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27 i vincitori del concorso annuale di traduzione Juvenes Translatore

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27 i vincitori del concorso annuale di traduzione Juvenes Translatore

Pubblicato il 29 gennaio 2013 by redazione

Bruxelles, 28 gennaio 2013

i vincitoriComplimenti ai giovani traduttori dell’UE!

Sono stati resi noti i nomi dei 27 vincitori del concorso annuale di traduzione Juvenes Translatores indetto dalla Commissione europea e riservato agli studenti della scuola secondaria. Più di 3 000 studenti di 750 scuole hanno partecipato al concorso nel novembre 2012. I vincitori, uno per ciascun paese dell’UE, saranno invitati a presenziare a una cerimonia di premiazione che si terrà a Bruxelles l’11 aprile per ricevere i premi dalle mani della Commissaria Androulla Vassiliou, oltre ad avere l’opportunità di vedere i traduttori della Commissione al lavoro.

“Il concorso è un modo eccellente di promuovere l’apprendimento delle lingue e la traduzione quale opzione di carriera. Le competenze linguistiche sono un’enorme ricchezza: ampliano gli orizzonti e possono accrescere l’occupabilità, cosa particolarmente importante nell’attuale situazione economica“, ha affermato Androulla Vassiliou, Commissaria responsabile per l’Istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù.

I concorrenti hanno tradotto un testo di una pagina scegliendo una delle 506 combinazioni linguistiche possibili tra le 23 lingue ufficiali dell’UE: la lingua di partenza poteva essere una qualsiasi delle 23 lingue ufficiali. I vincitori presentano un buon equilibrio in termini di diversità linguistica: infatti 11 hanno tradotto dall’inglese, 5 dal francese, 5 dallo spagnolo, 4 (tra cui la vincitrice italiana) dal tedesco, 1 dall’estone e 1 dall’irlandese. I testi sono stati valutati dai traduttori della Commissione.

Il concorso, organizzato per la prima volta nel 2007, è sempre più popolare. Circa 1 750 scuole si sono iscritte all’edizione 2012-2013, ma per motivi logistici il numero dei partecipanti è stato ridotto a 750 mediante una selezione casuale via computer. Il concorso è ben presente sui social network: infatti studenti, insegnanti e operatori professionali possono interagire su Facebook, Twitter e su un blog.

Il concorso dà alle scuole anche l’opportunità di apprendere l’una dall’altra e di sperimentare diversi metodi di insegnamento delle lingue. La scuola “Salzmannschule Schnepfenthal” in Turingia (Germania) merita di essere seguita con attenzione: i suoi studenti hanno vinto il titolo tre volte. Ma anche il Liceo Linguistico Europeo paritario S. B. Capitanio di Bergamo, frequentato dalla vincitrice italiana di quest’anno Francesca Magri, è già alla seconda vittoria. “Aderiamo al concorso ormai da cinque anni e siamo sempre più convinti che per i nostri studenti esso sia un’occasione per mettere alla prova non solo le loro competenze linguistiche, ma anche la loro creatività. E i risultati sembrano darci ragione visto che è la seconda volta che vinciamo questo concorso!” osserva la Professoressa Carla Giudice, che ha curato lo svolgimento del concorso per la scuola bergamasca. Dal canto suo, la vincitrice Francesca Magri commenta: “Ho partecipato traducendo dal tedesco, lingua che studio da tre anni e alla quale mi sono particolarmente affezionata. Partecipare a questo concorso mi ha dato l’occasione di avvicinarmi al mondo della traduzione, molto più complicato e affascinante di quanto mi aspettassi. Tradurre un testo da una lingua ad un’altra è ben lungi dal darne una traduzione sterile e perfettamente combaciante. È interpretare una frase, riscriverla colorandola di tutte le sfumature che presenta nella sua lingua madre, prendendo tutte le libertà che il traduttore si concede. Il concorso è stato inoltre un modo – per me efficace – di misurare me stessa e le mie capacità.”

I testi da tradurre avevano per tema la solidarietà tra le generazioni, che era anche la tematica dell’Anno europeo 2012, e spaziavano da casi di giovani che insegnavano ai vecchi come usare il computer a lezioni di storia impartite dagli anziani ai bambini. I testi sono stati compilati dai traduttori della Commissione per assicurare lo stesso livello di difficoltà in tutte le lingue.

Gli studenti croati potranno partecipare per la prima volta all’edizione 2013-2014 del concorso dopo che il loro paese avrà aderito all’UE e il croato sarà diventato la ventiquattresima lingua ufficiale.

Contesto

Il concorso ”Juvenes Translatores” (che in latino significa ”giovani traduttori”) è organizzato ogni anno dalla Direzione generale della Traduzione della Commissione europea. Il suo obiettivo è promuovere l’apprendimento delle lingue nelle scuole e consentire ai giovani di farsi un’idea di come funziona il mestiere del traduttore. Il concorso è aperto agli studenti delle scuole secondarie che hanno 17 anni di età (nell’edizione 2012-2013 si trattava dei giovani nati nel 1995) e si tiene contemporaneamente in tutte le scuole selezionate in tutta Europa. Il concorso ha spronato alcuni dei partecipanti a intraprendere studi di lingue e a diventare traduttori.

I vincitori (con la combinazione linguistica scelta per il test) e le loro scuole

PAESE VINCITORE SCUOLA
Austria Sophie Maurer (ES-DE) Sir-Karl-Popper-Schule/Wiedner Gymnasium, Wien
Belgio Juliette Louvegny (DE-FR) Collège du Christ-Roi, Ottignies
Bulgaria Пламена Малева (DE-BG) Езикова гимназия „Проф. д-р Асен Златаров“, Велико Търново,
Cipro Μαρία Μυριανθοπούλο (EN-EL) Ενιαίο Λύκειο Κύκκου Α, Λευκωσία
Repubblica ceca Daniela Ottová (EN-CS) Gymnázium a Střední odborná škola, Jilemnice
Danimarca Maria Priego Christiansen (ES-DA) Rybners stx, Esbjerg
Estonia Eeva Aleksejev (FR-ET) Gustav Adolfi Gümnaasium, Tallinn
Finlandia Annika Metso (FR-FI) Puolalanmäen lukio, Turku
Francia Lou Barra-Thibaudeau (ES-FR) Lycée Victor Hugo, Poitiers
Germania Valentin Donath (ET-DE) Salzmannschule Schnepfenthal, Waltershausen
Grecia Μαρία Φανή Δεδεμπίλη (ES-EL) Γενικό Λύκειο Βέλου, Βέλο Κορινθίας
Ungheria Rebeka Tóth (EN-HU) Erkel Ferenc Gimnázium és Informatikai Szakképző Iskola, Gyula
Irlanda Maeve Walsh (GA-EN) Loreto High School Beaufort, Dublin
Italia Francesca Magri (DE-IT) Liceo Linguistico Europeo paritario S.B. Capitanio, Bergamo
Lettonia Elvis Ruža (EN-LV) Mērsraga vidusskola, Mērsrags
Lituania Giedrė Pupšytė (EN-LT) Žemaičių Naumiesčio gimnazija, Šilutės rajonas
Lussemburgo Sophie Schmiz (FR-DE) Athénée de Luxembourg
Malta Janice Valentina Bonnici (EN-MT) G.F. Abela Junior College
Paesi Bassi Anne-Mieke Thieme (EN-NL) Marnix College, Ede
Polonia Urszula Iskrzycka (EN-PL) I Liceum Ogólnokształcące im. K.Miarki, Mikołów, śląskie
Portogallo Catarina Pinho (ES-PT) Escola Secundária de Rio Tinto, Rio Tinto
Romania Diana Alexandra Amariei (FR-RO) Liceul Teoretic Sfantu-Nicolae, Gheorgheni, jud.Harghita
Slovacchia Lenka Mišíková (FR-SK) Gymnázium bilingválne, Žilina
Slovenia Gita Mihelčič (EN-SL) Gimnazija in srednja šola Kočevje, Kočevje
Spagna Jaime Bas Domínguez (EN-ES) IES El Burgo de Las Rozas, Las Rozas, Madrid
Svezia Agnes Forsberg (EN-SV) Johannes Hedberggymnasiet, Helsingborg
Regno Unito Angus Russell (DE-EN) City of London School, London

 

Il testo inglese da tradurre

Sharing to learn

You’re never going to believe this, but I’m turning into a history nerd! And not just me; our whole class are getting into history. We all used to hate it – that endless procession of kings and queens, with wars and treaties thrown in to give us more to learn. But this year, inspired by something she heard on the radio about solidarity between generations, our teacher came up with an amazing idea. Once a fortnight a pensioner comes in to talk to us about what life was like when they were our age. They bring the past to life with all their fascinating anecdotes – and it’s not just “good-old-days” nostalgia either; we’ve learned about rationing and austerity in the forties and fifties, all the social changes in the sixties, and the oil crisis and the birth of the green movement in the seventies. What makes it special is that they all actually lived through these things: one of them even went to see The Beatles and brought in the ticket to show us. It’s hard to imagine a time when lots of people didn’t have phones in their houses or even a TV, but their talks make it somehow easier to understand why the world is as it is today. All the pensioners are coming in voluntarily; they’re not being paid. But it’s not all one-way traffic, and that’s the beauty of this scheme. Our teacher realised that we could do our bit too. While we’ve all grown up with computers and electronics, for many older people using a computer is as alien as, say, playing football in the street would be for us. They feel they’ve got to learn to use IT or they’ll just be left behind. Even on telly everyone is always talking about going online, and some of them just feel lost. So we’ve each been assigned tutees, whom we go and visit and help to use the computer. It’s funny how many of them are frightened that if they press the wrong button, everything will collapse or explode or something. We show them that it’s not like that at all. All we’re really doing is teaching them to overcome their fear, but you get a kick out of helping them to write e-mails, fill in online forms or order food from the supermarket. I even showed someone how to use Skype to talk to her granddaughter in Australia the other day. She was so grateful I thought she was going to cry! So we’re learning about the past and doing something really worthwhile at the same time. Perhaps the only downside is that we’re also eating an inordinate amount of cakes and biscuits!

Quello Italiano

Dalla bacheca della facoltà di Geologia dell’Università di Napoli: Baratto di tempo

Ricordate l’epoca (forse felice) in cui il denaro non esisteva e al massimo si utilizzavano le conchiglie? In tempi di crisi economica e di tasche vuote abbiamo pensato di rispolverare il vecchio baratto e di rilanciarlo in versione moderna per vedere se poteva ancora funzionare. E sapete una cosa? Funziona! E può essere anche molto divertente! Provare per credere… Forse non tutti sanno che l’Università (incredibile ma vero!) ci ha messo a disposizione nei weekend l’aula 43 del terzo piano, con una decina di computer, molti tavoli, qualche armadietto. A partire dal mese scorso, in questo spazio, il sabato e la domenica c’è un via vai incredibile di persone di tutte le età disposte a trasmettere il loro sapere e a condividere le loro esperienze nei campi più vari, pronte a insegnare quello che sanno fare a chi è interessato e a loro volta desiderose di imparare qualcosa. L’ambiente è quanto mai conviviale. Non avete idea di quante persone anziane o di mezza età sono venute per imparare ad usare il computer, a scrivere ed inviare email, a scoprire come navigare su Internet o telefonare via Skype. Per loro si è aperto un mondo nuovo che sembrava remoto e irraggiungibile e per gli studenti, perennemente interconnessi e superinformaticizzati, non è stato certo un problema fare da guide! E in cambio? C’è stato solo l’imbarazzo della scelta! Le nonne hanno svelato i trucchi di arti semidimenticate come il ricamo e il lavoro a maglia e hanno trovato proseliti entusiasti non solo tra le ragazze, ma anche tra i ragazzi. I nonni hanno rivelato doti insospettabili di provetti meccanici e biciclettai risolvendo rapidamente problemi di ruote bucate, bulloni svitati e freni allentati. E poi chi ha portato ricette di cucina, chi insegnato passi di danza, chi l’arte del riciclo e del fai da te e chi più ne ha, più ne metta. Sono nate nuove amicizie, una vera e propria gara di solidarietà tra persone di generazioni diverse. Per molti è stata una bella sorpresa, per altri una riscoperta: anche se ci dividono decenni, a volte addirittura mezzo secolo, possono esserci terreni d’intesa e complicità. E voi? Avete del tempo libero? Volete imparare o condividere qualcosa? Investirvi in qualcosa di alternativo? Venite anche voi! Scoprirete che l’amicizia non ha età se vi sono interessi in comune…

Per ulteriori informazioni:

Sito web del concorso: ec.europa.eu/translatores

Facebook: facebook.com/translatores

Twitter: @translatores

Blog JT per gli insegnanti: http://blogs.ec.europa.eu/translatores/

DG Traduzione: ec.europa.eu/dgs/translation

Persone da contattare:

Dennis Abbott  (+32 2 295 92 58); Twitter: @DennisAbbott

Dina Avraam  (+32 2 295 96 67)

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Adozione: il diritto di avere una famiglia

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Adozione: il diritto di avere una famiglia

Pubblicato il 18 dicembre 2012 by redazione

adozioneIl verbo “adottare” = “ad”+“optare” deriva dal latino “adoptio”, che significa “innesto”, ovvero: “introdurre una parte viva in un’altra, in modo che si congiungano armonicamente”.

La pratica dell’adozione ha origini molto lontane, è inscritta nei meccanismi delle dinamiche umane interattive da sempre, fa parte di quelle modalità di adattamento e capacità di “autoaiuto” che l’uomo con l’organizzarsi civile ha saputo trovare per far fronte ai problemi che la vita associata comporta; perché essa ha una precisa funzione sociale ed è la modalità che la società ha trovato per risolvere la questione dell’abbandono dell’infanzia, rispondendo a un bisogno di cura e necessità di educazione e protezione per quelli che saranno futuri cittadini, anche in un’ottica di lungimiranza, preventiva e di benessere per la società stessa.

Storicamente troviamo già una prima traccia di essa nel II millennio a.C. nel codice Hammurabi; successivamente se ne fa menzione nella Roma antica, laddove però il focus è totalmente sugli adulti, il figlio adottivo risponde quindi all’esigenza di assicurare a chi non può avere figli, un’eredità nel culto degli antenati, inoltre c’è totale assimilazione dell’adottato alla nuova famiglia, della quale assume il nome completo del padre adottivo, più il suo nome di famiglia, con la completa cancellazione di tutto ciò che è precedente. Inizialmente essa ha quindi una funzione patrimoniale, successivamente sarà riparativo/affettiva.

La ritroviamo poi nel Codice Napoleonico, ma senza la possibilità di adozione per i minori.

Se poi restringiamo il focus all’Italia: il primo Codice Civile italiano risale al 1865 e prevede l’adozione di maggiorenni, specialmente per motivi di merito, mentre per i minorenni è regolamento l’istituto della tutela, da parte di adulti “caritatevoli”, nei confronti dei bambini ritenuti “meritevoli”.

In seguito l’adozione è così normata nel Codice Civile del 1943: “L’adozione è permessa alle persone che non hanno figli legittimi o legittimati, che hanno compiuto i 50 anni e che superano di almeno 18 l’età di coloro che intendono adottare.” (art. 291); “L’adottato conserva tutti i diritti e doveri verso la sua famiglia d’origine. L’adozione non induce nessun rapporto civile tra l’adottante e la famiglia dell’adottato, né tra l’adottato e i parenti dell’adottante..” (art. 300)

Arriviamo poi al 1967 quando si verifica un notevole cambiamento legislativo: la tutela viene trasformata in vera e propria adozione, la questione del merito viene accantonata e centrale diventa la figura del bambino; focus infatti è il minore abbandonato e la sua necessità/diritto di trovare una famiglia idonea, non più gli adulti e il loro bisogno di un figlio, ma questi ultimi che si mettono al servizio della comunità e rendono “disponibile” il loro amore, nei confronti di un bambino che si viene a trovare, suo malgrado, in difficoltà; non più “un bambino per una famiglia” ma “una famiglia per un bambino”. Qui “l’adottato cessa ogni rapporto con la famiglia d’origine e diviene figlio legittimo degli adottanti, stabilendo un legame di parentela con tutti gli ascendenti e discendenti”.

Infatti sempre nello stesso periodo, nel Concilio Vaticano II (18 novembre1965), il decreto Apostolicam Actuositatem (apostolato dei laici), cita “fra le varie opere di apostolato familiare ci sia concesso enumerare: adottare come figli propri i bambini abbandonati” valorizzando l’adozione anche all’interno della dottrina cattolica.

Diritto di avere una famiglia

Il 29 maggio 1993 viene per la prima volta normata a livello sovranazionale, l’adozione internazionale, con la stesura della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale nota come Convenzione dell’Aja, ratificata dal Parlamento italiano il 31 dicembre1998 con la L. 476 (che pone anche normative più chiare in merito all’adozione internazionale, fino a quel momento lasciata molto al “fai da te”, da ora in poi viene stabilita la funzione di mediazione degli Enti locali, dei quali viene redatto un album degli Enti autorizzati e istituita la Commissione per le adozioni internazionali). Essa pone al centro il minore ed i suoi diritti fondamentali, fra i quali quello di avere una famiglia, anche se prescrive che nei vari Stati, ci sia un impegno legislativo affinché prioritariamente il minore sia portato a rimanere, dove possibile, con la famiglia d’origine e solo in ultima analisi si faccia ricorso all’adozione. Non tutti gli Stati aderiscono, laddove questo non avviene ci sono però accordi bilaterali tra Paesi ratificanti e non. Per quanto riguarda l’Italia, adozione nazionale e internazionale (fra i Paesi aderenti la Convenzione oppure con Paesi coi quali l’Italia ha accordi bilaterali) sono normate dalla legge del 4 maggio 1983 n. 184, art. 27, che dispone che “l’adozione fa assumere, al minore adottato, lo stato di figlio legittimo degli adottanti, dei quali porta anche il cognome”. La stessa definisce anche quali devono essere i requisiti fondamentali degli adottanti (uniti in matrimonio da almeno 3 anni oppure sposati da un periodo minore, ma che raggiunga i tre anni con l’aggiunta di una convivenza prematrimoniale; con una differenza d’età che vada da un minimo di 18 anni ad un massimo di 45, eventualmente maggiore, ma sempre non più di 55 anni; in grado di educare, istruire e mantenere i minori).

Per quanto riguarda la conoscenza delle proprie origini e le informazioni per tutto ciò che riguarda il “prima”, la suddetta legge n. 184 del 1983, nella versione originaria dell’art. 28 non ammetteva la possibilità di conoscere le generalità dei genitori naturali, vedendo l’adozione come una vera e propria “nuova nascita”, rispetto alla quale perdeva d’importanza tutto ciò che l’aveva preceduta, volendo prevenire rispetto ai rischi di una doppia genitorialità ed in questo modo proteggere gli interessi di tutte le parti in gioco, figli, genitori adottivi e genitori naturali, apportando come unica soluzione una cesura netta di qualsiasi rapporto. Era quindi vietata la visione dei documenti contenenti informazioni sui genitori naturali ai sensi dell’art. 24, comma 1, legge 241/90, che esclude l’accesso “nei casi di segreto o di divieto di divulgazione espressamente previsti dalla legge”.

2001: diritto all’informazione dell’adottato.

Nel 2001 avviene un notevole cambio di rotta, sulla spinta del diritto convenzionale (art. 20 della Convenzione europea di Strasburgo sull’adozione dei minori; art. 7 e 8 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, del 1989; art. 30 della Convenzione dell’Aja del 1993, sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, ratificata in Italia con legge 476/1998, la quale impone alle autorità competenti di ciascuno Stato contraente di conservare con cura le informazioni relative ai minori adottati, assicurandovi l’accesso nella misura e con le modalità previste dalla legge interna dello Stato) la novella di quell’anno, l. 28 marzo 2001, n. 149, cambia totalmente registro e consente all’adottato di sapere chi sono i propri genitori naturali, ma soltanto raggiunta l’età di 25 anni, ritenuta psicologicamente idonea, con un’identità sufficientemente stabile, equilibrata e matura, affinché la scoperta di queste informazioni non produca pericolose ripercussioni a livello psicologico; questa legge sancisce quindi per la prima volta il diritto all’informazione dell’adottato.Si parla di diritto incondizionato: riconoscere un diritto incondizionato significa che con il raggiungimento dei venticinque anni cessa la segretezza sul rapporto genitoriale biologico, forma di tutela per i genitori naturali (salvo quanto disposto dal comma 7) e per i genitori adottivi, e l’unica situazione giuridica rilevante per l’ordinamento diventa il diritto all’informazione dell’adottato che può presentare al Tribunale per i Minorenni un’istanza per essere autorizzato ad avere accesso alle informazioni sulla propria origine. L’adottato maggiorenne, ma di età inferiore ai 25 anni può presentare l’istanza solo se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica; in entrambi i casi, l’accesso è autorizzato se il Tribunale valuta che esso “non comporti grave turbamento all’equilibrio psico-fisico del richiedente” ascoltando le persone del contesto intorno al minore, come i genitori adottivi, dalle quali può assumere tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico, e, ove possibile, può accadere che il giudice ascolti i genitori biologici, in quanto l’adottato potrebbe eventualmente decidere di relazionarsi con essi nel caso di accoglimento dell’istanza. Laddove invece, in età adulta, i genitori adottivi siano entrambi deceduti o divenuti irreperibili l’accesso alle informazioni deve essere concesso senza necessità di autorizzazione del Tribunale per i Minorenni.

Negli altri casi l’autorizzazione deve essere richiesta al Tribunale per i minorenni con ricorso, con il necessario parere del Pubblico Ministero, e la ragione di ciò è la necessità di tutela del minore adottato affinché si realizzi il pieno inserimento all’interno della nuova famiglia e nella società senza interferenze e continui riferimenti al suo passato. La divulgazione delle informazioni da parte di chi ne è a conoscenza, senza l’autorizzazione del Tribunale, comporta una violazione penalmente sanzionata, così come previsto dall’art. 73 della legge n. 184/1983.

Oggi il minore ha diritto ad essere sempre informato della sua condizione di adottato, tale informazione è prescritta per legge, i genitori adottivi hanno quindi il dovere di rivelarlo, alla loro sensibilità sono lasciati i termini e i modi, che dovrebbero essere commisurati all’età del bambino, ma affinché dal bambino non sia vissuta come rivelazione shockante, magari ad un’età troppo elevata, essa deve essere preparata nel tempo e i genitori devono cominciare a parlarne, con il linguaggio giusto, già dalla tenera età e continuare a farlo, cosicché tutto possa essere accompagnato ed inscritto in un’ottica di senso e di “contenitore” delle emozioni, nell’ambito del rapporto genitore/figlio.

Questo cambiamento di prospettiva è in linea con una attenzione più “psicologica” nel redare le leggi che, infatti, devono regolare rapporti molto intimi e trattare una materia assai delicata. Col passare degli anni si è cercato di trattare la questione con sempre più sensibilità, principalmente per la tutela delle figure più deboli ed indifese, che sono sempre i minori, e ci si è sempre più avvalsi di competenze multidisciplinari e consulenze che derivavano da più campi. Il mondo della psicologia si è espresso in merito a questa questione tramite molte ricerche e lavori, che hanno evidenziato come il segreto rispetto alle origini fosse quanto mai dannoso, il non detto pesava più dell’esplicito del quale si poteva avere tanto paura, le persone erano più portate a trattare l’adottato con modalità diverse e tutte le misure protettive in merito alla questione spesso davano vita ad aspetti del legame disfunzionali e contraddittori che da parte del soggetto interessato potevano essere letti in modo incomprensibile e dar vita a confusione. Era pur sempre presente il rischio di una rivelazione in età adulta da parte di esterni o scoperta traumatica, suscitando così reazioni emotive dalle pesanti ripercussioni psicologiche e in ultima analisi il tenere all’oscuro la persona di un tale aspetto potrebbe avere importanti implicazioni mediche, anche a danno della vita stessa, si pensi ad esempio all’influenza dei geni nell’insorgenza di determinate malattie, anche croniche, dell’importanza dell’ereditarietà per lo sviluppo di determinati quadri patologici e la necessità quindi di svolgere un lavoro preventivo e analisi di controllo medico mirate.

Al giorno d’oggi la possibilità che una persona cresca ignara totalmente di una realtà così consistente che la riguarda e viva esente da rischi di rivelazioni, è quantomai irrealistica. Nell’”era 2.0.”reperire informazioni, anche su noi stessi e sulle persone a noi vicine e collegate, può essere molto facile, vi si può incappare, anche intenzionalmente e può essere molto facile essere a propria volta contattati e raggiunti. Il Web rende tutti un po’ più vicini e il passato un po’ più presente. Per questo motivo persino tutte le più recenti legislazioni sopra descritte e le più delicate misure preventive del bambino perché “le informazioni non facciano male” e possa crescere nel modo più sereno possibile e nel pieno sviluppo delle proprie potenzialità, potrebbero essere ormai desuete e insufficienti, dato che nonostante si voglia vigilare il più possibile, molti aspetti possono fuggire al controllo. Ma prima di spiegare perché, soffermiamoci ancora sulla ragione per cui è così importante per lo sviluppo del bambino che si possa trovare una risposta alla domanda riguardo le proprie origini.

L’importanza delle proprie origini

L’aspetto delle proprie origini è strettamente correlato con quella che è la percezione della propria identità da parte della nostra persona, le radicidella nostra storia (e il significato che vi diamo) ci aiutano a dirci chi siamo e questo ha molto a che fare con la nostra autostima.

“L’identità è un processo attivo, affettivo e cognitivo della rappresentazione di sé nel proprio ambiente associato a un sentimento soggettivo della propria continuità.”(Daron, R., Parot F., Del Miglio C., “Nuovo Dizionario di Psicologia”, 2001).

E’ importante quindi percepire un senso di coerenza generale del sé e questo è inevitabilmente legato a ciò che sappiamo di noi (aspetti cognitivi), a ciò che sappiamo delle nostre radici, di come è iniziata ed è proseguita la nostra storia e a come ci “valutiamo” (parte affettiva), se ci reputiamo esseri degni d’amore e persone di valore. Ora, sostanzialmente, a livello più o meno consapevole, la maggior parte degli interrogativi del bambino prima, ma soprattutto dell’adolescente poi, ruotano attorno alla domanda sul “perché” dell’abbandono e il “da dove” vengo. Questa domanda ha molte implicazioni emotive e si riattiva con tutta la sua forza soprattutto in adolescenza, quando la questione del “chi sono io” e la costruzione della propria identità, si fanno centrali. Al di là di quelle che poi sono le scelte di ogni persona adottata, sulle quali non vi è da entrare nel merito e ciascuna di esse è ovviamente legittima, era però evidente fosse giuridicamente importante dare la possibilità di riprendersi questo collegamento con le origini, qualora si voglia farlo, proprio per non recedere o eliminare nulla, ma dare quel senso di continuità, anche con l’aspetto biologico della persona, che fa comunque parte del processo identitario, dato che esso si compone di più dimensioni ed è interpersonale; ovvero legato indissolubilmente agli Altri per noi importanti, ai significati che si costruiscono nelle relazioni con loro, oppure, come in questo caso, il fatto che non vi siamo entrati in relazione, che fa si, a volte, che essi siano una pesante assenza, perché l’autostima deriva da come percepiamo le nostre “appartenenze”.

Omettere l’adozione sarebbe quindi per il figlio adottivo, un ostacolo al raggiungimento di un’identità integrata e sana, per cui la conoscenza delle proprie radici costituisce un presupposto indefettibile per la costruzione dell’identità personale e la sua mancanza potrebbe creare una sorta di scissioni interiori e/o portare ad una idealizzazione o demonizzazione dei genitori biologici, sconosciuti illustri che diventano oggetto di proiezioni di paure e angosce. La conoscenza delle proprie origini è un passaggio fondamentale quindi nella crescita dell’adottato e allo stesso tempo un aggancio, un momento di contatto con le vicende che hanno preceduto e accompagnato l’adozione se vi è la possibilità di conoscerle. Dato che si tratta di una vera e propria storia, la storia della persona, una modalità molto efficace con la quale i genitori adottivi possono scegliere di presentarla è proprio la forma della narrazione (sempre rapportandosi all’età del soggetto adottato, introducendo via via nuovi particolari con l’aumentare dell’età) proprio per rendere la verità “narrabile”, qualcosa di cui si può parlare, qualcosa di simbolizzabile e quindi elaborabile.

Per quanto riguarda la grande domanda, che continua a circolare, del perché, è necessario altresì fornire, se conosciute, le ragioni dell’abbandono, affinché il bambino possa comprendere i motivi che hanno determinato il bisogno di fargli avere dei nuovi genitori, ma sempre con una certa attenzione a non traumatizzare, dato che l’obiettivo sarebbe salvare del passato (e quindi di quei genitori), qualcosa di buono, per permettere una sorta di riconciliazione della persona con la propria storia (non significa negare gli aspetti negativi, ma inserirli in un certo quadro complessivo).

E’ necessario però ricordare che la conoscenza dell’identità dei genitori biologici e delle informazioni che li riguardano è sicuramente un’esperienza emotiva di grande impatto che potrebbe causare anche dolorose delusioni; perciò la legge italiana disciplina l’accesso alle informazioni dei genitori biologici, riconoscendo, però, unicamente ai figli adottivi, la possibilità di ricercare i genitori naturali e non diversamente, ai genitori naturali di rintracciare i figli adottivi.

Fin qui tutto chiaro, il problema è che spesso le cose non procedono in modo così lineare. Infatti, qualora la persona adottata adulta voglia andare alla ricerca di informazioni (e a volte conoscere direttamente) sui propri genitori biologici, questo processo è comunque sottoposto a limitazioni date dal fatto che la madre naturale abbia riconosciuto il figlio e che nessuno dei due genitori abbia espresso la volontà di rimanere anonimo; in questo caso la legge italiana rispetta questa volontà e la tutela. Ma a tal proposito c’è stata di recente una sentenza significativa della Corte di Strasburgo che ha stabilito che la legge italiana sulle adozioni, che regola l’accesso alle informazioni sulle origini di chi è stato abbandonato dai propri genitori biologici (la 184 del 1983), viola la Convenzione europea dei diritti umani. Il caso riguarda una donna, A. G., abbandonata dalla madre, che ha espresso la volontà di rimanere anonima, la quale si è vista negare dallo Stato italiano, all’età di 63 anni, la possibilità di conoscere le sue origini attraverso informazioni che non avrebbero portato all’identificazione del genitore. Ma secondo i giudici della Corte di Strasburgo il rifiuto delle informazioni viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani che protegge il diritto alla vita familiare e privata. In particolare viene sottolineato che, come è attualmente formulata, la legge italiana difende unicamente il diritto della madre a mantenere l’anonimato, mentre non prende in alcuna considerazione il diritto di chi è stato abbandonato di poter conoscere in forma anonima le proprie origini o, dove il genitore acconsenta, la sua identità, quindi il diritto alle radici.Così, la sentenza della Corte di Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare alla signora A. G. cinquemila euro per danni morali e diecimila per spese legali. La sentenza diventerà definitiva se una delle parti, la ricorrente o il governo, non chiederanno e otterranno un nuovo esame del caso davanti alla Grande Camera, ultima istanza della stessa Corte di Strasburgo.

Il punto sembra essere il fatto che in materia esistano sostanzialmente due tendenze, sul piano internazionale e nazionale italiano.

Per quanto riguarda la legge italiana, essa ha una precisa logica come background: infatti la possibilità di non essere identificata per colei che non riconosce il figlio, tutela il diritto alla vita, sancito dall’art. 27 della Costituzione, di colui che deve ancora nascere, perché limitare l’accesso alle informazioni della madre, risponde da una parte all’esigenza di tutelare la gestante, che, in situazioni particolarmente difficili dal punto di vista personale, economico o sociale, abbia deciso di non tenere con sé il bambino, dandole la possibilità di partorire in una struttura sanitaria appropriata e al tempo stesso di mantenere l’anonimato nella successiva dichiarazione di nascita; in tal modo è assicurato alla madre e al figlio un parto in condizioni ottimali. Al tempo stesso si vuole distogliere la donna da scelte irreparabili per il neonato, consentendo una diminuzione degli aborti, degli infanticidi e degli abbandoni in condizioni rischiose per l’incolumità del neonato. Proprio per perseguire in modo efficace questa finalità, la norma non prevede alcuna limitazione, nemmeno temporale, per tutelare l’anonimato della madre.

La possibilità per la madre naturale di non essere rintracciata nasce dal bilanciamento degli interessi in gioco, bilanciamento che suscita molte perplessità, apre a questioni etiche delicate, dal momento che in qualsiasi modo si agisca, l’interesse di qualcuno viene inevitabilmente sacrificato e spesso è quindi l’identità personale del ragazzo e il suo diritto alla salute.

La tendenza in campo internazionale è invece totalmente inversa, è diretta a salvaguardare il diritto di accesso alle informazioni riguardanti i genitori biologici in nome dell’importanza di avere diritto alla propria storia non soltanto per garantire un diritto della persona (quello di informazione), ma soprattutto per soddisfare un bisogno psichico elementare per l’elaborazione della propria identità, come sopra spiegato. In termini di adozioni internazionali questo è ancora più complesso e laborioso e si necessita di ancora maggior coerenza, continuità ed efficacia nella raccolta di informazioni e a tal proposito i vari Paesi d’origine promettono di garantire il mantenimento dei legami con la famiglia biologica e la cultura di origine in quanto la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989, dispone che gli Stati aderenti s’impegnino a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari.

Avere un legame di sangue? O creare una relazione affettiva, supportare, educare?

Vi è inoltre un’altra questione (anche questa ovviamente ha implicazioni etiche) aperta dalla volontà e possibilità da parte dell’adottato di conoscere i propri genitori biologici, ovvero la posizione dei genitori adottivi e la questione del cosa significa essere genitori. Avere un legame di sangue? O creare una relazione affettiva, supportare, educare? I genitori adottivi si possono vedere minacciati nel loro ruolo, possono esperire la paura di “perdere” così il figlio, sentirsi valutati su quanto si è riuscito a dargli e sul proprio compito. Tutto ciò può rendere l’adulto meno disponibile ad ascoltare le esigenze del ragazzo, il quale può sentirsi non appoggiato nella propria richiesta, spinto ulteriormente verso il passato e chiudere la comunicazione o esperire una sorta di conflitto di lealtà e quindi accantonare il proprio desiderio di sapere per non ferire il genitore adottivo; questi ultimi a loro volta possono reagire con rabbia o paura a tale ricerca, viverla come un fallimento personale o come segno di ingratitudine del figlio e quindi il rapporto finirà per irrigidirsi da entrambe le parti. Considerando inoltre che la domanda sulle origini si fa più pressante in adolescenza, età di per sé critica, ciò richiede pertanto che i genitori inizino un processo nel quale siano in grado di mettersi in discussione e trovare nuove forme di dialogo con i figli. Essi non devono temere che l’intraprendere questo percorso li allontani perché anzi, può essere una condivisione emotiva che può avvicinare ancora di più genitori e figli e non devono aver paura di “perdere” il proprio figlio perché la sua domanda riguarda una parte diversa rispetto a ciò che si è costruito nel rapporto di anni con loro, da integrare con tutti gli altri aspetti della personalità, aspetti che può aver sviluppato solo nella storia con loro, che sono i suoi genitori; ruolo che non è minimamente messo in discussione giacché sono proprio loro che gli hanno dato gli strumenti per muoversi nel mondo e compiere questa ricerca che la persona si sente in grado di intraprendere proprio perché può sentirsi “con le spalle coperte”, e questo solo i genitori che l’hanno cresciuta possono averglielo dato. La loro storia, di genitori adottivi e del loro figlio, è costruita insieme, essi la conoscono, la domanda è “come è iniziata?”.

L’accesso alle informazioni è un’importante opportunità per consentire all’adottato di costruire un’immagine di sé chiara e definita, ma tale possibilità che potrebbe diventare quindi una risorsa, è correlata con un vincolo, non è libera ma è invece riconosciuta all’interno di confini definiti, non automaticamente raggiungibile, ma legislativamente stabilita. L’accesso infatti è sempre subordinato a una valutazione e un accertamento di specifici requisiti sia di tipo formale (come nell’ipotesi di mancato riconoscimento alla nascita) che sostanziale (come la verifica dei requisiti di età e le valutazioni in relazione ad un possibile turbamento dell’adottato).

Ricerca “fai da te” online

L’avvento dei new media nel nuovo millennio e principalmente dei social network, fa sì che tutto questo iter normativo, tutto questo controllo, valutazione degli aspetti psicologici e rispetto dei tempi giudicati maturi, possa essere facilmente eluso e bypassato per una veloce e il più delle volte efficace ricerca “fai da te” online.

Senza passare dal Tribunale oggi il Web, e principalmente Facebook, apre a una miriade di potenzialità; è possibile cercare e trovare chiunque, essere trovati da chiunque, incappare nelle informazioni più esaustive o anche fasulle, contattare le persone con una facilità estrema e tutto ciò ha notevoli implicazioni emotive, che non sono monitorate né da professionisti esperti (come nel caso la richiesta passasse per l’iter canonico), né spesso da familiari, dato che la persona può compiere questa ricerca in solitudine, di propria iniziativa e senza consultare gli adulti di riferimento. Tutto ciò ad un’età molto lontana dalla sufficiente maturità raggiunta per la legge ai 25 anni, dato che queste ricerche vengono già compiute in adolescenza, soprattutto in questa fase, dove le domande identitarie si fanno particolarmente pressanti e la questione dell’abbandono può esplodere in tutta la sua violenza, con vissuti di rabbia; l’adolescente non ha gli strumenti per autoregolarsi, non ha l’equilibrio emotivo per reggere le informazioni che potrebbe trovare e contenere l’impulso all’azione e infine spinto dal fisiologico movimento separativo dalle figure genitoriali che ha luogo in questa età e che qui prende le forme della ribellione, egli potrebbe vivere questa ricerca come una sorta di “battaglia” contro i genitori adottivi, mosso dalla normale sensazione di saturazione ora tipica e idealizzare i genitori biologici a sfavore dei primi, arrivando poi anche a chiedere incontri che potrebbero rivelarsi brucianti delusioni, non poco disequilibranti per l’età.

La persona quindi oggi si ritrova ad avere forniti dalla tecnologia degli strumenti che la rendono più libera, ma proprio per questo più esposta, più feribile; la libertà quindi sembrerebbe, per non ritorcersi contro la persona stessa, dover sempre perciò avere a che fare con il limite, con un confine, che esiste per precise motivazioni.

E’ pur vero che questa visione sembra un po’ imposta dall’alto, decisa di fatto da un Tribunale, ma non rispecchia la realtà, non tiene conto del caso, della molteplicità di variabili che possono avere luogo nella vita, del fatto che spesso gli eventi accadono senza procedere per gradi. Sospendendo per attimo il giudizio, senza chiedersi se sia meglio o peggio, sia da un punto di vista clinico che giuridico, sta’ di fatto che oggi la situazione prefissata dalla legge non corrisponde a realtà, è in un certo senso “anacronistica”, perché, per dirla sotto forma di sorta di slogan, “la vita è già andata avanti”, la legge descrive già l’ieri perché oggi i ragazzini adottati possono scegliere di cercare i propri genitori su Facebook e arrivare ad incontrarli; e allora lì sono solo i genitori adottivi che possono fare da elemento protettivo e seguire adeguatamente il figlio, mantenendo un costante e aperto dialogo.

Ma allo stesso tempo quello che emerge è che c’è tanta domanda in tal senso, tanto bisogno di sapere, tanti desideri che se ne vogliono fregare dell’iter stabilito dalla legge e superare gli ostacoli che essa pone, quando li pone. E senza fare un giudizio morale, questo è sintomo di richieste che sono tanto più pressanti quanto più importanti per la persona stessa, segno che lì c’è in gioco qualcosa di fondamentale per lei, qualcosa che la riguarda nel profondo; ma molte di queste sono destinate a cadere nel nulla, lasciando un vuoto, alcune sì, ricevono risposta, ma ce ne sono altre che non possono aspirarvi, a una domanda che invece per tutti è legittimo fare e questo è la legge che lo prescrive.

Infatti, come abbiamo precedentemente descritto, i figli non riconosciuti si vedono negare qualsiasi informazione a priori e questo veto decade a ben 100 anni dalla nascita, tempo dopo il quale non solo la madre (che è la persona tutelata in questo caso) che ha richiesto di rimanere anonima, sarà assolutamente deceduta, ma lo sarà quasi sicuramente anche l’adottato stesso! Inoltre la legge non prevede che la madre che ha fatto questa richiesta possa poi col passare del tempo recederla, qualora avesse cambiato idea e voglia ricercare ufficialmente informazioni sui figli dati in adozione, come se la faccenda non dovesse più interessarle, cosa non vera dato l’elevato numero di madri che fino a molti anni dopo la nascita, continuano a cercare i loro figli.

paracadute_malocaI “figli di nessuno

Un articolo su Vanity Fair del 5 settembre 2012 parla proprio di questo tema: “Tre milioni di persone in Italia hanno genitori adottivi e molti di loro non conoscono il nome di quelli naturali. Né possono farlo. Sono i “figli di nessuno”, o “figli di n.n.” (“nescio nomen”, cioè non conosco il nome): bambini dati in adozione senza essere stati riconosciuti dalla madre; quelli ai quali la legge italiana consente di conoscere l’identità dei genitori biologici solo a cent’anni dalla nascita. Ogni anno in Italia, sono circa 400 gli abbandoni di bambini inchiodati a un presente senza radici nel passato.” Viene qui inoltre presentato il romanzo di Cinthya Russo “Potrò incontrarti fra cent’anni”, dedicato proprio a questa problematica, che racconta appunto la storia di una donna alla ricerca della figlia abbandonata quando era minorenne e non riconosciuta.

Chi è stato riconosciuto può aspettare i 25 anni; chi non è stato riconosciuto può accedere alle stesse informazioni solo dopo i 100! Ciò pone una grande discriminazione fra chi è stato riconosciuto e chi no, senza che in essa vi sia la responsabilità del soggetto diretto interessato che si trova a subire una decisione presa da altri e a fare i conti da solo, senza informazioni utili a elaborare, con la questione dell’abbandono, forse con la possibilità di non superarlo mai fino in fondo. “Questo divieto”, spiega Emilia Rosati del direttivo del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, “impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita, rendendoci incompleti per sempre, destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi. Chi eravamo prima di esistere?”.

Ma, come scrivevo sopra, la domanda nel reale è tanta. “Nonostante i divieti posti dalla legge italiana, il desiderio di ritrovarsi è più forte”, racconta Russo, che da quando ha aperto una pagina su Facebook con il titolo del romanzo riceve ogni giorno decine di messaggi di figli e di madri alla ricerca del pezzo perduto. “Dopo aver letto il libro”, racconta Lucia (il nome è di fantasia), figlia di n.n.,38 anni, “ho cominciato a postare messaggi su Facebook. Era come affidarli all’oceano chiusi in una bottiglia: speri sempre che approdino sulla riva giusta. Sono stata fortunata, perché la mia levatrice, dopo aver letto il libro, ha trovato il coraggio per venirmi a cercare, e il social network è stato il luogo che ha reso l’incontro possibile. Mi ha raccontato di mio padre, che non sapeva del mio abbandono né era al corrente della mia nascita, e di mia madre, che non ho ancora trovato il coraggio di contattare, un po’ per paura, un po’ per il senso di colpa che nutro nei confronti dei miei genitori adottivi, che amo: gli unici genitori, nella mia vita.”

L’abbandono senza riconoscimento può essere dovuto a molteplici ragioni date dalle condizioni nelle quali si trovano le madri al momento della nascita (per cui, dati certi presupposti, a volte può essere più un atto d’amore che un atto di trascuratezza), ma col passare del tempo, lo sviluppo della persona, che poteva all’epoca trovarsi in un’età molto giovane, il cambiamento di contesto ambientale e l’evoluzione storica e culturale, tali condizioni spesso possono cambiare e far decadere la volontà di rimanere anonima, “Per questo”, aggiunge Rosati, “dovrebbe essere data la possibilità anche alla madre di rivalutare il proprio desiderio a non essere nominata, anche alla luce del radicale mutamento dei costumi avvenuto negli ultimi decenni. Di certo, le madri che vogliono l’anonimato vanno tutelate, ma occorrerebbe rispettare anche il bisogno della persona adottata che cerca la sua storia. Cercare una storia, del resto, è diverso dal cercare un rapporto affettivo: è cercare la completezza di sé, il romanzo della vita che restituisca un contesto sociale e le ragioni per le quali una vita è andata in un modo e non in un altro”

Il Comitato nazionale per il diritto alle origini ha presentato al Presidente della Repubblica una petizione chiedendo che la legge sia modificata, e negli ultimi anni tre diversi partiti politici (Pd, Pdl e Udc) hanno presentato altrettante proposte di legge alla Camera; il Pdl una anche al Senato. Nessuna di esse intende negare alla donna la possibilità di partorire in anonimato, ma tutte prevedono che la soglia dei cent’anni per conoscere le proprie origini sia abbassata, e che il Tribunale possa verificare se la madre continui a desiderare l’anonimato o sia disposta a “revocare il diniego”.

L’autrice del romanzo dice: “La segretezza è il principio della tirannia. Meglio sempre la verità: per quanto difficile e inappagante, possiede l’armonia. Un’autenticità inderogabile, più soddisfacente di qualunque menzogna.”

Verità e menzogna riguardo al passato, un tempo certo importante per qualunque essere umano, infatti la domanda riguardo alle proprie origini ci riguarda tutti, non solo i figli adottivi, ma noi in quanto esseri dotati di storia, che non può fare a meno di influenzarci in una certa misura.

Ciò che ci ha preceduto, ciò che sta’ intorno al proprio “avvento al mondo” è ignoto per tutti e affonda nelle radici della materia familiare, di ciò che rimane e rimarrà latente, perché in un certo senso “viviamo tutti all’oscuro di qualcosa che ci riguarda” (questo il leitmotiv di tutto il romanzo “Le luci nelle case degli altri”, di Chiara Gamberale, che ha anch’esso al centro un’adozione..un po’ particolare) e non possiamo che accettarlo come facente parte della vita in quanto tale.

Quindi il prima, per il nostro personale “chi sono io?”, che impiega parte della vita (se non in fondo attraversare tutta l’intera esistenza), è importante, sicuramente, ma non deve essere vincolante, perché, ricordiamo sempre che, come disse William Shakespeare, “il passato è solo un prologo”. Il resto della storia è tutto ancora da scrivere. E la buona notizia è che gli autori siamo noi.

di Arianna De Baté

 

Daron, R., Parot F., Del Miglio C., “Nuovo Dizionario di Psicologia”, 2001

http://it.wikipedia.org/wiki/Adozione

http://www.ladiscussione.com/component/content/article/49-societa/5327-conoscere-i-genitori-naturali-e-un-diritto-del-figlio-adottato.html

http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20091029144758AAzxibX

http://forum.telefonino.net/archive/index.php?t-410704.html

http://www.professionisti.it/enciclopedia/voce/2565/Diritto-dell_adottato-di-conosc

http://www.miolegale.it/notizia/Adozione-minore-informazioni-origini.html

http://www.erasmi.it/portale/?p=37

http://www.governo.it/Presidenza/DICA/4_ACCESSO/pareri/parere_adozione141003

http://postadozione.wordpress.com/tag/origini-biologiche/

http://www.piattaformainfanzia.org/news_detail.php?id=9842

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Festambiente Mondi Possibili: dal 20 al 23 settembre, non stop

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Festambiente Mondi Possibili: dal 20 al 23 settembre, non stop

Pubblicato il 16 settembre 2012 by redazione

festambienteDi seguito riportiamo il programma completo del festival ecologista Festambiente Mondi Possibili, che ha ottenuto il patrocinio dalla Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, e che prevede l’organizzazione di una serie di iniziative legate alle pratiche collaborative realizzate, o da realizzare, in Italia e all’estero da parte di associazioni, imprese, enti e privati.

20 settembre

17:00 Apertura Festambiente Mondi Possibili

  • Passeggiata inaugurale, presentazione di “CO – Sane esperienze di condivisione” e introduzione alla Giornata Mondiale dello Sharing.Partecipano: Vittorio Cogliati Dezza (Presidente Legambiente Nazionale), Marco Marchetti (Presidente Nazionale FSC Italia), Carlo Infante (Presidente Urban Experience), Alberto Fiorillo (Responsabile Aree Urbane Legambiente Onlus), Marco Fratoddi (Direttore La Nuova Ecologia), Lorenzo Barucca (Presidente A.P.S. Tavola Rotonda), Tomas Mancin (Guerrilla Playground), Riccardo Iorio (Aim), Alessio Di Addezio (Responsabile progetto PossibilMENTE), Claudia Barucca (Coordinamento Festambiente Mondi Possibili), Michele Fanfulli (Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie).

18:00

  • [spazio bimbi] presentazione laboratorio di educazione ambientale “Cartone ri-animato” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [spazio D-gusto] Laboratorio a cura dell’Università del Saper Fare sullo shampoo ecologico
  • [arena] 18:30 – La città possibile secondo… Johnny Palomba, Giorgio Tirabassi, Paolo Sassanelli, Luciano Scarpa (ospiti del Clorofilla Film Festival) e Massimiliano Smeriglio – incontro moderato da Michela Greco (giornalista, Paese Sera).
  • A seguire presentazione libro “In mezzo al mare” di Mattia Torre con letture di Valerio Aprea e Carlo De Ruggieri (dalla serie BORIS)

20:00

  • [arena] 20:30 – Premiazione del Clorofilla Film Festival
  • A seguire proiezione in cuffie wireless di uno dei film vincitori

22:00

  • [spazio d-gusto] Green drink – Aperitivo a km0
  • [area concerti] 22:30 Concerto dei Djaguaros feat. Musica da Ripostiglio (Sassanelli, Tirabassi, Scarpa – a cura del Clorofilla Film Festival)
  • a seguire DJ set

Tutto il giorno:
Installazioni artistiche sulla condivisione a cura dell’Accademia delle arti e nuove tecnologie, allestimenti creativi di arredo urbano a cura di esterni, libreria di bookcrossing “RILEGGIMI” in collaborazione con IKEA Anagnina e Come un Albero onlus, stand con esposizione di prodotti realizzati con materiali di recupero…

21 settembre: Puliamo il Mondo

10:00

  • Puliamo il mondo – campagna di Legambiente
  • a seguire PARK(ing) Day – workshop su design creativo sostenibile e verde urbano: trasformiamo un parcheggio in un parco! – in collaborazione con il circolo Legambiente Città Futura e Guerrilla PlayGround

17:00 APERTURA

  • [spazio D-gusto] Merenda bio per bambini, a cura di Biopolis e happening musicale dei Disabilié
  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Sotto questo sole” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili

18:00

  • [cycle&recycle] workshop sulla maglia a cura di La Banda della Maglia
  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale Ort-a-porter con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [arena] 18:30 – La città possibile secondo… Massimiliano Bruno e Francesca Inaudi che presenta la raccolta firme Amnesty International Italia – Appello Contro Omofobia e Transfobia
  • 18:30 Co-talk Lavorare, abitare, connettersi sul territorio
      • [@home] Città e spazi pubblici
      • [COlab] Lavorare & Produrre insieme
      • [solarium] Persone e realtà che con-vivono

20:00

  • [spazio D-gusto] Viaggi D-gusto Sapori in circolo
  • [COlab] 20:30 Co-workshop Lavorare, abitare, connettersi sul territorio
  • [arena] 21:00 Spettacolo teatrale delle Voci nel deserto: raccolta differenziata della memoria
  • a seguire – Spettacolo teatrale: Flaiano, marziano romano di e con Gabriele Linari

22:00

  • [spazio D-gusto] Green Drink – aperitivo a km0
  • [area concerti] 22:30 – Concerto e Eco Music WorkShow di Capone & Bungt Bangt
  • a seguire DJ set a cura del Circolo degli Artisti

Tutto il giorno:
Installazioni artistiche sulla condivisione a cura dell’Accademia delle arti e nuove tecnologie, allestimenti creativi di arredo urbano a cura di esterni, libreria di bookcrossing “RILEGGIMI” in collaborazione con IKEA Anagnina e Come un Albero onlus, stand con esposizione di prodotti realizzati con materiali di recupero…

22 settembre

10:00 APERTURA

  • [esterno] Partenza passeggiata in bicicletta Sì alle Ciclabili, No al Cemento a cura del circolo Legambiente Città Futura – nell’ambito della Settimana Europea della Mobilità Sostenibile
  • [spazio D-gusto] la CO-lazione (colazione condivisa)
  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Via col Vento” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili

11:00

  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Esperimenti acquatici” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [spazio D-gusto] Laboratorio sulla cosmesi naturale
  • [cycle&recycle] Danze in cerchio a cura dell’A.p.s. Il cerchio di Eurinome

13:00

  • [spazio D-gusto] Viaggi D-gusto: presentazione del progetto Paestumanità– Pranzo cilentano

15:00

  • [spazio D-gusto] Ciatu Ca Sona – Marranzano Lab  workshop a cura de IPERcusSONICI

17:00

  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Tuttattaccato: il mondo è biodiverso” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [spazio D-gusto] Merenda bio per bambini a cura di Biopolis

18:00

  • [spazio d-gusto] Workshop: trasforma la tua vecchia giacca di pelle in una borsa a cura di Les Angelinas
  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “C’era 2 volte…” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [arena] 18:30 – La città possibile secondo… Paola Minaccioni e Marcello Teodonio
  • a seguire letture di sonetti di G.G. Belli letti da Paola Minaccioni e Marcello Teodonio
  • 18:30 Co-talk Viaggiare, conoscere, sostenere
    • [@home] viaggi, volontariato
    • [COlab] crowdfunding, social network, comunicazione web
    • [solarium] mezzi di trasporto condivisi

20:00

  • [spazio D-gusto] Viaggi D-Gusto
  • [COlab] 20:30 Co-workshop crowdfunding, social network, comunicazione web
  • [arena] 20:45 – proiezione in cuffie wireless dei 3 corti vincitori del Concorso ECOcorti – Cinema in un ambiente diverso (a cura di Milano Film Festival, in collaborazione con Air Dolomiti e Aereoporto di Monaco)
  • a seguire: proiezione in cuffie wireless del documentario The well – Voci d’acqua dall’Etiopia di Paolo Barberi e Riccardo Russo (Italia, 2011, 55’) Menzione Speciale Legambiente alla 15a edizione di Cinemambiente 2012 – International Environmental Film Festival (Torino)

22:00

  • [area concerti] Concerto de IPERcusSONICI
  • a seguire DJ set a cura del Circolo degli Artisti

Tutto il giorno:
Installazioni artistiche sulla condivisione a cura dell’Accademia delle arti e nuove tecnologie, allestimenti creativi di arredo urbano a cura di esterni, libreria di bookcrossing “RILEGGIMI” in collaborazione con IKEA Anagnina e Come un Albero onlus, stand con esposizione di prodotti realizzati con materiali di recupero…

23 settembre: Youkulele Festival

Giornata dedicata alla seconda edizione di YoUkulele: Roma ukulele festival (youkulele.com/festival).

La manifestazione, a carattere ambientalista e di portata internazionale, raduna musicisti e appassionati del piccolo strumento a corda hawaiano, provenienti da ogni parte del mondo. Artisti dai generi più disparati, dal reggae al pop, dal virtuosismo strumentale alla musica di strada. Il programma della giornata vedrà ukuelelisti di fama internazionale impegnati in numerosi workshop e performance artistiche aperte a tutti coloro che desiderano conoscere il quattro corde hawaiano. Ampio spazio sarà dedicato anche ai bambini con molti divertenti laboratori in cui imparare a realizzare, con materiale di riciclo, colorate collane hawaiane.

Luca Jontom Tomassini e Violetta Zironi, Shelley O’Brien, fulare_pad, e Twoubadou i protagonisti del Festival.
10:00 APERTURA

  • [cycle&recycle] Ukulele Open Mic – performance acustiche aperte a chi desidera suonare: portati dietro il tuo ukulele e suona con noi! (fino alle 15:00)
  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Via col Vento con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [spazio D-gusto] la CO-lazione (colazione condivisa)

11:00

  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Esperimenti acquatici” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • [spazio D-gusto] Laboratorio di panificazione

13:00

  • [spazio D-gusto] Viaggi D-gusto: G.A.S. (gruppi di assaggio solidale)

15:00

  • [arena] Workshop “impara a suonare una canzone con i fulare_pad”*
  • [spazio D-gusto] Laboratorio sulle spezie a cura di Franco Calafatti

16:00

  • [arena] Workshop per insegnanti di ukulele a cura di Luca Jontom Tomassini*

17:00

  • [arena] Workshop Ukulele per cantautori a cura di Shelley O’Brien*
  • [spazio D-gusto] Merenda bio per bambini, a cura di Biopolis
  • [spazio bimbi] Laboratorio di educazione ambientale “Tuttattaccato: il mondo è bio-diverso” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili

18:00

  • [spazio bimbi] Esibizione di Hula hawaiana a cura di Gail ‘Ilima Roberts
  • [spazio D-gusto] Workshop sulla maglia a cura de La Banda della Maglia
  • [arena] 18:30 La città possibile secondo… Adriano Bono e Rolando Ravello
  • [spazio bimbi] 18:30 presentazione laboratorio di educazione ambientale “C’era due volte…” con il Circolo Legambiente Mondi Possibili
  • 18:30 Co-talk Progettare, Produrre e Consumare insieme
    • [@home] facilitazione, progettazione partecipata
    • [COlab] Gruppi di acquisto
    • [solarium] Città spazi verdi

19:00

  • [bar centrale] Green Drinks – Aperitivo sostenibile a km0 con DJ set di Silver Boy (Edwige, Magnetica) exotique ::: bossa ::: tropicalismi

20:00

  • [area concerti] Concerto dei vincitori del contest musicale giovani a cura di YOUkulele.com (ChicoNesquik, Radio in Technicolor, Chickenwings) + Lil’ Folks
  • [COlab] 20:30 Progettare, Produrre e Consumare insieme
  • [arena] 20:45 – proiezione in cuffie wireless di La vita negli oceani di Jacques Perrin e Jacques Cluzaud (USA, 2009, 93’)

22:30

  • [area concerti] Concerto YoUkulele – Roma Ukulele Festival
    • Shelley O’Brien (Canada), fulare_pad (Giappone) Twoubadou (Italia), Luca Jontom Tomassini feat. Violetta Zironi (Italia)

23:00

  • [bar centrale] DJ set di Silver Boy (Edwige, Magnetica) – Hawaii Shake Party (tiki sounds ::: hawaiaan surf ::: mambo fever ::: samba fantastica) – Silent disco con cuffie wireless

* Come funzionano i workshop di ukulele
Nel rispetto quasi maniacale che abbiamo per ogni artista e nello spirito di condivisione che anima il nostro Festival, vi invitiamo a lasciare una mancia alla fine della lezione tramite i nostri volontari!

Tutto il giorno:
Installazioni artistiche sulla condivisione a cura dell’Accademia delle arti e nuove tecnologie, allestimenti creativi di arredo urbano a cura di esterni, libreria di bookcrossing “RILEGGIMI” in collaborazione con IKEA Anagnina e Come un Albero onlus, stand con esposizione di prodotti realizzati con materiali di recupero…

 

Per maggiori informazioni:
www.festambiente.mondipossibili.it
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Quando si fa strada l’antipolitica

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Quando si fa strada l’antipolitica

Pubblicato il 09 giugno 2012 by redazione

democrazia

Perchè, dopo gli anni ’80, la principale occupazione della politica è diventata quella di fare selezione elettorale?

Dal volontariato e l’impegno civile dei primi anni della storia dei partiti, si passa al vivere per la politica, al costruire una classe dirigente non necessariamente rappresentativa di una particolare classe sociale. I nuovi politici non fanno altri lavori e quindi sono attaccattissimi al loro impiego: possibilmente a tempo indeterminato. Quest’andamento non ha consentito, però, negli ultimi vent’anni, il ricambio della classe dirigente e la democrazia è andata in crisi. D’altra parte, risponde qualche studioso della politica, se il ricambio fosse stato troppo frequente, come avremmo potuto verificarne l’operato? Un secondo mandato era necessario. Certo, ma è proprio da questa fase in avanti che la classe politica si stabilizza, diviene più fragile e spesso corruttibile.

Il Francia per contenere questo rischio, l’opinione pubblica ha sempre avuto più spazio e proprio per questo è sempre stata molto temuta dalla classe politica, che è riuscita a controbilanciare efficacemente, operando una continua frizione, accompagnata a volte anche da urli, fischi e megafoni. In effetti, senza frizione, senza mettere in pubblico i problemi, la politica evolve in una pericolosa oligarchia. Ma per disporre di una frizione continua, che garantisca una reale democrazia, occorrono mezzi di comunicazione funzionanti, che facciano informazione al di sopra dei poteri forti e soprattutto non asserviti ad un solo unico padrone. Per mantenere sotto controllo il potere occorre frammentarlo il più possibile e adoperarsi per mantenerlo diviso nel tempo.

Perché la nostra democrazia, come molte altre, è andata in crisi?

La democrazia nasce contro il totalitarismo, concede il voto a tutti, uomini e donne, e conclude il suo perfezionamento, dopo la fine della II guerra mondiale, come compromesso tra il capitalismo industriale e la democrazia rappresentativa. Compromesso quindi tra chi disponeva dei mezzi e chi non li aveva. Chi non aveva mezzi otteneva, in cambio del patto sociale, un lavoro e con esso il diritto di esistere. Il patto era sostanzialmente questo: lavorare, creare dei beni, consumarli, pagare le tasse e quindi ottenere i servizi.

I partiti politici nascevano, quindi, unicamente come mediatori per moderare, attraverso le leggi, i rapporti fra queste due classi, che altrimenti non avrebbero potuto fidarsi le une delle altre perché, chiaramente, in aperto conflitto di interessi.

Il capitalista daltronde, aveva tutto l’interesse a creare questo rapporto perché non solo trovava le braccia che gli servivano per produrre, ma alla fine del ciclo “lavoro, creazione dei beni, consumo dei beni, tasse e servizi”, recuperava il proprio capitale, moltiplicato in modo esponenziale.

Alla fine del ciclo, infatti, i capitali investiti producono beni, destinati agli stessi che li hanno prodotti e che saranno sempre poi gli stessi a consumare, acquistandoli a proprie spese, con il proprio salario, a beneficio degli investitori, che moltiplicheranno così il loro capitale iniziale.

Ora la democrazia sta fallendo proprio perché non c’è più circolazione di capitale. I grandi investitori di allora, oggi, attraverso l’economia finanziaria, non hanno più bisogno di far circolare il capitale, ne tanto meno di garantire un lavoro alle masse. E, a dimostrazione di ciò, si sta riaffacciando la differenza tra classi, perché queste non riescono più ad essere mediate dalla politica, ne tanto meno a essere rappresentate.

La politica ha perso così il suo significato/mandato originario, ed è diventa oligarchica e autoreferenziale. Con la crisi mondiale dell’occupazione, nel mondo occidentale, è poi precipitato tutto il sistema, che diventa sempre più difficile salvare.

Il lavoro, che era infatti il cuore dell’intero sistema, ha cambiato di significato e si è completamente dissociato dai diritti. Anzi, esso stesso non è più un diritto, come invece recita ancora l’articolo 4 della nostra Costituzione Italiana: ” La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

La discussione politica ha perso così di interesse e di conseguenza la democrazia si è svuotata di significato. Perché discutere, protestare, votare. Non serve a nulla. Il leader governa e la massa guarda come in un programma televisivo in cui non c’è controparte, ma solo un pubblico, un audience, che attraverso gli share esprime il suo minor o maggior gradimento. In realtà non riesce a guardare granché, perché non è lei a decidere da che parte guardare.

La democrazia non è in pericolo solo nel nostro paese o in Europa, ma in tutto il mondo occidentale. La globalizzazione infatti costituisce un rischio reale e favorisce l’evolversi di grandi imperi, alcuni già in corsa. La democrazia, invece, richiede spazi piccoli, nei quali le persone possano esprimersi in un reale face to face. Lo spazio mondo è troppo grande e più adatto ai despoti.

L’Europa resta quindi forse l’unica vera candidata a preservare e difendere ciò che lei stessa, in un passato non molto lontano, ha partorito e sempre a lei tocca l’onere di provare a costruire le condizioni per una nuova democrazia, che tengano conto di tutti i nuovi sviluppi, economici e sociali.

Questa società democratica, in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere e formarci, sembra oggi così scontata, ma si tratta di uno spazio temporale brevissimo, e unico nella storia dell’umanità, in cui tutte le classi sociali, in un modo o in un altro, erano riuscite a esistere e a esprimersi. La politica deve tornare a fare il suo mestiere e trovare delle soluzioni che imbriglino la finanza con leggi e norme che tutelino tutte le parti sociali e i loro diritti, che non sono più solo quelli di un territorio, piuttosto che di un’altro, ma più spesso sono planetari…e come non potrebbe essere, visto che gli interessi finanziari si estendono a tutto il globo.

I Movimenti e l’antipolitica

“Occorre una nuova politica che rimetta il cittadino al centro”. Questo è ciò che affermano i movimenti delle diverse regioni del mondo, rivendicando la loro autonomia nelle scelte politiche, al di fuori dei partiti, perché non credono che la politica possa più cambiare la società.

Anche i social network hanno dato a questi movimenti una forte spinta e una sede di coesione che ha travalicato le sedi dei partiti, i confini locali e nazionali e ha dato l’opportunità, a persone residenti in diversi angoli della Terra, di mettere sul tavolo della discussione i problemi più urgenti, facendosi loro stessi rappresentanti del bene comune, posizionandosi a livello planetario e saltando a pié pari i ruoli e i luoghi della politica.

La flessibilità della rete, negli ultimi 10 anni, ha infatti contribuito a creare un tavolo di discussione di ampio respiro, estremamente democratico, in cui difficilmente un leader riesce ad imporsi per lungo tempo, perché la discussione di fatto viene gestita da una vera assemblea e non da una struttura gerarchica come quella di un partito.

Per comprendere questi movimenti e le loro richieste occorre comprenderne la leggerezza, la freschezza della loro idea di mondo, senza necessariamente interpretarla come antipolitica, m acome spunto ispirazione per un nuovo corso politico.

Forse la politica, troverebbe in questi movimenti proprio i nuovi spunti di rinnovamento che sta disperatamente cercando e che non coincidono con un leader piuttosto che con un altro, ma con una serie di sentimenti generalizzati che partono da grandi masse di individui e a cui occorre dare forma e consistenza  e per le quali occorrono risposte e riforme istituzionali. Avere il coraggio di creare occasioni di incontro con la gente, gli intellettuali, i giovani e tutti coloro che ne fanno parte o ne condividono le discussioni in atto; e prendersi le proprie responsabilità, in particolare quella di essersi persi per strada, quella parte di società da sempre più viva, creativa e partecipativa, che proprio la politica ha rimbalzato ed escluso dal dibattito della cosa pubblica, usandola solo, opportunisticamente, come fornitrice di parole d’ordine, con le quali vincere le elezioni del momento, per nascondersi, subito dopo, negli impegni di partito e di governo.

E ora non c’è da meravigliarsi se per l’Europa imperversano strani movimenti di destra di pericolosa memoria: per i movimenti, destra e sinistra sono solo parole.

Quest’anno, dal 20 al 22 Giugno, a Rio de Janeiro, si svolgerà il Summit sui problemi della Terra, organizzato interamente dai movimenti, e naturalmente questo appuntamento non figura nell’agenda politica di alcun partito, come manca il Social Forum, che quest’anno compie il suo primo decennio …

di Adriana Paolini

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L’ascesa vertiginosa di Twitter

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L’ascesa vertiginosa di Twitter

Pubblicato il 09 giugno 2012 by redazione

Effetti dei social network sui rapporti interpersonali.

Parlare di social network e dei loro effetti sui rapporti interpersonali, sulla comunicazione, sulle modalità percettive, sulla memoria e sulla società in generale, significa avere presenti i possibili rischi (molti dei quali non possiamo ancora definire), derivanti soprattutto da un “cattivo” o eccessivo uso (che si potrebbe trasformare in una dipendenza).

L’età media degli utenti dei social network è 37 anni, la presenza degli adulti su queste piattaforme è un fenomeno recente in quanto sono stati utilizzati in primis dai più giovani. Il più popolare è appunto Facebook, anche se ogni utente è iscritto in media a 1,8 social network; si differenzia Twitter che ha una popolazione più colta e con una maggiore capacità economica. In Italia il 66,7 % dei ragazzi dai 13 ai 17 anni utilizza un social network, con una prevalenza delle ragazze (59%) sui ragazzi (48%); il 78% vi si iscrive per stare in contatto con gli amici, il 20% per conoscerne di nuovi tanto che  il 47% dei giovani utenti dichiara di aver allacciato nuove amicizie, grazie a Internet. Facebook è indubbiamente, almeno per ora, il social network principale a livello mondiale, con più di 400 milioni di utenti attivi, il 55% degli iscritti effettua l’accesso almeno una volta al giorno e più di 35 milioni di utenti aggiornano il loro status ogni giorno; tre miliardi di foto vengono postate ogni mese, cinque miliardi di contenuti “vari” (link, note, album…) vengono postati ogni settimana, venti milioni di persone si iscrivono ad almeno una fan page ogni giorno, ogni utente invia circa otto richieste di amicizia al mese,  passa su Facebook almeno 55 minuti al giorno ed è membro di almeno 13 gruppi; commenta 25 volte, diventa fan di 4 pagine e riceve almeno 3 inviti ad eventi ogni mese. In Italia il 96% degli utenti dei social network utilizza Facebook (oltre 10 milioni), tra questi quasi un terzo vi trascorre almeno un’ora al giorno, seguito dal 21% di utenti per My Space e il 17% relativamente a Twitter. Rispetto alla media europea è il paese con numero di amici più elevato per persona (88 in media), l’utente standard non ha mai incontrato il 7% dei propri amici e ha interagito nella vita reale, con il 3% dei medesimi, una volta sola, infine il 76% degli utilizzatori dei social network vi accede una o più volte al giorno. In particolare Gli adolescenti passano su Internet 31 ore alla settimana, in media 4,4 al giorno delle quali la maggior parte sono trascorse sui social network.


Come si declinano i social network, e in particolare Facebook, quello che riscuote maggior successo tra i giovani, con le esigenze e i bisogni della fascia adolescenziale?

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Sostanzialmente perché l’utente tipico del principale social network è portato ad utilizzarlo? L’adolescenza può essere definita come una nuova “nascita sociale” dell’individuo, qui l’opera di socializzazione iniziata nell’infanzia e la separazione dalle figure genitoriali, arrivano a compimento e danno vita a quella che si affinerà poi meglio successivamente come la definitiva identità adulta della persona; ma come porta a compimento l’adolescente questo suo compito di sviluppo? Assumendo, mai come in questa età, come centrali nella propria vita, le relazioni con i propri pari e cercando all’esterno dalla famiglia nuove figure di riferimento e modelli ai quali tendere.

Ecco allora che i social network si affiancano come validi strumenti all’adolescente per aiutarlo in quest’opera di “coltura” delle proprie relazioni sociali, supportandolo nel mantenerle vive e arricchirle di giorno in giorno. A questo proposito, scongiurando gli spauracchi di una possibile sostituzione del reale col virtuale e la paura che questi strumenti possano semmai chiudere ancora di più l’adolescente nel suo mondo interno (che in questo periodo diventa quanto mai importante) servendosi di una insana dipendenza, sottolineiamo come la stragrande maggioranza degli adolescenti li utilizza in verità per relazionarsi con le medesime persone con le quali entra in contatto anche nella vita reale e, sebbene nella cerchia estesa di “amici” online possano essere incluse persone che sono solo conoscenti o anche persone che non conoscono affatto, in realtà poi sulla piattaforma i ragazzi finiscono per contattare sempre e dialogare con le stesse persone che sono presenti poi nella vita offline nell’area più intima e ristretta o comunque nelle frequentazioni quotidiane.

Infine il concetto di digital divide del quale si è già parlato, si presta alla sentita esigenza e preservazione di un’area di frequentazioni intima, privata e gelosamente difesa dai tentativi di esplorazione da parte dei genitori, che è fondamentale ci sia in questa fascia d’età, i quali appunto spesso si trovano a non saper bene utilizzare gli stessi strumenti digitali dei figli, che hanno così tutto un campo d’azione che sfugge al controllo parentale e spesso ciò fa sì che essi si espongano a pericolosi rischi.

Global_Digital_Divide

(digital divide, o divario digitale, è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione, in particolare personal computer e internet e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. I motivi di esclusione comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica. Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione. Il divario può essere inteso sia rispetto a un singolo paese sia a livello globale. da Wikipedia)

Twitter

Dalla data della sua creazione, il 21 Marzo2006, Twitter ha subito un’evoluzione rispetto alla propria ragion d’essere, infatti, se in quell’anno la homepage recitava: “Una comunità globale di amici e stranieri che vuole rispondere a una sola e semplice domanda -Che cosa stai facendo?- “, oggi il focus è maggiormente sulle news: “Il modo migliore per scoprire le novità del momento nel tuo mondo”, sull’aspetto professionale e l’informazione in tempo reale: “Scopri cosa sta succedendo, proprio ora, con le persone e le organizzazioni che ti interessano”. Sebbene esista appunto dal 2006, esso sta vivendo da poco tempo il suo boom e per quanto riguarda l’Italia il suo uso ha subito un forte incremento solo molto recentemente. Sono 460 000 in media gli account creati al giorno, più di 200 milioni i tweets inviati ogni giorno, 100 milioni gli utenti che si collegano una volta al mese e i dati ufficiali sino al 2011 rilevavano che erano 1,5 milioni gli italiani che si collegano a Twitter almeno una volta al mese, mentre dati non ufficiali riscontrano che oggi gli italiani su Twitter sono raddoppiati e sono arrivati a quota 2,4 milioni, con una crescita di questa piattaforma solo da inizio 2012 dell’80%. Esso è popolarissimo oltreoceano dove è molto utilizzato dalle celebrities, è fondamentale per la gestione in tempo reale di fatti di cronaca di particolare impatto (come ad esempio l’evento del terremoto in Giappone), inoltre è un prezioso alleato delle aziende come strumento di comunicazione e marketing e infine ha avuto un ruolo centrale nella Primavera Araba: fu infatti usato dai ribelli per far circolare le informazioni e condividere opinioni ed emozioni eludendo i controllo dell’informazione operato dai regimi. Ecco che l’uso delle tecnologie moderne può rappresenta la salvezza e la liberazione dalla tirannia di regimi opprimenti come quelli presenti da decenni in Stati del Nord Africa e del Medio Oriente; Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Baharain, Algeria, Marocco, i paesi travolti dal profumo dei tweets e dei post trasportati in Rete dai giovani rivoluzionari. Un dato interessante è che il 50% dei tweet proviene dallo 0,5 degli utenti, questo significa che chi poi utilizza realmente questa piattaforma è un popolo digitalmente “colto”, spesso del settore, blogger, organizzazioni, social media manager, giornalisti del settore, che sono attivissimi, mentre la maggior parte di chi si iscrive è un utente passivo che svolge il ruolo di semplice spettatore, forse colto e sicuramente informato, ma poco attivo e disposto allo sharing. Sicuramente per quanto riguarda il nostro Paese possiamo riscontrare un’influenza da parte dello show di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il weekend”, andato in onda lo scorso Autunno, inoltre i giornalisti si sono resi conto che in un certo senso su Twitter hanno praticamente “il lavoro fatto”, senza dover passare da uffici stampa e manager che non rispondono. Infine i programmi Tv e spesso i Tg hanno iniziato a citare i “tweet” dei VIPS e dei personaggi politici (almeno quelli che hanno capito quanto possa essere di estrema importanza, di particolare efficacia e grande impatto, l’uso di questi nuovi media ai fini di creazione del consenso, formazione delle opinioni e circolazione delle informazioni, soprattutto se si mira ad un certo target d’elettorato, una tipologia che non si informa unicamente attraverso la televisione), infine il passaparola, che come ben sanno i professionisti del marketing è fondamentale per la promozione e la fruizione di un prodotto, ha fatto il resto.

Appunto perché è usato quindi da una popolazione digitale diversa o da un utente che qui ricerca uno scopo particolare, è bene specificare che innanzitutto più che un social network esso è un “informationnetwork”, qui le persone in un certo senso “si mettono in vetrina” più che connettersi, esso è quindi un servizio di microblogging, nel quale “dire chi siamo” in 140 caratteri.

Dal momento che qui l’amicizia non è lo scopo principale, (anche se comunque è ovviamente presente la volontà di comunicare con amici e familiari), ma è quello di condividere un certo tipo di informazioni (che è bene non siano superficiali o su banali aspetti del quotidiano, cosa invece più tollerata dal “galateo” di Facebook, ma siano sulla professione o gli interessi e gli hobby della persona in questione o a proposito di eventi importanti che riguardano la persona e i suoi followers), non è quindi scontato che “l’amicizia” sia reciproca, ma l’utente verrà “seguito” solo se ne vale la pena e i suoi tweet sono degni di nota per i suoi followers, così come lui stesso “seguirà” solo chi per lui è a sua volta, in un certo senso, “meritevole d’attenzione” (non è quindi da intendersi come segno di scortesia o inimicizia, come invece può avvenire su altre piattaforme, se una persona realmente conosciuta nella vita offline decide qui di non seguirci o smette di farlo, inoltre qui il follow non si chiede).

Il principale punto di forza di Twitter è la possibilità di condividere le notizie in tempo reale, in mobilità e in modo veloce, ha meno strumenti per connettere tra di loro gli utenti, ma i due principali sono la tag@, come su Facebook, con la quale richiami direttamente un altro utente e la hashtag#, di solito utilizzata alla fine del messaggio condiviso, che specifica l’argomento del quale si sta trattando e raggruppa i tweet sotto una parola chiave, permettendo così il prender vita delle conversazioni attorno ad un argomento specifico ricercato dall’utente (gli argomenti più popolari in un determinato momento si chiamano trend topic), si può anche retweetare (ovvero la condivisione del messaggio di un utente sul profilo di un altro utente) un tweet che riteniamo degno di interesse di un nostro following ai nostri followers. Trasportare alcune modalità di impostare gli status di Facebook su Twitter quindi può essere efficace, ma sino ad un certo punto, dal momento che a ogni social network corrisponde un’ottica di senso diversa, ad esso sottesa e nella quale sono inscritti i suoi utenti e le relazioni tra di loro; per cui è opportuno non scrivere frasi prive di contenuto su Twitter e non utilizzarla come una chat privata per parlare con i propri amici, ma è necessario approcciarsi diversamente di volta in volta al differente frame simbolico latente della piattaforma che sto utilizzando. Insomma, come a dire, dimmi che social network usi e ti dirò chi sei.

di  Arianna De Batte

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Sintesi del Rapporto Annuale 2012: La situazione del Paese Italia

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Sintesi del Rapporto Annuale 2012: La situazione del Paese Italia

Pubblicato il 02 giugno 2012 by redazione

Letta dal Presidente dell’Istat Enrico Giovannini, martedì 22 maggio 2012 a Roma nella Sala della Lupa, di Palazzo Montecitorio.

Signor Presidente della Camera dei Deputati, Rappresentanti del Governo, Autorità, Signore e Signori, oggi l’Istituto nazionale di statistica presenta il ventesimo Rapporto annuale sulla situazione del Paese, prodotto della elevata competenza e dell’assiduo impegno di tutto il suo personale. Il Rapporto, progettato per fornire uno strumento fondamentale di riflessione sulle condizioni sociali, economiche e ambientali del nostro Paese, e quest’anno profondamente rinnovato nella struttura e nella forma grafica, ha influenzato significativamente la storia dell’Istat e di molti dei suoi attuali dirigenti. Esso ha rappresentato non solo una straordinaria palestra per la formazione di tanti ricercatori, ma anche una continua fucina di nuove idee, che sono poi divenute parte della produzione corrente di informazioni statistiche e di analisi. Inoltre, se nel 1993 il Rapporto rafforzò la caratteristica di ente di ricerca dell’Istat (che la legge aveva già riconosciuto quattro anni prima), la sua presentazione, a partire dal 1998, presso la Camera dei Deputati rende evidente il ruolo di servizio a tutta la società italiana svolto dall’Istituto.

Naturalmente, l’impegno dell’Istat va ben oltre la predisposizione del Rapporto annuale.

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Nel 2011 è stato realizzato, in modo fortemente innovativo e con l’ausilio delle tecnologie più avanzate (i questionari di oltre 21 milioni di persone sono stati compilati via Internet), il 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, i cui risultati preliminari sono stati diffusi qualche settimana fa. L’anno trascorso è stato anche quello in cui l’utilizzo delle statistiche prodotte dall’Istituto ha avuto una crescita senza precedenti: la quantità di Gigabyte scaricati dal sito www.istat.it è più che raddoppiata in due anni, così come la diffusione dei file di microdati per la ricerca. L’attenzione dei media classici per l’informazione statistica ha raggiunto il massimo storico e la presenza dell’Istat sui Social Network sta crescendo rapidamente, così come l’uso dei servizi on-line orientati ai cittadini e alle imprese. Nell’anno passato l’Istat ha anche operato una profonda riorganizzazione interna, realizzato diversi progetti innovativi di carattere sia statistico sia gestionale, avviato l’attività della Scuola Superiore di Statistica e Analisi Sociali ed Economiche. Secondo una rilevazione effettuata per nostro conto da un autorevole istituto privato, nell’aprile del 2012 il 76 per cento della popolazione ha dichiarato di avere fiducia nell’Istat, con un aumento di tre punti percentuali rispetto all’anno scorso. Questi risultati sono stati ottenuti nonostante la riduzione del finanziamento statale, il blocco delle assunzioni e il taglio alle spese di formazione. Ma proprio perché quello attuale è un momento di scelte difficili per il Paese, e la disponibilità di informazioni affidabili sul contesto economico e sociale su cui si va ad operare assume importanza cruciale, credo sia arrivato il momento che, pur tenendo conto delle difficoltà della finanza pubblica, si investano sull’Istat e sulla statistica ufficiale risorse adeguate e non la metà di quanto speso in altri paesi europei, come la Francia. Peraltro, le risorse rese disponibili, a legislazione vigente, per il 2013 non saranno in grado di assicurare il funzionamento dell’Istituto. Il caso della Grecia ha reso drammaticamente evidente cosa accade quando, nella società dell’informazione, un istituto nazionale di statistica non fornisce dati affidabili. Sono sicuro che il Governo e il Parlamento, anche alla luce dei risultati raggiunti in questi anni in termini di innovazione ed efficienza, che pongono l’Istat all’avanguardia sul piano internazionale, non consentiranno che il nostro Paese veda la propria credibilità ridursi a causa dell’impossibilità di produrre le informazioni statistiche richieste dalle normative comunitarie e nazionali.

 

La difficile situazione del Paese

Nell’estate del 2011 il carattere strutturale della crisi è stato percepito dall’opinione pubblica.

Il 2011 ha segnato il ritorno dell’instabilità finanziaria per l’area dell’euro, che mette tuttora a rischio i fondamenti stessi dell’Unione Monetaria Europea: in tale contesto, l’Italia ha affrontato una delle crisi più difficili della sua storia. Negli ultimi mesi si è verificato un netto cambiamento nella psicologia collettiva del Paese e nello scenario politico, con conseguente ridisegno della politica economica e sociale, fattori questi destinati a incidere significativamente sulle prospettive a breve e a medio termine. La presa di coscienza del carattere strutturale della crisi è stata per l’Italia improvvisa e, per molti, traumatica. Gli interventi di politica economica che si sono succeduti in modo convulso nell’estate del 2011 hanno cercato di fronteggiare una crescente sfiducia nei confronti della sostenibilità del debito pubblico italiano e della capacità del nostro Paese di soddisfare le condizioni per restare nell’Unione Monetaria. L’adozione di misure drastiche, volte ad accelerare il percorso verso l’azzeramento del deficit pubblico e così rendere più sostenibile il debito sovrano ha ridotto il rischio del collasso finanziario, dando tempo all’Italia di avviare riforme di natura strutturale, coerentemente con gli impegni assunti in sede europea. In effetti, il 2011 si era aperto nel segno della prosecuzione della fase di ripresa ciclica delle economie sviluppate e della intensa crescita di quelle emergenti. Nel nostro Paese, l’aumento delle esportazioni e la tenuta dei consumi era accompagnata da una timida ripresa degli investimenti. Anche se già a partire dalla seconda metà del 2010 la produzione industriale aveva mostrato segni di rallentamento, nel secondo trimestre dell’anno scorso il Prodotto interno lordo (Pil) era cresciuto dell’uno per cento su base tendenziale. Il recupero della domanda di lavoro, dopo aver condotto ad un aumento delle ore lavorate e a un parziale riassorbimento della Cassa integrazione guadagni (Cig), sembrava destinato a trasformarsi in una crescita occupazionale. Il tasso di disoccupazione si era stabilizzato a un livello inferiore a quello medio europeo e il clima di fiducia delle imprese e delle famiglie stava migliorando.

Nuova recessione a partire dal terzo trimestre …e rialzo della disoccupazione

Le difficoltà emerse sui mercati finanziari hanno indotto, a partire dall’estate, un brusco peggioramento delle prospettive, influenzando i comportamenti delle imprese e delle famiglie. Le prime hanno rivisto al ribasso i piani di produzione e di investimento. Le seconde hanno subito gli effetti immediati dei provvedimenti di natura fiscale, nonché quelli futuri legati alla riforma delle pensioni e del mercato del lavoro: alla riduzione del reddito disponibile attuale, già diminuito significativamente negli anni precedenti, si è aggiunta una contrazione di quello atteso per gli anni futuri. Il clima di fiducia è peggiorato e, analogamente a quanto avvenne nella crisi degli anni 1992-1993, la discesa dei consumi non si è fatta attendere, risentendo anche di un aumento del risparmio per fini precauzionali. A partire dal terzo trimestre del 2011 il prodotto ha ripreso a diminuire e la discesa si è accentuata nel trimestre successivo e nel primo di quest’anno. La domanda estera netta è stata l’unica componente che ha sostenuto, e tuttora sostiene, la dinamica del prodotto grazie alla buona performance delle esportazioni, soprattutto sui mercati extra-europei, in presenza di una forte contrazione delle importazioni. Si moltiplicano i segnali di difficoltà del mondo delle imprese, anche a causa del ritardo nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di fenomeni di credit crunch, i quali, in crescita nei primi mesi di quest’anno, hanno interessato di più le piccole imprese e coinvolto anche unità economicamente solide.

A fronte di un leggero aumento (0,4 per cento) dell’occupazione totale, nell’anno passato quella straniera è cresciuta dell’8,2 per cento (pur in presenza di una diminuzione del tasso di occupazione specifico) e quella italiana è calata dello 0,4 per cento. È aumentata l’occupazione femminile (+1,2 per cento) ed è rimasta sostanzialmente stabile quella maschile. Sono diminuite l’occupazione giovanile (-2,8 per cento) e quella dei 30-49enni (-0,5 per cento), mentre è aumentata (+4,3 per cento) quella degli ultracinquantenni, anche per effetto della modifica dei requisiti per accedere alla pensione. L’occupazione a tempo indeterminato e a tempo pieno è diminuita dello 0,6 per cento, a fronte di aumenti del 5,3 per cento di quella a termine (incluse le collaborazioni) e del due per cento di quella a tempo parziale, in gran parte “involontaria” (cioè accettata in mancanza di un impiego a tempo pieno). La disoccupazione ha ripreso a salire a partire dall’autunno, a seguito di una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto delle classi giovanili: oltre il 30 per cento dei giovani attivi risulta ora disoccupato. Anche il ricorso alla Cig è aumentato nei primi mesi di quest’anno.

Risale l’inflazione per energia e alimentari

L’inflazione è rimasta elevata per tutto il 2011, sospinta dall’aumento dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari importati; nei primi mesi del 2012 risulta stabile al 3,3 per cento, con un allargamento del differenziale inflazionistico nei confronti dell’area dell’euro. L’aumento dei prezzi dei prodotti acquistati con maggior frequenza (4,7 per cento ad aprile) è stato nettamente più accentuato di quello medio. Peraltro, nel 2011 l’industria, il commercio e una parte consistente del terziario hanno reagito alla contrazione della domanda con una riduzione dei margini di profitto, mentre il settore finanziario e dei servizi alle imprese li hanno mantenuti invariati, dopo la forte diminuzione subita nel 2010.

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Le manovre hanno ridotto il deficit pubblico e contenuto la crescita del debito

Le diverse manovre volte al riequilibrio della finanza pubblica hanno determinato, nel 2011, un indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni (3,9 per cento del Pil) inferiore di 0,7 punti percentuali a quello del 2010 e leggermente più basso (0,2 punti) di quello medio dell’area dell’euro; solo la Germania, tra i grandi paesi, ha conseguito un risultato migliore. Alla contrazione dell’indebitamento ha contribuito un contenimento dell’incidenza della spesa

pubblica sul Pil (dal 50,5 al 49,9 per cento), cui si è accompagnato un leggero aumento del rapporto tra entrate e prodotto (dal 46 al 46,1 per cento); la pressione fiscale complessiva è scesa leggermente (dal 42,6 al 42,5 per cento), mentre il carico fiscale e contributivo corrente sulle famiglie consumatrici è diminuito dal 29,6 al 29,3 per cento. Il rapporto debito pubblico/Pil è salito al 120,1 per cento, con un aumento di 1,5 punti percentuali rispetto ad un anno prima. Nel confronto con il periodo precrisi (cioè il 2007), tale rapporto è aumentato di 17 punti percentuali in Italia e di quasi 21 nella media dell’eurozona.

Il reddito reale delle famiglie cala per il quarto anno consecutivo, e la propensione al risparmio scende all’8,8 per cento

In questo quadro, e in presenza di una dinamica retributiva in ulteriore deciso rallentamento, il reddito disponibile delle famiglie in termini reali è diminuito nel 2011 (-0,6 per cento) per il quarto anno consecutivo, tornando sui livelli di dieci anni fa: in termini pro-capite esso è inferiore del quattro per cento al livello del 1992 e del sette per cento nei confronti del 2007. In quattro anni la perdita in termini reali (a prezzi 2011) è stata pari a 1.300 euro a testa e la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è passata dal 12,6 all’8,8 per cento.

 

1992 e 2011: due crisi a confronto, due Italie a confronto

Le difficoltà dell’Italia derivano anche da fragilità del suo sistema socio-economico

Guardando all’attuale situazione economica dell’Italia e riandando con la memoria al biennio 1992-93, non si può non provare un senso di déjà vu. Allora, l’instabilità dei mercati finanziari europei fu originata dalla mancata ratifica del Trattato di Maastricht da parte della Danimarca e dalle ombre che essa gettava sull’avvio dell’Unione Monetaria; oggi, dalla scoperta dei trucchi contabili della Grecia e dalla lenta e insufficiente reazione dei paesi che quell’Unione hanno, nel frattempo, realizzato. Venti anni fa si discuteva dei compiti della futura Banca Centrale Europea (BCE), nonché dei vincoli da imporre ai vari paesi per assicurare la stabilità del sistema; oggi, si discute della necessità di completare il quadro istituzionale esistente e di assicurare la sostenibilità a lungo termine della finanza pubblica procedendo alla modifica delle Costituzioni nazionali. Ma non si può non sottolineare come la debolezza dell’Italia abbia, ora come allora, forti origini interne, derivanti dall’elevato debito pubblico e da evidenti fragilità del sistema socio-economico e di quello politico, che ne mettono a rischio la solvibilità e la credibilità internazionale, oltre che il benessere economico dei suoi cittadini. Qualcuno potrebbe pensare che nulla sia cambiato in questi venti anni. Ma non è così. In questo arco temporale la società e l’economia hanno subito, più la prima della seconda, trasformazioni importanti, ma evidentemente insufficienti per evitare il ripetersi della storia, anche se sotto forme diverse, o per ridurre strutturalmente le forti differenze sociali, territoriali, generazionali e di genere che continuano a caratterizzare l’Italia.

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Aumenta la popolazione, grazie alla componente straniera, triplicata negli ultimi dieci anni

I primi risultati del recente Censimento evidenziano un aumento della popolazione residente rispetto al 1991 del 4,7 per cento: si tratta di 2,7 milioni di persone in più, quasi tutte straniere. Dal 2001 la popolazione straniera in Italia è quasi triplicata e, a fronte della sostanziale stabilità di quella italiana, rappresenta ora il 6,3 per cento del totale. Per molti stranieri, se non per tutti, si è realizzato un significativo processo di integrazione e di radicamento: quasi la metà degli immigrati non comunitari ha un permesso di soggiorno a tempo indeterminato e se nel 1992 si erano avute circa 4 mila acquisizioni di cittadinanza italiana per matrimonio e naturalizzazione, nel 2010 queste sono state oltre 40 mila. 78 mila bambini nati in tale anno (il 13,9 per cento del totale) hanno entrambi i genitori stranieri, cui si sommano i quasi 27 mila nati da coppie miste. Al 1° gennaio 2011 i minori extracomunitari regolarmente soggiornanti nel nostro Paese erano 760 mila: di questi, circa 420 mila sono nati in Italia. In complesso, i minori stranieri iscritti in anagrafe sono quasi un milione.

Si vive più a lungo, si fanno meno figli, sale la quota della popolazione anziana …aumentano le famiglie, ma sono sempre più piccole

I miglioramenti della sopravvivenza che abbiamo vissuto negli ultimi venti anni sono stati straordinari: la speranza di vita delle donne è passata da 80,6 a 84,5 anni, quella degli uomini da 74 a 79,4 anni. Resta bassa la fecondità: dopo il minimo raggiunto nel 1995 (1,2 figli per donna) il relativo tasso è risalito fino al 2008, quando si è stabilizzato a 1,4 figli per donna, grazie al contributo delle straniere, i cui comportamenti si stanno, però, avvicinando a quelli delle italiane. La combinazione tra l’aumento della sopravvivenza e il calo della fecondità ha reso l’Italia uno dei paesi con il più elevato livello di invecchiamento: attualmente, si contano 144 persone di 65 anni e oltre per ogni 100 persone con meno di 15 anni; nel 1992 questa proporzione era di 97 a 100.

Anche la struttura delle famiglie italiane è cambiata: si è ridotto il numero dei componenti e sono aumentate le persone sole, le coppie senza figli e quelle monogenitore. È diminuita dal 45,2 al 33,7 per cento la quota delle coppie coniugate con figli e sono aumentate le nuove forme familiari. La famiglia tradizionale non è più il modello prevalente, nemmeno nel Mezzogiorno: le libere unioni sono quadruplicate e la quota di nati da genitori non coniugati (pari al 20 per cento) è più che raddoppiata. Si esce dalla famiglia più tardi e si assiste ad uno spostamento in avanti di tutte le fasi della vita, ivi compresa quella in cui si diventa genitore. La quota di giovani tra i 25 e i 34 anni che vive ancora nella famiglia di origine è cresciuta di quasi nove punti e ora è pari a circa il 42 per cento.

Negli ultimi venti anni, l’occupazione cresce solo grazie alla componente femminile …ma è aumentata molto la precarietà per i giovani e le donne

Anche il mercato del lavoro è cambiato. Tra il 1993 e il 2011 le unità di lavoro sono aumentate di quasi 1,3 milioni (+5,7 per cento), ma il tasso di occupazione è cresciuto solo di poco più di tre punti percentuali (dal 53,7 al 56,9 per cento). In tale periodo l’occupazione maschile, nonostante il contributo degli immigrati, è scesa di 40 mila unità (-0,3 per cento); quella femminile è aumentata di 1,7 milioni (+22,2 per cento), quasi tutta nel Centro-Nord, grazie alla diffusione del parttime, che spiega due terzi di tale crescita. Ciononostante, il tasso di occupazione femminile continua ad essere nettamente più basso di quello medio europeo.

A fronte di un incremento generale dell’occupazione dipendente del 13,8 per cento, l’introduzione di nuove tipologie contrattuali, realizzato per accrescere la flessibilità in ingresso dell’occupazione, ha fatto sì che gli occupati a tempo determinato siano cresciuti del 48,4 per cento. Oggi, oltre un terzo dei 18-29enni ha un lavoro a tempo determinato, contro un valore medio del 13,4 per cento. Il divario tra il tasso di occupazione totale e quello dei giovani, che nel 1993 era di 3,8 punti percentuali, nel 2011 è salito a quasi 16 punti; quello calcolato sul tasso di disoccupazione è ora di quasi dodici punti percentuali. Vent’anni fa la disoccupazione giovanile era prevalentemente connessa ad una fase di passaggio verso il lavoro stabile, oggi è caratterizzata dall’alternanza con il lavoro precario. Se nei primi anni ’90 un terzo dei giovani con un lavoro atipico ne trovava uno stabile a distanza di un anno, ora questa situazione interessa solo il 18,6 per cento di loro. Se a questo si aggiungono i circa 2,1 milioni di Neet, cioè di giovani tra 15 e 29 anni che non stanno ricevendo un’istruzione e non hanno un impiego, si coglie appieno la drammaticità della condizione giovanile odierna.

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Le donne più scolarizzate degli uomini, ma i divari sul mercato del lavoro sono ancora molto ampi

La partecipazione scolastica delle donne è ora superiore a quella degli uomini (93 e 91,5 per cento, rispettivamente) e le prime concludono il percorso formativo più frequentemente dei secondi (il 78 per cento delle ragazze ottiene il diploma, contro soltanto il 69 per cento dei ragazzi). Nel mondo del lavoro, però, permangono forti differenze e l’incremento occupazionale che ha riguardato le donne si è concentrato in quei settori professionali in cui la presenza femminile era già relativamente più elevata e negli impieghi ad orario ridotto. Nel 2010 due terzi delle donne impiegate part-time vorrebbero avere un lavoro a tempo pieno (era un terzo sei anni prima). Più in generale, le donne subiscono ancora un significativo svantaggio nel caso di una gravidanza: l’avere un figlio, infatti, è l’elemento fondamentale che spiega, insieme alla precarietà, la probabilità di perdere il lavoro a distanza di 10 anni, soprattutto a causa dell’impossibilità di bilanciare il ruolo di madre e di lavoratrice. Peraltro, la crisi del 2008-2009 ha accentuato le difficoltà delle donne: in particolare, nell’industria in senso stretto il calo occupazionale femminile è stato doppio rispetto a quello maschile e per le donne il rischio di perdere il posto di lavoro è risultato, a parità di altre condizioni, superiore del 40 per cento a quello degli uomini.

Globalizzazione, nuove tecnologie ed euro hanno cambiato l’economia italiana, ma i risultati sono stati deludenti

Negli ultimi venti anni l’intensificarsi delle relazioni commerciali, produttive e finanziarie tra paesi e la rivoluzione tecnologica hanno determinato grandi trasformazioni nell’economia mondiale. L’Italia ha partecipato a questo processo con modalità solo in parte simili a quelle dei principali paesi avanzati. In tale periodo, infatti, l’economia italiana è cresciuta in termini reali ad un tasso medio annuo dello 0,9 per cento, con un significativo divario rispetto ai partner europei, che si è ulteriormente allargato nel periodo più recente. L’euro ha protetto l’economia italiana dalle instabilità tipiche degli anni ’70 e ’80, segnando la fine di episodi inflazionistici gravi e prolungati, ma negli anni Duemila, cioè quando l’avvio dell’Unione Monetaria avrebbe dovuto spingere ad una più rapida riconversione del sistema economico, l’intensità della riallocazione produttiva tra settori è stata inferiore a quella del decennio precedente. D’altra parte, la moneta unica sembra aver migliorato le performance delle imprese esportatrici già presenti sui mercati dell’area dell’euro diversi da quelli della core Europe (Germania e paesi limitrofi).

La specializzazione manifatturiera è cambiata poco, ma ci sono meno grandi imprese

Lo spostamento verso attività terziarie ha fatto emergere, da un lato, i settori legati alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; dall’altro, quelli volti al soddisfacimento di bisogni di cura e assistenza, e di bisogni immateriali. La struttura economica italiana appare ora più simile a quella dei partner europei rispetto a venti anni fa, ma la specializzazione manifatturiera del nostro Paese rimane fondamentalmente quella degli anni ’70 e la sua diversificazione simile a quella del 1992, in un contesto di progressiva riduzione del peso delle grandi imprese.

Prezzi al consumo italiani allo stesso livello di quelli tedeschi

Il risultato di questo processo è stato una diminuzione continua del rapporto tra valore aggiunto e produzione del settore manifatturiero, una crescita della produttività nettamente inferiore a quella dei partner europei e un’inflazione maggiore, anche dopo l’avvio dell’Unione Monetaria. Se nel 2000 il livello dei prezzi italiani era pari a circa il 95 per cento di quello medio dell’Unione Europea, e quello dei prezzi tedeschi superava quest’ultimo di circa il 10 per cento, nel 2010 i prezzi in ambedue i paesi erano superiori al livello medio di circa il quattro per cento. In dieci anni i prezzi al consumo italiani sono aumentati del 25,5 per cento, quelli tedeschi del 18,1 per cento: solo nei settori esposti ai processi di liberalizzazione la dinamica relativa dei prezzi è stata favorevole al nostro Paese, il quale ha invece sperimentato forti aumenti dei prezzi relativi di molti servizi (ricreativi, assicurativi, finanziari, trasporti) e di alcuni beni (alimentari non lavorati e abbigliamento).

Finanza pubblica: dilapidato negli anni Duemila il “dividendo dell’euro”

Il “rilassamento” del sistema economico e della politica economica italiana dopo l’entrata nell’Unione Monetaria appare ancora più evidente osservando le tendenze della finanza pubblica. Dopo la crisi del 1992-1993 l’Italia aveva prodotto uno sforzo eccezionale (per molti, compresi i partner europei, inatteso) pur di rispettare i parametri di Maastricht. Alla fine degli anni ’90 l’avanzo primario era di circa il cinque per cento del Pil e l’indebitamento netto vicino al due per cento; la pressione fiscale era pari a circa il 42 per cento del prodotto e la spesa pubblica (al netto degli interessi) al 41 per cento; il rapporto debito/Pil risultava in costante discesa (nel 2000 era pari al 108,5 per cento, dopo il picco del 121,2 per cento del 1994). A metà degli anni Duemila, però, l’indebitamento era nuovamente superiore al quattro per cento del Pil, l’avanzo primario quasi annullato, la tendenza alla riduzione del rapporto debito/Pil interrotta: dopo un nuovo contenuto miglioramento, la situazione è poi tornata a peggiorare a causa della crisi, cosicché nel 2011 l’indebitamento è stato vicino al quattro per cento del Pil, il saldo primario è tornato leggermente positivo, la pressione fiscale si è attestata al 42,5 per cento e la spesa pubblica (al netto degli interessi) al 45,6 per cento.

Scende la quota del reddito da lavoro sul Pil e cambia la composizione del reddito disponibile delle famiglie: aumenta il ruolo delle prestazioni sociali

Negli anni 1992-93 la quota del reddito da lavoro dipendente sul totale del valore aggiunto era vicina al 47 per cento. Dopo essere scesa di circa cinque punti percentuali fino ai primi anni Duemila, è poi gradualmente risalita, assestandosi negli ultimi tre anni intorno ad un valore del 45 per cento. Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali sono rimaste immutate in termini reali, quelle di fatto sono aumentate dello 0,4 per cento all’anno. In tale periodo il carico fiscale e contributivo corrente sulle famiglie è aumentato dal 28,5 al 29,3 per cento, ma anche la composizione del reddito disponibile è mutata: è aumentata la quota delle retribuzioni (dal 39,4 al 42,8 per cento), mentre sono diminuite quelle dei redditi da lavoro autonomo (dal 28,5 al 25,3 per cento) e del reddito da capitale (dal 16,6 al 6,8 per cento), quest’ultima ridottasi soprattutto nel corso degli anni Duemila. È aumentata molto, invece, la quota delle prestazioni sociali (dal 25,4 al 32 per cento) e non solo a causa della crisi degli ultimi anni.

La povertà relativa resta stabile perché la spesa è stata sostenuta dalla riduzione della propensione al risparmio

Grazie alla riduzione della propensione al risparmio, oltre 13 punti tra il 1992 e il 2011, e al supporto proveniente dai trasferimenti pubblici alle famiglie, gli indicatori di povertà relativa basati sulla spesa sono rimasti stazionari negli ultimi quindici anni intorno al 10-11 per cento. Invariato è rimasto anche il forte divario tra Nord e Sud: nelle regioni settentrionali l’incidenza della povertà era pari, nel 2010, al 4,9 per cento, in quelle meridionali al 23 per cento. Al contrario, la composizione dei consumi delle famiglie è mutata significativamente: tra il 1997 e il 2010 è aumentata di molto la quota destinata all’abitazione (oltre sei punti percentuali), meno quella per l’energia, mentre tutte le altre voci hanno visto una riduzione della propria importanza. Le famiglie più povere hanno accresciuto i consumi del 44 per cento, riducendo drasticamente le spese non necessarie e la qualità dei prodotti acquistati (il 20 per cento di esse si rivolge agli hard discount). Gli acquisti del ceto medio sono aumentati del 25 per cento e sono ora maggiormente orientati verso prodotti non alimentari, con un forte incremento delle spese per l’abitazione (affitto, utenze, ecc.). Infine, le famiglie più ricche spendono nel 2010 solo il 14 per cento in più del 1997, con un peso maggiore, oltre che dell’abitazione, degli altri beni e servizi, la cui quota aumenta di mezzo punto percentuale: in particolare, sono cresciute in termini relativi le spese per assicurazione vita, onorari dei professionisti, articoli personali e per l’infanzia, pasti e consumazioni fuori casa. Sulla base delle analisi del Rapporto emerge come l’Italia abbia utilizzato male, in questi vent’anni di rafforzamento dell’integrazione europea, l’opportunità di risolvere alcuni dei suoi problemi storici, dagli squilibri di finanza pubblica, al divario Nord-Sud, alle differenze di genere, al sottoutilizzo delle risorse umane, soprattutto giovanili, al disagio delle famiglie numerose o maggiormente vulnerabili. D’altra parte, guardando agli elementi che preoccupano maggiormente la popolazione, si vede come, al di là delle fluttuazioni cicliche, tra il 1998 e il 2010 disoccupazione e criminalità siano rimaste stabilmente in testa alla graduatoria, distaccando nettamente tutti gli altri problemi (ambiente, immigrazione, debito pubblico, ecc.).

Gli indicatori della criminalità sono migliori di quelli medi europei, al contrario degli anni Ottanta

Per ciò che concerne la criminalità, a fronte di una stabilità dei delitti complessivamente denunciati, va notata la forte riduzione rispetto al 1992 dell’incidenza di omicidi, tranne quelli ai danni delle donne, di associazioni a delinquere e di furti, mentre appaiono in netto aumento le truffe, le estorsioni e le violenze sessuali denunciate. Complessivamente, nel 2010 l’Italia presenta indicatori di criminalità migliori di quelli medi europei, al contrario di quanto accadeva negli anni ’80. La quota di stranieri denunciati per reati è aumentata notevolmente nel tempo, in parallelo con la crescita della presenza straniera, ma il 20 per cento di essi ha commesso, come reato più grave, un’infrazione alle norme sulla regolare presenza sul territorio nazionale. Per ciò che concerne, invece, la disoccupazione, se nel 1993 il tasso complessivo era pari al 9,7 per cento, negli anni immediatamente successivi esso superò l’11 per cento, per poi ridursi in misura notevole nel corso degli anni Duemila (sino al 6,1 per cento nel 2007) e risalire negli anni della crisi. Nonostante l’ampiezza di quest’ultima e l’aumento dell’offerta di lavoro, nel 2011 la disoccupazione è stata pari all’8,4 per cento, inferiore al valore medio europeo.

 

Rigore, crescita ed equità

 

La modifica della Costituzione per assicurare il pareggio di bilancio

L’agenda politica italiana, in analogia a quanto avviene nel resto d’Europa, si basa su tre pilastri fondamentali: rigore, crescita ed equità. Se su tali obiettivi sembra essersi formato un consenso, anche mediatico, la discussione pubblica ha chiarito come la loro realizzazione preveda tempistiche molto diverse: rigore nel breve termine, crescita nel medio, equità in ambedue le fasi. La decisione più importante assunta nel 2011 sul piano del rigore, al di là delle misure concrete per realizzare il consolidamento fiscale, è stata quella di inserire nella Costituzione italiana l’impegno a realizzare il pareggio strutturale di bilancio. Poiché, come accadde con la ratifica del Trattato di Maastricht, l’opinione pubblica non sembra aver percepito appieno le implicazioni di una tale scelta, vale la pena ricordare che essa impone, dati gli elevati livelli di debito pubblico e di spesa per interessi su quest’ultimo, di raggiungere e mantenere per vari anni, al di là delle fluttuazioni cicliche, un avanzo primario molto consistente. Secondo le previsioni del Governo, il saldo primario corretto per il ciclo e le una tantum dovrà salire dall’1,3 per cento del Pil del 2011 al 4,9 per cento nel 2012 e al 6,1 per cento nel 2013, per poi restare invariato. Considerando che gli investimenti fissi lordi pubblici sono pari a circa il due per cento del Pil, e a meno di non volerne ridurre la già contenuta consistenza, al fine di realizzare quanto previsto sarà necessario mantenere l’avanzo primario di parte corrente corretto per il ciclo all’otto per cento circa del prodotto, un livello mai raggiunto nella storia italiana. Naturalmente, un tale risultato può essere ottenuto attraverso diverse combinazioni di entrate e di spese, con effetti differenti sulla crescita, a sua volta ingrediente indispensabile per evitare l’insostenibilità del debito: in ogni caso, lo sforzo derivante dall’impegno assunto resta formidabile. In presenza di vincoli di finanza pubblica come quelli appena ricordati, di minori spazi per un’espansione della domanda di consumo dovuti alla insoddisfacente dinamica del reddito disponibile e all’erosione della propensione al risparmio, di elevate incertezze sul futuro dell’economia europea e delle maggiori opportunità offerte dall’espansione delle economie emergenti e in via di sviluppo, la crescita di medio termine dell’economia italiana appare fortemente legata, oggi più di ieri, alle interrelazioni con il resto del mondo. Come mostrato nel terzo capitolo del Rapporto, queste dipendono da tre fattori cruciali, strettamente interconnessi: competitività, produttività, dotazione di capitale, specialmente di quello immateriale.

Cruciale il ruolo delle esportazioni per la crescita …… ma il posizionamento internazionale dell’Italia resta insoddisfacente

La buona performance mostrata dalle imprese esportatrici dopo la crisi del biennio 2008-2009 è stata realizzata soprattutto sui mercati extra-europei, mentre su quelli europei l’espansione è stata nettamente inferiore, circa la metà della prima. Negli ultimi tre anni le esportazioni delle grandi imprese sono cresciute, per tutte le tipologie di prodotti, più di quelle delle medio-piccole, maggiormente presenti sul mercato europeo. Questo vantaggio relativo segnala la necessità di affrontare con decisione il problema della struttura dimensionale dell’industria manifatturiera, che, pur presentando alcuni vantaggi, rischia di penalizzare nel medio termine l’economia italiana in termini di capacità di penetrazione sui mercati emergenti. La specializzazione internazionale del nostro Paese è ancora basata sulle produzioni tipiche del Made in Italy e della meccanica strumentale, con minime differenze rispetto a dieci anni fa, nonostante gli intensi processi di riposizionamento “interno” al modello di specializzazione e l’aumento del livello qualitativo delle esportazioni. L’internazionalizzazione dell’industria italiana ha prodotto anche un aumento del commercio intra-industriale (cioè all’interno dello stesso settore o della stessa filiera produttiva), soprattutto nei confronti della Germania, della Romania, dell’India e della Cina, ma una crescita limitata degli investimenti diretti verso e dall’estero. A confronto con i partner europei (soprattutto Francia e Germania), livelli e dinamiche di tali flussi appaiono molto contenuti, segno evidente di una scarsa attrattività del nostro Paese e di strategie imprenditoriali poco aggressive su questo piano, cosicché l’Italia presenta una quota di multinazionali estere sul territorio nazionale e un’attività estera delle multinazionali italiane nettamente inferiori a quelle dei principali concorrenti.

L’attivazione della produzione nazionale da parte delle esportazioni si va riducendo

Non va poi trascurato il fatto che la profonda trasformazione in corso delle filiere produttive globali sta influenzando negativamente la performance economica italiana: l’aumento della dipendenza energetica dall’estero, pur in presenza di una riduzione delle quantità importate, condiziona in modo strutturale il saldo della bilancia commerciale, fenomeno questo destinato presumibilmente a proseguire nel futuro, vista la crescita attesa nel medio termine dei prezzi dell’energia. Inoltre, l’internazionalizzazione dell’economia italiana sta producendo, a parità di altre condizioni, un aumento del contenuto di importazioni per unità di prodotto: ciò vuol dire che un’espansione delle esportazioni di merci attiva una quota sempre minore di produzione nazionale. Se, ad esempio, nel 1995 un aumento del 10 per cento delle prime produceva una crescita della seconda pari all’8,3 per cento, nel 2010 tale attivazione è scesa al 7,5 per cento. Il fabbisogno totale di input intermedi esteri nell’industria è aumentato di oltre il 35 per cento, quello di input intermedi interni si è ridotto di quasi il 10 per cento. Questo fenomeno riguarda soprattutto le produzioni a medio-bassa tecnologia e compensa l’aumento dell’attivazione derivante dalla crescita della domanda estera di servizi, settore nel quale la produzione nazionale presidia gran parte del mercato e in cui l’Italia presenta un forte deficit con l’estero. Se, quindi, il futuro dell’economia italiana dipende dalla domanda estera, le evidenze ora richiamate dimostrano l’urgenza di una scelta strategica sul posizionamento internazionale del nostro Paese, che modifichi le tendenze emerse nell’ultimo decennio, puntando ad un approccio sistemico all’internazionalizzazione. Stesso discorso vale per la produttività, la cui diminuzione osservata negli anni Duemila rappresenta un caso unico a livello europeo. A tale proposito giova ricordare che, per i paesi europei, la produttività del lavoro appare correlata positivamente con la natalità d’impresa, indicatore che in Italia assume valori relativamente modesti, nonostante l’altissima quota di piccole imprese.

Il ruolo dei “beni immateriali” per la competitività e la crescita della produttività

Inoltre, dall’analisi dei contributi dei diversi fattori alla dinamica della produttività nel decennio precedente la crisi del 2008-2009 l’Italia si caratterizza per il basso ruolo svolto dai cosiddetti “beni immateriali”, cioè l’investimento in ricerca e sviluppo, nuove tecnologie, innovazione organizzativa e capitale umano. In altri termini, il Paese non sembra aver colto le opportunità offerte dalla trasformazione in atto verso l’economia della “conoscenza”, con conseguente perdita di efficienza di sistema, misurata dal declino della total factor productivity. In particolare, è mancato l’effetto propulsivo dell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict) che si è riscontrato in molti altri paesi europei. Le analisi svolte nel terzo capitolo del Rapporto delineano una sorta di agenda per trasformare la speranza di una crescita significativa e duratura in un risultato concreto, cui tutte le componenti del “Sistema Italia” devono contribuire: favorire la ridefinizione dell’assetto dimensionale dell’economia italiana e il suo posizionamento internazionale, attraendo capitali dall’estero e rafforzando la presenza italiana sul mercato internazionale di servizi. Aumentare la flessibilità dei mercati dei prodotti e dei fattori, così da elevare il tasso di natalità di imprese innovative. Recuperare il terreno perduto in termini di efficienza complessiva del sistema economico, attraverso investimenti, anche pubblici, in beni immateriali e in capitale umano. Migliorare il sistema logistico e dei trasporti, dove l’Italia presenta evidenti inefficienze (in parte legate ad una ridotta dimensione aziendale) e perdite di posizione competitiva, nonché un peso eccessivo del trasporto su gomma. Aumentare l’efficienza della giustizia civile (i cui ritardi scoraggiano gli investimenti dall’estero e penalizzano le imprese nazionali), principalmente attraverso una riduzione dell’elevata “litigiosità” consentita dal sistema normativo italiano, aumentando le economie di scala non sfruttate negli uffici giudiziari (per esempio “specializzando” i singoli magistrati) e rivedendo la distribuzione territoriale di questi ultimi. Infine, ma non meno importante, ridurre l’economia sommersa e l’evasione fiscale, ai cui effetti negativi sul piano dell’equità nella distribuzione del suo carico si sommano quelli derivanti dalla permanenza sul mercato di imprese chiaramente inefficienti, che costituiscono un freno alla necessaria accelerazione dell’ammodernamento produttivo e dell’aumento di efficienza di cui il Paese ha disperatamente bisogno.

L’equità svolge un ruolo fondamentale, insieme al consolidamento fiscale e al rilancio della crescita

Anche una realizzazione completa di tale agenda, come unanimemente riconosciuto, non produrrebbe, però, effetti consistenti che nel medio termine. Ecco perché l’equità, cioè una distribuzione economicamente e socialmente sostenibile dei vantaggi e degli svantaggi derivanti, anche in un’ottica intertemporale, dall’ipotizzato percorso di rigore e crescita, non può rappresentare un’appendice della strategia di rilancio del Paese, ma un suo ingrediente fondamentale. Equità, si badi bene, intesa non come necessaria equidistribuzione dei risultati socio-economici, ma come parità di opportunità indipendentemente dal luogo di residenza, dal genere e dalle condizioni della famiglia di origine, come bilanciamento nei rapporti intergenerazionali, come uniformità nel modo in cui il sistema normativo viene applicato in concreto. Su molti di questi aspetti il Rapporto evidenzia elementi che devono integrare l’agenda prima ricordata, analizzando situazioni che incidono significativamente sul senso di equità, di opportunità e di “futuro” offerte dal nostro Paese, quali la mobilità sociale tra generazioni, la distribuzione del reddito, le diverse prospettive occupazionali a seconda della tipologia del primo lavoro, le condizioni eterogenee di uomini e donne, di italiani e stranieri, di residenti nelle regioni del Nord e di chi vive in quelle del Mezzogiorno. Nei momenti di difficoltà come quello presente, la coesione sociale si basa non tanto sui risultati che si conseguono oggi, ma su quelli che possono essere ragionevolmente raggiunti in una prospettiva pluriennale, cioè sul modello di società che si intende realizzare in futuro.

Mobilità sociale bassa e minore che nel passato …… rende più difficile per i giovani migliorare la propria posizione

Per ciò che concerne la mobilità sociale, misurata dal passaggio, nell’arco di una generazione, da una classe sociale ad un’altra, risulta come nel 2009 il 62,6 per cento degli occupati si trovi in una classe sociale diversa da quella dei loro padri, una percentuale simile a quella registrata nel 1998. A migliorare la propria posizione sono soprattutto i figli di chi lavorava nel settore agricolo, profondamente mutato in questo arco temporale, mentre per la classe operaia urbana e quella media impiegatizia la mobilità è nettamente minore. Se poi analizziamo la “mobilità relativa”, cioè consideriamo la situazione al netto dei cambiamenti della struttura occupazionale, la possibilità di cambiare classe sociale è abbastanza bassa e questo tende a cristallizzare le disuguaglianze nel tempo. Osservando questi fenomeni in un’ottica temporale ampia, appare evidente come la mobilità “ascendente”, che aveva caratterizzato i giovani ventenni di tutte le generazioni entrate nel mercato del lavoro fino a quelli nati negli anni ’50, si è ridotta per i giovani delle generazioni successive. Parallelamente, è aumentata la probabilità di sperimentare una mobilità “discendente”: ad esempio, guardando all’ingresso nel mondo del lavoro, gli occupati delle generazioni più recenti, se provenienti dalla classe media impiegatizia o dalla borghesia, retrocedono più spesso dei giovani delle precedenti generazioni e i figli di operai salgono in misura minore rispetto ai loro predecessori degli ultimi 30 anni.

Istruzione fattore decisivo per la mobilità, ma restano forti i condizionamenti della situazione di partenza

L’istruzione è un fattore chiave per alimentare la mobilità sociale e stimolare la crescita economica attraverso un migliore capitale umano, ma anche questa risente della classe sociale della famiglia di origine: per la generazione più recente, solo il 12,5 per cento dei figli della classe operaia raggiunge la laurea, contro più del 40 per cento dei figli della borghesia. Anche l’abbandono scolastico è più ampio nelle classi meno elevate: il 37 per cento dei figli di operai nati negli anni ’70 ha abbandonato la scuola superiore, contro l’8,7 per cento di quelli della classe sociale più elevata. Tra questi ultimi oltre la metà si iscrive all’università, contro il 14,1 per cento dei figli della classe operaia, e la situazione non cambia significativamente per i nati negli anni ’80.

Se il primo impegno è atipico aumenta la probabilità di rimanere precario o perdere il lavoro

Forte appare anche l’influenza della tipologia del primo impiego sulle prospettive di carriera a lungo termine: tra i nati a partire dal 1980 la quota di chi entra nel mercato del lavoro con un impiego atipico è quasi del 45 per cento, a fronte di incidenze del 31,1 per cento per i nati negli anni ’70 e del 23,2 per cento per chi è nato negli anni ’60. Tra le persone entrate nel mondo del lavoro con un contratto atipico, a dieci anni dal primo impiego il 29,3 per cento è ancora in una situazione di precarietà, circa il 10 per cento non è più occupato e una quota consistente ha sperimentato una mobilità “discendente”. Quando il primo lavoro è a tempo indeterminato, dopo dieci anni si è ancora occupati stabili in una percentuale elevata. Tra i nati negli anni ’60, su 21,7 anni di presenza media sul mercato del lavoro, i lavoratori “sempre standard” hanno lavorato per 21 anni; quelli che hanno avuto almeno un contratto atipico, solo per 19 anni, otto dei quali passati in condizione di precarietà. Per i nati negli anni ’70, a fronte di 12,5 anni di presenza sul mercato del lavoro, i “sempre standard” hanno lavorato per circa 12 anni, gli altri solo per 10,7 anni, metà dei quali in condizioni di precarietà. Naturalmente, questi divari sono tanto più forti quanto più bassa è la classe sociale di partenza e tutto questo, soprattutto in periodi di crisi prolungata come l’attuale, produce effetti significativi sulle scelte di vita e sulle prospettive reddituali a medio e lungo termine.

Cambia la “geografia della povertà”: peggiora la condizione delle famiglie con minori e di quelle del Sud; migliora la situazione delle famiglie di anziani

Dopo il forte peggioramento dei primi anni ’90, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è rimasta sostanzialmente stabile, ad un livello comunque superiore a quello medio dei paesi OCSE. Tra il 1997 e il 2010 si è deteriorata la situazione delle famiglie di maggiori dimensioni e di quelle con minori: complessivamente, sono quasi due milioni (il 18,2 per cento) i minori che vivono in famiglie relativamente povere, il 70 per cento dei quali è residente al Sud. L’incidenza della povertà è aumentata tra le famiglie di lavoratori in proprio e di operai, nonché (di circa otto punti percentuali) per quelle in cui convivono più generazioni: le famiglie con minori in cui si realizza tale convivenza sono quasi raddoppiate rispetto al 1997 (oggi sono il 14,5 per cento); tra di esse, l’incidenza della povertà è passata dal 18,8 al 30,3 per cento. Complessivamente, sono le famiglie di anziani soli o in coppia a vedere diminuire l’incidenza della povertà (di sette e di quattro punti percentuali, rispettivamente), anche grazie ad una storia contributiva migliore della precedente generazione di anziani, eccetto che nel caso in cui si tratti di donne sole ultra sessantacinquenni, con basso livello di istruzione e vita lavorativa assente o molto limitata.

Lotta all’evasione e revisione del sistema fiscale per conseguire una maggiore equità

Ribadendo ancora una volta come l’ampiezza dell’evasione produca effetti redistributivi perversi e distorsioni nel sistema economico, va notato come gli interventi operati nell’ultimo ventennio sul sistema delle aliquote, delle detrazioni e delle deduzioni che determinano il pagamento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) abbiano prodotto un sistema che non è sempre in linea con l’obiettivo dell’equità. La diversità di carico fiscale, a parità di reddito, a seconda della fonte di quest’ultimo e le differenti possibilità a disposizione delle varie categorie di contribuenti di ridurre la base imponibile grazie ad agevolazioni e all’evasione fiscale sono esempi di questi squilibri. Vi è anche il problema dei cosiddetti “incapienti”, cioè di coloro i quali non possono utilizzare pienamente le detrazioni a fini Irpef: si tratta di più di quattro milioni di persone, il 64 per cento delle quali sono ritirati dal lavoro o non occupati, e la perdita di potenziali benefici è pari a circa 2,6 miliardi all’anno (594 euro pro capite). Analogamente, il principio della progressività è applicato a livello individuale e determina, a parità di reddito familiare, un significativo svantaggio per le famiglie con un solo percettore di reddito rispetto a quelle con due o più percettori. Infine, essendo differenti le detrazioni per reddito da lavoro dipendente e autonomo, le famiglie con un solo percettore di reddito autonomo inferiore a 15 mila euro pagano più Irpef a parità di reddito rispetto alle altre. Per contro, grazie alle maggiori opportunità di ridurre la base imponibile, le famiglie con soli redditi autonomi superiori ai 25 mila euro pagano, a parità di reddito, meno Irpef rispetto a quelle con soli redditi da lavoro dipendente. La discussione sul disegno di legge delega per la riforma fiscale e sugli atti successivi da essa derivanti rappresenta un’importante occasione per rivedere il sistema attuale in funzione di una maggiore equità.

Restano forti gli squilibri di genere, anche all’interno della coppia, e questo incide sulle opportunità lavorative delle donne

Un ulteriore fattore di disuguaglianza è legato al genere: mentre le donne hanno colmato antichi divari in termini di istruzione, permane ancora uno squilibrio nel rapporto con il mercato del lavoro, nei redditi e nella distribuzione di ruoli all’interno della coppia, elementi tra loro strettamente connessi. Il divario retributivo fra lavoratori e lavoratrici cresce all’aumentare del reddito ed è molto elevato per i livelli reddituali più alti. Inoltre, insieme a Malta, l’Italia è il paese con la maggiore diffusione di coppie in cui una donna adulta (25-54 anni) non percepisce redditi (33,7 per cento). In un terzo delle coppie la donna si fa carico di quasi tutto il lavoro domestico e di cura, e spesso tale asimmetria è associata con un più limitato accesso al conto corrente della famiglia, basse quote di proprietà dell’abitazione, scarsa libertà di spesa per se stessa, poco coinvolgimento nelle scelte importanti che riguardano il nucleo familiare. Solo nel sei per cento delle coppie esiste simmetria nel contributo economico e di cura tra i due partner. La vulnerabilità economica della donna all’interno della famiglia si riflette anche nella condizione dei coniugi dopo una separazione o un divorzio: tra le donne che hanno sperimentato questi eventi, il rischio di povertà è del 24 per cento, quello analogo rilevato per gli uomini è del 15,3 per cento, ma se la donna è occupata a tempo pieno, caso relativamente meno probabile che per l’uomo, questo differenziale si annulla.

Le famiglie straniere hanno un reddito medio pari alla metà di quello delle italiane

Nonostante i complessivi miglioramenti della condizione di vita degli stranieri, permane una chiara disuguaglianza con gli italiani. A fronte di un tasso di occupazione più elevato (62,3 per cento contro il 56,4 per cento degli italiani), il reddito medio di una famiglia composta da soli stranieri è ancora pari a circa la metà di quello di una famiglia italiana. Quasi il 42 per cento dei minori stranieri vive in famiglie in condizioni di deprivazione materiale, contro il 15 per cento rilevato per gli italiani. Oltre il nove per cento degli studenti stranieri risulta ripetente (per gli italiani la quota è del quattro per cento) e il 48 per cento appare in ritardo rispetto al corso di studi (8,5 per cento per gli italiani). Il tasso di abbandono scolastico è del 43,6 per cento per gli studenti stranieri effettivamente presenti sul territorio (cioè al netto di quelli che hanno abbandonato il Paese) e del 15,5 per cento per quelli italiani. L’incidenza dei Neet è del 32,8 per cento per gli stranieri, a fronte di un valore del 21,5 per cento per gli italiani.

Resta forte il divario Nord-Sud anche nei servizi pubblici …nonostante alcuni casi di successo di amministrazioni del Mezzogiorno

Infine, ma questo elemento rappresenta una costante di molte delle analisi svolte, alle quali si rinvia, permane, e si aggrava negli anni della recente crisi (il calo dell’occupazione è iniziato prima ed è stato più intenso), il forte differenziale Nord-Sud. Nel Mezzogiorno le opportunità delle donne dal punto di vista lavorativo sono minori, così come quelle dei giovani. Forti differenziali si rilevano ancora nella dotazione di servizi sociali erogati dai comuni (dagli asili-nido all’assistenza agli anziani e ai disabili) e nella relativa spesa. La qualità dei servizi sanitari è peggiore, così come quella di servizi ambientali come la fornitura di acqua potabile (con rilevanti dispersioni della rete di distribuzione) e la raccolta dei rifiuti (la discarica è ancora la modalità prevalente di smaltimento e quella differenziata copre appena il 20 per cento). Anche l’offerta e la qualità del trasporto pubblico locale sono le più basse del Paese. Sarebbe però un errore non riconoscere importanti casi di successo, come quello della raccolta differenziata, per la quale la distanza Nord-Sud si va riducendo, in molti comuni del Mezzogiorno, della spesa sociale per disabili dei comuni in Sardegna, o dell’efficienza nella distribuzione dell’acqua potabile in Basilicata e Calabria. Questo vuol dire che le amministrazioni pubbliche locali possono conseguire notevoli miglioramenti ovunque esse operino e l’opinione pubblica deve prenderne atto con soddisfazione, superando fastidiosi stereotipi. Peraltro, si registra una maggiore convergenza territoriale per quei servizi per i quali sono stati definiti standard di erogazione o “livelli obiettivo” da raggiungere.

Aumenta il consumo del suolo, soprattutto nelle regioni meridionali

Va poi segnalato come negli ultimi dieci anni il Mezzogiorno abbia visto realizzare un consumo di suolo nettamente superiore a quello rilevato nel resto d’Italia. Se, nel complesso del Paese, tale consumo è cresciuto dell’8,8 per cento rispetto al 2001, corrispondente ad un territorio pari a quello di una ipotetica nuova provincia di Milano completamente costruita (1.639 km2), nel Sud e nelle Isole l’aumento è stato ancora maggiore (circa il 10 per cento). Tra le province del Mezzogiorno che presentavano già livelli elevati di superficie edificata, sono Caserta (+18,4 per cento), Taranto e Catania (entrambe più dell’11 per cento) a presentare gli aumenti maggiori. Quella appena descritta è una tendenza preoccupante, in quanto una cattiva programmazione delle forme di urbanizzazione si può rivelare poco sostenibile da un punto di vista ambientale ed economico. Ad esempio, la dispersione di abitazioni e fabbricati destinati alle attività economiche sottrae territori ad altri usi e vocazioni, depaupera le valenze paesaggistiche, riduce il radicamento culturale delle persone rispetto ai luoghi di vita, limita l’accessibilità individuale ai servizi, incide negativamente sulla complessiva qualità della vita dei cittadini. Anche questo ha a che fare con l’equità e nel momento in cui il Paese si interroga sul modello di sviluppo da adottare per il futuro, è importante che si operi una scelta chiara anche sul tema del consumo del suolo.

 

Conclusioni

L’anno scorso, concludendo la lettura della Sintesi del Rapporto annuale, sottolineavo la vulnerabilità del “Sistema Italia”, sia delle imprese che delle famiglie, la necessità per il nostro Paese di prendere coscienza dei propri problemi, ma anche dei punti di forza, e la scarsa importanza che la società italiana sembrava attribuire al fattore “tempo”, in un mondo in forte accelerazione. Un anno dopo, amaramente, si può dire che il 2011 abbia obbligato, in modo traumatico, il Paese a comprendere appieno la gravità della situazione, a scoprirsi effettivamente più vulnerabile di quanto pensava e a mettere mano a numerose questioni irrisolte, con una accelerazione dei processi decisionali che ha pochi precedenti. Il 2012 sarà ricordato come un anno molto difficile sul piano economico e sociale. Le previsioni che oggi l’Istat diffonde per la prima volta dopo il trasferimento ad esso dei compiti precedentemente svolti dal disciolto Istituto di Studi e Analisi Economica (ISAE), indicano per quest’anno una contrazione del Pil dell’1,5 per cento. I consumi delle famiglie e, soprattutto, gli investimenti subiranno forti riduzioni (-2,1 per cento e -5,7 per cento, rispettivamente), mentre la domanda estera netta fornirà un contributo positivo, grazie all’aumento delle esportazioni (+1,2 per cento) e alla forte caduta delle importazioni (-4,8 per cento). La prevista riduzione dell’occupazione (associata ad un aumento della disoccupazione) e la contenuta dinamica retributiva contribuiranno all’ulteriore contrazione del reddito reale delle famiglie, in presenza di un’inflazione ancora elevata. Nel 2013, invece, il Pil dovrebbe aumentare dello 0,5 per cento, trainato dalla crescita delle esportazioni (+4,0 per cento), mentre la domanda interna resterebbe costante nella media dell’anno. La lieve ripresa occupazionale non sarebbe sufficiente a ridurre il tasso di disoccupazione, mentre la crescita dei prezzi rallenterebbe. Il quadro delineato per i prossimi 18 mesi, che per molti versi conferma le analisi formulate da altri centri di ricerca nazionali e internazionali, segnala la necessità di mantenere elevata l’attenzione sul fronte della politica fiscale e sottolinea l’importanza delle evidenze presentate nel Rapporto sui temi della crescita e dell’equità. In vista dell’avvio di una nuova legislatura, le forze politiche e sociali sono chiamate nei prossimi mesi a definire e proporre ai cittadini una prospettiva di medio termine per il Paese, rispettosa degli impegni di risanamento della finanza pubblica, ma anche convincente e in grado di mettere in moto le migliori risorse, e non sono poche, di cui disponiamo. Pensiamo alle donne, che negli ultimi venti anni hanno mostrato una dinamicità notevole sul piano dell’istruzione e del lavoro, e sperano di vedere riconosciute appieno le proprie capacità. Pensiamo ai giovani, che rappresentano un potenziale innovativo che trova enormi diffi coltà ad esprimersi. Pensiamo agli stranieri, desiderosi di integrarsi maggiormente nella società italiana, anche sul piano dell’imprenditorialità. Pensiamo alle imprese innovative che quotidianamente competono sui mercati nazionali ed esteri, che richiedono strutture efficienti di sostegno ad una internazionalizzazione moderna. Pensiamo alle imprese multinazionali disponibili a contribuire all’economia italiana se solo alcune condizioni socio-economiche non le penalizzassero, così come fanno anche nei confronti delle unità italiane. Pensiamo al capitale sociale di cui dispongono i nostri territori, che anche nella attuale crisi forniscono straordinari segnali di vitalità e attenzione alle situazioni di difficoltà. Pensiamo alle eccellenze esistenti nella tanto criticata Pubblica Amministrazione, le cui buone pratiche (e non sono poche) vanno consolidate e diffuse, così da ridare fiducia al contribuente onesto che si aspetta di usufruire di servizi efficienti in cambio delle tasse pagate. Pensiamo al “terzo settore”, nel quale solidarietà e impegno per lo sviluppo economico si incontrano in una sintesi che altri paesi ci invidiano. Pensiamo ai centri di eccellenza nella ricerca e nella formazione presenti in Italia, pienamente inseriti nei circuiti internazionali ai massimi livelli, che vorrebbero trovare nuove forme di collaborazione con il mondo produttivo. In questa prospettiva, mi piace pensare che anche l’Istat e il Sistema statistico nazionale possano essere considerati come punti di forza del nostro Paese, cioè come strumenti fondamentali per rappresentare i fenomeni rilevanti, per realizzare analisi utili alle politiche e alle decisioni individuali, per consentire la valutazione delle alternative possibili e dei risultati ottenuti, per informare i cittadini, anche in un’ottica di confronto internazionale e a scala territoriale dettagliata. La pubblicazione a fine anno del primo rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes), che conterrà indicatori e analisi relative ai fenomeni che le parti sociali hanno identificato come le più importanti per valutare lo stato del nostro Paese, rappresenterà un’altra occasione di condivisione del quadro di riferimento economico, sociale e ambientale, da cui partire per progettare il futuro. Se rigore, crescita ed equità costituiscono il trinomio su cui costruire il futuro del nostro Paese, non si può non dire che il cambiamento avverrà con gradualità. E che in questo “tempo di mezzo”, non breve e non facile, è indispensabile il massimo sforzo da parte di tutte le componenti della società, in nome di questo obiettivo comune, per rendere sostenibile sul piano sociale il percorso che ci attende. In tale prospettiva i “beni comuni” e i “beni immateriali” sono altrettanto, e forse più, importanti di quelli individuali e materiali: chiarezza negli obiettivi e negli strumenti da adottare, impegno e responsabilità individuale e collettiva per la loro realizzazione, trasparenza e integrità da parte di tutti coloro i quali sono chiamati ad assumere le decisioni rilevanti, correttezza nei comportamenti e nei rapporti pubblici e privati. Anche questi sono ingredienti fondamentali di una ricetta che, per funzionare, deve ricostruire un clima di fiducia reciproca tra gli attori della società, della politica e dell’economia. Per realizzare gli obiettivi di benessere duraturo a cui vogliamo tendere è indispensabile superare le attuali diffidenze e difficoltà, pur comprensibili, che serpeggiano nei paesi europei. Se, forse, nel 1992, quando l’Italia aderì al progetto di creazione dell’Unione Europea e della moneta unica, le implicazioni di una tale scelta non furono appieno comprese nella società e nel tessuto economico, a venti anni di distanza non si può non ribadire la irrinunciabilità della prospettiva europea per fronteggiare con successo l’attuale processo di globalizzazione e assicurare un futuro prospero alle nuove generazioni. Gli effetti economici e sociali di soluzioni alternative sarebbero devastanti per il nostro Paese e, al suo interno, per i soggetti più vulnerabili. Ecco perché a tutti noi, e specialmente a noi che siamo in questa sala, spetta impegnarci al massimo, qui e ora, per il futuro dell’Italia e dei suoi cittadini, di oggi e di domani.

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Social network: io “posto” dunque “sono”…

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Social network: io “posto” dunque “sono”…

Pubblicato il 20 maggio 2012 by redazione

selfempowerment

I sentimenti collettivi nei confronti di questo recente ed esplosivo fenomeno sono molteplici e contrastanti. I social network sono idolatrati dal popolo teen, temuti dai genitori, demonizzati dagli irriducibili ideologicamente e perennemente offline, snobbati dagli anticonformisti e spesso ringraziati dai maturandi e universitari in assetto da esame. Ma questi fantomatici e per certi versi ancora misteriosi strumenti, dei quali più spesso (come già è stato in parte esposto nei precedenti articoli) si parla degli aspetti negativi e dei pericoli ai quali possono dare luogo, in realtà, quali sono poi le risorse che presentano? Sostanzialmente..perché mai dovremmo usarli?! Ci concentriamo quindi ora sugli aspetti positivi che possiedono e per una volta..li difendiamo! Persino i più scettici potrebbero trovare la “giustificazione” che fa al caso loro! Sicuramente i quattrocento milioni di persone, di età media 37 anni, che in tutto il mondo utilizzano Facebook (dei quali il 55% di essi effettua l’accesso almeno una volta al giorno) e che hanno deciso di condividere tre miliardi di foto e cinque miliardi di contenuti “vari” (link, note, video ecc..), una loro motivazione l’hanno trovata!

Il ”self empowerment”: io “posto” (quindi “posso”) … dunque “sono”

Facciamoci accompagnare in questo viaggio alla scoperta dei lati positivi del “sociale digitale” da un ipotetico utente medio, il soggetto protagonista delle relazioni virtuali, che potremmo chiamare Bill.

Il nostro amico, che giunge in questo magico mondo, si trova ad essere qui sprovvisto (come già sottolineato precedentemente) di una parte di sé molto importante, che da sempre lo ha accompagnato in qualsiasi ambiente egli sia stato nella sua vita, compagno amato, odiato, che forse vorrebbe diverso, non tutto, solo in parte, magari non sempre ma solo qualche volta, territorio di esperienze e grande comunicatore di messaggi, insomma un “accompagnatore” d’eccezione: il corpo.

Da sempre se lo porta con sé, ma non qui, nell’ambiente virtuale.

Il soggetto nei social network si trova a essere “disincarnato” (“disembodied”), privato del corpo e dei significati che esso porta con sé, ed ecco quindi che si trova di fronte a infinite possibilità date da processo di “self empowerment” (il termine “empowerment” significa “potenziamento”, “responsabilizzazione”, “aumento del proprio potere interno”). Questo fenomeno assume una cruciale importanza se stiamo poi di fasi di vita, quali ad esempio quella adolescenziale, dove il processo di costruzione della propria identità assume particolare salienza, attraverso la scoperta dei loro molteplici possibili sé, il miglioramento delle proprie abilità e capacità cognitive, fisiche e relazionali e la sperimentazione attraverso l’ esplorazione di una pluralità di esperienze, senza la presa in carico di impegni definitivi, ma sempre con la possibilità di tornare sui propri passi. L’ uso dei social network si affianca quindi allo svolgimento di questo compito dal momento che posso decidere “chi” voglio essere, sia nel caso io non dichiari esplicitamente la mia identità, sia nel caso io la riveli. Infatti, nel primo caso posso sperimentare più liberamente, forte del fatto che se fallissi non succederebbe nulla, posso quindi permettermi di essere anche il contrario di ciò che sono realmente nella vita di tutti i giorni (ad esempio se sono timido posso provare a essere aggressivo) e se poi sbaglio posso riparare; anche per quanto riguarda il secondo caso i social network permettono agli adolescenti di decidere come presentarsi agli altri decidendo in prima persona quali ruoli impersonare e a quali eventi partecipare.

Questo permette al nostro Bill di avere un ruolo più attivo e centrale nella definizione e nella condivisione della propria identità sociale e a detta della psicologa americana Katelyn Mc Kenna è inoltre più facile che gli individui siano più disposti a rivelare il proprio vero Sé nei social network, di quanto non lo siano nella vita reale, in quanto all’interno della rete di “amici” si possono condividere le proprie convinzioni e le proprie reazioni emotive più intime con minor rischio di disapprovazione e sanzione sociale. Secondo quest’ottica quindi un social network può essere considerato il perfetto ambiente di “empowerment” dove Bill può decidere di essere sé stesso o completamente diverso, ma pagando un costo limitato per le sperimentazioni non andate a buon fine.

La seduzione ai tempi di Zuckerberg

Un’ altra opportunità che Bill si trova offerta su un piatto d’argento è a proposito delle relazioni sentimentali. Essi si affiancano quindi alla possibilità di intraprendere questa esperienza, facilitandola per una serie di motivi quali: la possibilità di superare le barriere spaziali; la comunicazione iperpersonale (le persone sono più disposte nel social network a rivelare il proprio vero Sé, indi per cui l’ intimità è maggiormente stimolata e raggiunge alti livelli); la somiglianza (avere “amicizie” in comune o interessi comuni); elevato livello di idealizzazione dato dal minor numero di informazioni disponibili relative all’altra persona, ciò porta gli individui a riempire i vuoti informativi con le proprie aspettative, da qui maggior idealizzazione e quindi maggior interesse nei confronti dell’altro; il controllo del processo di presentazione (l’ opportunità di controllare la propria identità sociale e la propria immagine riduce i problemi legati alle impressioni negative o alla paura di essere giudicati, inoltre diminuisce l’ importanza ricoperta dall’aspetto fisico, dallo status sociale e socioeconomico).

La questione dell’aspetto fisico è un comunque un aspetto critico (per Bill e per chiunque) per la nascita e la costruzione di una relazione; nel social network però il corpo reale non è totalmente assente ma sostituito da un corpo virtuale, costituito da immagini parziali attraverso le quali posso decidere strategicamente come presentarmi e dare una precisa immagine di me. Infatti tutti i social network offrono ampio spazio alla presentazione di immagini e video degli utenti.

Dieci sono i comportamenti che generano attrazione nel partner e cinque di questi possono esser realizzati in un social network: essere simpatici, mostrare senso dell’umorismo, offrire supporto, avere buone maniere e dimostrare di voler passare del tempo con l’ altro.

Il processo di seduzione digitale nel terzo millennio, si articola in una sequenza di interazioni relativamente stabile, che ricopre fondamentalmente due fasi: la creazione di un’ impressione di sé nell’altro e la scelta della strategia seduttiva (e fin qui niente di nuovo sotto il sole). Per fare il primo passo, è necessario stabilire una forma di contatto, ovvero chiedere l’ “amicizia”, in seguito ci sarà un disvelamento progressivo (e tra le strategie attuabili in un social network la somiglianza, la prossimità e la frequenza di contatto, la complementarietà, l’ uso dell’ironia, mostrare attenzione e apprezzamento per l’ altro, aprirsi all’altro).

Un elemento importante, è che il nostro amico “in caccia” può utilizzare per la messa in atto del suo progetto, le altre relazioni che ha all’interno della rete, ad esempio cercando di ottenere informazioni su chi gli interessa passando attraverso la sua rete di “amici”, o quella dell’altro, sfruttando anche la possibilità che danno alcuni social network, di capire chi degli altri utenti è online, attraverso l’ utilizzo ad esempio della chat (vedi Facebook). Infine i social network danno la possibilità di ricontattare persone con le quali c’è stata in passato una relazione, anche se si sono persi i contatti da tempo, come dire “Un ex sicuramente su Facebook ci sarà!E..mano sul cuore e giuramento di verità…chi può dire di non averci mai ripensato, con la speranza che quello che è accaduto si riproponga o si possa ritrovare, trasformato??!”.

Il nostro caro utente medio può intraprendere questo processo con obiettivi e esiti diversi: il corteggiamento, ma con scopo finale, almeno da parte di uno dei due, l’ incontro faccia a faccia. Oppure il mantenimento di relazioni, anche a distanza, iniziate faccia a faccia (laddove la “Bacheca” viene utilizzata sia per dimostrare agli altri l’ esistenza della storia, sia può essa fare da sorta di “rotocalco” della storia, migliorando l’ immagine di sé nei confronti degli “amici”). O infine con l’unico obiettivo del “ciberflirts”, dove i soggetti decidono, almeno inizialmente, di non ritrovarsi faccia a faccia ma interagire solo sul social network (spessi si tratta di individui che hanno già una relazione stabile nel reale e che prendono la vita sui social network come una valvola di sfogo).

Può una folla essere intelligente? La “rete creativa” e le “smart mobs”
smart mobs

Un’ altra risorsa offerta dai social network, è riguardo al potenziamento della creatività di gruppo, che può quindi essere utilizzata anche per gestire e organizzare eventi e interessi, anche in relazione all’assunzione di impegni e allo sviluppo di opinioni, in più campi, quali quelli politico, religioso, culturale, filosofico, sociale. Lo sviluppo del Web 2.0 ha infatti permesso la nascita di una “rete creativa”, e delle cosiddette “smart mobs” (“folle intelligenti”, gruppi di soggetti che collaborano tra loro per trarre frutto dalle opportunità offerte dai nuovi media che permettono alle persone di agire insieme come mai prima d’ora e in situazioni in cui l’ azione collettiva non era mai stata possibile”. Ciò è particolarmente vero per i social network tra le cui funzioni vi è quella di facilitare la gestione dei gruppi virtuali. Le “smart mobs” sono gruppi virtuali temporanei legati alla possibilità di usare i nuovi media per un proprio vantaggio e diventano comunità quando il gruppo diventa l’ occasione per raggiungere uno scopo comune e assume quindi propria identità e porta all’incremento della conoscenza. Avviene così quella che viene definita l’ “esperienza ottimale di gruppo” (“Networked Flow”), col risultato della creazione di nuovi prodotti, nuovi concetti e nuove idee, che vengono però portati all’esterno e riescono a imporsi in gruppi sociali reali solo se vi sono relazioni significative tra i membri del gruppo e i membri esterni al gruppo, nella formazione di una sorta di coscienza collettiva progettuale. A questo proposito la scienza delle reti ha elaborato una legge, la Legge di Reed, che afferma che: “quando una rete ha lo scopo di diffondere qualcosa che ha un valore per le persone, il valore dei servizi è lineare; se la rete consente transazioni tra i nodi individuali, il valore aumenta al quadrato, se essa include la possibilità che gli individui formino gruppi, il valore è invece esponenziale”.

I social network e “il capitale sociale”

Infine tra le risorse insite nei social network ricordiamo il supporto che essi danno al mondo della pubblicità, nel caso di marchi che vogliono rivolgersi ad un pubblico giovane e l’ apporto ad un economia basata su “beni relazionali”.

I “beni relazionali”, si differenziano dai “beni potenziali” (ovvero i cosidetti “di consumo”), essi possono idetntificarsi ad esempio con l’ amicizia e l’ amore e derivano dai rapporti sociali nei quali l’ identità e le motivazioni dell’altro sono essenziali per la creazione e il valore del bene; sostanzialmente tutti quei tipi di relazione generative di “capitale sociale primario”. Il “capitale sociale” è un concetto multidisciplinare e proprio per questo dalla definizione ambigua; esso presenta infatti l’apporto di molteplici aree quali l’economia, la sociologia, le scienze umane e sociali e ognuna di esse lo interpreta con sfumature leggeremente differenti. Ad un livello generale sostanzialmente la differenza fondamentale è tra il “capitale sociale primario”, che riguarda le relazioni informali di fiducia, intimità e cooperazione, dove sono considerati beni non solo i risultati creati dall’instaurarsi di tali legami, ma anche e soprattutto la relazione e le persone in sé; invece il “capitale sociale secondario” è quello che riguarda la rete delle relazioni a livello più ampio, sia informali che formali, intese come mezzi per ottenere determinate finalità, strumentali

La caratteristica fondamentale dei beni relazionali è l’ aspetto della gratuità e della spontaneità, in quanto hanno la loro origine nel comportamento di dono dato dall’unione di tre componenti che sono il donare, il ricevere e il contraccambiare. L’ aspetto più importante del dono risiede quindi nella sua totale libertà, dal momento che io scelgo di farlo ma non ho la certezza di essere contraccambiato. Nella vita reale ciò avviene in relazioni personali caratterizzate da fiducia e conoscenza reciproca, ma nei social network questo può accadere anche nei confronti di legami deboli; spinti da un senso di responsabilità sociale nei confronti della comunità di utenti del social network che porta a mettere a disposizione proprie conoscenze, informazioni, contenuti. L’ obbiettivo degli individui in quest’ottica, è il mantenimento della comunità e l’ interesse individuale si realizza insieme a quello degli altri (intenzione collettiva).

Ad esempio la Vespa del nostro amico Bill ha smesso improvvisamente di funzionare e lui ha deciso di scrivere sulla sua “bacheca” Facebook se qualcuno sa come ripararla, sicuramente qualcuno fra tutti i suoi “amici” risponderà alla richiesta d’ aiuto, fornendogli consigli”.

Scettici cronici, offline convinti, preoccupati, spaventati o anticonformisti….siete ancora sicuri che proprio non vi interessi iscrivervi a Facebook?!


Stanley Milgram

Quante conoscenze “distiamo” da uno sconosciuto?! Ecco perché…il mondo è piccolo!

Se avete ancora qualche dubbio questo che sto per dirvi potrebbe essere ciò che vi convincerà definitivamente a cambiare idea, oppure a fuggire del tutto! Si perché è stata teorizzata un’ipotesi molto affascinante e molto inquietante insieme, dato che essa dimostra ulteriormente che la privacy nell’era digitale si assotiglia sempre più.

Nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram tentò di testare un’ipotesi formulata per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy  e poi ripresa negli anni cinquanta da Ithiel de Sola Pool (MIT) e Manfred Kochen (IBM) che cercarono di provare la teoria matematicamente. Essa è comunemente conosciuta come la “teoria dei sei gradi di separazione” e consiste in un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze che comprende non più di 5 intermediari. Milgram ideò un nuovo sistema per testare la teoria, che egli chiamò “teoria del mondo piccolo“. Selezionò casualmente un gruppo di americani del Midwest e chiese loro di mandare un pacchetto a un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, la sua occupazione, e la zona in cui risiedeva, ma non l’indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all’esperimento di mandare il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che a loro giudizio avesse il maggior numero di possibilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via fino a che il pacchetto non venisse personalmente consegnato al destinatario finale. I promotori dello studio si aspettavano che la catena comprendesse perlomeno un centinaio di intermediari, mentre invece, per far arrivare il pacchetto, ci vollero in media solo tra i cinque e i sette passaggi. Per ora neanche l’ombra di ambienti virtuali e relazioni digitali. Fino a quando nel febbraio 2004 un diciannovenne studente dell’Università di Harvard crea il social network più popolare al mondo. Nel 2011 un gruppo di informatici dell’Università degli studi di Milano, in collaborazione con due informatici di Facebook decide di effettuare un esperimento su scala planetaria per calcolare il grado di separazione tra tutte le coppie di individui su Facebook. In media, i gradi di separazione sono risultati essere 3.74, molto meno di quanto l’esperimento di Milgram facesse pensare!

Insomma, le persone si sono avvicinate e il mondo si è “ristretto”!

Sarà un bene o un male?! Ai posteri, sempre più “connessi”, l’ardua sentenza!

di Arianna De Battè

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Smart City o tirannie digitali: il nostro futuro secondo Carlo Ratti

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Smart City o tirannie digitali: il nostro futuro secondo Carlo Ratti

Pubblicato il 02 maggio 2012 by redazione

carlo ratti

Il 18 Aprile scorso si è tenuto l’incontro di Meet the Media Guru con Carlo Ratti, ingegnere e architetto di eccellenza, conosciuto a livello mondiale per i suoi progetti di miglioramento della vita metropolitana, nonchè insegnante del MIT e direttore del Senseable City Laboratory.

Ratti ha introdotto la conferenza parlando degli effetti della tecnologia sul nostro modo di vivere. Le città sono piene di sensori e di strati digitali, e grazie alla tecnologia l’ambiente sta iniziando a comunicare con noi. Ce lo dimostrano alcuni progetti realizzati dalla sua associazione: uno di questi è la Source Map, ovvero un chip che, installato su un qualsiasi oggetto di scarto ci permette di scoprire che percorso compie, perchè noi sappiamo sempre da dove proviene un oggetto che acquistiamo, ma non abbiamo nessuna informazione su dove esso venga portato una volta che noi decidiamo di sbarazzarcene.

Un altro progetto riguarda la ricezione di informazioni e immagini dal mondo attraverso un dispositivo installato su un portatile che permette di avere informazioni sulle abitudini delle persone; un caso curioso è stato quando uno di questi computer è stato rubato e grazie al dispositivo installato nel programma della fotocamera è stato possibile risalire ai delinquenti che, ignari di questa tecnologia, scattavano fotografie con la webcam.

Grazie alle fotografie e alla loro diffusione in rete, magari su siti come Flicker si possono quindi fare ricerche, per capire le abitudini o le esigenze della popolazione e agire quindi di conseguenza. La Senseable City Laboratory con i suoi studi ha dimostrato che grazie alla rete si può costruire una mappa di dove vengono scattate più fotografie in un determinato luogo, analizzare la vita notturna di Barcellona e scoprire, grazie alle immagini, i posti migliori per festeggiare, o ancora, in base ai colori presenti nelle fotografie, capire quali sono le zone a rischio siccità in Spagna. Questi sono solo alcuni esempi di come una città possa diventare vivente, come possa comunicarci tutto ciò che avviene attorno a noi: consumo di energia, eventi speciali, dove trovare un taxi quando piove o vedere anche i flussi globali di arrivi e partenze aeree.

Molte città stanno aprendo le loro porte alle nuove tecnologie e opportunità delle smart city, prima fra tutte Singapore.

In Francia è nata l’idea di studiare un’applicazione che permetta di capire quanto tempo ci vuole ad attraversare la città con i vari mezzi di trasporto e calcolare anche la quantità di anidride carbonica consumata. Oggi è possibile creare App per Smartphone che possano calcolare queste cose senza bisogno di fornire dati, infatti molti moderni cellulari sono dotati di sensori che permettono di assimilare nozioni dall’esterno: un nuovo modo, quindi, di vivere la città.

Si può portare la tecnologia anche nelle abitazioni: la Senseable City Laboratory ha ideato, tra i suoi vari progetti, una struttura di proiettori che permetta di vedere la tv in ogni angolo della casa.

Recentemente sono stati ideati anche elettrodomestici muniti di chip che ci permettono di controllarli tramite cellulare, consentendoci anche di avere tutte le funzioni necessarie senza bisogno dover leggere manuali di istruzioni, avendo modo di comunicare con i sensori per capire quando il loro lavoro è finito. E’ possibile anche avere informazioni, come ad esempio ricette per cucinare, facendo cosi diventare la preparazione dei pasti un gioco, grazie all’interazione col touchscreen degli smartphone.

Ma esistono tecnologie per rendere la città più sensibile? Più fruibile dagli stessi cittadini? La risposta è sì, ed è un progetto che arriva da Copenaghen: la Copenaghen Wheel.

Si tratta di una bicicletta che si ricarica con le frenate, e che, collegata all’iphone, si mette in contatto con tutta la città, per vedere i livelli di inquinamento, i percorsi consigliati, e perfino per dare un programma fitness personale. Tramite i social network inoltre, è possibile condividere le proprie informazioni, in modo che altri utenti possano usufruirne, per aiutare insieme a migliorare la città.

Ratti conclude dicendo che fino a pochi decenni fa si pensava che la conoscenza fosse l’incasellare e l’archiviare qualsiasi cosa, mentre oggi pian piano tutte le barriere artificiali stanno scomparendo, e che le idee oggi non nascono più dal colpo di genio di una singola persona, bensì sono il frutto dell’unione e del lavoro di più persone per un ideale comune. Come dice lo stesso Ratti

Alla fine dell’incontro sono state poste alcune domande che di seguito riportiamo.

Quanto i cittadini possono diventare protagonisti della riprogettazione della città?

Carlo Ratti. Le possibilità sono molte e ancora da esplorare. Quello che è interessante è questo: negli ultimi vent’anni siamo passati dal mondo fisico al mondo digitale. Oggi invece grazie al potere delle reti possiamo fare il contrario. Un esempio è stata la campagna di Obama, che è partita dalle reti per portare all’elezione reale del presidente.

La prossima frontiera sarà come usare tutto questo per gestire le città, e a New York e Boston ci sono già App che permettono ai cittadini di comunicare eventuali disagi. Arriveremo a città dove le nuove tecnologie permetteranno nuovi metodi di partecipazione.

Riguardo agli elettrodomestici: quanto l’industria è più avanti rispetto alla ricerca teorica in questo campo? Come si può usare la gente, attraverso sensori, per permettere a delle macchine di estrapolare informazioni rispetto alla società? Potremo vedere qualcosa, in un futuro prossimo, di applicazioni di Smart City? A che punto siamo? Il software che viene utilizzato è Processing?

Carlo Ratti. Si, noi utilizziamo Processing in quasi tutti i nostri lavori. Per quanto riguarda le città intelligenti: le nostre città stanno diventando computer all’aria aperta. Raccogliamo un gran numero di dati, le statistiche cambiano, e riceviamo un numero consistente di informazioni. Ciò è una cosa fondamentale ed anche una delle più interessanti da analizzare.

L’innovazione può partire da qualsiasi cosa, sia dall’industria che da noi, nessuna è molto più in vantaggio rispetto all’altra, si può partire da qualsiasi campo.

Come può l’Italia riuscire a competere con Singapore? Cosa si può fare per rendere le SmartCity più concrete?

Carlo Ratti. Ci sono molte iniziative in tutta Europa e anche in Italia. La cosa più importante è non occuparsi di tutto. Al giorno d’oggi ognuno cerca di creare il suo kit per SmartCity e il risultato è che tutti hanno tutto, ma oltre a non essere collegati tra loro non hanno nemmeno abbastanza soldi per permettersi sviluppi. Non serve battere Singapore, bisogna sviluppare cose nuove, non sperimentare qualcosa su cui già altri stanno investendo. Milano sta lavorando, ad esempio, sugli spazi pubblici legati a SmartCity e sul modo di lavorare. Bisogna puntare sulle caratteristiche dei nostri paesi e saperle sfruttare. In Italia non si crede più nelle istituzioni, magari con SmartCiry si può cambiare tutto ciò, per impegnarsi insieme per la città. Perchè non puntare su una forza nostra per poi magari esportarla?

Si parla di SmartCity da anni, ma perchè oggi fanno tendenza? Cos’è cambiato?

Carlo Ratti. Prima c’era un rapporto uomo-macchina, oggi la macchina non c’è più, c’è la rete distribuita nello spazio, c’è un’interazione uomo-tecnologia, quindi è proprio lo spazio a entrare in relazione con le persone, si sta cambiando il modo di pensare le città. La tendenza forse è un entusiasmo collettivo, molte città si stanno impegnando, ma è comunque una cosa molto profonda e destinata a rimanere per molto tempo.

Tutta questa tecnologia non rischia di creare problemi di sicurezza? Il fatto che gruppi come Anonymous siano riusciti a oscurare il sito della casa Bianca o della CIA non rischia di preoccupare tutta questa tecnologia nel quotidiano?

Carlo Ratti. Non riguarda solo la city, ma il mondo che stiamo costruendo. Quando usavamo solo sistemi digitali, come i computer, trovavamo i virus, che per quanti danni facessero non erano pericolosi a livello reale. Quando invece ciò succede in cose fisiche, ad esempio un auto che scambia l’acceleratore col freno, diventa già un problema. Sono tutti rischi che riguardano il mondo di domani e verso i quali ci dobbiamo prevenire tenendo i sistemi più aperti possibili in modo che più occhi possano controllarli.

di Francesca Pich

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Perché dovremmo utilizzare i social network?

Pubblicato il 18 aprile 2012 by redazione

Come rilevano gli psicologi americani Prochaska e Di Clemente, i soggetti cambiano solo se sono costretti a farlo e se il cambiamento rappresenta per essi un’opportunità significativa, detta affordance, ovvero una risorsa che l’ambiente offre a un soggetto in grado di coglierla: ogni oggetto è quindi dotato di proprietà che supportano un particolare tipo di azione e non altre. Possiamo quindi considerare l’opportunità come una specie di “invito” dell’ambiente a essere utilizzato in un certo modo piuttosto che in un altro.

Inoltre il legame tra soggetto e opportunità è anche il risultato di un processo d’ interpretazione legato al contesto e alla cultura nella quale il soggetto è inserito, il soggetto può quindi scegliere, in base ai propri obiettivi, il tipo di proprietà più utile a lui tra quelle che il social network offre; il livello di utilità è legato, oltre che al tipo di obiettivo, alla struttura fisica del medium (viene definito medium ogni strumento artefatto in grado di permettere ai soggetti di superare i vincoli della comunicazione faccia a faccia, la situazione di interazione più naturale e antica, all’interno della quale i due soggetti interagenti devono essere contigui sia spazialmente che temporalmente), ai significati e alle pratiche associate al medium e al contesto in cui è collocato.

Le opportunità non sono tutte uguali, ma variano di importanza a seconda del bisogno sotteso e possiamo riconoscere che in questo senso i social network (i nuovi media) rispondono ad alcuni tra i bisogni fondamentali dell’essere umano:

–        Bisogni di sicurezza, in quanto in essi le persone con cui gli individui comunicano sono solo “amici” e non estranei; posso quindi decidere chi è “un amico”, controllare ciò che mostra di sé e della sua vita e commentarlo.

–        Bisogni associativi: con gli “amici” posso comunicare e scambiare opinioni, risorse, applicazioni e anche cercare qualcuno con cui intraprendere una relazione sentimentali.

–        Bisogni di autostima: io posso scegliermi gli “amici”, ma anche gli altri possono farlo, quindi “se in tanti mi hanno scelto come amico allora valgo”.

–        Bisogni di autorealizzazione: posso raccontare me stesso nel modo che preferisco e posso utilizzare le mie competenze anche per aiutare qualcuno dei miei “amici” che mi ascolta.

I social network rispondono alla definizione di “nuovi media”. Per superare i limiti ontologici inscritti in essa, l’uomo ha quindi creato degli strumenti, i “media” appunto, che gli hanno permesso di superare tale limitazione. I “media” sono come “dispositivi di mediazione” che da una parte facilitano il processo di comunicazione, superando i vincoli imposti dal faccia a faccia, dall’altra, ponendosi in mezzo tra i soggetti interagenti. Sostituiscono l’esperienza diretta dell’altra persona, con una percezione indiretta (mediata), essi non sono quindi oggetti neutri, cioè semplici “canali” attraverso i quali si trasmette un messaggio, ma a seconda del tipo di medium utilizzato, l’attività comunicativa dei soggetti interagenti viene influenzata a tre livelli:

–        Fisico: attraverso l’insieme delle caratteristiche naturali del medium (ad esempio il fatto che esista una bacheca, o il livello di tecnologizzazione del telefono cellulare che sto utilizzando).

–        Simbolico: l’insieme dei significati richiesti per poter utilizzare il medium ed espressi attraverso di esso. Ad esempio ogni social network utilizza una propria interfaccia che richiede una comprensione da parte dell’utente per essere utilizzata nel modo adeguato, oppure ogni gruppo può utilizzare consapevolmente o inconsapevolmente un linguaggio specialistico o un proprio gergo non immediatamente comprensibile a chi non ne è parte.

–        Pragmatico: attraverso l’insieme dei comportamenti con i quali il soggetto utilizza i social network, questi comportamenti sono legati alle opportunità e ai vincoli offerti dal medium utilizzato, da una parte, e dal contesto in cui ci si trova dall’altro.

Queste tre dimensioni sono tra loro in rapporto dialettico: il cambiamento di un elemento provoca un cambiamento anche negli altri.

Twitter

Facebook

 

 

 

 

 

 

 

 

 

linkedin

 

 

I social network implicano radicali e irreversibili cambiamenti nei processi comunicativi e nelle realazioni interpersonali. Essi provocano una vera e propria riconfigurazione delle opportunità di mediazione culturale, così profonda da mettere in crisi la soggettività e la corporeità degli utenti dei social network (http://mashable.com/2011/03/18/china-top-social-network/)

Essi modificano le pratiche dell’interazione sociale e obbligano ad adattarsi alla nuova situazione; rimuovono dall’interazione il corpo e i significati che porta con sé, rendendo autonomi i contenuti trasmessi.

Il social network richiede ai soggetti che stanno interagendo di adattare la loro comunicazione al medium che utilizzano, indi per cui, se essi non conoscono le caratteristiche del social network specifico, potrebbero interpretare in modo scorretto i messaggi, approdando a errate conclusioni; ma man mano che essi si adattano al medium, trovano nuovi strumenti per supplire alle loro limitazioni e arrivano a creare un nuovo sistema simbolico che può però diventare un ostacolo per utenti neofiti, che se non accetteranno le convenzioni, non potranno comprendere le comunicazioni tra utenti esperti.

Indipendentemente dal livello culturale dei soggetti e dalle loro possibilità di accesso alle tecnologie, ogni medium produce quindi uno squilibrio tra utenti esperti e non esperti, questo fenomeno viene definito come digital divide; questa espressione significa “divario”, “divisione digitale”, e indica la mancanza di accesso e di fruizione delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche. Nel caso specifico dei social network il divario, più che dalla disponibilità di disporre delle tecnologie necessarie ad utilizzarli, è prodotto proprio dalla possibilità di inscrivere quanto sta avvenendo in un’ ottica di senso.

Da un punto di vista relazionale, effetto ancor più importante dell’uso dei social network è la rimozione del corpo e dei significati connessi, dall’interazione, infatti nell’interazione faccia a faccia il soggetto “è il suo corpo” e questo permette negli individui l’attivazione di un sistema innato composto dai cosiddetti “neuroni specchio” (mirror), scoperti recentemente da ricerche nell’ambito delle scienze cognitive (http://www.youtube.com/watch?v=1G0GY0oQspE).

Si è infatti recentemente scoperto che nella corteccia premotoria è presente un gruppo di neuroni bimodali motori e percettivi, i neuroni specchio appunto, che si attivano sia durante l’esecuzione di azioni correlate a oggetti sia durante l’osservazione di un individuo che compie la stessa azione. Pare quindi esista un processo simulativo basato sulle informazioni ricavate dagli atti motori che fa quindi sì che l’io trasformi le informazioni visive in un atto motorio potenziale. Durante questo processo simulativo nell’osservatore si generano rappresentazioni interne degli stati corporei connessi all’azione e alla sensazione che sta osservando, “come se” stesse compiendo un’azione simile o provando la stessa emozione. Questi processi simulativi automatici e inconsapevoli, sono alla base del processo di riconoscimento e espressione emotiva (alfabetizzazione emotiva) che stà alla base, dell’“Intelligenza emotiva” (concetto teorizzato da Goleman nel 1995 nella famosa opera omonima), che si serve di quell’importantissimo fenomeno chiamato empatia, ovvero la capacità di riconoscere emozioni e sentimenti negli altri e offrire una risposta a questi congruente; nel frattempo, mettendosi “nei panni” degli altri e collegando emozioni e comportamenti, il soggetto impara a riconoscere e dare un senso anche alle propri stesse emozioni. Dal momento che però introduciamo un medium, il soggetto è “disincarnato” (disembodied) dal punto di vista del suo interlocutore e la fisicità del corpo umano viene sostituita da quella del medium, che nei social network consiste in un corpo virtuale, costituito di immagini parziali e contestualizzate, ciò comporta tre conseguenze. Innanzitutto la persona non può avvalersi del corpo dell’altro per comprendere le sue emozioni e questo si riflette sul processo di apprendimento delle proprie e altrui emozioni, che sarà quindi mancante di un importante punto di riferimento e ciò potrebbe favorire l’ “analfabetismo emotivo”. In secondo luogo il soggetto che comunica finisce per identificarsi con il messaggio in quanto (il soggetto è il messaggio), privato esso dell’aspetto corporeo, gli altri soggetti interagenti possono costruire la sua identità in modo indiretto, interpretando i messaggi e le immagini che egli condivide e che possono quindi formarsi, senza una conoscenza diretta e recente, un’ immagine sbagliata di lui. Ad esempio l’errore della pars pro toto, cioè l’identificazione del soggetto nel complesso, con le piccole parti della modalità con la quale egli si presenta; contemporaneamente però questo fenomeno può essere visto come una possibilità da parte del soggetto stesso che decide di costruirsi una presentazione “strategica”, proprio per trasmettere una precisa immagine di sé, impression management (http://thesituationist.wordpress.com/2008/03/03/social-networks/).

L’ultima conseguenza consiste nel fatto che il messaggio si separa dal soggetto per diventare un’entità a sé stante, autonoma da esso e stabile: mentre nel faccia a faccia il messaggio è “evanescente”, è legato ai soggetti interagenti e appena prodotto tende a scomparire e non può essere modificato, nel social network il messaggio tende a stabilizzarsi, avere vita propria e continua a produrre i suoi effetti anche a molta distanza di tempo, sui soggetti interagenti e sugli altri “amici”.

 

di Arianna De Batte

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