita e lo sviluppo di startup innovative.

Il ministro dello Sviluppo economico dovrà presentare entro il primo marzo di ogni anno una relazione sullo stato di attuazione delle disposizioni in materia di startup innovative, mettendo in rilievo soprattutto l’impatto di tali norme sulla crescita e l’occupazione.

La prima relazione successiva all’entrata in vigore del presente decreto dovrà essere presentata entro il primo marzo 2014.

3) Ulteriori misure per la crescita.

3.1. Credito di imposta al 50% per la realizzazione di nuove infrastrutture (art. 33).

Viene introdotto un credito di imposta come contributo pubblico alla realizzazione di opere strategiche e di importo superiore a 500 milioni di euro, che potranno in questo modo raggiungere l’equilibrio finanziario altrimenti non conseguibile.

Il credito potrà arrivare fino al limite massimo del 50% a valere sull’Ires e sull’Irap in relazione alla costruzione e gestione dell’opera. La disposizione è valida fino al 31 dicembre 2015.

In questo modo sarà possibile favorire la realizzazione di un considerevole numero di grandi infrastrutture, senza incidere sulle entrate erariali e per di più stimolando un indotto positivo anche per le entrate pubbliche.

3.2 Sportello Unico per l’Attrazione di Investimenti Esteri (art. 35).

Viene costituito un unico punto di coordinamento stabile, tempestivo ed efficace per i soggetti imprenditoriali a cui potranno far riferimento i soggetti imprenditoriali che abbiano intenzione di realizzare investimenti di tipo produttivo e industriale sul territorio italiano.

Lo sportello farà capo al ministero dello Sviluppo economico e coordinerà tutti gli altri soggetti che operano nel settore, avvalendosi anche del supporto di personale proveniente dall’ICE e dall’Agenzia INVITALIA, senza generare così ulteriori oneri per la finanza pubblica.

La promozione del made in Italy sui mercati internazionali sarà rafforzata grazie al fatto che Simest potrà partecipare al capitale di apposite società commerciali aventi sede anche in Italia.

3.3 Misure per il rafforzamento dei confidi (art. 36).

La norma proposta – che non comporta alcun onere aggiuntivo a carico del bilancio dello Stato – è volta a consentire ai confidi di rafforzarsi patrimonialmente per poter continuare a svolgere il ruolo di sostegno all’accesso al credito delle piccole e medie imprese, divenuto fondamentale nel corso della crisi.

Viene riconosciuto ai confidi la possibilità di imputare al fondo consortile o al capitale sociale i fondi rischi e gli altri fondi o riserve patrimoniali costituiti da contributi dello Stato, delle Regioni e di altri enti pubblici esistenti alla data di entrata in vigore di questo provvedimento. Sono introdotte misure per rendere più facilmente applicabile il nuovo regime a supporto dell’accesso al mercato dei capitali da parte di società non quotate, regime introdotto dal primo decreto crescita.

3.4 Proroga per progetto “carbone pulito” e per “superinterrompibilità” elettrica (art.34)

Proroga di un anno (dal 31-12-2012 al 31-12-2013) per la realizzazione del progetto cosiddetto “carbone pulito” (Carbosulcis). E proroga di tre anni (fino al 31-12-2015) del servizio per la cosiddetta “superinterrompibilità” elettrica per la Sicilia e la Sardegna.

4) Assicurazioni, mutualità e mercato finanziario

4.1. Misure per l’individuazione e il contrasto delle frodi assicurative (art. 21).

La norma, riprendendo varie proposte di iniziativa parlamentare, affida all’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo (IVASS) la cura della prevenzione amministrativa delle frodi nel settore dell’assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, relative alle richieste di risarcimento e di indennizzo e all’attivazione di sistemi di allerta preventiva contro i rischi di frode.

L’IVASS realizzerà un archivio informatico integrato attraverso il quale sarà più facile individuare indici di anomalia e di possibili frodi. Lo stesso Istituto potrà segnalare tali anomalie alle Autorità giudiziarie e incentivare azioni di indagine utilizzando il veicolo della vigilanza assicurativa.

4.2 Misure a favore della concorrenza e della tutela del consumatore nel mercato assicurativo (art. 22).

Vengono abolite nel Codice delle Assicurazioni Private le clausole di tacito rinnovo eventualmente previste dal contratto.

Si riporta da 2 a 10 anni il termine di prescrizione delle polizze vita “dormienti”, ridotto nel 2008 a soli due anni, termine che si è rivelato del tutto insufficiente al fine di garantire la possibilità di riscatto della polizza, soprattutto in caso di morte dell’intestatario.

Verrà inoltre definito, attraverso un decreto del ministro delle Sviluppo Economico, uno schema di “contratto base” di assicurazione responsabilità civile auto, nel quale prevedere tutte le clausole necessarie ai fini dell’adempimento di assicurazione obbligatoria. Ogni compagnia assicurativa, nell’offrirlo obbligatoriamente al pubblico, anche attraverso internet, dovrà definirne il costo complessivo individuando separatamente ogni eventuale costo per i vari servizi aggiuntivi.

La norma prevede anche l’introduzione di una disciplina che obblighi le compagnie di assicurazione a predisporre sui propri siti aree riservate attraverso le quali consentire ai propri clienti di verificare lo stato delle proprie coperture assicurative, le scadenze, i termini contrattuali sottoscritti, la regolarità dei pagamenti di premio, secondo procedure simili agli attuali sistemi di home banking.

Al fine di favorire la concorrenza nel settore si consente agli intermediari di poter collaborare con altri soggetti iscritti al Registro degli intermediari assicurativi e riassicurativi, garantendo piena informativa e trasparenza nei confronti dei consumatori e sancendo la nullità di ogni patto contrario tra compagnia assicurativa ed intermediario.

4.3 Misure per l’iscrizione al registro delle Imprese ulteriori misure di semplificazione per le società di mutuo soccorso (art. 23).

La disposizione si propone di aggiornare una normativa piuttosto datata (le Società di Mutuo Soccorso sono ancora disciplinate da una legge del 1886) e lacunosa in molte sue parti, per consentire a tali particolari società di svolgere con maggiore efficacia i propri compiti nel campo socio-sanitario e previdenziale, garantendo procedure pubblicitarie più certe oltre che il definitivo avvio di un sistema di vigilanza efficace.

In attesa di una riforma organica della disciplina, viene risolta un’importante questione interpretativa prescrivendo in termini univoci e chiari la necessità di previa iscrizione delle Società di mutuo soccorso al registro delle imprese. Oltre a semplificare questa iscrizione viene inoltre resa automatica l’ iscrizione presso l’Albo nazionale delle società cooperative, in una sezione che si istituirà espressamente dedicata alle SMS.

Una delle novità della proposta è poi quella relativa alla cosiddetta “mutualità mediata”, in virtù della quale si rende possibile anche ad una Società di mutuo soccorso di aderire in qualità di socio ad un’altra analoga società a condizione che lo statuto lo preveda espressamente e che i membri, persone fisiche di tali enti giuridici, siano destinatari di una delle attività istituzionali delle medesime società di mutuo soccorso. In tal modo si consentirà alle S.M.S. di minori dimensioni (e per tali motivi in condizioni di non poter erogare i servizi istituzionali) di continuare a svolgere la loro funzione in campo socio-sanitario.

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Decongestionare il traffico aereo: una sfida tecnologica, ma non solo

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Decongestionare il traffico aereo: una sfida tecnologica, ma non solo

Pubblicato il 10 luglio 2012 by redazione

Barcelona_airport

La popolazione mondiale è in continuo aumento e, infatti, ha superato i 7 miliardi portando a 2,5 milioni il numero di viaggiatori che scelgono l’aereo per viaggiare. A partire dal 2050 è previsto che il numero di abitanti del pianeta aumenterà di altri 2 milioni portando di conseguenza a crescere il numero di passeggeri e di voli. Così oltre che cercare di ridurre le emissioni di gas nocivi, le compagnie e i costruttori si pongono come obbiettivo quello di cercare di ridurre il congestionamento delle aree aeroportuali, sia per quanto riguarda il numero di passeggeri/voli operativi su una stessa area, sia per quanto riguarda le emissioni di gas concentrate intorno all’aeroporto(dovute ai tempi di attesa prima di ottenere il “cleared to land”). Inoltre quando si vola la percezione del passeggero di andare in linea retta da una città all’altra è assolutamente sbagliata: ci possono essere deviazioni, con conseguenti perdite di tempo, dovute a maltempo, a spazi aerei militari o alla distanza di sicurezza da mantenere tra un velivolo e un altro. Nel merito si è espressa la IATA (International Air Transport Association) affermando che se si riuscisse a ridurre anche di un solo minuto il tempo di volo di ogni tratta, la produzione di CO2 sarebbe ridotta di ben 4,8 milioni di tonnellate ogni anno. 

sesar_plan

L’unione europea in accordo con le compagnie aeree e i le aziende costruttrici ha varato il programma SESAR (Single European Sky Air Traffic Management Research) che, insieme al progetto gemello americano NextGen (The Next Generation Air Transportation System), cercherà di sviluppare dei sistemi per ottenere voli più veloci, minori esalazioni di gas combusti, rotte più corte e minor congestionamento degli spazi aerei e delle aree aeroportuali. Tutto ciò potrà essere attuato grazie al miglioramento di una tecnologia già ben diffusa ai giorni nostri:  il GPS. Infatti aumentando il livello di precisione del Global Positioning System sarà possibile tracciare gli aerei in volo su tutto il pianeta con un margine di errore ristrettissimo, permettendo loro di volare a distanza più ravvicinata e di seguire rotte più precise anche in presenza di maltempo. oche in volo

Tuttavia al vaglio degli esperti ci sono soluzioni che non prevedono l’ingresso in scena di nuove tecnologie, ma bensì uno sguardo alla natura che ci circonda. Basti gettare lo sguardo sui grandi uccelli migratori. Essi infatti sono in grado di percorrere grandi distanze non solo grazie alle loro ali di grandi dimensioni, ma soprattutto grazie al volo in formazione. Non è un caso infatti che questi volatili volino in gruppo disegnando nei cieli la forma di una freccia: sulle estremità delle ali del capo della formazione (quello che si trova sulla punta della freccia), una volta investito dal vento relativo, generato dal suo movimento in avanti, si creano dei vortici d’aria che sono diretti lungo un ben definita linea retta. Lungo questa, a destra e sinistra del capo formazione, si distribuiscono i restanti membri dello stormo che a loro volta generano dei vortici in grado di aiutare il compagno che segue. Questi movimenti d’aria si comportano in modo tale da creare una spinta diretta dal basso verso l’alto e da ridurre l’attrito dell’aria. In questo modo, alternandosi nel ruolo di capo formazione che è l’unico a non  beneficiare di questo effetto aerodinamico, i grandi uccelli migratori sono in grado di risparmiare energie preziose necessarie a completare trasvolate di lunghissime distanze.

Questo principio funziona anche con i velivoli, tanto è vero che gli aerei militari, soprattutto quelli di piccole dimensioni con autonomia chilometrica ridotta, a causa della scarsa capienza dei serbatoi, già la utilizzano. Nell’aviazione civile invece questa modalità ancora non è in uso, ma alcune soluzioni sono sotto la lente d’ingrandimento degli esperti. Le problematiche principali da risolvere sono due. La prima è quella dovuta alla distanza tra i velivoli, che per usufruire di questo beneficio aerodinamico dovrebbe essere di gran lunga inferiore a quella di sicurezza oggi in vigore. Per ovviare a questo primo problema sono in corso degli studi su nuovi sistemi di sicurezza a bordo degli aerei, per ovviare eventuali schianti in volo. Il secondo problema è invece di natura logistica: infatti non tutti gli aerei partono dalla stessa località e si dirigono verso il medesimo punto di arrivo. Da qui nasce la necessità di studiare un software che sia in grado di vedere quali siano i voli che in certe zone dello spazio aereo percorrono la stessa tratta, in modo tale da incastrare abbandoni  e rientri all’interno della formazione.E’ ancora molto difficile prevedere se questo sistema potrà andare in porto o no, ma se tutto questo si rendesse possibile avrebbe un enorme doppio vantaggio: ridurrebbe considerevolmente i consumi (e di conseguenza i costi) dei voli di lunga tratta e soprattutto ridurrebbe le emissioni di gas combusti rendendo il volo più alla portata economicamente e eco-friendly).

di Camillo Molino

http://videos.airbus.com/video/iLyROoafza6c.html

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Cacciatori di pirati digitali: chi sono i veri criminali?

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Cacciatori di pirati digitali: chi sono i veri criminali?

Pubblicato il 30 giugno 2012 by redazione

“La comunicazione è un processo sociale fondamentale, un bisogno umano primario e il fondamento di tutte le organizzazioni sociali. E’ centrale nella società dell’informazione.”

Il passo qui citato, viene riportato da una dichiarazione rilasciata durante il World Summit on the Information Society del 2003 e mai come oggi, visti i recenti sviluppi del progetto ACTA, a livello internazionale, e del SOPA negli USA (di fatto in sostituzione del DMCA, ora vigente), risulta così attuale.

Assange

In breve, questi progetti normativi costituirebbero una fortissima limitazione della libertà degli internauti di accedere e sfruttare informazioni online, opere condivise o database informatici, il tutto in nome di una fortissima protezione del diritto d’autore. Il che è reso ancor più paradossale dal fatto che proprio il copyright era nato come strumento di censura per gli autori! Già, infatti fu introdotto in Inghilterra nel XVI secolo in modo tale che la Corona potesse controllare cosa potesse essere pubblicato e cosa, invece, censurato! Quello che oggi viene difeso alla stregua di un diritto inviolabile, altro non era che uno strumento nelle mani dell’Autorità.

Procediamo per gradi. Sul filone dei recenti scandali informatici (Wikileaks, Megavideo, Megaupload e molti siti di file-sharing peer-to-peer solo per citarne alcuni), sono stati sviluppati a livello locale (visto che i progetti SOPA e PIPA sono stati presentati su base nazionale negli USA, rispettivamente dal deputato repubblicano della Camera dei Rappresentanti statunitense Lamar S. Smith e dal senatore Patrick Leahy) e poi estesi a tutela internazionale (vedi il recentissimo accordo commerciale dell’ACTA, siglato a Tokyo il 26 gennaio 2012 cui hanno aderito 22 dei 27 Paesi dell’UE), disegni di legge che rafforzerebbero notevolmente la proprietà intellettuale. Negli ultimi anni, infatti, si è sviluppato il trend internazionale di inasprimento delle pene, anche per quei reati che, di fatto, costituiscono ormai prassi consolidata dell’era digitale (come lo scaricare un brano musicale), al punto che è nata una sorta di “equiparazione” tra la violazione del copyright e il reato di furto.

Siamo arrivati a un punto di sanzionamento per cui la punizione non è più un deterrente per l’agente, ma svolge un ruolo di “punizione esemplare”, specialmente in caso di approvazione del disegno di legge del deputato Smith o del senatore Leahy, dove interi siti rischiano la rimozione soltanto per la violazione del copyright da parte di UNO solo dei contenuti: come dire “in un pacchetto di biscotti ce n’è uno guasto. Fermiamo l’intera produzione di dolci a livello federale!”. E a dirla tutta non si tratta neanche di grandi novità, visto che entrambi i progetti nascono dalle ceneri di altre due proposte: il DMCA (attualmente in vigore negli USA) e il COICA (presentato nel settembre 2010 e respinto). Stando a questi due progetti normativi, con il SOPA (Stop Online Piracy Act ) sarebbe consentito alle stesse detentrici di copyright di agire direttamente per impedire la diffusione di contenuti protetti e verrebbe seriamente limitata l’autonomia di siti che permettono agli utenti di caricare contenuti (senza andare troppo lontano: Facebook, Youtube, Blog….), in quanto anch’essi perseguibili, nonostante siano meri “contenitori” dell’informazione, al punto da essere considerati essi stessi “siti pirata” (come previsto dal PIPA, PROTECT IP Act).

Non solo! In previsione si avrebbe una proliferazione incontrastata di cause legali nascenti contro la violazione del diritto d’autore, dove siti minori verrebbero sopraffatti dalle grandi case detentrici del copyright, perchè incapaci di sostenere economicamente le spese legali. In aggiunta, questo progetto non si limiterebbe alla sola giurisdizione statunitense, ma estenderebbe il suo raggio d’azione anche a siti collocati al di fuori del territorio USA, ma accusati di consentire direttamente o indirettamente la violazione del diritto d’autore in uno degli Stati federali. Come? Oscurando tali siti, impedendone la visualizzazione dagli stessi motori di ricerca e compromettendone seriamente lo sviluppo economico, dal momento che le detentrici del copyright potrebbero rivolgersi a società di pagamenti online (Paypal e Mastercard solo per citarne alcune tra le più diffuse) vietando loro di fornire i propri servizi ai siti sospetti.

Per quanto riguarda la sfera europea, invece, un obiettivo simile, ma decisamente più mitigato, è stato perseguito tramite l’ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement ), accordo commerciale plurilaterale, spacciato per inasprimento ed estensione del TRIPs (Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, ad oggi considerato uno degli accordi più completi in materia di proprietà intellettuale), cui hanno aderito 22 Paesi su 27 dell’UE, tra cui anche l’Italia, e fino ad ora firmato da 30 Paesi. Anche l’iter di approvazione di questo progetto è stato piuttosto travagliato, soprattutto per la questione della scarsa trasparenza che ne ha accompagnato tutte le fasi dei negoziati. Innanzitutto, questo accordo commerciale nasce con l’intento “dichiarato” di rafforzare i diritti della proprietà intellettuale a livello internazionale, in modo da opporsi al fenomeno ormai capillare nella nostra società della contraffazione (alimentare, di farmaci, film e musica) e della pirateria informatica. I negoziati nascono nel 2007, coinvolgendo 40 Stati, diverse associazioni e multinazionali, e vengono mantenuti segreti durante tutta la redazione del testo originale, al punto che lo stesso Presidente Obama vi appone il segreto di Stato per motivi di sicurezza nazionale. Già questo episodio, dovrebbe essere un campanello d’allarme, perché così facendo il Presidente degli Stati Uniti ha spacciato un trattato (che quindi ha valenza legislativa e deve passare all’attenta analisi e votazione del Senato) per un “accordo esecutivo” stipulato sul fronte internazionale (sollevando non pochi dubbi circa la sua legittimità costituzionale, dubbi esplicitati direttamente al Presidente Obama, in una sorta di lettera aperta, firmata da alcuni tra i più autorevoli giuristi americani del nostro tempo: http://infojustice.org/senatefinance-may2012 ). Senza troppi giri di parole, questo gruppo di accademici fa notare come l’iter legislativo non rispetti i principi fondamentali sanciti nell’Articolo 1 della Costituzione americana ed evidenzia come la questione non riguardi una mera violazione processuale (ossia l’approvazione da parte del Congresso ex-ante, invece che ex-post, della proposta di legge), ma vada ad intaccare lo stesso principio di separazione dei poteri, in quanto la sfera di competenza del potere esecutivo verrebbe dilatata da una disposizione che “clearly does not authorize the agreement “ (infatti, la Sezione 8113(a) del PRO-IP Act non autorizza la negoziazione di accordi internazionali, ma auspica, nella sottosezione f) programmi di assistenza tecnica ai governi stranieri nella lotta alla contraffazione e alle infrazioni tra le Agenzie dei vari Paesi). Ed è qui che interviene l’altro motivo di incertezza: sul modello e sulla portata di leggi nazionali in materia di proprietà intellettuale, verrebbero creati obblighi internazionali, con una sommaria delineazione anche dell’entità delle ipotetiche pene relative a ciascuna infrazione.

Quest’onda di incertezza non ha risparmiato nemmeno l’Unione Europea, sia dal punto di vista accademico (dove quesiti analoghi si hanno: http://www.statewatch.org/news/2011/jul/acta-academics-opinion.pdf), sia dal fronte interno della stessa Unione europea. Se a luglio 2011, la Direzione Generale per le Politiche Estere si limitava ad avviare uno studio conoscitivo su ACTA, in vista della ratifica dell’accordo, in cui si conclude “l’inopportunità” (inteso come “pochi vantaggi”) dell’accordo, a partire da maggio 2012 il suo approccio si fa molto più analitico, al punto che il Parlamento Europeo decide di far passare il testo legislativo sotto la scure di ben cinque commissioni (la Commissione Giuridica; la Commissione Industria; la Commissione che si occupa di libertà civili; la Commissione Sviluppo e da ultima la Commissione Commercio Internazionale). Il responso comune? Respingere l’accordo! Immancabile la critica e il disappunto delle grandi major e dei loro rappresentanti (da molti considerate le “burattinaie” che si celano dietro questo progetto e che hanno partecipato alla “negoziazione segreta” dell’accordo). Carole Tongue, parlamentare europea ed esponente del Gruppo del Partito del Socialismo Europeo ha commentato, il 21 giugno 2012, alla fine del vaglio della Commissione Commercio Internazionale: «L’economia della conoscenza in Europa occupa fino a 120 milioni di lavoratori, con mestieri che vanno dalla manifattura ai settori innovativi e creativi. Penso che queste persone siano deluse dal voto di oggi».

Di contro, si è dichiarato soddisfatto il deputato David Martin (membro del Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo), responsabile di aver “affossato” l’accordo troppo vago, privo di definizioni precise, ma con sanzioni spropositate, che alla fine della votazione ha commentato: «Io critico il contenuto del trattato, non il fatto che l’UE tuteli la proprietà intellettuale. Se la Commissione proporrà sistemi e metodi più sensati per difendere la proprietà intellettuale, li sosterrò». Ora la decisione finale spetta al Parlamento Europeo, che a luglio si pronuncerà in seduta plenaria (dall’Agenda dell’Unione Europea fanno sapere tra il 2 e il 5 luglio 2012) sul testo integrale, senza possibilità di proporre emendamenti (si noti che in caso di risposta negativa, l’ACTA non sarà legge per l’Unione Europea!). La risposta, una sola: SI o NO.

 di Giulia Pavesi

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Sintesi del Rapporto Annuale 2012: La situazione del Paese Italia

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Sintesi del Rapporto Annuale 2012: La situazione del Paese Italia

Pubblicato il 02 giugno 2012 by redazione

Letta dal Presidente dell’Istat Enrico Giovannini, martedì 22 maggio 2012 a Roma nella Sala della Lupa, di Palazzo Montecitorio.

Signor Presidente della Camera dei Deputati, Rappresentanti del Governo, Autorità, Signore e Signori, oggi l’Istituto nazionale di statistica presenta il ventesimo Rapporto annuale sulla situazione del Paese, prodotto della elevata competenza e dell’assiduo impegno di tutto il suo personale. Il Rapporto, progettato per fornire uno strumento fondamentale di riflessione sulle condizioni sociali, economiche e ambientali del nostro Paese, e quest’anno profondamente rinnovato nella struttura e nella forma grafica, ha influenzato significativamente la storia dell’Istat e di molti dei suoi attuali dirigenti. Esso ha rappresentato non solo una straordinaria palestra per la formazione di tanti ricercatori, ma anche una continua fucina di nuove idee, che sono poi divenute parte della produzione corrente di informazioni statistiche e di analisi. Inoltre, se nel 1993 il Rapporto rafforzò la caratteristica di ente di ricerca dell’Istat (che la legge aveva già riconosciuto quattro anni prima), la sua presentazione, a partire dal 1998, presso la Camera dei Deputati rende evidente il ruolo di servizio a tutta la società italiana svolto dall’Istituto.

Naturalmente, l’impegno dell’Istat va ben oltre la predisposizione del Rapporto annuale.

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Nel 2011 è stato realizzato, in modo fortemente innovativo e con l’ausilio delle tecnologie più avanzate (i questionari di oltre 21 milioni di persone sono stati compilati via Internet), il 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, i cui risultati preliminari sono stati diffusi qualche settimana fa. L’anno trascorso è stato anche quello in cui l’utilizzo delle statistiche prodotte dall’Istituto ha avuto una crescita senza precedenti: la quantità di Gigabyte scaricati dal sito www.istat.it è più che raddoppiata in due anni, così come la diffusione dei file di microdati per la ricerca. L’attenzione dei media classici per l’informazione statistica ha raggiunto il massimo storico e la presenza dell’Istat sui Social Network sta crescendo rapidamente, così come l’uso dei servizi on-line orientati ai cittadini e alle imprese. Nell’anno passato l’Istat ha anche operato una profonda riorganizzazione interna, realizzato diversi progetti innovativi di carattere sia statistico sia gestionale, avviato l’attività della Scuola Superiore di Statistica e Analisi Sociali ed Economiche. Secondo una rilevazione effettuata per nostro conto da un autorevole istituto privato, nell’aprile del 2012 il 76 per cento della popolazione ha dichiarato di avere fiducia nell’Istat, con un aumento di tre punti percentuali rispetto all’anno scorso. Questi risultati sono stati ottenuti nonostante la riduzione del finanziamento statale, il blocco delle assunzioni e il taglio alle spese di formazione. Ma proprio perché quello attuale è un momento di scelte difficili per il Paese, e la disponibilità di informazioni affidabili sul contesto economico e sociale su cui si va ad operare assume importanza cruciale, credo sia arrivato il momento che, pur tenendo conto delle difficoltà della finanza pubblica, si investano sull’Istat e sulla statistica ufficiale risorse adeguate e non la metà di quanto speso in altri paesi europei, come la Francia. Peraltro, le risorse rese disponibili, a legislazione vigente, per il 2013 non saranno in grado di assicurare il funzionamento dell’Istituto. Il caso della Grecia ha reso drammaticamente evidente cosa accade quando, nella società dell’informazione, un istituto nazionale di statistica non fornisce dati affidabili. Sono sicuro che il Governo e il Parlamento, anche alla luce dei risultati raggiunti in questi anni in termini di innovazione ed efficienza, che pongono l’Istat all’avanguardia sul piano internazionale, non consentiranno che il nostro Paese veda la propria credibilità ridursi a causa dell’impossibilità di produrre le informazioni statistiche richieste dalle normative comunitarie e nazionali.

 

La difficile situazione del Paese

Nell’estate del 2011 il carattere strutturale della crisi è stato percepito dall’opinione pubblica.

Il 2011 ha segnato il ritorno dell’instabilità finanziaria per l’area dell’euro, che mette tuttora a rischio i fondamenti stessi dell’Unione Monetaria Europea: in tale contesto, l’Italia ha affrontato una delle crisi più difficili della sua storia. Negli ultimi mesi si è verificato un netto cambiamento nella psicologia collettiva del Paese e nello scenario politico, con conseguente ridisegno della politica economica e sociale, fattori questi destinati a incidere significativamente sulle prospettive a breve e a medio termine. La presa di coscienza del carattere strutturale della crisi è stata per l’Italia improvvisa e, per molti, traumatica. Gli interventi di politica economica che si sono succeduti in modo convulso nell’estate del 2011 hanno cercato di fronteggiare una crescente sfiducia nei confronti della sostenibilità del debito pubblico italiano e della capacità del nostro Paese di soddisfare le condizioni per restare nell’Unione Monetaria. L’adozione di misure drastiche, volte ad accelerare il percorso verso l’azzeramento del deficit pubblico e così rendere più sostenibile il debito sovrano ha ridotto il rischio del collasso finanziario, dando tempo all’Italia di avviare riforme di natura strutturale, coerentemente con gli impegni assunti in sede europea. In effetti, il 2011 si era aperto nel segno della prosecuzione della fase di ripresa ciclica delle economie sviluppate e della intensa crescita di quelle emergenti. Nel nostro Paese, l’aumento delle esportazioni e la tenuta dei consumi era accompagnata da una timida ripresa degli investimenti. Anche se già a partire dalla seconda metà del 2010 la produzione industriale aveva mostrato segni di rallentamento, nel secondo trimestre dell’anno scorso il Prodotto interno lordo (Pil) era cresciuto dell’uno per cento su base tendenziale. Il recupero della domanda di lavoro, dopo aver condotto ad un aumento delle ore lavorate e a un parziale riassorbimento della Cassa integrazione guadagni (Cig), sembrava destinato a trasformarsi in una crescita occupazionale. Il tasso di disoccupazione si era stabilizzato a un livello inferiore a quello medio europeo e il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie stava migliorando.

Nuova recessione a partire dal terzo trimestre …e rialzo della disoccupazione

Le difficoltà emerse sui mercati finanziari hanno indotto, a partire dall’estate, un brusco peggioramento delle prospettive, influenzando i comportamenti delle imprese e delle famiglie. Le prime hanno rivisto al ribasso i piani di produzione e di investimento. Le seconde hanno subito gli effetti immediati dei provvedimenti di natura fiscale, nonché quelli futuri legati alla riforma delle pensioni e del mercato del lavoro: alla riduzione del reddito disponibile attuale, già diminuito significativamente negli anni precedenti, si è aggiunta una contrazione di quello atteso per gli anni futuri. Il clima di fiducia è peggiorato e, analogamente a quanto avvenne nella crisi degli anni 1992-1993, la discesa dei consumi non si è fatta attendere, risentendo anche di un aumento del risparmio per fini precauzionali. A partire dal terzo trimestre del 2011 il prodotto ha ripreso a diminuire e la discesa si è accentuata nel trimestre successivo e nel primo di quest’anno. La domanda estera netta è stata l’unica componente che ha sostenuto, e tuttora sostiene, la dinamica del prodotto grazie alla buona performance delle esportazioni, soprattutto sui mercati extra-europei, in presenza di una forte contrazione delle importazioni. Si moltiplicano i segnali di difficoltà del mondo delle imprese, anche a causa del ritardo nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di fenomeni di credit crunch, i quali, in crescita nei primi mesi di quest’anno, hanno interessato di più le piccole imprese e coinvolto anche unità economicamente solide.

A fronte di un leggero aumento (0,4 per cento) dell’occupazione totale, nell’anno passato quella straniera è cresciuta dell’8,2 per cento (pur in presenza di una diminuzione del tasso di occupazione specifico) e quella italiana è calata dello 0,4 per cento. È aumentata l’occupazione femminile (+1,2 per cento) ed è rimasta sostanzialmente stabile quella maschile. Sono diminuite l’occupazione giovanile (-2,8 per cento) e quella dei 30-49enni (-0,5 per cento), mentre è aumentata (+4,3 per cento) quella degli ultracinquantenni, anche per effetto della modifica dei requisiti per accedere alla pensione. L’occupazione a tempo indeterminato e a tempo pieno è diminuita dello 0,6 per cento, a fronte di aumenti del 5,3 per cento di quella a termine (incluse le collaborazioni) e del due per cento di quella a tempo parziale, in gran parte “involontaria” (cioè accettata in mancanza di un impiego a tempo pieno). La disoccupazione ha ripreso a salire a partire dall’autunno, a seguito di una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle classi giovanili: oltre il 30 per cento dei giovani attivi risulta ora disoccupato. Anche il ricorso alla Cig è aumentato nei primi mesi di quest’anno.

Risale l’inflazione per energia e alimentari

L’inflazione è rimasta elevata per tutto il 2011, sospinta dall’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari importati; nei primi mesi del 2012 risulta stabile al 3,3 per cento, con un allargamento del differenziale inflazionistico nei confronti dell’area dell’euro. L’aumento dei prezzi dei prodotti acquistati con maggior frequenza (4,7 per cento ad aprile) è stato nettamente più accentuato di quello medio. Peraltro, nel 2011 l’industria, il commercio e una parte consistente del terziario hanno reagito alla contrazione della domanda con una riduzione dei margini di profitto, mentre il settore finanziario e dei servizi alle imprese li hanno mantenuti invariati, dopo la forte diminuzione subita nel 2010.

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Le manovre hanno ridotto il deficit pubblico e contenuto la crescita del debito

Le diverse manovre volte al riequilibrio della finanza pubblica hanno determinato, nel 2011, un indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni (3,9 per cento del Pil) inferiore di 0,7 punti percentuali a quello del 2010 e leggermente più basso (0,2 punti) di quello medio dell’area dell’euro; solo la Germania, tra i grandi paesi, ha conseguito un risultato migliore. Alla contrazione dell’indebitamento ha contribuito un contenimento dell’incidenza della spesa

pubblica sul Pil (dal 50,5 al 49,9 per cento), cui si è accompagnato un leggero aumento del rapporto tra entrate e prodotto (dal 46 al 46,1 per cento); la pressione fiscale complessiva è scesa leggermente (dal 42,6 al 42,5 per cento), mentre il carico fiscale e contributivo corrente sulle famiglie consumatrici è diminuito dal 29,6 al 29,3 per cento. Il rapporto debito pubblico/Pil è salito al 120,1 per cento, con un aumento di 1,5 punti percentuali rispetto ad un anno prima. Nel confronto con il periodo precrisi (cioè il 2007), tale rapporto è aumentato di 17 punti percentuali in Italia e di quasi 21 nella media dell’eurozona.

Il reddito reale delle famiglie cala per il quarto anno consecutivo, e la propensione al risparmio scende all’8,8 per cento

In questo quadro, e in presenza di una dinamica retributiva in ulteriore deciso rallentamento, il reddito disponibile delle famiglie in termini reali è diminuito nel 2011 (-0,6 per cento) per il quarto anno consecutivo, tornando sui livelli di dieci anni fa: in termini pro-capite esso è inferiore del quattro per cento al livello del 1992 e del sette per cento nei confronti del 2007. In quattro anni la perdita in termini reali (a prezzi 2011) è stata pari a 1.300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è passata dal 12,6 all’8,8 per cento.

 

1992 e 2011: due crisi a confronto, due Italie a confronto

Le difficoltà dell’Italia derivano anche da fragilità del suo sistema socio-economico

Guardando all’attuale situazione economica dell’Italia e riandando con la memoria al biennio 1992-93, non si può non provare un senso di déjà vu. Allora, l’instabilità dei mercati finanziari europei fu originata dalla mancata ratifica del Trattato di Maastricht da parte della Danimarca e dalle ombre che essa gettava sull’avvio dell’Unione Monetaria; oggi, dalla scoperta dei trucchi contabili della Grecia e dalla lenta e insufficiente reazione dei paesi che quell’Unione hanno, nel frattempo, realizzato. Venti anni fa si discuteva dei compiti della futura Banca Centrale Europea (BCE), nonché dei vincoli da imporre ai vari paesi per assicurare la stabilità del sistema; oggi, si discute della necessità di completare il quadro istituzionale esistente e di assicurare la sostenibilità a lungo termine della finanza pubblica procedendo alla modifica delle Costituzioni nazionali. Ma non si può non sottolineare come la debolezza dell’Italia abbia, ora come allora, forti origini interne, derivanti dall’elevato debito pubblico e da evidenti fragilità del sistema socio-economico e di quello politico, che ne mettono a rischio la solvibilità e la credibilità internazionale, oltre che il benessere economico dei suoi cittadini. Qualcuno potrebbe pensare che nulla sia cambiato in questi venti anni. Ma non è così. In questo arco temporale la società e l’economia hanno subito, più la prima della seconda, trasformazioni importanti, ma evidentemente insufficienti per evitare il ripetersi della storia, anche se sotto forme diverse, o per ridurre strutturalmente le forti differenze sociali, territoriali, generazionali e di genere che continuano a caratterizzare l’Italia.

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Aumenta la popolazione, grazie alla componente straniera, triplicata negli ultimi dieci anni

I primi risultati del recente Censimento evidenziano un aumento della popolazione residente rispetto al 1991 del 4,7 per cento: si tratta di 2,7 milioni di persone in più, quasi tutte straniere. Dal 2001 la popolazione straniera in Italia è quasi triplicata e, a fronte della sostanziale stabilità di quella italiana, rappresenta ora il 6,3 per cento del totale. Per molti stranieri, se non per tutti, si è realizzato un significativo processo di integrazione e di radicamento: quasi la metà degli immigrati non comunitari ha un permesso di soggiorno a tempo indeterminato e se nel 1992 si erano avute circa 4 mila acquisizioni di cittadinanza italiana per matrimonio e naturalizzazione, nel 2010 queste sono state oltre 40 mila. 78 mila bambini nati in tale anno (il 13,9 per cento del totale) hanno entrambi i genitori stranieri, cui si sommano i quasi 27 mila nati da coppie miste. Al 1° gennaio 2011 i minori extracomunitari regolarmente soggiornanti nel nostro Paese erano 760 mila: di questi, circa 420 mila sono nati in Italia. In complesso, i minori stranieri iscritti in anagrafe sono quasi un milione.

Si vive più a lungo, si fanno meno figli, sale la quota della popolazione anziana …aumentano le famiglie, ma sono sempre più piccole

I miglioramenti della sopravvivenza che abbiamo vissuto negli ultimi venti anni sono stati straordinari: la speranza di vita delle donne è passata da 80,6 a 84,5 anni, quella degli uomini da 74 a 79,4 anni. Resta bassa la fecondità: dopo il minimo raggiunto nel 1995 (1,2 figli per donna) il relativo tasso è risalito fino al 2008, quando si è stabilizzato a 1,4 figli per donna, grazie al contributo delle straniere, i cui comportamenti si stanno, però, avvicinando a quelli delle italiane. La combinazione tra l’aumento della sopravvivenza e il calo della fecondità ha reso l’Italia uno dei paesi con il più elevato livello di invecchiamento: attualmente, si contano 144 persone di 65 anni e oltre per ogni 100 persone con meno di 15 anni; nel 1992 questa proporzione era di 97 a 100.

Anche la struttura delle famiglie italiane è cambiata: si è ridotto il numero dei componenti e sono aumentate le persone sole, le coppie senza figli e quelle monogenitore. È diminuita dal 45,2 al 33,7 per cento la quota delle coppie coniugate con figli e sono aumentate le nuove forme familiari. La famiglia tradizionale non è più il modello prevalente, nemmeno nel Mezzogiorno: le libere unioni sono quadruplicate e la quota di nati da genitori non coniugati (pari al 20 per cento) è più che raddoppiata. Si esce dalla famiglia più tardi e si assiste ad uno spostamento in avanti di tutte le fasi della vita, ivi compresa quella in cui si diventa genitore. La quota di giovani tra i 25 e i 34 anni che vive ancora nella famiglia di origine è cresciuta di quasi nove punti e ora è pari a circa il 42 per cento.

Negli ultimi venti anni, l’occupazione cresce solo grazie alla componente femminile …ma è aumentata molto la precarietà per i giovani e le donne

Anche il mercato del lavoro è cambiato. Tra il 1993 e il 2011 le unità di lavoro sono aumentate di quasi 1,3 milioni (+5,7 per cento), ma il tasso di occupazione è cresciuto solo di poco più di tre punti percentuali (dal 53,7 al 56,9 per cento). In tale periodo l’occupazione maschile, nonostante il contributo degli immigrati, è scesa di 40 mila unità (-0,3 per cento); quella femminile è aumentata di 1,7 milioni (+22,2 per cento), quasi tutta nel Centro-Nord, grazie alla diffusione del parttime, che spiega due terzi di tale crescita. Ciononostante, il tasso di occupazione femminile continua ad essere nettamente più basso di quello medio europeo.

A fronte di un incremento generale dell’occupazione dipendente del 13,8 per cento, l’introduzione di nuove tipologie contrattuali, realizzato per accrescere la flessibilità in ingresso dell’occupazione, ha fatto sì che gli occupati a tempo determinato siano cresciuti del 48,4 per cento. Oggi, oltre un terzo dei 18-29enni ha un lavoro a tempo determinato, contro un valore medio del 13,4 per cento. Il divario tra il tasso di occupazione totale e quello dei giovani, che nel 1993 era di 3,8 punti percentuali, nel 2011 è salito a quasi 16 punti; quello calcolato sul tasso di disoccupazione è ora di quasi dodici punti percentuali. Vent’anni fa la disoccupazione giovanile era prevalentemente connessa ad una fase di passaggio verso il lavoro stabile, oggi è caratterizzata dall’alternanza con il lavoro precario. Se nei primi anni ’90 un terzo dei giovani con un lavoro atipico ne trovava uno stabile a distanza di un anno, ora questa situazione interessa solo il 18,6 per cento di loro. Se a questo si aggiungono i circa 2,1 milioni di Neet, cioè di giovani tra 15 e 29 anni che non stanno ricevendo un’istruzione e non hanno un impiego, si coglie appieno la drammaticità della condizione giovanile odierna.

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Le donne più scolarizzate degli uomini, ma i divari sul mercato del lavoro sono ancora molto ampi

La partecipazione scolastica delle donne è ora superiore a quella degli uomini (93 e 91,5 per cento, rispettivamente) e le prime concludono il percorso formativo più frequentemente dei secondi (il 78 per cento delle ragazze ottiene il diploma, contro soltanto il 69 per cento dei ragazzi). Nel mondo del lavoro, però, permangono forti differenze e l’incremento occupazionale che ha riguardato le donne si è concentrato in quei settori professionali in cui la presenza femminile era già relativamente più elevata e negli impieghi ad orario ridotto. Nel 2010 due terzi delle donne impiegate part-time vorrebbero avere un lavoro a tempo pieno (era un terzo sei anni prima). Più in generale, le donne subiscono ancora un significativo svantaggio nel caso di una gravidanza: l’avere un figlio, infatti, è l’elemento fondamentale che spiega, insieme alla precarietà, la probabilità di perdere il lavoro a distanza di 10 anni, soprattutto a causa dell’impossibilità di bilanciare il ruolo di madre e di lavoratrice. Peraltro, la crisi del 2008-2009 ha accentuato le difficoltà delle donne: in particolare, nell’industria in senso stretto il calo occupazionale femminile è stato doppio rispetto a quello maschile e per le donne il rischio di perdere il posto di lavoro è risultato, a parità di altre condizioni, superiore del 40 per cento a quello degli uomini.

Globalizzazione, nuove tecnologie ed euro hanno cambiato l’economia italiana, ma i risultati sono stati deludenti

Negli ultimi venti anni l’intensificarsi delle relazioni commerciali, produttive e finanziarie tra paesi e la rivoluzione tecnologica hanno determinato grandi trasformazioni nell’economia mondiale. L’Italia ha partecipato a questo processo con modalità solo in parte simili a quelle dei principali paesi avanzati. In tale periodo, infatti, l’economia italiana è cresciuta in termini reali ad un tasso medio annuo dello 0,9 per cento, con un significativo divario rispetto ai partner europei, che si è ulteriormente allargato nel periodo più recente. L’euro ha protetto l’economia italiana dalle instabilità tipiche degli anni ’70 e ’80, segnando la fine di episodi inflazionistici gravi e prolungati, ma negli anni Duemila, cioè quando l’avvio dell’Unione Monetaria avrebbe dovuto spingere ad una più rapida riconversione del sistema economico, l’intensità della riallocazione produttiva tra settori è stata inferiore a quella del decennio precedente. D’altra parte, la moneta unica sembra aver migliorato le performance delle imprese esportatrici già presenti sui mercati dell’area dell’euro diversi da quelli della core Europe (Germania e paesi limitrofi).

La specializzazione manifatturiera è cambiata poco, ma ci sono meno grandi imprese

Lo spostamento verso attività terziarie ha fatto emergere, da un lato, i settori legati alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; dall’altro, quelli volti al soddisfacimento di bisogni di cura e assistenza, e di bisogni immateriali. La struttura economica italiana appare ora più simile a quella dei partner europei rispetto a venti anni fa, ma la specializzazione manifatturiera del nostro Paese rimane fondamentalmente quella degli anni ’70 e la sua diversificazione simile a quella del 1992, in un contesto di progressiva riduzione del peso delle grandi imprese.

Prezzi al consumo italiani allo stesso livello di quelli tedeschi

Il risultato di questo processo è stato una diminuzione continua del rapporto tra valore aggiunto e produzione del settore manifatturiero, una crescita della produttività nettamente inferiore a quella dei partner europei e un’inflazione maggiore, anche dopo l’avvio dell’Unione Monetaria. Se nel 2000 il livello dei prezzi italiani era pari a circa il 95 per cento di quello medio dell’Unione Europea, e quello dei prezzi tedeschi superava quest’ultimo di circa il 10 per cento, nel 2010 i prezzi in ambedue i paesi erano superiori al livello medio di circa il quattro per cento. In dieci anni i prezzi al consumo italiani sono aumentati del 25,5 per cento, quelli tedeschi del 18,1 per cento: solo nei settori esposti ai processi di liberalizzazione la dinamica relativa dei prezzi è stata favorevole al nostro Paese, il quale ha invece sperimentato forti aumenti dei prezzi relativi di molti servizi (ricreativi, assicurativi, finanziari, trasporti) e di alcuni beni (alimentari non lavorati e abbigliamento).

Finanza pubblica: dilapidato negli anni Duemila il “dividendo dell’euro”

Il “rilassamento” del sistema economico e della politica economica italiana dopo l’entrata nell’Unione Monetaria appare ancora più evidente osservando le tendenze della finanza pubblica. Dopo la crisi del 1992-1993 l’Italia aveva prodotto uno sforzo eccezionale (per molti, compresi i partner europei, inatteso) pur di rispettare i parametri di Maastricht. Alla fine degli anni ’90 l’avanzo primario era di circa il cinque per cento del Pil e l’indebitamento netto vicino al due per cento; la pressione fiscale era pari a circa il 42 per cento del prodotto e la spesa pubblica (al netto degli interessi) al 41 per cento; il rapporto debito/Pil risultava in costante discesa (nel 2000 era pari al 108,5 per cento, dopo il picco del 121,2 per cento del 1994). A metà degli anni Duemila, però, l’indebitamento era nuovamente superiore al quattro per cento del Pil, l’avanzo primario quasi annullato, la tendenza alla riduzione del rapporto debito/Pil interrotta: dopo un nuovo contenuto miglioramento, la situazione è poi tornata a peggiorare a causa della crisi, cosicché nel 2011 l’indebitamento è stato vicino al quattro per cento del Pil, il saldo primario è tornato leggermente positivo, la pressione fiscale si è attestata al 42,5 per cento e la spesa pubblica (al netto degli interessi) al 45,6 per cento.

Scende la quota del reddito da lavoro sul Pil e cambia la composizione del reddito disponibile delle famiglie: aumenta il ruolo delle prestazioni sociali

Negli anni 1992-93 la quota del reddito da lavoro dipendente sul totale del valore aggiunto era vicina al 47 per cento. Dopo essere scesa di circa cinque punti percentuali fino ai primi anni Duemila, è poi gradualmente risalita, assestandosi negli ultimi tre anni intorno ad un valore del 45 per cento. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali sono rimaste immutate in termini reali, quelle di fatto sono aumentate dello 0,4 per cento all’anno. In tale periodo il carico fiscale e contributivo corrente sulle famiglie è aumentato dal 28,5 al 29,3 per cento, ma anche la composizione del reddito disponibile è mutata: è aumentata la quota delle retribuzioni (dal 39,4 al 42,8 per cento), mentre sono diminuite quelle dei redditi da lavoro autonomo (dal 28,5 al 25,3 per cento) e del reddito da capitale (dal 16,6 al 6,8 per cento), quest’ultima ridottasi soprattutto nel corso degli anni Duemila. È aumentata molto, invece, la quota delle prestazioni sociali (dal 25,4 al 32 per cento) e non solo a causa della crisi degli ultimi anni.

La povertà relativa resta stabile perché la spesa è stata sostenuta dalla riduzione della propensione al risparmio

Grazie alla riduzione della propensione al risparmio, oltre 13 punti tra il 1992 e il 2011, e al supporto proveniente dai trasferimenti pubblici alle famiglie, gli indicatori di povertà relativa basati sulla spesa sono rimasti stazionari negli ultimi quindici anni intorno al 10-11 per cento. Invariato è rimasto anche il forte divario tra Nord e Sud: nelle regioni settentrionali l’incidenza della povertà era pari, nel 2010, al 4,9 per cento, in quelle meridionali al 23 per cento. Al contrario, la composizione dei consumi delle famiglie è mutata significativamente: tra il 1997 e il 2010 è aumentata di molto la quota destinata all’abitazione (oltre sei punti percentuali), meno quella per l’energia, mentre tutte le altre voci hanno visto una riduzione della propria importanza. Le famiglie più povere hanno accresciuto i consumi del 44 per cento, riducendo drasticamente le spese non necessarie e la qualità dei prodotti acquistati (il 20 per cento di esse si rivolge agli hard discount). Gli acquisti del ceto medio sono aumentati del 25 per cento e sono ora maggiormente orientati verso prodotti non alimentari, con un forte incremento delle spese per l’abitazione (affitto, utenze, ecc.). Infine, le famiglie più ricche spendono nel 2010 solo il 14 per cento in più del 1997, con un peso maggiore, oltre che dell’abitazione, degli altri beni e servizi, la cui quota aumenta di mezzo punto percentuale: in particolare, sono cresciute in termini relativi le spese per assicurazione vita, onorari dei professionisti, articoli personali e per l’infanzia, pasti e consumazioni fuori casa. Sulla base delle analisi del Rapporto emerge come l’Italia abbia utilizzato male, in questi vent’anni di rafforzamento dell’integrazione europea, l’opportunità di risolvere alcuni dei suoi problemi storici, dagli squilibri di finanza pubblica, al divario Nord-Sud, alle differenze di genere, al sottoutilizzo delle risorse umane, soprattutto giovanili, al disagio delle famiglie numerose o maggiormente vulnerabili. D’altra parte, guardando agli elementi che preoccupano maggiormente la popolazione, si vede come, al di là delle fluttuazioni cicliche, tra il 1998 e il 2010 disoccupazione e criminalità siano rimaste stabilmente in testa alla graduatoria, distaccando nettamente tutti gli altri problemi (ambiente, immigrazione, debito pubblico, ecc.).

Gli indicatori della criminalità sono migliori di quelli medi europei, al contrario degli anni Ottanta

Per ciò che concerne la criminalità, a fronte di una stabilità dei delitti complessivamente denunciati, va notata la forte riduzione rispetto al 1992 dell’incidenza di omicidi, tranne quelli ai danni delle donne, di associazioni a delinquere e di furti, mentre appaiono in netto aumento le truffe, le estorsioni e le violenze sessuali denunciate. Complessivamente, nel 2010 l’Italia presenta indicatori di criminalità migliori di quelli medi europei, al contrario di quanto accadeva negli anni ’80. La quota di stranieri denunciati per reati è aumentata notevolmente nel tempo, in parallelo con la crescita della presenza straniera, ma il 20 per cento di essi ha commesso, come reato più grave, un’infrazione alle norme sulla regolare presenza sul territorio nazionale. Per ciò che concerne, invece, la disoccupazione, se nel 1993 il tasso complessivo era pari al 9,7 per cento, negli anni immediatamente successivi esso superò l’11 per cento, per poi ridursi in misura notevole nel corso degli anni Duemila (sino al 6,1 per cento nel 2007) e risalire negli anni della crisi. Nonostante l’ampiezza di quest’ultima e l’aumento dell’offerta di lavoro, nel 2011 la disoccupazione è stata pari all’8,4 per cento, inferiore al valore medio europeo.

 

Rigore, crescita ed equità

 

La modifica della Costituzione per assicurare il pareggio di bilancio

L’agenda politica italiana, in analogia a quanto avviene nel resto d’Europa, si basa su tre pilastri fondamentali: rigore, crescita ed equità. Se su tali obiettivi sembra essersi formato un consenso, anche mediatico, la discussione pubblica ha chiarito come la loro realizzazione preveda tempistiche molto diverse: rigore nel breve termine, crescita nel medio, equità in ambedue le fasi. La decisione più importante assunta nel 2011 sul piano del rigore, al di là delle misure concrete per realizzare il consolidamento fiscale, è stata quella di inserire nella Costituzione italiana l’impegno a realizzare il pareggio strutturale di bilancio. Poiché, come accadde con la ratifica del Trattato di Maastricht, l’opinione pubblica non sembra aver percepito appieno le implicazioni di una tale scelta, vale la pena ricordare che essa impone, dati gli elevati livelli di debito pubblico e di spesa per interessi su quest’ultimo, di raggiungere e mantenere per vari anni, al di là delle fluttuazioni cicliche, un avanzo primario molto consistente. Secondo le previsioni del Governo, il saldo primario corretto per il ciclo e le una tantum dovrà salire dall’1,3 per cento del Pil del 2011 al 4,9 per cento nel 2012 e al 6,1 per cento nel 2013, per poi restare invariato. Considerando che gli investimenti fissi lordi pubblici sono pari a circa il due per cento del Pil, e a meno di non volerne ridurre la già contenuta consistenza, al fine di realizzare quanto previsto sarà necessario mantenere l’avanzo primario di parte corrente corretto per il ciclo all’otto per cento circa del prodotto, un livello mai raggiunto nella storia italiana. Naturalmente, un tale risultato può essere ottenuto attraverso diverse combinazioni di entrate e di spese, con effetti differenti sulla crescita, a sua volta ingrediente indispensabile per evitare l’insostenibilità del debito: in ogni caso, lo sforzo derivante dall’impegno assunto resta formidabile. In presenza di vincoli di finanza pubblica come quelli appena ricordati, di minori spazi per un’espansione della domanda di consumo dovuti alla insoddisfacente dinamica del reddito disponibile e all’erosione della propensione al risparmio, di elevate incertezze sul futuro dell’economia europea e delle maggiori opportunità offerte dall’espansione delle economie emergenti e in via di sviluppo, la crescita di medio termine dell’economia italiana appare fortemente legata, oggi più di ieri, alle interrelazioni con il resto del mondo. Come mostrato nel terzo capitolo del Rapporto, queste dipendono da tre fattori cruciali, strettamente interconnessi: competitività, produttività, dotazione di capitale, specialmente di quello immateriale.

Cruciale il ruolo delle esportazioni per la crescita …… ma il posizionamento internazionale dell’Italia resta insoddisfacente

La buona performance mostrata dalle imprese esportatrici dopo la crisi del biennio 2008-2009 è stata realizzata soprattutto sui mercati extra-europei, mentre su quelli europei l’espansione è stata nettamente inferiore, circa la metà della prima. Negli ultimi tre anni le esportazioni delle grandi imprese sono cresciute, per tutte le tipologie di prodotti, più di quelle delle medio-piccole, maggiormente presenti sul mercato europeo. Questo vantaggio relativo segnala la necessità di affrontare con decisione il problema della struttura dimensionale dell’industria manifatturiera, che, pur presentando alcuni vantaggi, rischia di penalizzare nel medio termine l’economia italiana in termini di capacità di penetrazione sui mercati emergenti. La specializzazione internazionale del nostro Paese è ancora basata sulle produzioni tipiche del Made in Italy e della meccanica strumentale, con minime differenze rispetto a dieci anni fa, nonostante gli intensi processi di riposizionamento “interno” al modello di specializzazione e l’aumento del livello qualitativo delle esportazioni. L’internazionalizzazione dell’industria italiana ha prodotto anche un aumento del commercio intra-industriale (cioè all’interno dello stesso settore o della stessa filiera produttiva), soprattutto nei confronti della Germania, della Romania, dell’India e della Cina, ma una crescita limitata degli investimenti diretti verso e dall’estero. A confronto con i partner europei (soprattutto Francia e Germania), livelli e dinamiche di tali flussi appaiono molto contenuti, segno evidente di una scarsa attrattività del nostro Paese e di strategie imprenditoriali poco aggressive su questo piano, cosicché l’Italia presenta una quota di multinazionali estere sul territorio nazionale e un’attività estera delle multinazionali italiane nettamente inferiori a quelle dei principali concorrenti.

L’attivazione della produzione nazionale da parte delle esportazioni si va riducendo

Non va poi trascurato il fatto che la profonda trasformazione in corso delle filiere produttive globali sta influenzando negativamente la performance economica italiana: l’aumento della dipendenza energetica dall’estero, pur in presenza di una riduzione delle quantità importate, condiziona in modo strutturale il saldo della bilancia commerciale, fenomeno questo destinato presumibilmente a proseguire nel futuro, vista la crescita attesa nel medio termine dei prezzi dell’energia. Inoltre, l’internazionalizzazione dell’economia italiana sta producendo, a parità di altre condizioni, un aumento del contenuto di importazioni per unità di prodotto: ciò vuol dire che un’espansione delle esportazioni di merci attiva una quota sempre minore di produzione nazionale. Se, ad esempio, nel 1995 un aumento del 10 per cento delle prime produceva una crescita della seconda pari all’8,3 per cento, nel 2010 tale attivazione è scesa al 7,5 per cento. Il fabbisogno totale di input intermedi esteri nell’industria è aumentato di oltre il 35 per cento, quello di input intermedi interni si è ridotto di quasi il 10 per cento. Questo fenomeno riguarda soprattutto le produzioni a medio-bassa tecnologia e compensa l’aumento dell’attivazione derivante dalla crescita della domanda estera di servizi, settore nel quale la produzione nazionale presidia gran parte del mercato e in cui l’Italia presenta un forte deficit con l’estero. Se, quindi, il futuro dell’economia italiana dipende dalla domanda estera, le evidenze ora richiamate dimostrano l’urgenza di una scelta strategica sul posizionamento internazionale del nostro Paese, che modifichi le tendenze emerse nell’ultimo decennio, puntando ad un approccio sistemico all’internazionalizzazione. Stesso discorso vale per la produttività, la cui diminuzione osservata negli anni Duemila rappresenta un caso unico a livello europeo. A tale proposito giova ricordare che, per i paesi europei, la produttività del lavoro appare correlata positivamente con la natalità d’impresa, indicatore che in Italia assume valori relativamente modesti, nonostante l’altissima quota di piccole imprese.

Il ruolo dei “beni immateriali” per la competitività e la crescita della produttività

Inoltre, dall’analisi dei contributi dei diversi fattori alla dinamica della produttività nel decennio precedente la crisi del 2008-2009 l’Italia si caratterizza per il basso ruolo svolto dai cosiddetti “beni immateriali”, cioè l’investimento in ricerca e sviluppo, nuove tecnologie, innovazione organizzativa e capitale umano. In altri termini, il Paese non sembra aver colto le opportunità offerte dalla trasformazione in atto verso l’economia della “conoscenza”, con conseguente perdita di efficienza di sistema, misurata dal declino della total factor productivity. In particolare, è mancato l’effetto propulsivo dell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) che si è riscontrato in molti altri paesi europei. Le analisi svolte nel terzo capitolo del Rapporto delineano una sorta di agenda per trasformare la speranza di una crescita significativa e duratura in un risultato concreto, cui tutte le componenti del “Sistema Italia” devono contribuire: favorire la ridefinizione dell’assetto dimensionale dell’economia italiana e il suo posizionamento internazionale, attraendo capitali dall’estero e rafforzando la presenza italiana sul mercato internazionale di servizi. Aumentare la flessibilità dei mercati dei prodotti e dei fattori, così da elevare il tasso di natalità di imprese innovative. Recuperare il terreno perduto in termini di efficienza complessiva del sistema economico, attraverso investimenti, anche pubblici, in beni immateriali e in capitale umano. Migliorare il sistema logistico e dei trasporti, dove l’Italia presenta evidenti inefficienze (in parte legate ad una ridotta dimensione aziendale) e perdite di posizione competitiva, nonché un peso eccessivo del trasporto su gomma. Aumentare l’efficienza della giustizia civile (i cui ritardi scoraggiano gli investimenti dall’estero e penalizzano le imprese nazionali), principalmente attraverso una riduzione dell’elevata “litigiosità” consentita dal sistema normativo italiano, aumentando le economie di scala non sfruttate negli uffici giudiziari (per esempio “specializzando” i singoli magistrati) e rivedendo la distribuzione territoriale di questi ultimi. Infine, ma non meno importante, ridurre l’economia sommersa e l’evasione fiscale, ai cui effetti negativi sul piano dell’equità nella distribuzione del suo carico si sommano quelli derivanti dalla permanenza sul mercato di imprese chiaramente inefficienti, che costituiscono un freno alla necessaria accelerazione dell’ammodernamento produttivo e dell’aumento di efficienza di cui il Paese ha disperatamente bisogno.

L’equità svolge un ruolo fondamentale, insieme al consolidamento fiscale e al rilancio della crescita

Anche una realizzazione completa di tale agenda, come unanimemente riconosciuto, non produrrebbe, però, effetti consistenti che nel medio termine. Ecco perché l’equità, cioè una distribuzione economicamente e socialmente sostenibile dei vantaggi e degli svantaggi derivanti, anche in un’ottica intertemporale, dall’ipotizzato percorso di rigore e crescita, non può rappresentare un’appendice della strategia di rilancio del Paese, ma un suo ingrediente fondamentale. Equità, si badi bene, intesa non come necessaria equidistribuzione dei risultati socio-economici, ma come parità di opportunità indipendentemente dal luogo di residenza, dal genere e dalle condizioni della famiglia di origine, come bilanciamento nei rapporti intergenerazionali, come uniformità nel modo in cui il sistema normativo viene applicato in concreto. Su molti di questi aspetti il Rapporto evidenzia elementi che devono integrare l’agenda prima ricordata, analizzando situazioni che incidono significativamente sul senso di equità, di opportunità e di “futuro” offerte dal nostro Paese, quali la mobilità sociale tra generazioni, la distribuzione del reddito, le diverse prospettive occupazionali a seconda della tipologia del primo lavoro, le condizioni eterogenee di uomini e donne, di italiani e stranieri, di residenti nelle regioni del Nord e di chi vive in quelle del Mezzogiorno. Nei momenti di difficoltà come quello presente, la coesione sociale si basa non tanto sui risultati che si conseguono oggi, ma su quelli che possono essere ragionevolmente raggiunti in una prospettiva pluriennale, cioè sul modello di società che si intende realizzare in futuro.

Mobilità sociale bassa e minore che nel passato …… rende più difficile per i giovani migliorare la propria posizione

Per ciò che concerne la mobilità sociale, misurata dal passaggio, nell’arco di una generazione, da una classe sociale ad un’altra, risulta come nel 2009 il 62,6 per cento degli occupati si trovi in una classe sociale diversa da quella dei loro padri, una percentuale simile a quella registrata nel 1998. A migliorare la propria posizione sono soprattutto i figli di chi lavorava nel settore agricolo, profondamente mutato in questo arco temporale, mentre per la classe operaia urbana e quella media impiegatizia la mobilità è nettamente minore. Se poi analizziamo la “mobilità relativa”, cioè consideriamo la situazione al netto dei cambiamenti della struttura occupazionale, la possibilità di cambiare classe sociale è abbastanza bassa e questo tende a cristallizzare le disuguaglianze nel tempo. Osservando questi fenomeni in un’ottica temporale ampia, appare evidente come la mobilità “ascendente”, che aveva caratterizzato i giovani ventenni di tutte le generazioni entrate nel mercato del lavoro fino a quelli nati negli anni ’50, si è ridotta per i giovani delle generazioni successive. Parallelamente, è aumentata la probabilità di sperimentare una mobilità “discendente”: ad esempio, guardando all’ingresso nel mondo del lavoro, gli occupati delle generazioni più recenti, se provenienti dalla classe media impiegatizia o dalla borghesia, retrocedono più spesso dei giovani delle precedenti generazioni e i figli di operai salgono in misura minore rispetto ai loro predecessori degli ultimi 30 anni.

Istruzione fattore decisivo per la mobilità, ma restano forti i condizionamenti della situazione di partenza

L’istruzione è un fattore chiave per alimentare la mobilità sociale e stimolare la crescita economica attraverso un migliore capitale umano, ma anche questa risente della classe sociale della famiglia di origine: per la generazione più recente, solo il 12,5 per cento dei figli della classe operaia raggiunge la laurea, contro più del 40 per cento dei figli della borghesia. Anche l’abbandono scolastico è più ampio nelle classi meno elevate: il 37 per cento dei figli di operai nati negli anni ’70 ha abbandonato la scuola superiore, contro l’8,7 per cento di quelli della classe sociale più elevata. Tra questi ultimi oltre la metà si iscrive all’università, contro il 14,1 per cento dei figli della classe operaia, e la situazione non cambia significativamente per i nati negli anni ’80.

Se il primo impegno è atipico aumenta la probabilità di rimanere precario o perdere il lavoro

Forte appare anche l’influenza della tipologia del primo impiego sulle prospettive di carriera a lungo termine: tra i nati a partire dal 1980 la quota di chi entra nel mercato del lavoro con un impiego atipico è quasi del 45 per cento, a fronte di incidenze del 31,1 per cento per i nati negli anni ’70 e del 23,2 per cento per chi è nato negli anni ’60. Tra le persone entrate nel mondo del lavoro con un contratto atipico, a dieci anni dal primo impiego il 29,3 per cento è ancora in una situazione di precarietà, circa il 10 per cento non è più occupato e una quota consistente ha sperimentato una mobilità “discendente”. Quando il primo lavoro è a tempo indeterminato, dopo dieci anni si è ancora occupati stabili in una percentuale elevata. Tra i nati negli anni ’60, su 21,7 anni di presenza media sul mercato del lavoro, i lavoratori “sempre standard” hanno lavorato per 21 anni; quelli che hanno avuto almeno un contratto atipico, solo per 19 anni, otto dei quali passati in condizione di precarietà. Per i nati negli anni ’70, a fronte di 12,5 anni di presenza sul mercato del lavoro, i “sempre standard” hanno lavorato per circa 12 anni, gli altri solo per 10,7 anni, metà dei quali in condizioni di precarietà. Naturalmente, questi divari sono tanto più forti quanto più bassa è la classe sociale di partenza e tutto questo, soprattutto in periodi di crisi prolungata come l’attuale, produce effetti significativi sulle scelte di vita e sulle prospettive reddituali a medio e lungo termine.

Cambia la “geografia della povertà”: peggiora la condizione delle famiglie con minori e di quelle del Sud; migliora la situazione delle famiglie di anziani

Dopo il forte peggioramento dei primi anni ’90, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è rimasta sostanzialmente stabile, ad un livello comunque superiore a quello medio dei paesi OCSE. Tra il 1997 e il 2010 si è deteriorata la situazione delle famiglie di maggiori dimensioni e di quelle con minori: complessivamente, sono quasi due milioni (il 18,2 per cento) i minori che vivono in famiglie relativamente povere, il 70 per cento dei quali è residente al Sud. L’incidenza della povertà è aumentata tra le famiglie di lavoratori in proprio e di operai, nonché (di circa otto punti percentuali) per quelle in cui convivono più generazioni: le famiglie con minori in cui si realizza tale convivenza sono quasi raddoppiate rispetto al 1997 (oggi sono il 14,5 per cento); tra di esse, l’incidenza della povertà è passata dal 18,8 al 30,3 per cento. Complessivamente, sono le famiglie di anziani soli o in coppia a vedere diminuire l’incidenza della povertà (di sette e di quattro punti percentuali, rispettivamente), anche grazie ad una storia contributiva migliore della precedente generazione di anziani, eccetto che nel caso in cui si tratti di donne sole ultra sessantacinquenni, con basso livello di istruzione e vita lavorativa assente o molto limitata.

Lotta all’evasione e revisione del sistema fiscale per conseguire una maggiore equità

Ribadendo ancora una volta come l’ampiezza dell’evasione produca effetti redistributivi perversi e distorsioni nel sistema economico, va notato come gli interventi operati nell’ultimo ventennio sul sistema delle aliquote, delle detrazioni e delle deduzioni che determinano il pagamento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) abbiano prodotto un sistema che non è sempre in linea con l’obiettivo dell’equità. La diversità di carico fiscale, a parità di reddito, a seconda della fonte di quest’ultimo e le differenti possibilità a disposizione delle varie categorie di contribuenti di ridurre la base imponibile grazie ad agevolazioni e all’evasione fiscale sono esempi di questi squilibri. Vi è anche il problema dei cosiddetti “incapienti”, cioè di coloro i quali non possono utilizzare pienamente le detrazioni a fini Irpef: si tratta di più di quattro milioni di persone, il 64 per cento delle quali sono ritirati dal lavoro o non occupati, e la perdita di potenziali benefici è pari a circa 2,6 miliardi all’anno (594 euro pro capite). Analogamente, il principio della progressività è applicato a livello individuale e determina, a parità di reddito familiare, un significativo svantaggio per le famiglie con un solo percettore di reddito rispetto a quelle con due o più percettori. Infine, essendo differenti le detrazioni per reddito da lavoro dipendente e autonomo, le famiglie con un solo percettore di reddito autonomo inferiore a 15 mila euro pagano più Irpef a parità di reddito rispetto alle altre. Per contro, grazie alle maggiori opportunità di ridurre la base imponibile, le famiglie con soli redditi autonomi superiori ai 25 mila euro pagano, a parità di reddito, meno Irpef rispetto a quelle con soli redditi da lavoro dipendente. La discussione sul disegno di legge delega per la riforma fiscale e sugli atti successivi da essa derivanti rappresenta un’importante occasione per rivedere il sistema attuale in funzione di una maggiore equità.

Restano forti gli squilibri di genere, anche all’interno della coppia, e questo incide sulle opportunità lavorative delle donne

Un ulteriore fattore di disuguaglianza è legato al genere: mentre le donne hanno colmato antichi divari in termini di istruzione, permane ancora uno squilibrio nel rapporto con il mercato del lavoro, nei redditi e nella distribuzione di ruoli all’interno della coppia, elementi tra loro strettamente connessi. Il divario retributivo fra lavoratori e lavoratrici cresce all’aumentare del reddito ed è molto elevato per i livelli reddituali più alti. Inoltre, insieme a Malta, l’Italia è il paese con la maggiore diffusione di coppie in cui una donna adulta (25-54 anni) non percepisce redditi (33,7 per cento). In un terzo delle coppie la donna si fa carico di quasi tutto il lavoro domestico e di cura, e spesso tale asimmetria è associata con un più limitato accesso al conto corrente della famiglia, basse quote di proprietà dell’abitazione, scarsa libertà di spesa per se stessa, poco coinvolgimento nelle scelte importanti che riguardano il nucleo familiare. Solo nel sei per cento delle coppie esiste simmetria nel contributo economico e di cura tra i due partner. La vulnerabilità economica della donna all’interno della famiglia si riflette anche nella condizione dei coniugi dopo una separazione o un divorzio: tra le donne che hanno sperimentato questi eventi, il rischio di povertà è del 24 per cento, quello analogo rilevato per gli uomini è del 15,3 per cento, ma se la donna è occupata a tempo pieno, caso relativamente meno probabile che per l’uomo, questo differenziale si annulla.

Le famiglie straniere hanno un reddito medio pari alla metà di quello delle italiane

Nonostante i complessivi miglioramenti della condizione di vita degli stranieri, permane una chiara disuguaglianza con gli italiani. A fronte di un tasso di occupazione più elevato (62,3 per cento contro il 56,4 per cento degli italiani), il reddito medio di una famiglia composta da soli stranieri è ancora pari a circa la metà di quello di una famiglia italiana. Quasi il 42 per cento dei minori stranieri vive in famiglie in condizioni di deprivazione materiale, contro il 15 per cento rilevato per gli italiani. Oltre il nove per cento degli studenti stranieri risulta ripetente (per gli italiani la quota è del quattro per cento) e il 48 per cento appare in ritardo rispetto al corso di studi (8,5 per cento per gli italiani). Il tasso di abbandono scolastico è del 43,6 per cento per gli studenti stranieri effettivamente presenti sul territorio (cioè al netto di quelli che hanno abbandonato il Paese) e del 15,5 per cento per quelli italiani. L’incidenza dei Neet è del 32,8 per cento per gli stranieri, a fronte di un valore del 21,5 per cento per gli italiani.

Resta forte il divario Nord-Sud anche nei servizi pubblici …nonostante alcuni casi di successo di amministrazioni del Mezzogiorno

Infine, ma questo elemento rappresenta una costante di molte delle analisi svolte, alle quali si rinvia, permane, e si aggrava negli anni della recente crisi (il calo dell’occupazione è iniziato prima ed è stato più intenso), il forte differenziale Nord-Sud. Nel Mezzogiorno le opportunità delle donne dal punto di vista lavorativo sono minori, così come quelle dei giovani. Forti differenziali si rilevano ancora nella dotazione di servizi sociali erogati dai comuni (dagli asili-nido all’assistenza agli anziani e ai disabili) e nella relativa spesa. La qualità dei servizi sanitari è peggiore, così come quella di servizi ambientali come la fornitura di acqua potabile (con rilevanti dispersioni della rete di distribuzione) e la raccolta dei rifiuti (la discarica è ancora la modalità prevalente di smaltimento e quella differenziata copre appena il 20 per cento). Anche l’offerta e la qualità del trasporto pubblico locale sono le più basse del Paese. Sarebbe però un errore non riconoscere importanti casi di successo, come quello della raccolta differenziata, per la quale la distanza Nord-Sud si va riducendo, in molti comuni del Mezzogiorno, della spesa sociale per disabili dei comuni in Sardegna, o dell’efficienza nella distribuzione dell’acqua potabile in Basilicata e Calabria. Questo vuol dire che le amministrazioni pubbliche locali possono conseguire notevoli miglioramenti ovunque esse operino e l’opinione pubblica deve prenderne atto con soddisfazione, superando fastidiosi stereotipi. Peraltro, si registra una maggiore convergenza territoriale per quei servizi per i quali sono stati definiti standard di erogazione o “livelli obiettivo” da raggiungere.

Aumenta il consumo del suolo, soprattutto nelle regioni meridionali

Va poi segnalato come negli ultimi dieci anni il Mezzogiorno abbia visto realizzare un consumo di suolo nettamente superiore a quello rilevato nel resto d’Italia. Se, nel complesso del Paese, tale consumo è cresciuto dell’8,8 per cento rispetto al 2001, corrispondente ad un territorio pari a quello di una ipotetica nuova provincia di Milano completamente costruita (1.639 km2), nel Sud e nelle Isole l’aumento è stato ancora maggiore (circa il 10 per cento). Tra le province del Mezzogiorno che presentavano già livelli elevati di superficie edificata, sono Caserta (+18,4 per cento), Taranto e Catania (entrambe più dell’11 per cento) a presentare gli aumenti maggiori. Quella appena descritta è una tendenza preoccupante, in quanto una cattiva programmazione delle forme di urbanizzazione si può rivelare poco sostenibile da un punto di vista ambientale ed economico. Ad esempio, la dispersione di abitazioni e fabbricati destinati alle attività economiche sottrae territori ad altri usi e vocazioni, depaupera le valenze paesaggistiche, riduce il radicamento culturale delle persone rispetto ai luoghi di vita, limita l’accessibilità individuale ai servizi, incide negativamente sulla complessiva qualità della vita dei cittadini. Anche questo ha a che fare con l’equità e nel momento in cui il Paese si interroga sul modello di sviluppo da adottare per il futuro, è importante che si operi una scelta chiara anche sul tema del consumo del suolo.

 

Conclusioni

L’anno scorso, concludendo la lettura della Sintesi del Rapporto annuale, sottolineavo la vulnerabilità del “Sistema Italia”, sia delle imprese che delle famiglie, la necessità per il nostro Paese di prendere coscienza dei propri problemi, ma anche dei punti di forza, e la scarsa importanza che la società italiana sembrava attribuire al fattore “tempo”, in un mondo in forte accelerazione. Un anno dopo, amaramente, si può dire che il 2011 abbia obbligato, in modo traumatico, il Paese a comprendere appieno la gravità della situazione, a scoprirsi effettivamente più vulnerabile di quanto pensava e a mettere mano a numerose questioni irrisolte, con una accelerazione dei processi decisionali che ha pochi precedenti. Il 2012 sarà ricordato come un anno molto difficile sul piano economico e sociale. Le previsioni che oggi l’Istat diffonde per la prima volta dopo il trasferimento ad esso dei compiti precedentemente svolti dal disciolto Istituto di Studi e Analisi Economica (ISAE), indicano per quest’anno una contrazione del Pil dell’1,5 per cento. I consumi delle famiglie e, soprattutto, gli investimenti subiranno forti riduzioni (-2,1 per cento e -5,7 per cento, rispettivamente), mentre la domanda estera netta fornirà un contributo positivo, grazie all’aumento delle esportazioni (+1,2 per cento) e alla forte caduta delle importazioni (-4,8 per cento). La prevista riduzione dell’occupazione (associata ad un aumento della disoccupazione) e la contenuta dinamica retributiva contribuiranno all’ulteriore contrazione del reddito reale delle famiglie, in presenza di un’inflazione ancora elevata. Nel 2013, invece, il Pil dovrebbe aumentare dello 0,5 per cento, trainato dalla crescita delle esportazioni (+4,0 per cento), mentre la domanda interna resterebbe costante nella media dell’anno. La lieve ripresa occupazionale non sarebbe sufficiente a ridurre il tasso di disoccupazione, mentre la crescita dei prezzi rallenterebbe. Il quadro delineato per i prossimi 18 mesi, che per molti versi conferma le analisi formulate da altri centri di ricerca nazionali e internazionali, segnala la necessità di mantenere elevata l’attenzione sul fronte della politica fiscale e sottolinea l’importanza delle evidenze presentate nel Rapporto sui temi della crescita e dell’equità. In vista dell’avvio di una nuova legislatura, le forze politiche e sociali sono chiamate nei prossimi mesi a definire e proporre ai cittadini una prospettiva di medio termine per il Paese, rispettosa degli impegni di risanamento della finanza pubblica, ma anche convincente e in grado di mettere in moto le migliori risorse, e non sono poche, di cui disponiamo. Pensiamo alle donne, che negli ultimi venti anni hanno mostrato una dinamicità notevole sul piano dell’istruzione e del lavoro, e sperano di vedere riconosciute appieno le proprie capacità. Pensiamo ai giovani, che rappresentano un potenziale innovativo che trova enormi diffi coltà ad esprimersi. Pensiamo agli stranieri, desiderosi di integrarsi maggiormente nella società italiana, anche sul piano dell’imprenditorialità. Pensiamo alle imprese innovative che quotidianamente competono sui mercati nazionali ed esteri, che richiedono strutture efficienti di sostegno ad una internazionalizzazione moderna. Pensiamo alle imprese multinazionali disponibili a contribuire all’economia italiana se solo alcune condizioni socio-economiche non le penalizzassero, così come fanno anche nei confronti delle unità italiane. Pensiamo al capitale sociale di cui dispongono i nostri territori, che anche nella attuale crisi forniscono straordinari segnali di vitalità e attenzione alle situazioni di difficoltà. Pensiamo alle eccellenze esistenti nella tanto criticata Pubblica Amministrazione, le cui buone pratiche (e non sono poche) vanno consolidate e diffuse, così da ridare fiducia al contribuente onesto che si aspetta di usufruire di servizi efficienti in cambio delle tasse pagate. Pensiamo al “terzo settore”, nel quale solidarietà e impegno per lo sviluppo economico si incontrano in una sintesi che altri paesi ci invidiano. Pensiamo ai centri di eccellenza nella ricerca e nella formazione presenti in Italia, pienamente inseriti nei circuiti internazionali ai massimi livelli, che vorrebbero trovare nuove forme di collaborazione con il mondo produttivo. In questa prospettiva, mi piace pensare che anche l’Istat e il Sistema statistico nazionale possano essere considerati come punti di forza del nostro Paese, cioè come strumenti fondamentali per rappresentare i fenomeni rilevanti, per realizzare analisi utili alle politiche e alle decisioni individuali, per consentire la valutazione delle alternative possibili e dei risultati ottenuti, per informare i cittadini, anche in un’ottica di confronto internazionale e a scala territoriale dettagliata. La pubblicazione a fine anno del primo rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes), che conterrà indicatori e analisi relative ai fenomeni che le parti sociali hanno identificato come le più importanti per valutare lo stato del nostro Paese, rappresenterà un’altra occasione di condivisione del quadro di riferimento economico, sociale e ambientale, da cui partire per progettare il futuro. Se rigore, crescita ed equità costituiscono il trinomio su cui costruire il futuro del nostro Paese, non si può non dire che il cambiamento avverrà con gradualità. E che in questo “tempo di mezzo”, non breve e non facile, è indispensabile il massimo sforzo da parte di tutte le componenti della società, in nome di questo obiettivo comune, per rendere sostenibile sul piano sociale il percorso che ci attende. In tale prospettiva i “beni comuni” e i “beni immateriali” sono altrettanto, e forse più, importanti di quelli individuali e materiali: chiarezza negli obiettivi e negli strumenti da adottare, impegno e responsabilità individuale e collettiva per la loro realizzazione, trasparenza e integrità da parte di tutti coloro i quali sono chiamati ad assumere le decisioni rilevanti, correttezza nei comportamenti e nei rapporti pubblici e privati. Anche questi sono ingredienti fondamentali di una ricetta che, per funzionare, deve ricostruire un clima di fiducia reciproca tra gli attori della società, della politica e dell’economia. Per realizzare gli obiettivi di benessere duraturo a cui vogliamo tendere è indispensabile superare le attuali diffidenze e difficoltà, pur comprensibili, che serpeggiano nei paesi europei. Se, forse, nel 1992, quando l’Italia aderì al progetto di creazione dell’Unione Europea e della moneta unica, le implicazioni di una tale scelta non furono appieno comprese nella società e nel tessuto economico, a venti anni di distanza non si può non ribadire la irrinunciabilità della prospettiva europea per fronteggiare con successo l’attuale processo di globalizzazione e assicurare un futuro prospero alle nuove generazioni. Gli effetti economici e sociali di soluzioni alternative sarebbero devastanti per il nostro Paese e, al suo interno, per i soggetti più vulnerabili. Ecco perché a tutti noi, e specialmente a noi che siamo in questa sala, spetta impegnarci al massimo, qui e ora, per il futuro dell’Italia e dei suoi cittadini, di oggi e di domani.

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Le radici della crisi economica del mondo occidentale

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Le radici della crisi economica del mondo occidentale

Pubblicato il 06 maggio 2012 by redazione

L’Italia si sfalda e sfuma il progetto di un’economia nazionale

Triangolo-To-Mi-GeNegli anni 50’ si parlava del Nord Italia come del triangolo industriale, Milano-Torino-Genova, deputato e demandato allo sviluppo del Paese.

Negli anni 80’ cresceva la media impresa, che esportava sul mercato internazionale il “made in Italy” e al triangolo industriale si aggiungevano Treviso, Vicenza, Cuneo e Alessandria: l’occupazione cresceva in maniera straordinaria. Allora la Lombardia era il fulcro del Pil nazionale. Milano, dunque, capitale del terziario e della moda, e Torino votata all’industria; Milano città mercato, Torino l’organizzazione. La Lombardia negli anni si stabilizza e si rafforza e Milano si fa città globale, secondo alcuni la 7° città globale del Mondo. Torino invece resta indietro, perde la sfida e manca l’affaccio sui mercati internazionali.

Nel 2008 inizia la crisi, o meglio si manifesta. Milano, internazionale, sfrutta l’occasione europea e si colloca oltre oceano, non rispecchia più l’Italia risorgimentale che vedeva il Sud come grande serbatoio interno di manodopera a basso costo per le grande industrie del Nord, o per quelle trasversali al Paese come le autostrade, ma guarda ai grandi mercati del mondo, spingendosi verso la produzione di beni immateriali,  completamente scollata dal resto del Paese e ad un certo punto ottusamente votata al federalismo con un’assoluta mancanza di senso dello Stato e di Nazione, fino alle estreme conseguenze, che vedono la nascita della Lega e del Berlusconismo. Una Milano egoista, che sogna per sé e non ne vuol sapere del resto dell’Italia.

Dall’altra parte il Sud dopo varie migrazioni, prima verso l’America, tra la fine dell’Ottocento e i primi quarant’anni del Novecento, poi, alla fine della seconda guerra mondiale, verso il Nord del paese, si rivolge infine allo Stato come Welfaregate, per trovare le risposte ai propri bisogni economici: lo Stato si fa volano dello sviluppo economico e sociale del Paese.

anni50Alla fine degli anni 80’ si tirano le somme di questo forte statalismo, che ora è visto come impedimento allo sviluppo, e si decide di tagliare le strutture pubbliche e insieme a queste anche i grandi poli industriali come, per esempio, quello dell’Italsider, con la dismissione di 5000 operai. Questo è l’inizio della fine della grande industria e al contempo della grande classe operaia. In quegli anni qualcuno, semplificando, denunciava che non c’erano più soldi, che bisognava darsi da fare, che lo Stato assistenziale era finito e che al Sud l’industria non era riuscita a decollare perché c’era stato troppo Stato. Al Nord nel frattempo nascono e fioriscono invece le piccole e medie imprese, orfane di un progetto economico comune e nazionale, che la Lega traduce come ragione e giustificazione del non dover più stare insieme. A seguito di questo e di una maggior globalizzazione, anche lo Stato nazionale perde un po’ della sua funzione, ma soprattutto cambiano i presupposti capitalistici, che evolvono da industria a finanza: il capitale non più ancorato al territorio, va dove vuole, dove ha più convenienza. Nel Sud del Paese le risorse dello Stato si interrompono, così come quelle europee e il Meridione si arena completamente, privato di ogni ammortizzatore sociale. Anche le infrastrutture restano carenti e l’alta velocità riesce ad arrivare solo fino a Napoli. Il centro del Mediterraneo, il cuore del Sud dell’Europa, sembra proprio aver perso l’opportunità di affermare la propria centralità geopolitica e di far emergere tutte le sue possibili valenze, che se ben valorizzate e incanalate potrebbero evolvere in nuove economie sostenibili. C’è poi il problema della criminalità organizzata che con il suo clientelismo e la sua nuova vocazione finanziaria non permette facilmente l’evolversi di aziende e imprese terziarie. Anzi, i fiumi di denaro destinati alle imprese del Sud vengono invece recuperati dalle aziende del Nord e gli impianti acquistati, rivenduti ai Paesi del Terzo Mondo. E’ una battaglia difficile, che si combatte direttamente sul territorio e vede impegnate tutte le forze dell’ordine e della magistratura, ma che ha parte dei suoi gangli, radicati proprio nell’amministrazione e nella politica, troppo legata ai grandi interessi economici del territorio. L’integrità morale è saltata, cosi come la correttezza, e lo sviluppo economico si ritrova strettamente imbrigliato nelle sue maglie, così come il suo destino. Anche per questo l’Europa rappresentava per l’Italia una grande via di fuga, uno sbocco verso lo sviluppo, in ritardo di 40 anni rispetto a tutti gli altri paesi, persino verso la Spagna.


2006 crisi immobiliare degli Stati Uniti d’America

Nell’America di Grissman la politica monetaria pompava prestiti a gogò, e a basso interesse, alimentando bombe speculative, sia per i mutui delle case che per le aziende e invogliando gli americani a vivere al di sopra dei propri mezzi per almeno una decina d’anni. Raggiunto un alto livello di indebitamento individuale rifinanziavano il mutuo, basandosi su una tenuta stabile del valore delle case. Le banche a quel punto, dovendo accollarsi il rischio, decisero di impacchettare questi debiti e di cederli a terze parti finanziarie, facendo così crescere il rischio immobiliare fino all’esplosione della bolla e della crisi totale di tutto il sistema finanziario della cartolarizzazione (alias derivati), che provocò la sfiducia massiccia degli investitori e degenerò in un effetto domino globale, che mandò in crisi imprese e stati: dopo quella del 29’, questa è stata la crisi economica più pericolosa. I governi sapevano già dove si stava andando, ma non dove si sarebbe arrivati. All’inizio era infatti tutto abbastanza scontato: abbassare il costo delle case, facilitare l’accesso ai mutui, spingere verso una ripresa economica, movimentare il denaro liquido. In Spagna l’indebitamento immobiliare è arrivato al 27%. L’azzardo si è spinto molto oltre fino a incriccare il sistema finanziario globale, ma nessuno ha chiesto conto a questi esperti finanziari, confezionatori di derivati avariati, di assumersi le proprie responsabilità. Perché le banche non hanno controllato, perché le società di raiting cinesi, francesi, americane, non hanno segnalato i forti guadagni che entravano a fiumi nelle casse dei protagonisti di questo colossale affare. Quali sono gli organismi mondiali che dovevano monitorare, segnalare e porre rimedio ai danni ancora in essere, creando nuove regole a garanzia di tutti. Sta di fatto che la forbice tra ricchi e poveri si è aperta molto di più. Anche lo squilibrio tra le grandi nazioni come Cina e America è aumentato drasticamente e vede il 50% dei debiti americani concentrati sulle spese militari e solo il 25% sullo sviluppo. Di contro l’impegno cinese sullo sviluppo è massimo e su quello militare è quasi nullo. Risultato: la crescita economica cinese galoppa e la Cina siede ai tavoli più importanti del mondo e fa pesare il proprio voto nelle grandi decisioni globali. Il mondo è visibilmente cambiato e gli stipendi medi cinesi stanno raggiungendo quelli medi americani (lo stipendio di un ingegnere cinese è già pari alla metà di un ingegnere europeo), fermi invece al 1973 (30000 dollari netti all’anno), proprio come lo sviluppo economico americano.


Quo vadis EuropeQuo vadis Europa ?

L’Europa dal canto suo resta unita solo come moneta, interessata unicamente a salvare gli interessi dei paesi membri più forti, ma non a costituire una vera unità economica, politica e sociale: ovunque si sta facendo politica industriale, mediata dal governo e dal sindacato, il governo Obama ne è un esempio lampante, ma non in Europa.

L’attuale situazione produttiva europea, nell’ambito delle aziende manifatturiere è sinteticamente questa: Germania 27%, Francia 11%, Spagna e Inghilterra 11% e Italia (Nord) 6%.

La disparità con il sistema mondo è enorme. C’è di buono che la Cina riconosce ancora oggi il primato della moneta all’euro e non al dollaro, e implicitamente con questa preferenza mette in crisi e sottolinea di non accettare la supremazia, fino ad ora incontrastata, dell’egemonia economica americana. Fatto non da poco se si pensa al peso demografico cinese: 1/5 dell’intero mondo, 22.000 km di binari ferroviari completati entro il 2020, una camicia di buona qualità a un prezzo medio di 5 euro.

In Europa questa pressione-concorrenza con gli altri grandi paesi del mondo non solo sta bloccando la crescita economica, l’occupazione e il potere d’acquisto di uno stipendio medio, ma sta già mettendo in crisi pericolosamente anche i servizi-diritti sociali (scuola, sanità, tutele sindacali e pensioni).

L’Unione Europea ha forti responsabilità verso tutti i Paesi membri perché non ha rifiutato la globalizzazione, ma si è lasciata attrarre anch’essa dai miraggi finanziari e invece di promuovere una vera integrazione, ha promosso solo una politica monetaria a favore di interessi privati, condannando i Paesi membri più poveri a pagare il prezzo e il sostegno delle politiche economiche dei Paesi europei più ricchi.

L’Europa ha dei doveri e delle responsabilità che ormai non può più rifiutare, fosse anche, e non è poco, perché con la sua moneta rappresenta la seconda potenza economica del mondo. Ma come potenza è decisamente stravagante, non dispone neppure di una rappresentanza internazionale unica e siede ai tavoli del mondo con tutti i suoi Stati membri che detengono il potere di voto. Ogni Stato membro mantiene la possibilità di fare nel suo territorio tutto quello che vuole, così ad esempio ogni stato può stabilire dei dazi interni. L’Unione non si fa carico degli impegni presi dalle istituzioni pubbliche locali, né dei debiti che le stesse maturano in ogni singolo Paese. L’Unione non si impegna ad aiutare i Paesi in difficoltà, salvo fargli un prestito. Se però uno Stato membro va a gonfie vele e alza il livello di qualità della vita e dei servizi europei, impone di fatto un impegno economico maggiore agli Stati membri più poveri (un po’ come in una società per azioni quando qualcuno fa un rialzo di capitale: chi non riesce a stare al passo è fuori) che decidono sempre meno e che, per pagare, si indebitano sempre di più proprio con le “banche centrali europee”. Eppure senza Unione Europea, non si resta nel mondo e anche questo è un fatto. Forse davvero,  si dovranno stampare gli eurobond, riservandone una parte per il rilancio economico di tutta l’Unione ma, cosa non meno importante, bisognerà guardare all’Europa come veicolo di salvezza della democrazia. Questa, infatti, investita dalla fine del capitalismo, dagli interessi della nuova finanza, dai nuovi imperi protezionistici, sta scivolando in un pericoloso populismo che richiama echi aberranti neofascisti e antisemiti. I Paesi membri più ricchi hanno dunque una forte responsabilità nei confronti del mondo occidentale, che nei prossimi anni non si dovrà limitare a ricercare soluzioni alla crisi economica, ma che si dovrà seriamente impegnare nella difesa della democrazia.

di Adriana Paolini

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