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27 i vincitori del concorso annuale di traduzione Juvenes Translatore

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27 i vincitori del concorso annuale di traduzione Juvenes Translatore

Pubblicato il 29 gennaio 2013 by redazione

Bruxelles, 28 gennaio 2013

i vincitoriComplimenti ai giovani traduttori dell’UE!

Sono stati resi noti i nomi dei 27 vincitori del concorso annuale di traduzione Juvenes Translatores indetto dalla Commissione europea e riservato agli studenti della scuola secondaria. Più di 3 000 studenti di 750 scuole hanno partecipato al concorso nel novembre 2012. I vincitori, uno per ciascun paese dell’UE, saranno invitati a presenziare a una cerimonia di premiazione che si terrà a Bruxelles l’11 aprile per ricevere i premi dalle mani della Commissaria Androulla Vassiliou, oltre ad avere l’opportunità di vedere i traduttori della Commissione al lavoro.

“Il concorso è un modo eccellente di promuovere l’apprendimento delle lingue e la traduzione quale opzione di carriera. Le competenze linguistiche sono un’enorme ricchezza: ampliano gli orizzonti e possono accrescere l’occupabilità, cosa particolarmente importante nell’attuale situazione economica“, ha affermato Androulla Vassiliou, Commissaria responsabile per l’Istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù.

I concorrenti hanno tradotto un testo di una pagina scegliendo una delle 506 combinazioni linguistiche possibili tra le 23 lingue ufficiali dell’UE: la lingua di partenza poteva essere una qualsiasi delle 23 lingue ufficiali. I vincitori presentano un buon equilibrio in termini di diversità linguistica: infatti 11 hanno tradotto dall’inglese, 5 dal francese, 5 dallo spagnolo, 4 (tra cui la vincitrice italiana) dal tedesco, 1 dall’estone e 1 dall’irlandese. I testi sono stati valutati dai traduttori della Commissione.

Il concorso, organizzato per la prima volta nel 2007, è sempre più popolare. Circa 1 750 scuole si sono iscritte all’edizione 2012-2013, ma per motivi logistici il numero dei partecipanti è stato ridotto a 750 mediante una selezione casuale via computer. Il concorso è ben presente sui social network: infatti studenti, insegnanti e operatori professionali possono interagire su Facebook, Twitter e su un blog.

Il concorso dà alle scuole anche l’opportunità di apprendere l’una dall’altra e di sperimentare diversi metodi di insegnamento delle lingue. La scuola “Salzmannschule Schnepfenthal” in Turingia (Germania) merita di essere seguita con attenzione: i suoi studenti hanno vinto il titolo tre volte. Ma anche il Liceo Linguistico Europeo paritario S. B. Capitanio di Bergamo, frequentato dalla vincitrice italiana di quest’anno Francesca Magri, è già alla seconda vittoria. “Aderiamo al concorso ormai da cinque anni e siamo sempre più convinti che per i nostri studenti esso sia un’occasione per mettere alla prova non solo le loro competenze linguistiche, ma anche la loro creatività. E i risultati sembrano darci ragione visto che è la seconda volta che vinciamo questo concorso!” osserva la Professoressa Carla Giudice, che ha curato lo svolgimento del concorso per la scuola bergamasca. Dal canto suo, la vincitrice Francesca Magri commenta: “Ho partecipato traducendo dal tedesco, lingua che studio da tre anni e alla quale mi sono particolarmente affezionata. Partecipare a questo concorso mi ha dato l’occasione di avvicinarmi al mondo della traduzione, molto più complicato e affascinante di quanto mi aspettassi. Tradurre un testo da una lingua ad un’altra è ben lungi dal darne una traduzione sterile e perfettamente combaciante. È interpretare una frase, riscriverla colorandola di tutte le sfumature che presenta nella sua lingua madre, prendendo tutte le libertà che il traduttore si concede. Il concorso è stato inoltre un modo – per me efficace – di misurare me stessa e le mie capacità.”

I testi da tradurre avevano per tema la solidarietà tra le generazioni, che era anche la tematica dell’Anno europeo 2012, e spaziavano da casi di giovani che insegnavano ai vecchi come usare il computer a lezioni di storia impartite dagli anziani ai bambini. I testi sono stati compilati dai traduttori della Commissione per assicurare lo stesso livello di difficoltà in tutte le lingue.

Gli studenti croati potranno partecipare per la prima volta all’edizione 2013-2014 del concorso dopo che il loro paese avrà aderito all’UE e il croato sarà diventato la ventiquattresima lingua ufficiale.

Contesto

Il concorso ”Juvenes Translatores” (che in latino significa ”giovani traduttori”) è organizzato ogni anno dalla Direzione generale della Traduzione della Commissione europea. Il suo obiettivo è promuovere l’apprendimento delle lingue nelle scuole e consentire ai giovani di farsi un’idea di come funziona il mestiere del traduttore. Il concorso è aperto agli studenti delle scuole secondarie che hanno 17 anni di età (nell’edizione 2012-2013 si trattava dei giovani nati nel 1995) e si tiene contemporaneamente in tutte le scuole selezionate in tutta Europa. Il concorso ha spronato alcuni dei partecipanti a intraprendere studi di lingue e a diventare traduttori.

I vincitori (con la combinazione linguistica scelta per il test) e le loro scuole

PAESE VINCITORE SCUOLA
Austria Sophie Maurer (ES-DE) Sir-Karl-Popper-Schule/Wiedner Gymnasium, Wien
Belgio Juliette Louvegny (DE-FR) Collège du Christ-Roi, Ottignies
Bulgaria Пламена Малева (DE-BG) Езикова гимназия „Проф. д-р Асен Златаров“, Велико Търново,
Cipro Μαρία Μυριανθοπούλο (EN-EL) Ενιαίο Λύκειο Κύκκου Α, Λευκωσία
Repubblica ceca Daniela Ottová (EN-CS) Gymnázium a Střední odborná škola, Jilemnice
Danimarca Maria Priego Christiansen (ES-DA) Rybners stx, Esbjerg
Estonia Eeva Aleksejev (FR-ET) Gustav Adolfi Gümnaasium, Tallinn
Finlandia Annika Metso (FR-FI) Puolalanmäen lukio, Turku
Francia Lou Barra-Thibaudeau (ES-FR) Lycée Victor Hugo, Poitiers
Germania Valentin Donath (ET-DE) Salzmannschule Schnepfenthal, Waltershausen
Grecia Μαρία Φανή Δεδεμπίλη (ES-EL) Γενικό Λύκειο Βέλου, Βέλο Κορινθίας
Ungheria Rebeka Tóth (EN-HU) Erkel Ferenc Gimnázium és Informatikai Szakképző Iskola, Gyula
Irlanda Maeve Walsh (GA-EN) Loreto High School Beaufort, Dublin
Italia Francesca Magri (DE-IT) Liceo Linguistico Europeo paritario S.B. Capitanio, Bergamo
Lettonia Elvis Ruža (EN-LV) Mērsraga vidusskola, Mērsrags
Lituania Giedrė Pupšytė (EN-LT) Žemaičių Naumiesčio gimnazija, Šilutės rajonas
Lussemburgo Sophie Schmiz (FR-DE) Athénée de Luxembourg
Malta Janice Valentina Bonnici (EN-MT) G.F. Abela Junior College
Paesi Bassi Anne-Mieke Thieme (EN-NL) Marnix College, Ede
Polonia Urszula Iskrzycka (EN-PL) I Liceum Ogólnokształcące im. K.Miarki, Mikołów, śląskie
Portogallo Catarina Pinho (ES-PT) Escola Secundária de Rio Tinto, Rio Tinto
Romania Diana Alexandra Amariei (FR-RO) Liceul Teoretic Sfantu-Nicolae, Gheorgheni, jud.Harghita
Slovacchia Lenka Mišíková (FR-SK) Gymnázium bilingválne, Žilina
Slovenia Gita Mihelčič (EN-SL) Gimnazija in srednja šola Kočevje, Kočevje
Spagna Jaime Bas Domínguez (EN-ES) IES El Burgo de Las Rozas, Las Rozas, Madrid
Svezia Agnes Forsberg (EN-SV) Johannes Hedberggymnasiet, Helsingborg
Regno Unito Angus Russell (DE-EN) City of London School, London

 

Il testo inglese da tradurre

Sharing to learn

You’re never going to believe this, but I’m turning into a history nerd! And not just me; our whole class are getting into history. We all used to hate it – that endless procession of kings and queens, with wars and treaties thrown in to give us more to learn. But this year, inspired by something she heard on the radio about solidarity between generations, our teacher came up with an amazing idea. Once a fortnight a pensioner comes in to talk to us about what life was like when they were our age. They bring the past to life with all their fascinating anecdotes – and it’s not just “good-old-days” nostalgia either; we’ve learned about rationing and austerity in the forties and fifties, all the social changes in the sixties, and the oil crisis and the birth of the green movement in the seventies. What makes it special is that they all actually lived through these things: one of them even went to see The Beatles and brought in the ticket to show us. It’s hard to imagine a time when lots of people didn’t have phones in their houses or even a TV, but their talks make it somehow easier to understand why the world is as it is today. All the pensioners are coming in voluntarily; they’re not being paid. But it’s not all one-way traffic, and that’s the beauty of this scheme. Our teacher realised that we could do our bit too. While we’ve all grown up with computers and electronics, for many older people using a computer is as alien as, say, playing football in the street would be for us. They feel they’ve got to learn to use IT or they’ll just be left behind. Even on telly everyone is always talking about going online, and some of them just feel lost. So we’ve each been assigned tutees, whom we go and visit and help to use the computer. It’s funny how many of them are frightened that if they press the wrong button, everything will collapse or explode or something. We show them that it’s not like that at all. All we’re really doing is teaching them to overcome their fear, but you get a kick out of helping them to write e-mails, fill in online forms or order food from the supermarket. I even showed someone how to use Skype to talk to her granddaughter in Australia the other day. She was so grateful I thought she was going to cry! So we’re learning about the past and doing something really worthwhile at the same time. Perhaps the only downside is that we’re also eating an inordinate amount of cakes and biscuits!

Quello Italiano

Dalla bacheca della facoltà di Geologia dell’Università di Napoli: Baratto di tempo

Ricordate l’epoca (forse felice) in cui il denaro non esisteva e al massimo si utilizzavano le conchiglie? In tempi di crisi economica e di tasche vuote abbiamo pensato di rispolverare il vecchio baratto e di rilanciarlo in versione moderna per vedere se poteva ancora funzionare. E sapete una cosa? Funziona! E può essere anche molto divertente! Provare per credere… Forse non tutti sanno che l’Università (incredibile ma vero!) ci ha messo a disposizione nei weekend l’aula 43 del terzo piano, con una decina di computer, molti tavoli, qualche armadietto. A partire dal mese scorso, in questo spazio, il sabato e la domenica c’è un via vai incredibile di persone di tutte le età disposte a trasmettere il loro sapere e a condividere le loro esperienze nei campi più vari, pronte a insegnare quello che sanno fare a chi è interessato e a loro volta desiderose di imparare qualcosa. L’ambiente è quanto mai conviviale. Non avete idea di quante persone anziane o di mezza età sono venute per imparare ad usare il computer, a scrivere ed inviare email, a scoprire come navigare su Internet o telefonare via Skype. Per loro si è aperto un mondo nuovo che sembrava remoto e irraggiungibile e per gli studenti, perennemente interconnessi e superinformaticizzati, non è stato certo un problema fare da guide! E in cambio? C’è stato solo l’imbarazzo della scelta! Le nonne hanno svelato i trucchi di arti semidimenticate come il ricamo e il lavoro a maglia e hanno trovato proseliti entusiasti non solo tra le ragazze, ma anche tra i ragazzi. I nonni hanno rivelato doti insospettabili di provetti meccanici e biciclettai risolvendo rapidamente problemi di ruote bucate, bulloni svitati e freni allentati. E poi chi ha portato ricette di cucina, chi insegnato passi di danza, chi l’arte del riciclo e del fai da te e chi più ne ha, più ne metta. Sono nate nuove amicizie, una vera e propria gara di solidarietà tra persone di generazioni diverse. Per molti è stata una bella sorpresa, per altri una riscoperta: anche se ci dividono decenni, a volte addirittura mezzo secolo, possono esserci terreni d’intesa e complicità. E voi? Avete del tempo libero? Volete imparare o condividere qualcosa? Investirvi in qualcosa di alternativo? Venite anche voi! Scoprirete che l’amicizia non ha età se vi sono interessi in comune…

Per ulteriori informazioni:

Sito web del concorso: ec.europa.eu/translatores

Facebook: facebook.com/translatores

Twitter: @translatores

Blog JT per gli insegnanti: http://blogs.ec.europa.eu/translatores/

DG Traduzione: ec.europa.eu/dgs/translation

Persone da contattare:

Dennis Abbott  (+32 2 295 92 58); Twitter: @DennisAbbott

Dina Avraam  (+32 2 295 96 67)

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Adozione: il diritto di avere una famiglia

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Adozione: il diritto di avere una famiglia

Pubblicato il 18 dicembre 2012 by redazione

adozioneIl verbo “adottare” = “ad”+“optare” deriva dal latino “adoptio”, che significa “innesto”, ovvero: “introdurre una parte viva in un’altra, in modo che si congiungano armonicamente”.

La pratica dell’adozione ha origini molto lontane, è inscritta nei meccanismi delle dinamiche umane interattive da sempre, fa parte di quelle modalità di adattamento e capacità di “autoaiuto” che l’uomo con l’organizzarsi civile ha saputo trovare per far fronte ai problemi che la vita associata comporta; perché essa ha una precisa funzione sociale ed è la modalità che la società ha trovato per risolvere la questione dell’abbandono dell’infanzia, rispondendo a un bisogno di cura e necessità di educazione e protezione per quelli che saranno futuri cittadini, anche in un’ottica di lungimiranza, preventiva e di benessere per la società stessa.

Storicamente troviamo già una prima traccia di essa nel II millennio a.C. nel codice Hammurabi; successivamente se ne fa menzione nella Roma antica, laddove però il focus è totalmente sugli adulti, il figlio adottivo risponde quindi all’esigenza di assicurare a chi non può avere figli, un’eredità nel culto degli antenati, inoltre c’è totale assimilazione dell’adottato alla nuova famiglia, della quale assume il nome completo del padre adottivo, più il suo nome di famiglia, con la completa cancellazione di tutto ciò che è precedente. Inizialmente essa ha quindi una funzione patrimoniale, successivamente sarà riparativo/affettiva.

La ritroviamo poi nel Codice Napoleonico, ma senza la possibilità di adozione per i minori.

Se poi restringiamo il focus all’Italia: il primo Codice Civile italiano risale al 1865 e prevede l’adozione di maggiorenni, specialmente per motivi di merito, mentre per i minorenni è regolamento l’istituto della tutela, da parte di adulti “caritatevoli”, nei confronti dei bambini ritenuti “meritevoli”.

In seguito l’adozione è così normata nel Codice Civile del 1943: “L’adozione è permessa alle persone che non hanno figli legittimi o legittimati, che hanno compiuto i 50 anni e che superano di almeno 18 l’età di coloro che intendono adottare.” (art. 291); “L’adottato conserva tutti i diritti e doveri verso la sua famiglia d’origine. L’adozione non induce nessun rapporto civile tra l’adottante e la famiglia dell’adottato, né tra l’adottato e i parenti dell’adottante..” (art. 300)

Arriviamo poi al 1967 quando si verifica un notevole cambiamento legislativo: la tutela viene trasformata in vera e propria adozione, la questione del merito viene accantonata e centrale diventa la figura del bambino; focus infatti è il minore abbandonato e la sua necessità/diritto di trovare una famiglia idonea, non più gli adulti e il loro bisogno di un figlio, ma questi ultimi che si mettono al servizio della comunità e rendono “disponibile” il loro amore, nei confronti di un bambino che si viene a trovare, suo malgrado, in difficoltà; non più “un bambino per una famiglia” ma “una famiglia per un bambino”. Qui “l’adottato cessa ogni rapporto con la famiglia d’origine e diviene figlio legittimo degli adottanti, stabilendo un legame di parentela con tutti gli ascendenti e discendenti”.

Infatti sempre nello stesso periodo, nel Concilio Vaticano II (18 novembre1965), il decreto Apostolicam Actuositatem (apostolato dei laici), cita “fra le varie opere di apostolato familiare ci sia concesso enumerare: adottare come figli propri i bambini abbandonati” valorizzando l’adozione anche all’interno della dottrina cattolica.

Diritto di avere una famiglia

Il 29 maggio 1993 viene per la prima volta normata a livello sovranazionale, l’adozione internazionale, con la stesura della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale nota come Convenzione dell’Aja, ratificata dal Parlamento italiano il 31 dicembre1998 con la L. 476 (che pone anche normative più chiare in merito all’adozione internazionale, fino a quel momento lasciata molto al “fai da te”, da ora in poi viene stabilita la funzione di mediazione degli Enti locali, dei quali viene redatto un album degli Enti autorizzati e istituita la Commissione per le adozioni internazionali). Essa pone al centro il minore ed i suoi diritti fondamentali, fra i quali quello di avere una famiglia, anche se prescrive che nei vari Stati, ci sia un impegno legislativo affinché prioritariamente il minore sia portato a rimanere, dove possibile, con la famiglia d’origine e solo in ultima analisi si faccia ricorso all’adozione. Non tutti gli Stati aderiscono, laddove questo non avviene ci sono però accordi bilaterali tra Paesi ratificanti e non. Per quanto riguarda l’Italia, adozione nazionale e internazionale (fra i Paesi aderenti la Convenzione oppure con Paesi coi quali l’Italia ha accordi bilaterali) sono normate dalla legge del 4 maggio 1983 n. 184, art. 27, che dispone che “l’adozione fa assumere, al minore adottato, lo stato di figlio legittimo degli adottanti, dei quali porta anche il cognome”. La stessa definisce anche quali devono essere i requisiti fondamentali degli adottanti (uniti in matrimonio da almeno 3 anni oppure sposati da un periodo minore, ma che raggiunga i tre anni con l’aggiunta di una convivenza prematrimoniale; con una differenza d’età che vada da un minimo di 18 anni ad un massimo di 45, eventualmente maggiore, ma sempre non più di 55 anni; in grado di educare, istruire e mantenere i minori).

Per quanto riguarda la conoscenza delle proprie origini e le informazioni per tutto ciò che riguarda il “prima”, la suddetta legge n. 184 del 1983, nella versione originaria dell’art. 28 non ammetteva la possibilità di conoscere le generalità dei genitori naturali, vedendo l’adozione come una vera e propria “nuova nascita”, rispetto alla quale perdeva d’importanza tutto ciò che l’aveva preceduta, volendo prevenire rispetto ai rischi di una doppia genitorialità ed in questo modo proteggere gli interessi di tutte le parti in gioco, figli, genitori adottivi e genitori naturali, apportando come unica soluzione una cesura netta di qualsiasi rapporto. Era quindi vietata la visione dei documenti contenenti informazioni sui genitori naturali ai sensi dell’art. 24, comma 1, legge 241/90, che esclude l’accesso “nei casi di segreto o di divieto di divulgazione espressamente previsti dalla legge”.

2001: diritto all’informazione dell’adottato.

Nel 2001 avviene un notevole cambio di rotta, sulla spinta del diritto convenzionale (art. 20 della Convenzione europea di Strasburgo sull’adozione dei minori; art. 7 e 8 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, del 1989; art. 30 della Convenzione dell’Aja del 1993, sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale, ratificata in Italia con legge 476/1998, la quale impone alle autorità competenti di ciascuno Stato contraente di conservare con cura le informazioni relative ai minori adottati, assicurandovi l’accesso nella misura e con le modalità previste dalla legge interna dello Stato) la novella di quell’anno, l. 28 marzo 2001, n. 149, cambia totalmente registro e consente all’adottato di sapere chi sono i propri genitori naturali, ma soltanto raggiunta l’età di 25 anni, ritenuta psicologicamente idonea, con un’identità sufficientemente stabile, equilibrata e matura, affinché la scoperta di queste informazioni non produca pericolose ripercussioni a livello psicologico; questa legge sancisce quindi per la prima volta il diritto all’informazione dell’adottato.Si parla di diritto incondizionato: riconoscere un diritto incondizionato significa che con il raggiungimento dei venticinque anni cessa la segretezza sul rapporto genitoriale biologico, forma di tutela per i genitori naturali (salvo quanto disposto dal comma 7) e per i genitori adottivi, e l’unica situazione giuridica rilevante per l’ordinamento diventa il diritto all’informazione dell’adottato che può presentare al Tribunale per i Minorenni un’istanza per essere autorizzato ad avere accesso alle informazioni sulla propria origine. L’adottato maggiorenne, ma di età inferiore ai 25 anni può presentare l’istanza solo se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica; in entrambi i casi, l’accesso è autorizzato se il Tribunale valuta che esso “non comporti grave turbamento all’equilibrio psico-fisico del richiedente” ascoltando le persone del contesto intorno al minore, come i genitori adottivi, dalle quali può assumere tutte le informazioni di carattere sociale e psicologico, e, ove possibile, può accadere che il giudice ascolti i genitori biologici, in quanto l’adottato potrebbe eventualmente decidere di relazionarsi con essi nel caso di accoglimento dell’istanza. Laddove invece, in età adulta, i genitori adottivi siano entrambi deceduti o divenuti irreperibili l’accesso alle informazioni deve essere concesso senza necessità di autorizzazione del Tribunale per i Minorenni.

Negli altri casi l’autorizzazione deve essere richiesta al Tribunale per i minorenni con ricorso, con il necessario parere del Pubblico Ministero, e la ragione di ciò è la necessità di tutela del minore adottato affinché si realizzi il pieno inserimento all’interno della nuova famiglia e nella società senza interferenze e continui riferimenti al suo passato. La divulgazione delle informazioni da parte di chi ne è a conoscenza, senza l’autorizzazione del Tribunale, comporta una violazione penalmente sanzionata, così come previsto dall’art. 73 della legge n. 184/1983.

Oggi il minore ha diritto ad essere sempre informato della sua condizione di adottato, tale informazione è prescritta per legge, i genitori adottivi hanno quindi il dovere di rivelarlo, alla loro sensibilità sono lasciati i termini e i modi, che dovrebbero essere commisurati all’età del bambino, ma affinché dal bambino non sia vissuta come rivelazione shockante, magari ad un’età troppo elevata, essa deve essere preparata nel tempo e i genitori devono cominciare a parlarne, con il linguaggio giusto, già dalla tenera età e continuare a farlo, cosicché tutto possa essere accompagnato ed inscritto in un’ottica di senso e di “contenitore” delle emozioni, nell’ambito del rapporto genitore/figlio.

Questo cambiamento di prospettiva è in linea con una attenzione più “psicologica” nel redare le leggi che, infatti, devono regolare rapporti molto intimi e trattare una materia assai delicata. Col passare degli anni si è cercato di trattare la questione con sempre più sensibilità, principalmente per la tutela delle figure più deboli ed indifese, che sono sempre i minori, e ci si è sempre più avvalsi di competenze multidisciplinari e consulenze che derivavano da più campi. Il mondo della psicologia si è espresso in merito a questa questione tramite molte ricerche e lavori, che hanno evidenziato come il segreto rispetto alle origini fosse quanto mai dannoso, il non detto pesava più dell’esplicito del quale si poteva avere tanto paura, le persone erano più portate a trattare l’adottato con modalità diverse e tutte le misure protettive in merito alla questione spesso davano vita ad aspetti del legame disfunzionali e contraddittori che da parte del soggetto interessato potevano essere letti in modo incomprensibile e dar vita a confusione. Era pur sempre presente il rischio di una rivelazione in età adulta da parte di esterni o scoperta traumatica, suscitando così reazioni emotive dalle pesanti ripercussioni psicologiche e in ultima analisi il tenere all’oscuro la persona di un tale aspetto potrebbe avere importanti implicazioni mediche, anche a danno della vita stessa, si pensi ad esempio all’influenza dei geni nell’insorgenza di determinate malattie, anche croniche, dell’importanza dell’ereditarietà per lo sviluppo di determinati quadri patologici e la necessità quindi di svolgere un lavoro preventivo e analisi di controllo medico mirate.

Al giorno d’oggi la possibilità che una persona cresca ignara totalmente di una realtà così consistente che la riguarda e viva esente da rischi di rivelazioni, è quantomai irrealistica. Nell’”era 2.0.”reperire informazioni, anche su noi stessi e sulle persone a noi vicine e collegate, può essere molto facile, vi si può incappare, anche intenzionalmente e può essere molto facile essere a propria volta contattati e raggiunti. Il Web rende tutti un po’ più vicini e il passato un po’ più presente. Per questo motivo persino tutte le più recenti legislazioni sopra descritte e le più delicate misure preventive del bambino perché “le informazioni non facciano male” e possa crescere nel modo più sereno possibile e nel pieno sviluppo delle proprie potenzialità, potrebbero essere ormai desuete e insufficienti, dato che nonostante si voglia vigilare il più possibile, molti aspetti possono fuggire al controllo. Ma prima di spiegare perché, soffermiamoci ancora sulla ragione per cui è così importante per lo sviluppo del bambino che si possa trovare una risposta alla domanda riguardo le proprie origini.

L’importanza delle proprie origini

L’aspetto delle proprie origini è strettamente correlato con quella che è la percezione della propria identità da parte della nostra persona, le radicidella nostra storia (e il significato che vi diamo) ci aiutano a dirci chi siamo e questo ha molto a che fare con la nostra autostima.

“L’identità è un processo attivo, affettivo e cognitivo della rappresentazione di sé nel proprio ambiente associato a un sentimento soggettivo della propria continuità.”(Daron, R., Parot F., Del Miglio C., “Nuovo Dizionario di Psicologia”, 2001).

E’ importante quindi percepire un senso di coerenza generale del sé e questo è inevitabilmente legato a ciò che sappiamo di noi (aspetti cognitivi), a ciò che sappiamo delle nostre radici, di come è iniziata ed è proseguita la nostra storia e a come ci “valutiamo” (parte affettiva), se ci reputiamo esseri degni d’amore e persone di valore. Ora, sostanzialmente, a livello più o meno consapevole, la maggior parte degli interrogativi del bambino prima, ma soprattutto dell’adolescente poi, ruotano attorno alla domanda sul “perché” dell’abbandono e il “da dove” vengo. Questa domanda ha molte implicazioni emotive e si riattiva con tutta la sua forza soprattutto in adolescenza, quando la questione del “chi sono io” e la costruzione della propria identità, si fanno centrali. Al di là di quelle che poi sono le scelte di ogni persona adottata, sulle quali non vi è da entrare nel merito e ciascuna di esse è ovviamente legittima, era però evidente fosse giuridicamente importante dare la possibilità di riprendersi questo collegamento con le origini, qualora si voglia farlo, proprio per non recedere o eliminare nulla, ma dare quel senso di continuità, anche con l’aspetto biologico della persona, che fa comunque parte del processo identitario, dato che esso si compone di più dimensioni ed è interpersonale; ovvero legato indissolubilmente agli Altri per noi importanti, ai significati che si costruiscono nelle relazioni con loro, oppure, come in questo caso, il fatto che non vi siamo entrati in relazione, che fa si, a volte, che essi siano una pesante assenza, perché l’autostima deriva da come percepiamo le nostre “appartenenze”.

Omettere l’adozione sarebbe quindi per il figlio adottivo, un ostacolo al raggiungimento di un’identità integrata e sana, per cui la conoscenza delle proprie radici costituisce un presupposto indefettibile per la costruzione dell’identità personale e la sua mancanza potrebbe creare una sorta di scissioni interiori e/o portare ad una idealizzazione o demonizzazione dei genitori biologici, sconosciuti illustri che diventano oggetto di proiezioni di paure e angosce. La conoscenza delle proprie origini è un passaggio fondamentale quindi nella crescita dell’adottato e allo stesso tempo un aggancio, un momento di contatto con le vicende che hanno preceduto e accompagnato l’adozione se vi è la possibilità di conoscerle. Dato che si tratta di una vera e propria storia, la storia della persona, una modalità molto efficace con la quale i genitori adottivi possono scegliere di presentarla è proprio la forma della narrazione (sempre rapportandosi all’età del soggetto adottato, introducendo via via nuovi particolari con l’aumentare dell’età) proprio per rendere la verità “narrabile”, qualcosa di cui si può parlare, qualcosa di simbolizzabile e quindi elaborabile.

Per quanto riguarda la grande domanda, che continua a circolare, del perché, è necessario altresì fornire, se conosciute, le ragioni dell’abbandono, affinché il bambino possa comprendere i motivi che hanno determinato il bisogno di fargli avere dei nuovi genitori, ma sempre con una certa attenzione a non traumatizzare, dato che l’obiettivo sarebbe salvare del passato (e quindi di quei genitori), qualcosa di buono, per permettere una sorta di riconciliazione della persona con la propria storia (non significa negare gli aspetti negativi, ma inserirli in un certo quadro complessivo).

E’ necessario però ricordare che la conoscenza dell’identità dei genitori biologici e delle informazioni che li riguardano è sicuramente un’esperienza emotiva di grande impatto che potrebbe causare anche dolorose delusioni; perciò la legge italiana disciplina l’accesso alle informazioni dei genitori biologici, riconoscendo, però, unicamente ai figli adottivi, la possibilità di ricercare i genitori naturali e non diversamente, ai genitori naturali di rintracciare i figli adottivi.

Fin qui tutto chiaro, il problema è che spesso le cose non procedono in modo così lineare. Infatti, qualora la persona adottata adulta voglia andare alla ricerca di informazioni (e a volte conoscere direttamente) sui propri genitori biologici, questo processo è comunque sottoposto a limitazioni date dal fatto che la madre naturale abbia riconosciuto il figlio e che nessuno dei due genitori abbia espresso la volontà di rimanere anonimo; in questo caso la legge italiana rispetta questa volontà e la tutela. Ma a tal proposito c’è stata di recente una sentenza significativa della Corte di Strasburgo che ha stabilito che la legge italiana sulle adozioni, che regola l’accesso alle informazioni sulle origini di chi è stato abbandonato dai propri genitori biologici (la 184 del 1983), viola la Convenzione europea dei diritti umani. Il caso riguarda una donna, A. G., abbandonata dalla madre, che ha espresso la volontà di rimanere anonima, la quale si è vista negare dallo Stato italiano, all’età di 63 anni, la possibilità di conoscere le sue origini attraverso informazioni che non avrebbero portato all’identificazione del genitore. Ma secondo i giudici della Corte di Strasburgo il rifiuto delle informazioni viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani che protegge il diritto alla vita familiare e privata. In particolare viene sottolineato che, come è attualmente formulata, la legge italiana difende unicamente il diritto della madre a mantenere l’anonimato, mentre non prende in alcuna considerazione il diritto di chi è stato abbandonato di poter conoscere in forma anonima le proprie origini o, dove il genitore acconsenta, la sua identità, quindi il diritto alle radici.Così, la sentenza della Corte di Strasburgo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà versare alla signora A. G. cinquemila euro per danni morali e diecimila per spese legali. La sentenza diventerà definitiva se una delle parti, la ricorrente o il governo, non chiederanno e otterranno un nuovo esame del caso davanti alla Grande Camera, ultima istanza della stessa Corte di Strasburgo.

Il punto sembra essere il fatto che in materia esistano sostanzialmente due tendenze, sul piano internazionale e nazionale italiano.

Per quanto riguarda la legge italiana, essa ha una precisa logica come background: infatti la possibilità di non essere identificata per colei che non riconosce il figlio, tutela il diritto alla vita, sancito dall’art. 27 della Costituzione, di colui che deve ancora nascere, perché limitare l’accesso alle informazioni della madre, risponde da una parte all’esigenza di tutelare la gestante, che, in situazioni particolarmente difficili dal punto di vista personale, economico o sociale, abbia deciso di non tenere con sé il bambino, dandole la possibilità di partorire in una struttura sanitaria appropriata e al tempo stesso di mantenere l’anonimato nella successiva dichiarazione di nascita; in tal modo è assicurato alla madre e al figlio un parto in condizioni ottimali. Al tempo stesso si vuole distogliere la donna da scelte irreparabili per il neonato, consentendo una diminuzione degli aborti, degli infanticidi e degli abbandoni in condizioni rischiose per l’incolumità del neonato. Proprio per perseguire in modo efficace questa finalità, la norma non prevede alcuna limitazione, nemmeno temporale, per tutelare l’anonimato della madre.

La possibilità per la madre naturale di non essere rintracciata nasce dal bilanciamento degli interessi in gioco, bilanciamento che suscita molte perplessità, apre a questioni etiche delicate, dal momento che in qualsiasi modo si agisca, l’interesse di qualcuno viene inevitabilmente sacrificato e spesso è quindi l’identità personale del ragazzo e il suo diritto alla salute.

La tendenza in campo internazionale è invece totalmente inversa, è diretta a salvaguardare il diritto di accesso alle informazioni riguardanti i genitori biologici in nome dell’importanza di avere diritto alla propria storia non soltanto per garantire un diritto della persona (quello di informazione), ma soprattutto per soddisfare un bisogno psichico elementare per l’elaborazione della propria identità, come sopra spiegato. In termini di adozioni internazionali questo è ancora più complesso e laborioso e si necessita di ancora maggior coerenza, continuità ed efficacia nella raccolta di informazioni e a tal proposito i vari Paesi d’origine promettono di garantire il mantenimento dei legami con la famiglia biologica e la cultura di origine in quanto la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989, dispone che gli Stati aderenti s’impegnino a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari.

Avere un legame di sangue? O creare una relazione affettiva, supportare, educare?

Vi è inoltre un’altra questione (anche questa ovviamente ha implicazioni etiche) aperta dalla volontà e possibilità da parte dell’adottato di conoscere i propri genitori biologici, ovvero la posizione dei genitori adottivi e la questione del cosa significa essere genitori. Avere un legame di sangue? O creare una relazione affettiva, supportare, educare? I genitori adottivi si possono vedere minacciati nel loro ruolo, possono esperire la paura di “perdere” così il figlio, sentirsi valutati su quanto si è riuscito a dargli e sul proprio compito. Tutto ciò può rendere l’adulto meno disponibile ad ascoltare le esigenze del ragazzo, il quale può sentirsi non appoggiato nella propria richiesta, spinto ulteriormente verso il passato e chiudere la comunicazione o esperire una sorta di conflitto di lealtà e quindi accantonare il proprio desiderio di sapere per non ferire il genitore adottivo; questi ultimi a loro volta possono reagire con rabbia o paura a tale ricerca, viverla come un fallimento personale o come segno di ingratitudine del figlio e quindi il rapporto finirà per irrigidirsi da entrambe le parti. Considerando inoltre che la domanda sulle origini si fa più pressante in adolescenza, età di per sé critica, ciò richiede pertanto che i genitori inizino un processo nel quale siano in grado di mettersi in discussione e trovare nuove forme di dialogo con i figli. Essi non devono temere che l’intraprendere questo percorso li allontani perché anzi, può essere una condivisione emotiva che può avvicinare ancora di più genitori e figli e non devono aver paura di “perdere” il proprio figlio perché la sua domanda riguarda una parte diversa rispetto a ciò che si è costruito nel rapporto di anni con loro, da integrare con tutti gli altri aspetti della personalità, aspetti che può aver sviluppato solo nella storia con loro, che sono i suoi genitori; ruolo che non è minimamente messo in discussione giacché sono proprio loro che gli hanno dato gli strumenti per muoversi nel mondo e compiere questa ricerca che la persona si sente in grado di intraprendere proprio perché può sentirsi “con le spalle coperte”, e questo solo i genitori che l’hanno cresciuta possono averglielo dato. La loro storia, di genitori adottivi e del loro figlio, è costruita insieme, essi la conoscono, la domanda è “come è iniziata?”.

L’accesso alle informazioni è un’importante opportunità per consentire all’adottato di costruire un’immagine di sé chiara e definita, ma tale possibilità che potrebbe diventare quindi una risorsa, è correlata con un vincolo, non è libera ma è invece riconosciuta all’interno di confini definiti, non automaticamente raggiungibile, ma legislativamente stabilita. L’accesso infatti è sempre subordinato a una valutazione e un accertamento di specifici requisiti sia di tipo formale (come nell’ipotesi di mancato riconoscimento alla nascita) che sostanziale (come la verifica dei requisiti di età e le valutazioni in relazione ad un possibile turbamento dell’adottato).

Ricerca “fai da te” online

L’avvento dei new media nel nuovo millennio e principalmente dei social network, fa sì che tutto questo iter normativo, tutto questo controllo, valutazione degli aspetti psicologici e rispetto dei tempi giudicati maturi, possa essere facilmente eluso e bypassato per una veloce e il più delle volte efficace ricerca “fai da te” online.

Senza passare dal Tribunale oggi il Web, e principalmente Facebook, apre a una miriade di potenzialità; è possibile cercare e trovare chiunque, essere trovati da chiunque, incappare nelle informazioni più esaustive o anche fasulle, contattare le persone con una facilità estrema e tutto ciò ha notevoli implicazioni emotive, che non sono monitorate né da professionisti esperti (come nel caso la richiesta passasse per l’iter canonico), né spesso da familiari, dato che la persona può compiere questa ricerca in solitudine, di propria iniziativa e senza consultare gli adulti di riferimento. Tutto ciò ad un’età molto lontana dalla sufficiente maturità raggiunta per la legge ai 25 anni, dato che queste ricerche vengono già compiute in adolescenza, soprattutto in questa fase, dove le domande identitarie si fanno particolarmente pressanti e la questione dell’abbandono può esplodere in tutta la sua violenza, con vissuti di rabbia; l’adolescente non ha gli strumenti per autoregolarsi, non ha l’equilibrio emotivo per reggere le informazioni che potrebbe trovare e contenere l’impulso all’azione e infine spinto dal fisiologico movimento separativo dalle figure genitoriali che ha luogo in questa età e che qui prende le forme della ribellione, egli potrebbe vivere questa ricerca come una sorta di “battaglia” contro i genitori adottivi, mosso dalla normale sensazione di saturazione ora tipica e idealizzare i genitori biologici a sfavore dei primi, arrivando poi anche a chiedere incontri che potrebbero rivelarsi brucianti delusioni, non poco disequilibranti per l’età.

La persona quindi oggi si ritrova ad avere forniti dalla tecnologia degli strumenti che la rendono più libera, ma proprio per questo più esposta, più feribile; la libertà quindi sembrerebbe, per non ritorcersi contro la persona stessa, dover sempre perciò avere a che fare con il limite, con un confine, che esiste per precise motivazioni.

E’ pur vero che questa visione sembra un po’ imposta dall’alto, decisa di fatto da un Tribunale, ma non rispecchia la realtà, non tiene conto del caso, della molteplicità di variabili che possono avere luogo nella vita, del fatto che spesso gli eventi accadono senza procedere per gradi. Sospendendo per attimo il giudizio, senza chiedersi se sia meglio o peggio, sia da un punto di vista clinico che giuridico, sta’ di fatto che oggi la situazione prefissata dalla legge non corrisponde a realtà, è in un certo senso “anacronistica”, perché, per dirla sotto forma di sorta di slogan, “la vita è già andata avanti”, la legge descrive già l’ieri perché oggi i ragazzini adottati possono scegliere di cercare i propri genitori su Facebook e arrivare ad incontrarli; e allora lì sono solo i genitori adottivi che possono fare da elemento protettivo e seguire adeguatamente il figlio, mantenendo un costante e aperto dialogo.

Ma allo stesso tempo quello che emerge è che c’è tanta domanda in tal senso, tanto bisogno di sapere, tanti desideri che se ne vogliono fregare dell’iter stabilito dalla legge e superare gli ostacoli che essa pone, quando li pone. E senza fare un giudizio morale, questo è sintomo di richieste che sono tanto più pressanti quanto più importanti per la persona stessa, segno che lì c’è in gioco qualcosa di fondamentale per lei, qualcosa che la riguarda nel profondo; ma molte di queste sono destinate a cadere nel nulla, lasciando un vuoto, alcune sì, ricevono risposta, ma ce ne sono altre che non possono aspirarvi, a una domanda che invece per tutti è legittimo fare e questo è la legge che lo prescrive.

Infatti, come abbiamo precedentemente descritto, i figli non riconosciuti si vedono negare qualsiasi informazione a priori e questo veto decade a ben 100 anni dalla nascita, tempo dopo il quale non solo la madre (che è la persona tutelata in questo caso) che ha richiesto di rimanere anonima, sarà assolutamente deceduta, ma lo sarà quasi sicuramente anche l’adottato stesso! Inoltre la legge non prevede che la madre che ha fatto questa richiesta possa poi col passare del tempo recederla, qualora avesse cambiato idea e voglia ricercare ufficialmente informazioni sui figli dati in adozione, come se la faccenda non dovesse più interessarle, cosa non vera dato l’elevato numero di madri che fino a molti anni dopo la nascita, continuano a cercare i loro figli.

paracadute_malocaI “figli di nessuno

Un articolo su Vanity Fair del 5 settembre 2012 parla proprio di questo tema: “Tre milioni di persone in Italia hanno genitori adottivi e molti di loro non conoscono il nome di quelli naturali. Né possono farlo. Sono i “figli di nessuno”, o “figli di n.n.” (“nescio nomen”, cioè non conosco il nome): bambini dati in adozione senza essere stati riconosciuti dalla madre; quelli ai quali la legge italiana consente di conoscere l’identità dei genitori biologici solo a cent’anni dalla nascita. Ogni anno in Italia, sono circa 400 gli abbandoni di bambini inchiodati a un presente senza radici nel passato.” Viene qui inoltre presentato il romanzo di Cinthya Russo “Potrò incontrarti fra cent’anni”, dedicato proprio a questa problematica, che racconta appunto la storia di una donna alla ricerca della figlia abbandonata quando era minorenne e non riconosciuta.

Chi è stato riconosciuto può aspettare i 25 anni; chi non è stato riconosciuto può accedere alle stesse informazioni solo dopo i 100! Ciò pone una grande discriminazione fra chi è stato riconosciuto e chi no, senza che in essa vi sia la responsabilità del soggetto diretto interessato che si trova a subire una decisione presa da altri e a fare i conti da solo, senza informazioni utili a elaborare, con la questione dell’abbandono, forse con la possibilità di non superarlo mai fino in fondo. “Questo divieto”, spiega Emilia Rosati del direttivo del Comitato nazionale per il diritto alle origini biologiche, “impedisce di far luce su una zona senza ricordi e senza storia che sta all’origine della nostra vita, rendendoci incompleti per sempre, destinati a morire senza aver avuto piena cognizione di noi stessi. Chi eravamo prima di esistere?”.

Ma, come scrivevo sopra, la domanda nel reale è tanta. “Nonostante i divieti posti dalla legge italiana, il desiderio di ritrovarsi è più forte”, racconta Russo, che da quando ha aperto una pagina su Facebook con il titolo del romanzo riceve ogni giorno decine di messaggi di figli e di madri alla ricerca del pezzo perduto. “Dopo aver letto il libro”, racconta Lucia (il nome è di fantasia), figlia di n.n.,38 anni, “ho cominciato a postare messaggi su Facebook. Era come affidarli all’oceano chiusi in una bottiglia: speri sempre che approdino sulla riva giusta. Sono stata fortunata, perché la mia levatrice, dopo aver letto il libro, ha trovato il coraggio per venirmi a cercare, e il social network è stato il luogo che ha reso l’incontro possibile. Mi ha raccontato di mio padre, che non sapeva del mio abbandono né era al corrente della mia nascita, e di mia madre, che non ho ancora trovato il coraggio di contattare, un po’ per paura, un po’ per il senso di colpa che nutro nei confronti dei miei genitori adottivi, che amo: gli unici genitori, nella mia vita.”

L’abbandono senza riconoscimento può essere dovuto a molteplici ragioni date dalle condizioni nelle quali si trovano le madri al momento della nascita (per cui, dati certi presupposti, a volte può essere più un atto d’amore che un atto di trascuratezza), ma col passare del tempo, lo sviluppo della persona, che poteva all’epoca trovarsi in un’età molto giovane, il cambiamento di contesto ambientale e l’evoluzione storica e culturale, tali condizioni spesso possono cambiare e far decadere la volontà di rimanere anonima, “Per questo”, aggiunge Rosati, “dovrebbe essere data la possibilità anche alla madre di rivalutare il proprio desiderio a non essere nominata, anche alla luce del radicale mutamento dei costumi avvenuto negli ultimi decenni. Di certo, le madri che vogliono l’anonimato vanno tutelate, ma occorrerebbe rispettare anche il bisogno della persona adottata che cerca la sua storia. Cercare una storia, del resto, è diverso dal cercare un rapporto affettivo: è cercare la completezza di sé, il romanzo della vita che restituisca un contesto sociale e le ragioni per le quali una vita è andata in un modo e non in un altro”

Il Comitato nazionale per il diritto alle origini ha presentato al Presidente della Repubblica una petizione chiedendo che la legge sia modificata, e negli ultimi anni tre diversi partiti politici (Pd, Pdl e Udc) hanno presentato altrettante proposte di legge alla Camera; il Pdl una anche al Senato. Nessuna di esse intende negare alla donna la possibilità di partorire in anonimato, ma tutte prevedono che la soglia dei cent’anni per conoscere le proprie origini sia abbassata, e che il Tribunale possa verificare se la madre continui a desiderare l’anonimato o sia disposta a “revocare il diniego”.

L’autrice del romanzo dice: “La segretezza è il principio della tirannia. Meglio sempre la verità: per quanto difficile e inappagante, possiede l’armonia. Un’autenticità inderogabile, più soddisfacente di qualunque menzogna.”

Verità e menzogna riguardo al passato, un tempo certo importante per qualunque essere umano, infatti la domanda riguardo alle proprie origini ci riguarda tutti, non solo i figli adottivi, ma noi in quanto esseri dotati di storia, che non può fare a meno di influenzarci in una certa misura.

Ciò che ci ha preceduto, ciò che sta’ intorno al proprio “avvento al mondo” è ignoto per tutti e affonda nelle radici della materia familiare, di ciò che rimane e rimarrà latente, perché in un certo senso “viviamo tutti all’oscuro di qualcosa che ci riguarda” (questo il leitmotiv di tutto il romanzo “Le luci nelle case degli altri”, di Chiara Gamberale, che ha anch’esso al centro un’adozione..un po’ particolare) e non possiamo che accettarlo come facente parte della vita in quanto tale.

Quindi il prima, per il nostro personale “chi sono io?”, che impiega parte della vita (se non in fondo attraversare tutta l’intera esistenza), è importante, sicuramente, ma non deve essere vincolante, perché, ricordiamo sempre che, come disse William Shakespeare, “il passato è solo un prologo”. Il resto della storia è tutto ancora da scrivere. E la buona notizia è che gli autori siamo noi.

di Arianna De Baté

 

Daron, R., Parot F., Del Miglio C., “Nuovo Dizionario di Psicologia”, 2001

http://it.wikipedia.org/wiki/Adozione

http://www.ladiscussione.com/component/content/article/49-societa/5327-conoscere-i-genitori-naturali-e-un-diritto-del-figlio-adottato.html

http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20091029144758AAzxibX

http://forum.telefonino.net/archive/index.php?t-410704.html

http://www.professionisti.it/enciclopedia/voce/2565/Diritto-dell_adottato-di-conosc

http://www.miolegale.it/notizia/Adozione-minore-informazioni-origini.html

http://www.erasmi.it/portale/?p=37

http://www.governo.it/Presidenza/DICA/4_ACCESSO/pareri/parere_adozione141003

http://postadozione.wordpress.com/tag/origini-biologiche/

http://www.piattaformainfanzia.org/news_detail.php?id=9842

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The day the music died

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The day the music died

Pubblicato il 10 dicembre 2012 by redazione

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The beatles.

L’industria musicale è un’arena, dove gli artisti, come gladiatori, combattono fino all’ultimo sangue per la loro sopravvivenza. Questa affermazione potrebbe sembrare esagerata, ma non lo è. Se bastasse il talento per sfondare, questo sarebbe sicuramente un mondo migliore, ma purtroppo non basta. Il mondo è pieno di artisti di grande talento che, in mancanza di conoscenze, possibilità economiche, capacità imprenditoriali e fortuna, rimangono nell’ombra.

È sempre stato così, ma negli ultimi anni la situazione è andata via via peggiorando.

I motivi sono molteplici. Nell’ultimo decennio l’industria discografica ha subito un tracollo, dovuto soprattutto ai mille modi illegali che il pubblico ha escogitato per procurarsi la musica: gli artisti per matenersi non possono più contare, ormai, sulle vendite dei loro album e proprio per questo le etichette discografiche son restie a investire nei nuovi talenti. Le cosiddette “major” (le grandi case discografiche: Sony, Warner Bros e Universal) prima di investire i loro soldi vogliono avere la certezza che il loro prodotto venderà. Per questo motivo, un artista o una band che aspiri a un contratto discografico deve essere già ben avviata, avere un discreto pubblico, e a quel punto forse verrà presa in considerazione.

Certamente non sempre le “major” sono biasimabili per queste scelte: da quando c’è internet le vendite sono precipitate e molte sono le case discografiche che hanno chiuso i battenti o sono state inglobate da altre etichette.

Se all’inizio degli anni Novanta i sei grandi nomi dell’industria discografica erano Warner Music Group, EMI, Sony Music, BMG Music, Universal Music Group e Polygram, oggi quelle rimaste sono solo tre. Di questo passo, scompariranno definitivamente.

Le vendite del prodotto fisico (il CD) per colpa della pirateria, sono ormai quasi nulle e anche quelle digitali non compensano le perdite.

I guadagni dei musicisti arrivano ormai solo dai concerti e dalla produzione di colonne sonore per il cinema, le serie TV, i videogiochi e la pubblicità.

Per questo motivo, la produzione della musica è oggi molto meno sofisticata di quella di qualche decina di anni fa: nessuno vuole spendere grosse cifre per produrre un album di qualità, soprattutto quando le possibilità di guadagno sono basse.

Con queste premesse, se nel passato era già difficile riuscire a sfondare nella musica, oggi è diventato un privilegio di pochi. E se negli Stati Uniti non è poi così difficile costruirsi una base di partenza per attirare l’attenzione delle “major”, grazie ai locali disposti a far suonare artisti alle prime armi, siti internet che permettono di avere mixaggi professionali con pochi dollari e che distribuisco gli album su canali indipendenti, in Italia viceversa farcela da soli è quasi impossibile. I locali di musica dal vivo preferiscono ingaggiare cover band invece che artistiche, perché queste ultime propongono pezzi propri e originali. E se le canzoni famose sono un successo assicurato, quelle indipendenti variano a secondo di chi le suona e sono per lo più una scomessa. Ma se gli artisti non possono esibirsi in pubblico, non riusciranno mai a farsi conoscere, e quindi a sfondare. È un circolo vizioso che si ripete e il motivo per cui, in Italia, o si è delle “superstar” o non si è nessuno. Negli Stati Uniti, invece, vi è una quantità sbalorditiva di musicisti che si guadagnano dignitosamente da vivere con la propria musica, pur non essendo delle celebrità del calibro di Lady Gaga. Ogni sera, in qualunque locale di musica dal vivo, si possono ascoltare nuove band proporre i propri pezzi originali, a volte anche solo per pochi dollari a serata; non è il guadagno immediato quello che conta, ma la possibilità di farsi conoscere, di creare una cerchia di pubblico che un domani sarà disposto a comprare gli album e i biglietti dei concerti. Senza contare che i talent scout delle case discografiche reclutano possibili nuovi artisti proprio durante queste serate.

Inoltre, negli Stati Uniti vi è un’abbondanza di etichette discografiche indipendenti, ben disposte a rappresentare artisti emergenti e aiutarli a muovere i primi passi nell’arena dell’industria musicale. Certo, non dispongono di cifre esorbitanti per l’organizzare di tour, e la distribuzione sicuramente è su scala limitata rispetto a quella delle “major”, ma è pur sempre un inizio, un modo per smettere di suonare in un garage e iniziare a costruire la propria carriera musicale. In Italia, invece, queste case discografiche indipendenti sono rare, se non inesistenti. Il mercato è costruito quasi esclusivamente da “major”, con cui è quasi impossibile riuscire a mettersi in contatto, e che prendono in considerazione solo chi è già riuscito ad avviare la propria carriera.

Un altro canale che gli artisti americani emergenti usano per farsi conoscere, è quello delle radio universitarie. Ogni campus ha la sua radio che manda in onda un’alternanza di pezzi famosi e canzoni sconosciute, magari di qualche studente che sogna di diventare una rockstar, o di qualche musicista locale. Grazie a questo tipo di promozione organizzare dei tour diventa più facile. Gli artisti possono infatti esibirsi nelle università o nei locali della città vicino ai campus.

Anche in Italia, un tempo, le radio fungevano da trampolino di lancio: le emittenti radiofoniche selezionavano i brani da mandare in onda non solo tra le “hit” del momento, ma anche tra le nuove proposte, e spesso erano proprio questi passaggi radio a battezzare l’artista e lanciarne la fama. Oggi, invece, anche le radio non si assumono il rischio di passare brani sconosciuti e preferiscono come al solito pezzi già famosi.

La via del professionismo, insomma, sembra sempre di più un miraggio.

Ma non è solo l’industria musicale a essere cambiata nel corso degli anni: anche la percezione che il pubblico ha della musica è mutata profondamente. Si tratta più di spettacolo che di una vera e propria arte. La richiesta parte dal pubblico che preferisce ascoltare qualcosa di orecchiabile e coinvolgente, magari ballabile, piuttosto che un capolavoro. Durante i concerti, non sono più la voce del cantante e la bravura dei musicisti a essere i protagonisti, ma le scenografie, le luci, le coreografie, i mixaggi, i costumi. Non importa più il significato di una canzone, ma il suo ritmo, la possibilità di essere ballata in discoteca o in un villaggio turistico durante l’estate. Proprio per questo motivo, le carriere degli artisti sono diventate molto più brevi, fugaci. Quante di quelle che oggi sono considerate delle star della musica verranno ancora ricordate tra venti, trent’anni? Dove sono i Beatles e i Rolling Stones, ma anche le Madonna dei giorni nostri? Non ci sono.

the-who1969_The Who_ Pete Townshend Roger Daltrey Keith Moon John Entwistle

The who 1969. Da sx a dx Pete Townshend, Roger Daltrey, Keith Moon e John Entwistle.

Gli adolescenti  crescono in questa realtà, formano la loro “cultura musicale” in questa pochezza. Le canzoni preferite dei ragazzi sono i tormentoni del momento, quelle che tra pochi anni cadranno nel dimenticatoio, mentre i grandi artisti del passato sono conosciuti solo di nome e considerati musica dei genitori, o addirittura dei nonni. Persone che chiedono se “Behind blue eyes”, dei The Who, sia una cover dell’originale dei Limp Bizkit, quando invece sono stati questi ultimi a riproporre il pezzo dei The Who. Altri che pensano che Ozzy Osbourne sia solo la star di un reality show in onda su MTV, o che conoscono Jim Morrison solo per le citazioni che girano su Facebook e non per la sua musica… questa è la nuova generazione, e il crollo dell’industria discografica non può fare altro che peggiorare la situazione.

the whoCon il continuo diminuire di capitali investibili in musica e il crollo dell vendite degli album, gli artisti tenderanno sempre di più a registare canzoni in proprio, spendendo poco o niente e rinunciando quindi alla qualità. Distribuiranno solo via internet, e i grandi album, quelli che hanno fatto la storia della musica, saranno solo un ricordo di pochi appassionati. Diventare professionisti nel mondo della musica sarà sempre più difficile e sempre meno persone avranno la voglia e le possibilità di lottare per farcela. O forse, invece, tra cinque o dieci anni ci sarà un nuovo punto di svolta, com’è successo con l’avvento di internet, e la situazione cambierà nuovamente e migliorerà.

Al momento non ci rimane che goderci il più possibile la buona musica che nasce di tanto in tanto in mezzo a tanta mediocrità.

di Simonetta Pastorini

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Cacciatori di pirati digitali: chi sono i veri criminali?

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Cacciatori di pirati digitali: chi sono i veri criminali?

Pubblicato il 30 giugno 2012 by redazione

“La comunicazione è un processo sociale fondamentale, un bisogno umano primario e il fondamento di tutte le organizzazioni sociali. E’ centrale nella società dell’informazione.”

Il passo qui citato, viene riportato da una dichiarazione rilasciata durante il World Summit on the Information Society del 2003 e mai come oggi, visti i recenti sviluppi del progetto ACTA, a livello internazionale, e del SOPA negli USA (di fatto in sostituzione del DMCA, ora vigente), risulta così attuale.

Assange

In breve, questi progetti normativi costituirebbero una fortissima limitazione della libertà degli internauti di accedere e sfruttare informazioni online, opere condivise o database informatici, il tutto in nome di una fortissima protezione del diritto d’autore. Il che è reso ancor più paradossale dal fatto che proprio il copyright era nato come strumento di censura per gli autori! Già, infatti fu introdotto in Inghilterra nel XVI secolo in modo tale che la Corona potesse controllare cosa potesse essere pubblicato e cosa, invece, censurato! Quello che oggi viene difeso alla stregua di un diritto inviolabile, altro non era che uno strumento nelle mani dell’Autorità.

Procediamo per gradi. Sul filone dei recenti scandali informatici (Wikileaks, Megavideo, Megaupload e molti siti di file-sharing peer-to-peer solo per citarne alcuni), sono stati sviluppati a livello locale (visto che i progetti SOPA e PIPA sono stati presentati su base nazionale negli USA, rispettivamente dal deputato repubblicano della Camera dei Rappresentanti statunitense Lamar S. Smith e dal senatore Patrick Leahy) e poi estesi a tutela internazionale (vedi il recentissimo accordo commerciale dell’ACTA, siglato a Tokyo il 26 gennaio 2012 cui hanno aderito 22 dei 27 Paesi dell’UE), disegni di legge che rafforzerebbero notevolmente la proprietà intellettuale. Negli ultimi anni, infatti, si è sviluppato il trend internazionale di inasprimento delle pene, anche per quei reati che, di fatto, costituiscono ormai prassi consolidata dell’era digitale (come lo scaricare un brano musicale), al punto che è nata una sorta di “equiparazione” tra la violazione del copyright e il reato di furto.

Siamo arrivati a un punto di sanzionamento per cui la punizione non è più un deterrente per l’agente, ma svolge un ruolo di “punizione esemplare”, specialmente in caso di approvazione del disegno di legge del deputato Smith o del senatore Leahy, dove interi siti rischiano la rimozione soltanto per la violazione del copyright da parte di UNO solo dei contenuti: come dire “in un pacchetto di biscotti ce n’è uno guasto. Fermiamo l’intera produzione di dolci a livello federale!”. E a dirla tutta non si tratta neanche di grandi novità, visto che entrambi i progetti nascono dalle ceneri di altre due proposte: il DMCA (attualmente in vigore negli USA) e il COICA (presentato nel settembre 2010 e respinto). Stando a questi due progetti normativi, con il SOPA (Stop Online Piracy Act ) sarebbe consentito alle stesse detentrici di copyright di agire direttamente per impedire la diffusione di contenuti protetti e verrebbe seriamente limitata l’autonomia di siti che permettono agli utenti di caricare contenuti (senza andare troppo lontano: Facebook, Youtube, Blog….), in quanto anch’essi perseguibili, nonostante siano meri “contenitori” dell’informazione, al punto da essere considerati essi stessi “siti pirata” (come previsto dal PIPA, PROTECT IP Act).

Non solo! In previsione si avrebbe una proliferazione incontrastata di cause legali nascenti contro la violazione del diritto d’autore, dove siti minori verrebbero sopraffatti dalle grandi case detentrici del copyright, perchè incapaci di sostenere economicamente le spese legali. In aggiunta, questo progetto non si limiterebbe alla sola giurisdizione statunitense, ma estenderebbe il suo raggio d’azione anche a siti collocati al di fuori del territorio USA, ma accusati di consentire direttamente o indirettamente la violazione del diritto d’autore in uno degli Stati federali. Come? Oscurando tali siti, impedendone la visualizzazione dagli stessi motori di ricerca e compromettendone seriamente lo sviluppo economico, dal momento che le detentrici del copyright potrebbero rivolgersi a società di pagamenti online (Paypal e Mastercard solo per citarne alcune tra le più diffuse) vietando loro di fornire i propri servizi ai siti sospetti.

Per quanto riguarda la sfera europea, invece, un obiettivo simile, ma decisamente più mitigato, è stato perseguito tramite l’ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement ), accordo commerciale plurilaterale, spacciato per inasprimento ed estensione del TRIPs (Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, ad oggi considerato uno degli accordi più completi in materia di proprietà intellettuale), cui hanno aderito 22 Paesi su 27 dell’UE, tra cui anche l’Italia, e fino ad ora firmato da 30 Paesi. Anche l’iter di approvazione di questo progetto è stato piuttosto travagliato, soprattutto per la questione della scarsa trasparenza che ne ha accompagnato tutte le fasi dei negoziati. Innanzitutto, questo accordo commerciale nasce con l’intento “dichiarato” di rafforzare i diritti della proprietà intellettuale a livello internazionale, in modo da opporsi al fenomeno ormai capillare nella nostra società della contraffazione (alimentare, di farmaci, film e musica) e della pirateria informatica. I negoziati nascono nel 2007, coinvolgendo 40 Stati, diverse associazioni e multinazionali, e vengono mantenuti segreti durante tutta la redazione del testo originale, al punto che lo stesso Presidente Obama vi appone il segreto di Stato per motivi di sicurezza nazionale. Già questo episodio, dovrebbe essere un campanello d’allarme, perché così facendo il Presidente degli Stati Uniti ha spacciato un trattato (che quindi ha valenza legislativa e deve passare all’attenta analisi e votazione del Senato) per un “accordo esecutivo” stipulato sul fronte internazionale (sollevando non pochi dubbi circa la sua legittimità costituzionale, dubbi esplicitati direttamente al Presidente Obama, in una sorta di lettera aperta, firmata da alcuni tra i più autorevoli giuristi americani del nostro tempo: http://infojustice.org/senatefinance-may2012 ). Senza troppi giri di parole, questo gruppo di accademici fa notare come l’iter legislativo non rispetti i principi fondamentali sanciti nell’Articolo 1 della Costituzione americana ed evidenzia come la questione non riguardi una mera violazione processuale (ossia l’approvazione da parte del Congresso ex-ante, invece che ex-post, della proposta di legge), ma vada ad intaccare lo stesso principio di separazione dei poteri, in quanto la sfera di competenza del potere esecutivo verrebbe dilatata da una disposizione che “clearly does not authorize the agreement “ (infatti, la Sezione 8113(a) del PRO-IP Act non autorizza la negoziazione di accordi internazionali, ma auspica, nella sottosezione f) programmi di assistenza tecnica ai governi stranieri nella lotta alla contraffazione e alle infrazioni tra le Agenzie dei vari Paesi). Ed è qui che interviene l’altro motivo di incertezza: sul modello e sulla portata di leggi nazionali in materia di proprietà intellettuale, verrebbero creati obblighi internazionali, con una sommaria delineazione anche dell’entità delle ipotetiche pene relative a ciascuna infrazione.

Quest’onda di incertezza non ha risparmiato nemmeno l’Unione Europea, sia dal punto di vista accademico (dove quesiti analoghi si hanno: http://www.statewatch.org/news/2011/jul/acta-academics-opinion.pdf), sia dal fronte interno della stessa Unione europea. Se a luglio 2011, la Direzione Generale per le Politiche Estere si limitava ad avviare uno studio conoscitivo su ACTA, in vista della ratifica dell’accordo, in cui si conclude “l’inopportunità” (inteso come “pochi vantaggi”) dell’accordo, a partire da maggio 2012 il suo approccio si fa molto più analitico, al punto che il Parlamento Europeo decide di far passare il testo legislativo sotto la scure di ben cinque commissioni (la Commissione Giuridica; la Commissione Industria; la Commissione che si occupa di libertà civili; la Commissione Sviluppo e da ultima la Commissione Commercio Internazionale). Il responso comune? Respingere l’accordo! Immancabile la critica e il disappunto delle grandi major e dei loro rappresentanti (da molti considerate le “burattinaie” che si celano dietro questo progetto e che hanno partecipato alla “negoziazione segreta” dell’accordo). Carole Tongue, parlamentare europea ed esponente del Gruppo del Partito del Socialismo Europeo ha commentato, il 21 giugno 2012, alla fine del vaglio della Commissione Commercio Internazionale: «L’economia della conoscenza in Europa occupa fino a 120 milioni di lavoratori, con mestieri che vanno dalla manifattura ai settori innovativi e creativi. Penso che queste persone siano deluse dal voto di oggi».

Di contro, si è dichiarato soddisfatto il deputato David Martin (membro del Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo), responsabile di aver “affossato” l’accordo troppo vago, privo di definizioni precise, ma con sanzioni spropositate, che alla fine della votazione ha commentato: «Io critico il contenuto del trattato, non il fatto che l’UE tuteli la proprietà intellettuale. Se la Commissione proporrà sistemi e metodi più sensati per difendere la proprietà intellettuale, li sosterrò». Ora la decisione finale spetta al Parlamento Europeo, che a luglio si pronuncerà in seduta plenaria (dall’Agenda dell’Unione Europea fanno sapere tra il 2 e il 5 luglio 2012) sul testo integrale, senza possibilità di proporre emendamenti (si noti che in caso di risposta negativa, l’ACTA non sarà legge per l’Unione Europea!). La risposta, una sola: SI o NO.

 di Giulia Pavesi

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L’ascesa vertiginosa di Twitter

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L’ascesa vertiginosa di Twitter

Pubblicato il 09 giugno 2012 by redazione

Effetti dei social network sui rapporti interpersonali.

Parlare di social network e dei loro effetti sui rapporti interpersonali, sulla comunicazione, sulle modalità percettive, sulla memoria e sulla società in generale, significa avere presenti i possibili rischi (molti dei quali non possiamo ancora definire), derivanti soprattutto da un “cattivo” o eccessivo uso (che si potrebbe trasformare in una dipendenza).

L’età media degli utenti dei social network è 37 anni, la presenza degli adulti su queste piattaforme è un fenomeno recente in quanto sono stati utilizzati in primis dai più giovani. Il più popolare è appunto Facebook, anche se ogni utente è iscritto in media a 1,8 social network; si differenzia Twitter che ha una popolazione più colta e con una maggiore capacità economica. In Italia il 66,7 % dei ragazzi dai 13 ai 17 anni utilizza un social network, con una prevalenza delle ragazze (59%) sui ragazzi (48%); il 78% vi si iscrive per stare in contatto con gli amici, il 20% per conoscerne di nuovi tanto che  il 47% dei giovani utenti dichiara di aver allacciato nuove amicizie, grazie a Internet. Facebook è indubbiamente, almeno per ora, il social network principale a livello mondiale, con più di 400 milioni di utenti attivi, il 55% degli iscritti effettua l’accesso almeno una volta al giorno e più di 35 milioni di utenti aggiornano il loro status ogni giorno; tre miliardi di foto vengono postate ogni mese, cinque miliardi di contenuti “vari” (link, note, album…) vengono postati ogni settimana, venti milioni di persone si iscrivono ad almeno una fan page ogni giorno, ogni utente invia circa otto richieste di amicizia al mese,  passa su Facebook almeno 55 minuti al giorno ed è membro di almeno 13 gruppi; commenta 25 volte, diventa fan di 4 pagine e riceve almeno 3 inviti ad eventi ogni mese. In Italia il 96% degli utenti dei social network utilizza Facebook (oltre 10 milioni), tra questi quasi un terzo vi trascorre almeno un’ora al giorno, seguito dal 21% di utenti per My Space e il 17% relativamente a Twitter. Rispetto alla media europea è il paese con numero di amici più elevato per persona (88 in media), l’utente standard non ha mai incontrato il 7% dei propri amici e ha interagito nella vita reale, con il 3% dei medesimi, una volta sola, infine il 76% degli utilizzatori dei social network vi accede una o più volte al giorno. In particolare Gli adolescenti passano su Internet 31 ore alla settimana, in media 4,4 al giorno delle quali la maggior parte sono trascorse sui social network.


Come si declinano i social network, e in particolare Facebook, quello che riscuote maggior successo tra i giovani, con le esigenze e i bisogni della fascia adolescenziale?

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Sostanzialmente perché l’utente tipico del principale social network è portato ad utilizzarlo? L’adolescenza può essere definita come una nuova “nascita sociale” dell’individuo, qui l’opera di socializzazione iniziata nell’infanzia e la separazione dalle figure genitoriali, arrivano a compimento e danno vita a quella che si affinerà poi meglio successivamente come la definitiva identità adulta della persona; ma come porta a compimento l’adolescente questo suo compito di sviluppo? Assumendo, mai come in questa età, come centrali nella propria vita, le relazioni con i propri pari e cercando all’esterno dalla famiglia nuove figure di riferimento e modelli ai quali tendere.

Ecco allora che i social network si affiancano come validi strumenti all’adolescente per aiutarlo in quest’opera di “coltura” delle proprie relazioni sociali, supportandolo nel mantenerle vive e arricchirle di giorno in giorno. A questo proposito, scongiurando gli spauracchi di una possibile sostituzione del reale col virtuale e la paura che questi strumenti possano semmai chiudere ancora di più l’adolescente nel suo mondo interno (che in questo periodo diventa quanto mai importante) servendosi di una insana dipendenza, sottolineiamo come la stragrande maggioranza degli adolescenti li utilizza in verità per relazionarsi con le medesime persone con le quali entra in contatto anche nella vita reale e, sebbene nella cerchia estesa di “amici” online possano essere incluse persone che sono solo conoscenti o anche persone che non conoscono affatto, in realtà poi sulla piattaforma i ragazzi finiscono per contattare sempre e dialogare con le stesse persone che sono presenti poi nella vita offline nell’area più intima e ristretta o comunque nelle frequentazioni quotidiane.

Infine il concetto di digital divide del quale si è già parlato, si presta alla sentita esigenza e preservazione di un’area di frequentazioni intima, privata e gelosamente difesa dai tentativi di esplorazione da parte dei genitori, che è fondamentale ci sia in questa fascia d’età, i quali appunto spesso si trovano a non saper bene utilizzare gli stessi strumenti digitali dei figli, che hanno così tutto un campo d’azione che sfugge al controllo parentale e spesso ciò fa sì che essi si espongano a pericolosi rischi.

Global_Digital_Divide

(digital divide, o divario digitale, è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione, in particolare personal computer e internet e chi ne è escluso, in modo parziale o totale. I motivi di esclusione comprendono diverse variabili: condizioni economiche, livello d’istruzione, qualità delle infrastrutture, differenze di età o di sesso, appartenenza a diversi gruppi etnici, provenienza geografica. Oltre a indicare il divario nell’accesso reale alle tecnologie, la definizione include anche disparità nell’acquisizione di risorse o capacità necessarie a partecipare alla società dell’informazione. Il divario può essere inteso sia rispetto a un singolo paese sia a livello globale. da Wikipedia)

Twitter

Dalla data della sua creazione, il 21 Marzo2006, Twitter ha subito un’evoluzione rispetto alla propria ragion d’essere, infatti, se in quell’anno la homepage recitava: “Una comunità globale di amici e stranieri che vuole rispondere a una sola e semplice domanda -Che cosa stai facendo?- “, oggi il focus è maggiormente sulle news: “Il modo migliore per scoprire le novità del momento nel tuo mondo”, sull’aspetto professionale e l’informazione in tempo reale: “Scopri cosa sta succedendo, proprio ora, con le persone e le organizzazioni che ti interessano”. Sebbene esista appunto dal 2006, esso sta vivendo da poco tempo il suo boom e per quanto riguarda l’Italia il suo uso ha subito un forte incremento solo molto recentemente. Sono 460 000 in media gli account creati al giorno, più di 200 milioni i tweets inviati ogni giorno, 100 milioni gli utenti che si collegano una volta al mese e i dati ufficiali sino al 2011 rilevavano che erano 1,5 milioni gli italiani che si collegano a Twitter almeno una volta al mese, mentre dati non ufficiali riscontrano che oggi gli italiani su Twitter sono raddoppiati e sono arrivati a quota 2,4 milioni, con una crescita di questa piattaforma solo da inizio 2012 dell’80%. Esso è popolarissimo oltreoceano dove è molto utilizzato dalle celebrities, è fondamentale per la gestione in tempo reale di fatti di cronaca di particolare impatto (come ad esempio l’evento del terremoto in Giappone), inoltre è un prezioso alleato delle aziende come strumento di comunicazione e marketing e infine ha avuto un ruolo centrale nella Primavera Araba: fu infatti usato dai ribelli per far circolare le informazioni e condividere opinioni ed emozioni eludendo i controllo dell’informazione operato dai regimi. Ecco che l’uso delle tecnologie moderne può rappresenta la salvezza e la liberazione dalla tirannia di regimi opprimenti come quelli presenti da decenni in Stati del Nord Africa e del Medio Oriente; Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Baharain, Algeria, Marocco, i paesi travolti dal profumo dei tweets e dei post trasportati in Rete dai giovani rivoluzionari. Un dato interessante è che il 50% dei tweet proviene dallo 0,5 degli utenti, questo significa che chi poi utilizza realmente questa piattaforma è un popolo digitalmente “colto”, spesso del settore, blogger, organizzazioni, social media manager, giornalisti del settore, che sono attivissimi, mentre la maggior parte di chi si iscrive è un utente passivo che svolge il ruolo di semplice spettatore, forse colto e sicuramente informato, ma poco attivo e disposto allo sharing. Sicuramente per quanto riguarda il nostro Paese possiamo riscontrare un’influenza da parte dello show di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il weekend”, andato in onda lo scorso Autunno, inoltre i giornalisti si sono resi conto che in un certo senso su Twitter hanno praticamente “il lavoro fatto”, senza dover passare da uffici stampa e manager che non rispondono. Infine i programmi Tv e spesso i Tg hanno iniziato a citare i “tweet” dei VIPS e dei personaggi politici (almeno quelli che hanno capito quanto possa essere di estrema importanza, di particolare efficacia e grande impatto, l’uso di questi nuovi media ai fini di creazione del consenso, formazione delle opinioni e circolazione delle informazioni, soprattutto se si mira ad un certo target d’elettorato, una tipologia che non si informa unicamente attraverso la televisione), infine il passaparola, che come ben sanno i professionisti del marketing è fondamentale per la promozione e la fruizione di un prodotto, ha fatto il resto.

Appunto perché è usato quindi da una popolazione digitale diversa o da un utente che qui ricerca uno scopo particolare, è bene specificare che innanzitutto più che un social network esso è un “informationnetwork”, qui le persone in un certo senso “si mettono in vetrina” più che connettersi, esso è quindi un servizio di microblogging, nel quale “dire chi siamo” in 140 caratteri.

Dal momento che qui l’amicizia non è lo scopo principale, (anche se comunque è ovviamente presente la volontà di comunicare con amici e familiari), ma è quello di condividere un certo tipo di informazioni (che è bene non siano superficiali o su banali aspetti del quotidiano, cosa invece più tollerata dal “galateo” di Facebook, ma siano sulla professione o gli interessi e gli hobby della persona in questione o a proposito di eventi importanti che riguardano la persona e i suoi followers), non è quindi scontato che “l’amicizia” sia reciproca, ma l’utente verrà “seguito” solo se ne vale la pena e i suoi tweet sono degni di nota per i suoi followers, così come lui stesso “seguirà” solo chi per lui è a sua volta, in un certo senso, “meritevole d’attenzione” (non è quindi da intendersi come segno di scortesia o inimicizia, come invece può avvenire su altre piattaforme, se una persona realmente conosciuta nella vita offline decide qui di non seguirci o smette di farlo, inoltre qui il follow non si chiede).

Il principale punto di forza di Twitter è la possibilità di condividere le notizie in tempo reale, in mobilità e in modo veloce, ha meno strumenti per connettere tra di loro gli utenti, ma i due principali sono la tag@, come su Facebook, con la quale richiami direttamente un altro utente e la hashtag#, di solito utilizzata alla fine del messaggio condiviso, che specifica l’argomento del quale si sta trattando e raggruppa i tweet sotto una parola chiave, permettendo così il prender vita delle conversazioni attorno ad un argomento specifico ricercato dall’utente (gli argomenti più popolari in un determinato momento si chiamano trend topic), si può anche retweetare (ovvero la condivisione del messaggio di un utente sul profilo di un altro utente) un tweet che riteniamo degno di interesse di un nostro following ai nostri followers. Trasportare alcune modalità di impostare gli status di Facebook su Twitter quindi può essere efficace, ma sino ad un certo punto, dal momento che a ogni social network corrisponde un’ottica di senso diversa, ad esso sottesa e nella quale sono inscritti i suoi utenti e le relazioni tra di loro; per cui è opportuno non scrivere frasi prive di contenuto su Twitter e non utilizzarla come una chat privata per parlare con i propri amici, ma è necessario approcciarsi diversamente di volta in volta al differente frame simbolico latente della piattaforma che sto utilizzando. Insomma, come a dire, dimmi che social network usi e ti dirò chi sei.

di  Arianna De Batte

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La tratta dei “mi piace” e dei “follower”

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La tratta dei “mi piace” e dei “follower”

Pubblicato il 05 giugno 2012 by redazione

fansUna tendenza in voga, non solo tra le aziende, ma anche tra i singoli utenti che vogliono apparire sempre più ‘seguiti’. Se fino ad alcuni anni fa era “cool” avere un profilo Facebook o un account Twitter, oggi l’imperativo è la “quantità”. “Quanti contatti? Quanti amici? Quante visualizzazioni, quanti commenti, quanti mi piace?”. E mentre la maggioranza degli utenti afferma di disinteressarsi di tale frivolezze, proliferano le aziende che vendono fans, follower, commenti e mi piace.

Basta fare un giro in rete. Su eBay, pacchetti di 1000 visualizzazioni a 12,90€, 100 iscritti a 19,90€ e 5 commenti a ben 5,90€. Un esempio di Fans Marketing è costituito proprio da www.fbfans.it  100 fan di Facebook ogni mese, alla modica cifra di 23 euro, 250 fan a 59 euro e per 500 bisognerà sborsare 110 euro fino ad arrivare a 599 euro per 3000 fan. Per 5000 fan, in 7 giorni, si sfiorano i mille euro.

Dunque massa, numeri.  I fan profilati, per fasce d’età, o attraverso altri filtri, hanno un prezzo maggiorato. Un altro esempio è rappresentato da Magicviral (http://www.magicviral.com ). Uno degli annunci che campeggia sull’Home Page del sito: “Potenzia la tua pagina Twitter con pacchetti da 500 fino a 10,000 Follower 100% Italiani. Acquista inoltre retweet delle tue notizie su Twitter, fondamentali per la diffusione capillare delle tue notizie”. E se non si vuole investire in denaro, lo si può fare in click e tempo, attraverso un sistema a punti. Addmefast (www.addmefast.com ) ne è un esempio, è un servizio di social marketing. Basta registrarsi e accumulare punti, mettendo ‘mi piace’ in altre pagine Facebook, ogni utente accumulerà un tot di punti e sarà a sua volta più seguito. Un meccanismo che può generare un traffico significativo di utenti che vedono aumentare i follower sul proprio profilo Twitter, gli iscritti e le visualizzazioni sul canale youtube, i contatti nelle cerchie di Google+. Per i dettagli, si rimanda al sito www.addmefast.com .

Insomma, la credibilità di un profilo o il successo di un brand sembrerebbe direttamente proporzionale al numero di follower. Del resto, è ciò a cui la televisione degli ultimi anni ha abituato la massa. Basti pensare all’Auditel nella programmazione degli spettacoli televisivi. Il successo e la continuità di un programma sono dipendenti da uno share sufficientemente alto che ne giustifichi la visione. Il programma ‘funziona’ se seduce lo spettatore, se lo conquista fino a – talvolta – ‘manipolarlo’. Uno share basso è il preludio alla cancellazione dal palinsesto. Dalla tv al web, dall’audience al numero di contatti, il passo è breve. La vendita di contatti, secondo molti blogger e webmaster, tuttavia è roba vecchia e ritengono più efficace il “world of mouth”, il passaparola, che non si compra certo a stock. Per essere nel social business, bisogna “essere” social business, dunque pubblicare, commentare, movimentare, esserci insomma.

In rete, il dibattito è aperto: c’è chi inorridisce all’idea della compravendita (“Posso capirlo per un’azienda, ma se una persona comune fa una cosa simile dev’essere davvero triste”) e chi la reputa la nuova frontiera del marketing (“Non vedo nulla di male in questa tipologia di servizi, è semplicemente un ulteriore investimento economico che un’azienda decide di fare per incrementare la propria attività on-line”). Un utente si spinge a un parallelo con la tv: “comprendo che sia una cosa eticamente sbagliata, ma è una cosa che si è sempre fatta. Nei reality in Tv, i genitori dei concorrenti investono soldi per pagare dei call center in modo da non far uscire il proprio figlio dalla casa/isola/fattoria/quellochetipare”. (http://ilgxblog.blogspot.it/2012/03/vendita-di-follower-che-novita.html ). La pratica è seguita anche da personaggi che vantano già un discreto successo di pubblico. Rihanna fu accusata di acquistare follower su Twitter per superare Lady Gaga che stava diventando la regina incontrastata dei social network.

I politici, poi, sono i primi a investire energie sia su Facebook che su Twitter. Resta il dubbio se anche loro acquistino consensi a pagamento o se sia frutto degli elettori, amici, parenti, simpatizzanti. Stando ai numeri, il podio è stato occupato per mesi da Nichi Vendola, tra i politici più seguiti d’Europa, con oltre 500mila ‘mi piace’ e 188mila follower. A seguire, su Facebook, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Molto attivi anche Matteo Renzi, Luigi De Magistris e Antonio Di Pietro. L’ex-sindaco di Milano, Letizia Moratti, fu scoperta durante la campagna elettorale ad acquistare fan su Facebook e follower su Twitter. C’è poi il punto di vista di chi lavora con la creazione e la fidelizzazione dei contatti: “chi conosce un minimo le problematiche dei webmaster sa perfettamente che il problema più grande è la targettizzazione, ovvero arrivare dritti all’utente finale, oggetto della mission dei nostri contenuti”.

socialUn addetto ai lavori spiega nel dettaglio il servizio: “Il nostro sistema di ‘consegna’ dei fan su Facebook è molto rapido poiché disponiamo di un partener di collaboratori (tutti utenti reali), iscritti al nostro circuito e che vengono pagati per ogni click sui link che gli vengono consigliati. In questo modo, quando facciamo girare l’informativa interna che indica una richiesta da parte di un cliente (per esempio 100.000 fan) riconosciamo il pagamento solo per i primi 100.000 nostri collaboratori che cliccano ‘mi piace’. E’ con questo sistema che garantiamo rapidità nella consegna dei nostri servizi”. Semplice e veloce, dunque. Basta pagare e si vedrà lievitare il numero di fan.

I clienti, pronti a sborsare somme non indifferenti, pare siano agenzie pubblicitarie che realizzano video per conto terzi acquistando visualizzazioni, commenti e ranking. Ci sono poi musicisti e videomaker privati che, prima di presentare il proprio prodotto a etichette discografiche, incentivano il loro video con visualizzazioni e ranking di gradimento positivi. Non sono esclusi nemmeno i grossi marchi che, certi di raggiungere in breve tempo un numero elevato di fan della propria pagina, prima di promuoverla ufficialmente, ne aumentano artificialmente gli iscritti.

L’idea generale – ed inquietantemente dominante – è dunque che un account con molti follower sia popolare e garante di qualità, quindi degno di attenzione. Ciò può indurre tanti, e non solo aziende, agenzie e volti noti, a comprare pacchetti di follower senza che si seguano, a loro volta, altri utenti e si crei quella comunicazione che dovrebbe essere alla base dell’essere ‘social’. Da lì, il passo successivo è la classificazione, l’applicazione dunque di filtri, a seconda del target a cui si vuole puntare, secondo età, tipologia di lavoro, provenienza geografica, livello di istruzione, interessi. Il tutto viene percepito dalla maggioranza, secondo una logica di marketing e promozione professionale.

Ma la faccenda dei follower è solo una piccola manifestazione di un “crimine invisibile” che investe la rete e dunque anche i social network. Basti pensare al piano diabolico di Adolf Hitler, ancora oggetto di indagini e di discussioni da parte degli storici. Il piano fu realizzato grazie all’alleanza tra il Terzo Reich e la società di elettronica IBM, che offrì una preziosa cooperazione attraverso le sue filiali tedesche. “La IBM – scrive Michele Altamura, fondatore della Etleboro ONG e analista per i Balcani – contribuì, con le sue tecnologie, all’individuazione e alla catalogazione della popolazione ebrea in Europa, negli anni compresi tra il 1933 e il 1940. Naturalmente, in quegli anni, non esistevano gli elaboratori (gli attuali computer), ma esisteva la tecnologia “punch card” dell’Hollerith Systems di IBM, un sistema cibernetico che attribuiva un numero di serie ad ogni individuo mediante dei codici: le macchine IBM, affittate a costi elevatissimi, crearono miliardi di matrici (schede perforate). Grazie ad esse, Hitler riuscì ad ‘automatizzare’ la ricerca del popolo ebreo, analizzando registri anagrafici, censimenti e banche dati di tutti i Paesi europei, con una velocità e precisione a dir poco impressionante, che gli storici ancora oggi non riescono a spiegare. Ciò che fu sperimentato dal regime nazista di Hitler – continua Michele Altamura – viene oggi attuato dal Governo degli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla Russia che, utilizzando la guerra al terrorismo, impiega la biometria per individuare, classificare e monitorare la popolazione e le sue risorse (http://etleboro.it/read.php?id=17000). Senza insinuarsi ulteriormente in meccanismi complessi da decifrare fino in fondo e tornando alla questione della compravendita dei ‘mi piace’ e dei  follower, da cui si è partiti, il dubbio che resta è uno.

Se comprare contatti e consensi non è reato, se non lo è accumulare punti in cambio di visibilità, se è legittimo perseguire l’obiettivo di avere sempre e comunque più contatti e crescere esponenzialmente nella rete, nel momento in cui il numero massiccio di fan, amici (veri/comprati) non corrispondesse alla reale fruizione dei contenuti per i quali gli account sono presenti, se non commentassero e apprezzassero davvero i post e i prodotti per cui l’acquirente ha investito certe somme, sarebbe altrettanto edificante vantare 5000 amici su Facebook o esibire migliaia di commenti sui canali youtube? La risposta potrebbe sfociare nella vecchia questione – di pirandelliana memoria e sempre attualissima – della cultura dell’essere o dell’apparire. Resta il fatto che chi non ricorre all’acquisto di consensi ma li accumula spontaneamente, scrivendo tweet interessanti, unici, “socializzando” il più possibile, interagendo con il proprio audience, mettendosi in discussione, creando dibattiti produttivi, potrà contare su persone realmente interessate, con cui interagire e grazie alle quali migliorare il proprio brand o la propria professionalità. Chi avrà acquistato stock di account, non distinguerà più i contatti veri da quelli fittizi.

Stabilire la veridicità, pare, non sia un cruccio per certi acquirenti. Se, come scriveva Leonardo Da Vinci, “Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far credere al mondo di esser già famoso”,  gli aspiranti tali hanno già la tavola imbandita, basta solo pagare il conto e servirsi. A tutti gli altri, non resta che decidere se mangiare alla stessa tavola.

di Elisa Giacalone

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Social network: io “posto” dunque “sono”…

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Social network: io “posto” dunque “sono”…

Pubblicato il 20 maggio 2012 by redazione

selfempowerment

I sentimenti collettivi nei confronti di questo recente ed esplosivo fenomeno sono molteplici e contrastanti. I social network sono idolatrati dal popolo teen, temuti dai genitori, demonizzati dagli irriducibili ideologicamente e perennemente offline, snobbati dagli anticonformisti e spesso ringraziati dai maturandi e universitari in assetto da esame. Ma questi fantomatici e per certi versi ancora misteriosi strumenti, dei quali più spesso (come già è stato in parte esposto nei precedenti articoli) si parla degli aspetti negativi e dei pericoli ai quali possono dare luogo, in realtà, quali sono poi le risorse che presentano? Sostanzialmente..perché mai dovremmo usarli?! Ci concentriamo quindi ora sugli aspetti positivi che possiedono e per una volta..li difendiamo! Persino i più scettici potrebbero trovare la “giustificazione” che fa al caso loro! Sicuramente i quattrocento milioni di persone, di età media 37 anni, che in tutto il mondo utilizzano Facebook (dei quali il 55% di essi effettua l’accesso almeno una volta al giorno) e che hanno deciso di condividere tre miliardi di foto e cinque miliardi di contenuti “vari” (link, note, video ecc..), una loro motivazione l’hanno trovata!

Il ”self empowerment”: io “posto” (quindi “posso”) … dunque “sono”

Facciamoci accompagnare in questo viaggio alla scoperta dei lati positivi del “sociale digitale” da un ipotetico utente medio, il soggetto protagonista delle relazioni virtuali, che potremmo chiamare Bill.

Il nostro amico, che giunge in questo magico mondo, si trova ad essere qui sprovvisto (come già sottolineato precedentemente) di una parte di sé molto importante, che da sempre lo ha accompagnato in qualsiasi ambiente egli sia stato nella sua vita, compagno amato, odiato, che forse vorrebbe diverso, non tutto, solo in parte, magari non sempre ma solo qualche volta, territorio di esperienze e grande comunicatore di messaggi, insomma un “accompagnatore” d’eccezione: il corpo.

Da sempre se lo porta con sé, ma non qui, nell’ambiente virtuale.

Il soggetto nei social network si trova a essere “disincarnato” (“disembodied”), privato del corpo e dei significati che esso porta con sé, ed ecco quindi che si trova di fronte a infinite possibilità date da processo di “self empowerment” (il termine “empowerment” significa “potenziamento”, “responsabilizzazione”, “aumento del proprio potere interno”). Questo fenomeno assume una cruciale importanza se stiamo poi di fasi di vita, quali ad esempio quella adolescenziale, dove il processo di costruzione della propria identità assume particolare salienza, attraverso la scoperta dei loro molteplici possibili sé, il miglioramento delle proprie abilità e capacità cognitive, fisiche e relazionali e la sperimentazione attraverso l’ esplorazione di una pluralità di esperienze, senza la presa in carico di impegni definitivi, ma sempre con la possibilità di tornare sui propri passi. L’ uso dei social network si affianca quindi allo svolgimento di questo compito dal momento che posso decidere “chi” voglio essere, sia nel caso io non dichiari esplicitamente la mia identità, sia nel caso io la riveli. Infatti, nel primo caso posso sperimentare più liberamente, forte del fatto che se fallissi non succederebbe nulla, posso quindi permettermi di essere anche il contrario di ciò che sono realmente nella vita di tutti i giorni (ad esempio se sono timido posso provare a essere aggressivo) e se poi sbaglio posso riparare; anche per quanto riguarda il secondo caso i social network permettono agli adolescenti di decidere come presentarsi agli altri decidendo in prima persona quali ruoli impersonare e a quali eventi partecipare.

Questo permette al nostro Bill di avere un ruolo più attivo e centrale nella definizione e nella condivisione della propria identità sociale e a detta della psicologa americana Katelyn Mc Kenna è inoltre più facile che gli individui siano più disposti a rivelare il proprio vero Sé nei social network, di quanto non lo siano nella vita reale, in quanto all’interno della rete di “amici” si possono condividere le proprie convinzioni e le proprie reazioni emotive più intime con minor rischio di disapprovazione e sanzione sociale. Secondo quest’ottica quindi un social network può essere considerato il perfetto ambiente di “empowerment” dove Bill può decidere di essere sé stesso o completamente diverso, ma pagando un costo limitato per le sperimentazioni non andate a buon fine.

La seduzione ai tempi di Zuckerberg

Un’ altra opportunità che Bill si trova offerta su un piatto d’argento è a proposito delle relazioni sentimentali. Essi si affiancano quindi alla possibilità di intraprendere questa esperienza, facilitandola per una serie di motivi quali: la possibilità di superare le barriere spaziali; la comunicazione iperpersonale (le persone sono più disposte nel social network a rivelare il proprio vero Sé, indi per cui l’ intimità è maggiormente stimolata e raggiunge alti livelli); la somiglianza (avere “amicizie” in comune o interessi comuni); elevato livello di idealizzazione dato dal minor numero di informazioni disponibili relative all’altra persona, ciò porta gli individui a riempire i vuoti informativi con le proprie aspettative, da qui maggior idealizzazione e quindi maggior interesse nei confronti dell’altro; il controllo del processo di presentazione (l’ opportunità di controllare la propria identità sociale e la propria immagine riduce i problemi legati alle impressioni negative o alla paura di essere giudicati, inoltre diminuisce l’ importanza ricoperta dall’aspetto fisico, dallo status sociale e socioeconomico).

La questione dell’aspetto fisico è un comunque un aspetto critico (per Bill e per chiunque) per la nascita e la costruzione di una relazione; nel social network però il corpo reale non è totalmente assente ma sostituito da un corpo virtuale, costituito da immagini parziali attraverso le quali posso decidere strategicamente come presentarmi e dare una precisa immagine di me. Infatti tutti i social network offrono ampio spazio alla presentazione di immagini e video degli utenti.

Dieci sono i comportamenti che generano attrazione nel partner e cinque di questi possono esser realizzati in un social network: essere simpatici, mostrare senso dell’umorismo, offrire supporto, avere buone maniere e dimostrare di voler passare del tempo con l’ altro.

Il processo di seduzione digitale nel terzo millennio, si articola in una sequenza di interazioni relativamente stabile, che ricopre fondamentalmente due fasi: la creazione di un’ impressione di sé nell’altro e la scelta della strategia seduttiva (e fin qui niente di nuovo sotto il sole). Per fare il primo passo, è necessario stabilire una forma di contatto, ovvero chiedere l’ “amicizia”, in seguito ci sarà un disvelamento progressivo (e tra le strategie attuabili in un social network la somiglianza, la prossimità e la frequenza di contatto, la complementarietà, l’ uso dell’ironia, mostrare attenzione e apprezzamento per l’ altro, aprirsi all’altro).

Un elemento importante, è che il nostro amico “in caccia” può utilizzare per la messa in atto del suo progetto, le altre relazioni che ha all’interno della rete, ad esempio cercando di ottenere informazioni su chi gli interessa passando attraverso la sua rete di “amici”, o quella dell’altro, sfruttando anche la possibilità che danno alcuni social network, di capire chi degli altri utenti è online, attraverso l’ utilizzo ad esempio della chat (vedi Facebook). Infine i social network danno la possibilità di ricontattare persone con le quali c’è stata in passato una relazione, anche se si sono persi i contatti da tempo, come dire “Un ex sicuramente su Facebook ci sarà!E..mano sul cuore e giuramento di verità…chi può dire di non averci mai ripensato, con la speranza che quello che è accaduto si riproponga o si possa ritrovare, trasformato??!”.

Il nostro caro utente medio può intraprendere questo processo con obiettivi e esiti diversi: il corteggiamento, ma con scopo finale, almeno da parte di uno dei due, l’ incontro faccia a faccia. Oppure il mantenimento di relazioni, anche a distanza, iniziate faccia a faccia (laddove la “Bacheca” viene utilizzata sia per dimostrare agli altri l’ esistenza della storia, sia può essa fare da sorta di “rotocalco” della storia, migliorando l’ immagine di sé nei confronti degli “amici”). O infine con l’unico obiettivo del “ciberflirts”, dove i soggetti decidono, almeno inizialmente, di non ritrovarsi faccia a faccia ma interagire solo sul social network (spessi si tratta di individui che hanno già una relazione stabile nel reale e che prendono la vita sui social network come una valvola di sfogo).

Può una folla essere intelligente? La “rete creativa” e le “smart mobs”
smart mobs

Un’ altra risorsa offerta dai social network, è riguardo al potenziamento della creatività di gruppo, che può quindi essere utilizzata anche per gestire e organizzare eventi e interessi, anche in relazione all’assunzione di impegni e allo sviluppo di opinioni, in più campi, quali quelli politico, religioso, culturale, filosofico, sociale. Lo sviluppo del Web 2.0 ha infatti permesso la nascita di una “rete creativa”, e delle cosiddette “smart mobs” (“folle intelligenti”, gruppi di soggetti che collaborano tra loro per trarre frutto dalle opportunità offerte dai nuovi media che permettono alle persone di agire insieme come mai prima d’ora e in situazioni in cui l’ azione collettiva non era mai stata possibile”. Ciò è particolarmente vero per i social network tra le cui funzioni vi è quella di facilitare la gestione dei gruppi virtuali. Le “smart mobs” sono gruppi virtuali temporanei legati alla possibilità di usare i nuovi media per un proprio vantaggio e diventano comunità quando il gruppo diventa l’ occasione per raggiungere uno scopo comune e assume quindi propria identità e porta all’incremento della conoscenza. Avviene così quella che viene definita l’ “esperienza ottimale di gruppo” (“Networked Flow”), col risultato della creazione di nuovi prodotti, nuovi concetti e nuove idee, che vengono però portati all’esterno e riescono a imporsi in gruppi sociali reali solo se vi sono relazioni significative tra i membri del gruppo e i membri esterni al gruppo, nella formazione di una sorta di coscienza collettiva progettuale. A questo proposito la scienza delle reti ha elaborato una legge, la Legge di Reed, che afferma che: “quando una rete ha lo scopo di diffondere qualcosa che ha un valore per le persone, il valore dei servizi è lineare; se la rete consente transazioni tra i nodi individuali, il valore aumenta al quadrato, se essa include la possibilità che gli individui formino gruppi, il valore è invece esponenziale”.

I social network e “il capitale sociale”

Infine tra le risorse insite nei social network ricordiamo il supporto che essi danno al mondo della pubblicità, nel caso di marchi che vogliono rivolgersi ad un pubblico giovane e l’ apporto ad un economia basata su “beni relazionali”.

I “beni relazionali”, si differenziano dai “beni potenziali” (ovvero i cosidetti “di consumo”), essi possono idetntificarsi ad esempio con l’ amicizia e l’ amore e derivano dai rapporti sociali nei quali l’ identità e le motivazioni dell’altro sono essenziali per la creazione e il valore del bene; sostanzialmente tutti quei tipi di relazione generative di “capitale sociale primario”. Il “capitale sociale” è un concetto multidisciplinare e proprio per questo dalla definizione ambigua; esso presenta infatti l’apporto di molteplici aree quali l’economia, la sociologia, le scienze umane e sociali e ognuna di esse lo interpreta con sfumature leggeremente differenti. Ad un livello generale sostanzialmente la differenza fondamentale è tra il “capitale sociale primario”, che riguarda le relazioni informali di fiducia, intimità e cooperazione, dove sono considerati beni non solo i risultati creati dall’instaurarsi di tali legami, ma anche e soprattutto la relazione e le persone in sé; invece il “capitale sociale secondario” è quello che riguarda la rete delle relazioni a livello più ampio, sia informali che formali, intese come mezzi per ottenere determinate finalità, strumentali

La caratteristica fondamentale dei beni relazionali è l’ aspetto della gratuità e della spontaneità, in quanto hanno la loro origine nel comportamento di dono dato dall’unione di tre componenti che sono il donare, il ricevere e il contraccambiare. L’ aspetto più importante del dono risiede quindi nella sua totale libertà, dal momento che io scelgo di farlo ma non ho la certezza di essere contraccambiato. Nella vita reale ciò avviene in relazioni personali caratterizzate da fiducia e conoscenza reciproca, ma nei social network questo può accadere anche nei confronti di legami deboli; spinti da un senso di responsabilità sociale nei confronti della comunità di utenti del social network che porta a mettere a disposizione proprie conoscenze, informazioni, contenuti. L’ obbiettivo degli individui in quest’ottica, è il mantenimento della comunità e l’ interesse individuale si realizza insieme a quello degli altri (intenzione collettiva).

Ad esempio la Vespa del nostro amico Bill ha smesso improvvisamente di funzionare e lui ha deciso di scrivere sulla sua “bacheca” Facebook se qualcuno sa come ripararla, sicuramente qualcuno fra tutti i suoi “amici” risponderà alla richiesta d’ aiuto, fornendogli consigli”.

Scettici cronici, offline convinti, preoccupati, spaventati o anticonformisti….siete ancora sicuri che proprio non vi interessi iscrivervi a Facebook?!


Stanley Milgram

Quante conoscenze “distiamo” da uno sconosciuto?! Ecco perché…il mondo è piccolo!

Se avete ancora qualche dubbio questo che sto per dirvi potrebbe essere ciò che vi convincerà definitivamente a cambiare idea, oppure a fuggire del tutto! Si perché è stata teorizzata un’ipotesi molto affascinante e molto inquietante insieme, dato che essa dimostra ulteriormente che la privacy nell’era digitale si assotiglia sempre più.

Nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram tentò di testare un’ipotesi formulata per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy  e poi ripresa negli anni cinquanta da Ithiel de Sola Pool (MIT) e Manfred Kochen (IBM) che cercarono di provare la teoria matematicamente. Essa è comunemente conosciuta come la “teoria dei sei gradi di separazione” e consiste in un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze che comprende non più di 5 intermediari. Milgram ideò un nuovo sistema per testare la teoria, che egli chiamò “teoria del mondo piccolo“. Selezionò casualmente un gruppo di americani del Midwest e chiese loro di mandare un pacchetto a un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, la sua occupazione, e la zona in cui risiedeva, ma non l’indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all’esperimento di mandare il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che a loro giudizio avesse il maggior numero di possibilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via fino a che il pacchetto non venisse personalmente consegnato al destinatario finale. I promotori dello studio si aspettavano che la catena comprendesse perlomeno un centinaio di intermediari, mentre invece, per far arrivare il pacchetto, ci vollero in media solo tra i cinque e i sette passaggi. Per ora neanche l’ombra di ambienti virtuali e relazioni digitali. Fino a quando nel febbraio 2004 un diciannovenne studente dell’Università di Harvard crea il social network più popolare al mondo. Nel 2011 un gruppo di informatici dell’Università degli studi di Milano, in collaborazione con due informatici di Facebook decide di effettuare un esperimento su scala planetaria per calcolare il grado di separazione tra tutte le coppie di individui su Facebook. In media, i gradi di separazione sono risultati essere 3.74, molto meno di quanto l’esperimento di Milgram facesse pensare!

Insomma, le persone si sono avvicinate e il mondo si è “ristretto”!

Sarà un bene o un male?! Ai posteri, sempre più “connessi”, l’ardua sentenza!

di Arianna De Battè

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Perché dovremmo utilizzare i social network?

Pubblicato il 18 aprile 2012 by redazione

Come rilevano gli psicologi americani Prochaska e Di Clemente, i soggetti cambiano solo se sono costretti a farlo e se il cambiamento rappresenta per essi un’opportunità significativa, detta affordance, ovvero una risorsa che l’ambiente offre a un soggetto in grado di coglierla: ogni oggetto è quindi dotato di proprietà che supportano un particolare tipo di azione e non altre. Possiamo quindi considerare l’opportunità come una specie di “invito” dell’ambiente a essere utilizzato in un certo modo piuttosto che in un altro.

Inoltre il legame tra soggetto e opportunità è anche il risultato di un processo d’ interpretazione legato al contesto e alla cultura nella quale il soggetto è inserito, il soggetto può quindi scegliere, in base ai propri obiettivi, il tipo di proprietà più utile a lui tra quelle che il social network offre; il livello di utilità è legato, oltre che al tipo di obiettivo, alla struttura fisica del medium (viene definito medium ogni strumento artefatto in grado di permettere ai soggetti di superare i vincoli della comunicazione faccia a faccia, la situazione di interazione più naturale e antica, all’interno della quale i due soggetti interagenti devono essere contigui sia spazialmente che temporalmente), ai significati e alle pratiche associate al medium e al contesto in cui è collocato.

Le opportunità non sono tutte uguali, ma variano di importanza a seconda del bisogno sotteso e possiamo riconoscere che in questo senso i social network (i nuovi media) rispondono ad alcuni tra i bisogni fondamentali dell’essere umano:

–        Bisogni di sicurezza, in quanto in essi le persone con cui gli individui comunicano sono solo “amici” e non estranei; posso quindi decidere chi è “un amico”, controllare ciò che mostra di sé e della sua vita e commentarlo.

–        Bisogni associativi: con gli “amici” posso comunicare e scambiare opinioni, risorse, applicazioni e anche cercare qualcuno con cui intraprendere una relazione sentimentali.

–        Bisogni di autostima: io posso scegliermi gli “amici”, ma anche gli altri possono farlo, quindi “se in tanti mi hanno scelto come amico allora valgo”.

–        Bisogni di autorealizzazione: posso raccontare me stesso nel modo che preferisco e posso utilizzare le mie competenze anche per aiutare qualcuno dei miei “amici” che mi ascolta.

I social network rispondono alla definizione di “nuovi media”. Per superare i limiti ontologici inscritti in essa, l’uomo ha quindi creato degli strumenti, i “media” appunto, che gli hanno permesso di superare tale limitazione. I “media” sono come “dispositivi di mediazione” che da una parte facilitano il processo di comunicazione, superando i vincoli imposti dal faccia a faccia, dall’altra, ponendosi in mezzo tra i soggetti interagenti. Sostituiscono l’esperienza diretta dell’altra persona, con una percezione indiretta (mediata), essi non sono quindi oggetti neutri, cioè semplici “canali” attraverso i quali si trasmette un messaggio, ma a seconda del tipo di medium utilizzato, l’attività comunicativa dei soggetti interagenti viene influenzata a tre livelli:

–        Fisico: attraverso l’insieme delle caratteristiche naturali del medium (ad esempio il fatto che esista una bacheca, o il livello di tecnologizzazione del telefono cellulare che sto utilizzando).

–        Simbolico: l’insieme dei significati richiesti per poter utilizzare il medium ed espressi attraverso di esso. Ad esempio ogni social network utilizza una propria interfaccia che richiede una comprensione da parte dell’utente per essere utilizzata nel modo adeguato, oppure ogni gruppo può utilizzare consapevolmente o inconsapevolmente un linguaggio specialistico o un proprio gergo non immediatamente comprensibile a chi non ne è parte.

–        Pragmatico: attraverso l’insieme dei comportamenti con i quali il soggetto utilizza i social network, questi comportamenti sono legati alle opportunità e ai vincoli offerti dal medium utilizzato, da una parte, e dal contesto in cui ci si trova dall’altro.

Queste tre dimensioni sono tra loro in rapporto dialettico: il cambiamento di un elemento provoca un cambiamento anche negli altri.

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I social network implicano radicali e irreversibili cambiamenti nei processi comunicativi e nelle realazioni interpersonali. Essi provocano una vera e propria riconfigurazione delle opportunità di mediazione culturale, così profonda da mettere in crisi la soggettività e la corporeità degli utenti dei social network (http://mashable.com/2011/03/18/china-top-social-network/)

Essi modificano le pratiche dell’interazione sociale e obbligano ad adattarsi alla nuova situazione; rimuovono dall’interazione il corpo e i significati che porta con sé, rendendo autonomi i contenuti trasmessi.

Il social network richiede ai soggetti che stanno interagendo di adattare la loro comunicazione al medium che utilizzano, indi per cui, se essi non conoscono le caratteristiche del social network specifico, potrebbero interpretare in modo scorretto i messaggi, approdando a errate conclusioni; ma man mano che essi si adattano al medium, trovano nuovi strumenti per supplire alle loro limitazioni e arrivano a creare un nuovo sistema simbolico che può però diventare un ostacolo per utenti neofiti, che se non accetteranno le convenzioni, non potranno comprendere le comunicazioni tra utenti esperti.

Indipendentemente dal livello culturale dei soggetti e dalle loro possibilità di accesso alle tecnologie, ogni medium produce quindi uno squilibrio tra utenti esperti e non esperti, questo fenomeno viene definito come digital divide; questa espressione significa “divario”, “divisione digitale”, e indica la mancanza di accesso e di fruizione delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche. Nel caso specifico dei social network il divario, più che dalla disponibilità di disporre delle tecnologie necessarie ad utilizzarli, è prodotto proprio dalla possibilità di inscrivere quanto sta avvenendo in un’ ottica di senso.

Da un punto di vista relazionale, effetto ancor più importante dell’uso dei social network è la rimozione del corpo e dei significati connessi, dall’interazione, infatti nell’interazione faccia a faccia il soggetto “è il suo corpo” e questo permette negli individui l’attivazione di un sistema innato composto dai cosiddetti “neuroni specchio” (mirror), scoperti recentemente da ricerche nell’ambito delle scienze cognitive (http://www.youtube.com/watch?v=1G0GY0oQspE).

Si è infatti recentemente scoperto che nella corteccia premotoria è presente un gruppo di neuroni bimodali motori e percettivi, i neuroni specchio appunto, che si attivano sia durante l’esecuzione di azioni correlate a oggetti sia durante l’osservazione di un individuo che compie la stessa azione. Pare quindi esista un processo simulativo basato sulle informazioni ricavate dagli atti motori che fa quindi sì che l’io trasformi le informazioni visive in un atto motorio potenziale. Durante questo processo simulativo nell’osservatore si generano rappresentazioni interne degli stati corporei connessi all’azione e alla sensazione che sta osservando, “come se” stesse compiendo un’azione simile o provando la stessa emozione. Questi processi simulativi automatici e inconsapevoli, sono alla base del processo di riconoscimento e espressione emotiva (alfabetizzazione emotiva) che stà alla base, dell’“Intelligenza emotiva” (concetto teorizzato da Goleman nel 1995 nella famosa opera omonima), che si serve di quell’importantissimo fenomeno chiamato empatia, ovvero la capacità di riconoscere emozioni e sentimenti negli altri e offrire una risposta a questi congruente; nel frattempo, mettendosi “nei panni” degli altri e collegando emozioni e comportamenti, il soggetto impara a riconoscere e dare un senso anche alle propri stesse emozioni. Dal momento che però introduciamo un medium, il soggetto è “disincarnato” (disembodied) dal punto di vista del suo interlocutore e la fisicità del corpo umano viene sostituita da quella del medium, che nei social network consiste in un corpo virtuale, costituito di immagini parziali e contestualizzate, ciò comporta tre conseguenze. Innanzitutto la persona non può avvalersi del corpo dell’altro per comprendere le sue emozioni e questo si riflette sul processo di apprendimento delle proprie e altrui emozioni, che sarà quindi mancante di un importante punto di riferimento e ciò potrebbe favorire l’ “analfabetismo emotivo”. In secondo luogo il soggetto che comunica finisce per identificarsi con il messaggio in quanto (il soggetto è il messaggio), privato esso dell’aspetto corporeo, gli altri soggetti interagenti possono costruire la sua identità in modo indiretto, interpretando i messaggi e le immagini che egli condivide e che possono quindi formarsi, senza una conoscenza diretta e recente, un’ immagine sbagliata di lui. Ad esempio l’errore della pars pro toto, cioè l’identificazione del soggetto nel complesso, con le piccole parti della modalità con la quale egli si presenta; contemporaneamente però questo fenomeno può essere visto come una possibilità da parte del soggetto stesso che decide di costruirsi una presentazione “strategica”, proprio per trasmettere una precisa immagine di sé, impression management (http://thesituationist.wordpress.com/2008/03/03/social-networks/).

L’ultima conseguenza consiste nel fatto che il messaggio si separa dal soggetto per diventare un’entità a sé stante, autonoma da esso e stabile: mentre nel faccia a faccia il messaggio è “evanescente”, è legato ai soggetti interagenti e appena prodotto tende a scomparire e non può essere modificato, nel social network il messaggio tende a stabilizzarsi, avere vita propria e continua a produrre i suoi effetti anche a molta distanza di tempo, sui soggetti interagenti e sugli altri “amici”.

 

di Arianna De Batte

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I social Network più importanti nel mondo: perché sono così diffusi e quali vengono utilizzati di più?

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I social Network più importanti nel mondo: perché sono così diffusi e quali vengono utilizzati di più?

Pubblicato il 25 febbraio 2012 by redazione

Social-Network-e-ModaQuesta riflessione parte da un assunto fondamentale: l’uomo è un essere sociale.

L’esperienza sociale, quale essa sia, rappresenta un importante punto di riferimento per i comportamenti e le decisioni degli individui: è attraverso l’interazione sociale che costruiamo e condividiamo cultura, linguaggio e modalità d’espressione e in estrema analisi decidiamo chi vogliamo essere.

Che cos’è un social network?

Possiamo definire un social network una piattaforma basata sui nuovi media, che consente all’utente di gestire sia la propria rete sociale, sia la propria identità sociale.

Secondo le ricercatrici americane DanahBoyd e Nicole Ellison è sostanzialmente composto da tre elementi: la presenza di uno spazio virtuale nel quale l’utente possa costruire e esibire un profilo personale, profilo che deve essere accessibile da parte di tutti gli utenti dello spazio; la possibilità di creare una lista di altri utenti con i quali è possibile entrare in contatto e comunicare; la possibilità di analizzare le caratteristiche della propria rete, in particolare le connessioni degli altri utenti.

E’ quindi evidente come la principale caratteristica dei social network non sia quella di facilitare la creazione di nuove relazioni con sconosciuti (cosa che era già possibile prima dell’avvento dei social network, utilizzando forum e chat), ma ciò che li rende differenti rispetto ai nuovi media disponibili in precedenza, è la capacità di rendere visibili (a sé stessi e agli altri) e utilizzabili le proprie reti sociali, dal momento che è possibile identificare opportunità personali, relazionali e professionali, altrimenti non immediatamente evidenti.

Il cyberspazio

Fino all’avvento dei media le caratteristiche dell’identità e della rete sociale erano limitate dai vincoli spaziali e temporali cui ciascuno è soggetto, ma con la nascita di internet si sono ampliati i confini delle reti sociali, portando alla creazione di un nuovo spazio sociale, il “cyberspazio”, che unisce alcune caratteristiche delle reti sociali tradizionali (interazione, supporto e controllo sociale), con le caratteristiche del Web (multimedialità, creazione e condivisione di contenuti). Grazie al cyberspazio è possibile far entrare nella propria rete sociale anche amici “virtuali”, cioè persone mai incontrate del vivo e lo sviluppo di Internet e l’evoluzione della sua interfaccia, grazie al Web 2.0, rende possibile raccontare ai nostri contatti esperienze e sentimenti e avere un ruolo attivo nel definire le caratteristiche della propria “posizione” (ruolo), all’interno dei gruppi sociali di riferimento; allo stesso tempo le possibilità di ricerca e analisi offerte da Internet, consentono di verificare la “posizione” degli altri e confrontarla con la propria.

Il social networking nasce infatti dall’incrocio di queste due tendenze: nuovi media come supporto alla propria rete sociale (organizzazione ed estensione di essa) e espressione della propria identità sociale (descrizione e definizione) e/o come strumento per analizzare la rete e l’identità sociale degli altri membri (esplorazione e confronto).

Twitter-HelpI social network sono diventati popolarissimi grazie all’uso di Facebook, My Space e Twitter, le cui caratteristiche stanno cambiando radicalmente le abitudini della popolazione occidentale; gli ultimi dati rilevano che dieci milioni di italiani sono iscritti a Facebook e di questi quasi un terzo trascorre almeno un’ora al giorno sul social network, per rimanere in contatto con i propri amici, reali o virtuali.

La principale novità dei social network è quella di permettere l’unione dell’esperienza sociale della nostra vita reale, con il “cyberspazio”, creando uno spazio sociale ibrido assolutamente inedito, che definiamo “interrealtà”. Insomma, la diffusione dei social network ha permesso di far entrare il virtuale nel nostro mondo reale e viceversa, offrendoci un potentissimo strumento di creazione e/o modifica della nostra esperienza sociale; per secoli gli uomini hanno avuto, come unica modalità di relazione, l’interazione faccia a faccia, ora i social network e la riduzione dei confini tra reale e virtuale stanno modificando significativamente le relazioni sociali.

Le relazioni possibili in un social network sono di due tipi: bidirezionali o “a stella”. La prima modalità è quella che risponde la concetto di “amicizia” (ricordiamo che il concetto di “amico” su Facebook è molto diverso dal significato che tale termine ricopre nella realtà, infatti, per costruirsi la cerchia dei propri contatti, si parte inizialmente dalla cerchia di amicizie reali, ma poi ci si estende a conoscenze vaghe, fino a illustri sconosciuti),  ovvero entrambi gli utenti accedono al profilo dell’altro e possono contattarsi tramite e-mail, poi, a seconda del social network che si sta utilizzando, possono leggere e/o scrivere ognuno sulla bacheca dell’altro, citarsi a vicenda o richiedere i pareri sulle note, esplorarne le reti sociali per verificare la presenza di contatti interessanti (persone o gruppi), conoscere le azioni compiute dall’altro all’interno del social network, scambiare file o giochi ecc… Attraverso questo meccanismo si crea una rete sociale chiusa all’interno della quale possono entrare solo le persone accettate come “amici” e al cui interno nessuno è totalmente sconosciuto e chiunque è identificabile come “amico” di qualcun’altro. Per questo, per avere notizie riguardo uno specifico utente, oltre che contattarlo direttamente, posso chiedere informazioni alla sua rete sociale.

La seconda modalità è quella “a stella” (tipica ad esempio di Twitter), è quella che distingue esplicitamente tra emittente e ricevente, ovvero i messaggi dell’emittente possono essere generali, cioè condivisi con tutti i riceventi presenti nella sua rete sociale, oppure individuali, cioè diretti a uno specifico ricevente; l’utente ricevente può rispondere ai messaggi dell’emittente, ma non contattare direttamente gli altri soggetti riceventi a meno che non si venga esplicitamente autorizzati a farlo. In base a tale meccanismo un utente può essere sia emittente che ricevente a seconda della rete sociale cui è connesso (in una rete di questo tipo si può ad esempio contattare un gruppo musicale di interesse o un personaggio famoso, diventandone “seguace”, iniziando cioè a “seguirlo”).

Se la modalità di relazione bidirezionale consente di creare reti chiuse composte solo da “amici di amici”, la modalità di relazione a stella crea reti aperte all’interno delle quali la maggior parte di utenti riceventi (i followers) non ha altri contatti con l’emittente se non quello della rete sociale in questione (per cui non si tratta solitamente di amici “reali”); ciò che quindi unisce emittente e ricevente non è un bisogno analogo, ma complementare: gli emittenti cercano visibilità, i riceventi sono curiosi di conoscere la vita (di personaggi famosi) o le impressioni (di esperti di un tema specifico) degli emittenti scelti (ed è per questo motivo che questo social network è utilizzato da una particolare tipologia d’utenti e presenta ottiche di senso e obiettivi peculiari).

Pubblicizzare” un prodotto d’eccezione: noi stessi

Per quanto riguarda l’identità sociale, o meglio del suo aspetto “esterno”, di visibilità, i social network permettono di decidere come presentarsi alle persone che compongono la rete (con un processo che possiamo definire impressionmanagment, nel quale mettiamo in atto una sorta di tecnica di marketing per “pubblicizzare” un prodotto d’eccezione: noi stessi) e in merito gli strumenti sono di due tipi: individuali e di gruppo.

Gli strumenti individuali sono molteplici: il primo è il profilo: esso permette di descriversi in modo codificato, cioè rispettando una serie di parametri predefiniti dal social network che si sta utilizzando (attività, interessi, musica preferita, programmi TV ecc..); a seconda della politica adottata dal social network, i profili possono essere totalmente pubblici, parzialmente pubblici o accessibili a pagamento. Il secondo strumento è la possibilità di condividere contenuti multimediali come foto e video.

Infine, se presente nel social network in questione, l’utente può utilizzare la propria bacheca o quella dell’amico, per raccontare cosa sta facendo o pensando o esprimere opinioni (alcuni social network, come ad esempio Twitter, si sono specializzati nel permettere di condividere in tempo reale eventi e impressioni, utilizzando messaggi di testo o contenuti multimediali).

Per quanto riguarda gli strumenti di gruppo invece i principali sono: i gruppi, che consentono a più persone di aggregarsi secondo un interesse comune; è possibile creare un proprio gruppo, sia iscriversi a uno già esistente, l’accesso al quale può essere libero (gruppo pubblico), richiedere l’autorizzazione dell’amministratore (gruppo privato) o il suo invito (gruppo segreto). Per ogni gruppo vi è un profilo provvisto di immagine, breve descrizione e tipologia di riferimento per indecizzarlo (affari, arte, politica, spettacolo ecc..); la partecipazione ad esso consente ad ogni utente di inviare messaggi agli altri partecipanti e visualizzare quelli inviati al gruppo.

Gli eventi: essi, al contrario dei gruppi, hanno un luogo e una scadenza, una precisa descrizione spazio-temporale, si tratta infatti di feste, concerti, incontri o appuntamenti che si vogliono segnalare alla propria rete di amici o al proprio gruppo; l’autore dell’evento, al momento della creazione, può decidere il livello di visibilità e a chi inviare l’invito, se a tutta la propria rete o solo ad alcuni membri. Questi primi due strumenti sono perlopiù comuni alla maggior parte dei social network, mentre invece solo in alcuni di essi sono disponibili anche le applicazioni che consentono una descrizione ancor più dettagliata della propria identità sociale (ad esempio su Facebook vi è l’applicazione “causes”, che permette di segnalare e sostenere cause di ogni tipo).

Appare evidente che quindi i diversi social network presentano caratteristiche differenti che si aprono a diverse modalità d’uso e nascono quindi con obiettivi differenziati, motivo per cui non vengono utilizzati indiscriminatamente da qualsiasi fascia d’età, ma le diverse tipologie di utenti li usano a seconda di come possono soddisfare, ognuno in maniera specifica, bisogni e esigenze particolari. Sicuramente, come già ricordato sopra, i principali social network per numero di utenti sono Twitter, Facebook e My Space, anche se quest’ultimo possiamo considerarlo ormai “defunto” e in un certo senso anche gli altri due..non se la passano tanto bene! I social network infatti proliferano come funghi e ne nascono continuamente di nuovi, destinati a soppiantare in breve tempo quelli che ora stiamo utilizzando.

Ma torniamo alle origini…

Da un punto di vista storico, nella fase che potremmo chiamare “delle origini”, il primo social network in assoluto nasce da una semplice esigenza, ovviare alla presenza di informazioni false e malintenzionati nei siti di incontri online, offrendo questa possibilità in un ambiente più sicuro e controllato; nel 1997 viene quindi creato da Andrew Weinreich Sixdegrees.co (www.sixdegrees.com). Nella fase “di maturazione” si collocano Ryze.com e Friendster; il primo fu creato da Adrian Scott nel 2001 ed è il primo social network pensato per l’ambito commerciale e professionale, l’obbiettivo non è quindi trovare l’anima gemella, ma fare affari insieme, Friendster fu invece creato nel 2002 da Jonathan Abrams e fu pensato come un’ evoluzione di Sixdegrees, esso non si differenzia molto, dal punto di vista delle caratteristiche generali, dagli odierni social network e si sviluppò grazie al coinvolgimento di tre comunità “di nicchia” realmente esistenti: i blogger, gli omosessuali della California e i partecipanti al Burning Man Art Festival ( http://www.burningman.com/ ), (evento artistico-espressivo che si tiene annualmente nel Black Rock Desert, in Nevada) e raggiunse in un anno la quota di trecentomila utenti.

A partire dal 2003 abbiamo poi la fase “espressiva” che è rappresentata principalmente da tre differemyspace_artistanti social network: My Space, Facebook e Twitter, gli unici, che fra i numerosissimi social network presenti sulla scena, sono riusciti a superare il contesto di nicchia o regionale e raggiungere la dimensione globale. My Space nasce nel 2003 ad opera di Tom Anderson e Chris De Wolfe ed è il primo social network che permette una personalizzazione del proprio profilo con l’inserimento di immagini, video e suoni, ciò ha fatto sì che diventasse il social network di riferimento per musicisti e cantanti emergenti che solitamente lo usavano per presentare le proprie canzoni e renderle disponibili per il download gratuito, oggi però ciò non è più precluso ai social network concorrenti. Facebook nasce nel 2004, ad opera del diciannovenne studente dell’Università di Harvard, Mark Zuckerberg, che crea il sito TheFacebook.com, che voleva essere la versione online dell’annuario dell’università, che include i profili e le foto degli iscritti (“face” = “volto” e “book” = “libro”), successivamente furono incrementate le opportunità relazionali ed espressive del servizio, inserendo nuovi elementi (come “bacheca”, “foto”, “note”, “gruppi”, “eventi”) e consentendo l’accesso a tutti gli utenti Internet di età superiore ai tredici anni. A partire dal 2009 Facebook sarà il social network più utilizzato al mondo e negli Stati Uniti, superando persino Google, il principale motore di ricerca al mondo, per pagine viste.

Nel 2006 infine viene creato Twitter. Pensato da Jack Dorsey, per essere usato anche in mobilità, tramite telefono cellulare, si propone due scopi principali: raccontarsi e sapere cosa fanno gli altri (“to tweet” = “cinguettare); Twitter può essere fruito tramite sms e sfrutta la modalità relazionale a stella, vi è un emittente (following) che manda un messaggio e un ricevente (“follower” = “seguace”). Se inizialmente solo Twitter consentiva l’utilizzo mediante telefono cellulare, ora questo è possibile per tutti i social network. Se Facebook ha avuto il merito di unire più aspetti relazionali e connettere le persone maggiormente (inserendo oltre alla presentazione tramite profilo anche la possibilità di condividere link, foto, la chat, i private messages, i gruppi, gli eventi eccetera) e per questo motivo attualmente è il social network più utilizzato al mondo e il preferito dal popolo teen.

Twitter presenta un aspetto maggiormente professionale e informativo (più che connetere le persone, in un certo senso le “mette in vetrina”), esso è infatti definito un “information network” ed è maggiormente utilizzato dalla fascia d’età tra i 25 e i 35 anni, con un medio/alto livello socioeconomico e culturale, oltre che essere visto come particolarmente fruttuoso per specifiche aree professionali in particolare.

Oltre ai social network più popolari se ne stanno sviluppando molti altri, a seconda dell’esigenza e della fantasia degli utenti.

Sempre a scopo della ricerca della professione e della presentazione in rete del proprio curriculum LinkedIn è sicuramente tra i più famosi.

Mentre invece può essere considerato un flop il tentativo di soppiantare Facebook da parte di Google con il recente (e già “caduto in disgrazia”) Google plus.

Couchsurfing, è utilizzato dai globtrotter di tutto il mondo per condividere le proprie esperienze di viaggio e dare e ricevere ospitalità.

Anobii, una sorta di libreria virtuale dell’utente con connesse recensioni.

Miso, che si basa sulla condivisione di serie Tv da fruire online.

Attualmente Twitter e Facebook rappresentano i servizi più avanzati nello sviluppo dei social network, ma non certamente il loro punto di arrivo.

di  Arianna De Batte

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