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Gli incidenti nucleari – 50 anni di silenzio e menzogne

Pubblicato il 03 novembre 2023 by redazione

Parlando di incidenti che coinvolgano armamenti nucleari, un brivido scorre subito dietro la schiena, anche al pubblico meno esperto in materia….ed in effetti, tranne qualche caso eclatante che è entrato nella storia, per fortuna o per  capacita, si pensa che non siano molti e non molto gravi, giusto? No, sbagliato: la realtà è ben diversa e molto più agghiacciante, specie quando si gioca con le armi più letali  e venefiche che la fantasia umana potesse inventare. Ebbene sì: stando a uno studio basato sui dossier declassificati, ovvero a cui è stato tolto il segreto di stato, Greenpeace ha rivelato che gli incidenti, dai più lievi (ad esempio,  con il coinvolgimento di ordigni in realtà privi di esplosivi) a quelli con la perdita totale, dicasi totale, di testate e/o di reattori nucleari “live”, cioè operativi. Ma se contiamo i documenti declassificati e certi arrivano “solo” al 1989… (1) Mettiamocelo bene in testa prima di iniziare questa discesa nei moderni inferi sulla terra: tutti gli incidenti che coinvolgano reparti militari, sia durante la guerra fredda che oggi, sia da un lato che dall’altro di ogni schieramento, di base sono coperti da segreto militare o di stato non appena è possibile, o quantomeno minimizzati, fino all’irresponsabilità totale, in nome del supremo interesse alla difesa nazionale (ed agli enormi investimenti che ci girano attorno).

L’era atomica si apre subito con i primi incidenti. Siamo nell’era del potere aereo, praticamente quasi tutti gli incidenti sono di volo.  Il 13 febbraio 1950, un Convair B36B  l’ultimo dei grandi bombardieri strategici a elica della United States Air Force, U.S.A.F., durante una serie di voli in ambiente invernale tra l’aeroporto militare Eielson, vicino a Fairbanks nello stato dell’Alaska e quello di Carswell in Texas, destinati a valutare attacchi di bombardieri sovietici in cattive condizioni di tempo, dopo 6 ore di volo perde per formazioni di ghiaccio nei carburatori 3 motori su 6 ed è costretto a interrompere la missione. Nel vano bombe è contenuta una bomba al plutonio della classe di Fat Man, quella che incenerì Nagasaki. Il nucleo in plutonio per fortuna è assente, ma è presente il detonatore nucleare in Uranio e l’innesco in tritolo convenzionale. Il bombardiere fece dietrofront e sganciò la bomba, secondo il rapporto ufficiale, sull’Oceano Pacifico al largo della regione canadese della British Columbia, da un’altezza di circa 2.400 metri, con l’innesco attivato per  distruggere l’ordigno al contatto con la superficie marina. Dodici dei diciassette membri dell’equipaggio si salvano dopo il lancio col paracadute e sono recuperati sull’isola Royal Princess Island, cinque probabilmente cadono in mare e muoiono assiderati, compreso il comandante. L’aereo proseguirà inaspettatamente la sua corsa così alleggerito, fino al monte Kologet, dove 4 anni dopo una squadra americana e canadese lo troverà quasi intatto. Già questo fu motivo di grave imbarazzo per il Departement of Defense americano, e per lo Strategic Air Command  a cui apparteneva l’aereo. Difatti inizialmente era stato dichiarato che l’aereo era caduto in mare, poi sull’isola di Vancouver, per poi scoprire che incontrollato (e senza la totale sicurezza dell’avvenuto sgancio dell’ordigno atomico) se ne era andato a spasso cadendo fra due città a ridosso del confine fra Alaska e Canada. E’ il primo incidente, di una lunga serie,  che nel codice casistico americano viene definito broken arrow la freccia spezzata, che indica la perdita o la distruzione di un ordigno atomico senza un conflitto in corso o il pericolo di provocarne uno.

11 aprile 1950 è la volta di un Boeing B29, lo stesso modello di aereo dei bombardamenti atomici sul Giappone, che dopo tre minuti dal decollo dalla Kirtland Air Force Base nel New Mexico, si schianta su una montagna mentre cercava in emergenza di raggiungere la Manzano Air Base. A bordo un’arma all’uranio, non innescata e ben 4 detonatori per altrettante armi. Nonostante l’impatto e l’incendio di tutto il carburante che distrusse completamente i corpi dei 13 membri dell’equipaggio, il pit ovvero il contenitore corazzato del materiale fissile resse, per cui non vi fu contaminazione ambientale.

13 luglio 1950 ci risiamo: un B50, evoluzione del B29, decollato dalla Biggs AFB (4), si schianta vicino a Lebanon nell’Ohio. Le cause non vennero mai accertate, stante che l’intero equipaggio di 16 persone perì nel rogo. La bomba modello Mark 4 per fortuna anche stavolta non aveva esplosivo nucleare, nemmeno nel detonatore.  Si conti anche che nella febbre crescente della guerra fredda e della corsa all’atomo i vertici politici e militari dovevano essere sempre in piena efficienza anche con la tecnologia all’epoca a disposizione, quella degli anni ‘40, sottoponendo il personale e le macchine a una precoce usura e all’impietosa legge delle probabilità. Anche dall’altro lato della barricata si ebbero conseguenze tragiche.

5 agosto 1950 proseguì l’anno nero dei bombardieri americani: un B29 in decollo dalla Fairchild – Suisun AFB in California perse due eliche e non riuscì a fermarsi, andando a finire fuori pista a 200 metri da un campeggio affollato. L’incendio uccise 19 uomini tra equipaggi, pompieri ed il generale Travis, a cui venne intitolata la base. La bomba a bordo, per fortuna non conteneva esplosivo nucleare, era stato appena scaricato… (1) (2)

10 novembre 1950 un B50 dichiara emergenza durante un volo di addestramento e viene autorizzato a sganciare la bomba da 3.200 metri di quota sul Fiume San Lorenzo, con i detonatori impostati per esplodere a 760 metri. L’aereo proveniva dal Quebéc, per cui l’incidente procurò irritazione da parte del governo canadese ed imbarazzo americano, che dovette ammettere di movimentare ordigni potenzialmente atomizzanti anche all’insaputa di vicini e alleati come il Canada… Ma gli incidenti, invece che far ripensare la politica delle sentinelle armate, spinsero ad aumentare la ricerca tecnologica sui congegni di sicurezza, le esperienze (cioè, i test nucleari, fino al 1962 in atmosfera), le procedure nei reparti, in una parola  a volare e a navigare sempre di più, e sempre più spesso con ordigni più nuovi e potenti. E soprattutto, sempre più spesso che in passato, con testate war ready (3). Le procedure di volo e i tipi di ordigni trasportabili subiscono una  drastica revisione , ma si continua a volare con l’atomo a bordo…

Febbraio 1955 è la volta degli inglesi, dei cui disastri si sa abbastanza poco, che perdono la nave appoggio della Royal Navy HMS Fory Rosalie, carica (a quanto pare) con ben 1500 contenitori, da una tonnellata ciascuno, di ossidi di uranio e residui vari di lavorazione, tutto altamente tossico e radioattivo. Ancora oggi è lì, a 1.600 chilometri dalle coste inglesi e 2000 metri circa sul fondo dell’Atlantico.

10 marzo 1956 l’U.S.A.F.  un Boeing B47E  Stratojet del 306 stormo da bombardamento in volo dalla McDill AFB sul Mediterraneo, mentre si sta avvicinando ad una cisterna volante per effettuare il rifornimento in volo, entra in una nuvola: da quel momento se ne perdono completamente le tracce. A bordo vi erano due capsule nucleari, ma non gli ordigni completi.

27 luglio 56, a Lakenheat in Inghilterra, un altro B47 sta eseguendo una serie di touch and go, ovvero atterraggi interrotti al momento di toccare la pista, allenandosi ad eseguire il decollo nel più breve tempo possibile. Il pilota perde il controllo del velivolo che va a centrare un bunker in cui sono custodite 3 testate atomiche Mark 6 da 4 megatoni ciascuna (http://www.youtube.com/watch?v=vFxiRgEUwBI&feature=related). Tutti e tre gli aviatori morirono, nonostante il danno non vi fu dispersione di radiazioni nell’ambiente.

22 maggio 1957: mentre un esamotore B36B si appresta ad atterrare a Kirtland AFB, l’armiere controlla le spine di sicurezza di due bombe all’idrogeno Mark 14 nel vano armi, una si sgancia e precipita portandosi dietro nel vuoto parte dei travetti d’ancoraggio e dei portelli sfondati… Anche in questo caso le procedure che fanno tenere separato l’innesco dalla testata vera e propria impedirono una deflagrazione atomica, anche se la parte in esplosivo convenzionale distrugge la bomba al contatto col suolo.

28 luglio dello stesso anno: un Douglas C124 da trasporto mentre sorvola l’Atlantico, subì una perdita di potenza a 2 dei 4 motori ed il pilota (secondo il protocollo operativo) fece scaricare dalla stiva 2 armi atomiche, sulle 3 che trasportava, che dovevano esser consegnate alle forze aeree in Europa. Gli ordigni sono ancora dati per dispersi.

Anche dall’altro lato della cortina di ferro, dove il disinteresse tipico dei sovietici verso le conseguenze ambientali,  rispetto agli obiettivi strategici e la paranoia per la segretezza, non impediscono il trapelare di notizie ancora più tremende: se pensate che Chernobyl sia una tragedia immane, forse non avete mai sentito parlare di Mayak. Questo è un centro di ricerca segreto creato nella catena montuosa degli Urali  tra il 1945 e il 1948 per portare alla prima bomba sovietica, difatti il plutonio del primo esperimento russo del 1949 veniva da qui.  Attorno a  questo centro sorgono interi complessi segretissimi, vere città dove c’è tutto e dove vivono e lavorano in migliaia coinvolti nel programma militare dell’URSS. Dopo che il rilascio di residui nucleari nelle acque aveva inquinato fiumi e laghi sin quasi all’Oceano Artico, vengono creati immensi silos dove si stoccano i rifiuti della produzione fissile, come nitrati, acidi e altri inquinanti fortemente radioattivi, dotati di sistemi di raffreddamento. Nel settembre 1957 l’avaria al sistema di uno di questi provoca un surriscaldamento del silo fino alla sua esplosione. Naturalmente le autorità militari (ricordiamo le reticenze russe dopo Chernobyl, figuriamoci durante l’era Stalin) non informarono nessuno, ma nel giro di pochi giorni il fall out radioattivo, con la sua scia tracciabilissima di cesio 137 e Stronzio90 uccide più di 100 addetti intenti ad arginare il disastro. Il vento portò la nube radioattiva e tossica fino a 350 km dai complessi militari Chelyabinsk 40  e 65 in cui Mayak è inserita. In poche ore vennero evacuati 800 chilometri quadrati e quasi 10mila  persone, con la scusa di una misteriosa epidemia. Menzogna credibile, visto che moltissime vittime arrivavano in ospedale con perdite di sangue e brandelli di pelle che si staccavano, come per ustioni invisibili. Da allora l’area fu dichiarata off limits  e secondo un rapporto desegretato solo pochi anni fa, più di 8000 persone morirono di tumore  e altre patologie dovute alla contaminazione subita in quei giorni. Dopo Fukushima e Chernobyl  è il terzo più grave incidente della storia, e quasi sconosciuto ai più ancora oggi.

Poco dopo, di nuovo negli States, un altro B47 va distrutto mentre sta decollando con una bomba Mark 4 nella stiva da Homestead AFB in Florida, per una delle consuete guardie armate volanti. Altra bomba distrutta nel rogo, altra dispersione di  radiazioni sul terreno.

Il 31 gennaio l’equipaggio di un B47 sta simulando un decollo rapido su allarme, quando la ruota del carrello di coda esplode e l’aereo va fuori pista. Migliaia di chili di carburante consumano il velivolo senza che si possa fare molto, per ben 7 ore. Il nome della base non venne rivelato, ma molte fonti la identificano con Sidi Slimane, nel Marocco francese. Secondo le autorità l’inquinamento fu forte solo fra i rottami e l’area immediatamente circostante, versione poco credibile se si sono danneggiati i contenitori delle due bombe…..

5 febbraio 1958, nella notte i peggiori incubi divennero realtà: durante un’esercitazione notturna, un B47 sta tornando alla Homestead AFB, quando al largo delle coste della Georgia viene affiancato da due caccia North American F86 Sabre. Il maggiore Howard Richardson ai comandi del bombardiere vede i caccia, ma evidentemente uno di essi non vede lui… investe l’ala destra del bombardiere ed esplode in una palla di fuoco. Il pilota del caccia ha appena fatto in tempo ad azionare il seggiolino eiettabile del jet… l’ala del B47 è perforata, manca uno dei turbogetti, perde carburante e l’aereo è a malapena controllabile. Richardson dichiarò l’emergenza e raggiunse la costa, cercando di atterrare per ben tre volte, ma le condizioni dell’aereo lo resero impossibile. Il comando decise allora di autorizzare Richardson a sganciare il carico in mare, che venne lanciato poco distante da Tybee Island, verso la foce del fiume Savannah. E queste sono le buone notizie : le cattive sono che l’arma in questione è una modello Mark 15 O, una bomba H, a fusione d’idrogeno. Cento volte la capacità distruttiva di quella a fissione di Hiroshima. E questa volta è innescata. Nonostante tutti e tre i membri dell’equipaggio prendano le coordinate del luogo di sgancio e dichiarino di aver visto l’impatto in mare della bomba, le successive ricerche frenetiche non portano a nulla. Tanto più che i dati registrati da ciascun membro dell’equipaggio differiscono fra loro… forse lo stress del momento, il buio, o forse che non tutta la verità sull’incidente è stata mai detta. Da allora la bomba non è stata mai più vista, mentre il mare sicuramente ora sta corrodendo lentamente la copertura del plutonio, uno dei materiali più velenosi conosciuti, oltre che  radioattivo. Inoltre, il litio e il deuterio nella bottiglia al centro della bomba, il carburante  per la fusione atomica, sono molto reattivi se vengono a contatto dell’acqua(5).

Febbraio 1958 sulla base inglese di Greenham Common e durante il decollo, un B47E  subisce un calo di potenza ad alcuni dei sei motori a getto. Il pilota reagisce sganciando due serbatoi supplementari di carburante, ritenendo di essere ormai abbastanza lontano dalla base, ma in realtà vanno a colpire un altro B47 in preparazione al volo, carico di 2 bombe nucleari. E’ come se gli fosse stata lanciata addosso una bomba al napal. L’incendio durò 16 ore, distrusse l’aereo, un hangar, uccise due pompieri e ne ferì altri 8. Naturalmente le autorità negarono l’accaduto e solo nel 1985 lo ammisero, ma sempre negando la presenza a bordo di plutonio o uranio. Ancora oggi non si sa l’entità della probabile dispersione nell’ambiente e nel suolo. Solo l’abnegazione del personale di terra probabilmente evitò una tragedia ben peggiore.

11 marzo 1958, l’annus horribilis dei B47 proseguì quando l’equipaggio di un altro B47E decollato dalla Hunter AFB vide andare in tilt gli impianti elettrici e non riuscì a impedire al sistema d’arma di sganciare un ordigno nucleare sulla città di Savannah, che si spiaccicò su una casa, ferendo alcune persone e sopratutto cospargendo  l’area di detriti radioattivi. Ma i militari minimizzarono come sempre… poi il 4 novembre alla Dyess AFB brucia un altro B47, il 26 novembre ne va a fuoco un altro sulla Chennault AFB, con lievi dispersioni di materiale atomico.

18 gennaio 1959, l’anno si apre con un’incidente mai chiarito fino in fondo, che il  coinvolge un caccia tattico North American F 100 Supersabre, i cui serbatoi supplementari si sganciano durante il riscaldamento del turboreattore sulla pista. L’aereo va completamente distrutto così come l’arma agganciata sotto il ventre dell’aereo. Non si conosce nulla circa l’eventuale dispersione, né la base dove è avvenuto l’incidente, nel report si parla genericamente del Pacifico.

6 luglio 1959 ancora un trasporto C124 fallisce il decollo dalla Barksdale AFB e si schianta andando completamente distrutto, la bomba nella stiva seguì il suo destino e non si conosce ancora oggi il grado di contaminazione esterna.

25 settembre 1959 è la volta della marina, la US Navy, a perdere un idrovolante pattugliatore antisom Martin P5M, costretto ad un ammaraggio di fortuna Puget Sound, a largo dello stato di Washington. A bordo una bomba di profondità nucleare, priva di spoletta atomica, si staccò dal travetto a cui era agganciata e non venne mai recuperata.

15 ottobre 1959, i memorabili fifties si chiudono, almeno ufficialmente, con un incidente che coinvolse un Boeing  B52C Stratofortress, decollato dalla Columbus AFB nel Mississippi ed un KC 135 che si apprestava a rifornirlo in volo. I due aerei  entrarono in collisione e il B52 precipitò. Degli 8 uomini dell’equipaggio, 4 riuscirono a lanciarsi, gli altri perirono nell’aereo. Delle quattro bombe a caduta nella stiva, tre furono recuperate praticamente intatte perché si aprirono i paracadute-freno e (soprattutto) i sistemi di sicurezza bloccarono le armi evitando esplosioni accidentali. La quarta fu ritrovata danneggiata poco lontano dalle altre, ma senza disperdere materiale fissile nell’ambiente. (continua)

 

 

 

 

di Davide Migliore

 

(1) http://www.legambienteamelia.it/2008/06/lista-incidenti-nucleari-nel-mondo/ circolo Legambiente dell’amerino, lista degli incidenti nucleari

(2) http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_military_nuclear_accidents  wikipedia, lista incidenti nucleari della U.S. Air Force e impianti correlati alle armi atomiche.

(3)trd. inglese “pronti all’uso bellico”.

(4) AFB, acronimo per Air Force Base, base dell’aeronautica militare.

(5) http://www.commondreams.org/views01/0803-08.htm “In These Times, 1 august 2001 edition”,  la prima bomba H perduta

Fonti generali: “Aerei”  mensile febbraio 1991, n.2 , “storia segreta degli incidenti nucleari”

Shaun Gregory – Alistair Edwards “A Handbook of Nuclear Weapons Accidents”, University of Bradford, Bradford 1986

http://www.user.dccnet.com/welcomewoods/Nuclear_Free_Georgia_Strait/b_arrow1.html Broken Arrow, la prima bomba atomica perduta

 

Foto 1

L’arrivo a Carswell AFB del primo Convair B36A “Peaccemaker” nel giugno 1948. Sviluppato troppo tardi per entrare in servizio nel 2° conflitto mondiale, rappresenta bene la filosofia del “sempre più grande, sempre più in alto” seguita dalla fine degli anni 30 nello sviluppo dei bombardieri plurimotori. Per le dimensioni, si confronti con il Boeing B29B Superfortress (il bombardiere che devastò le città giapponesi ed effettuò i due attacchi nucleari di Hiroshima e Nagasaki) alla sua sinistra e le dimensioni delle persone sulla pista…. Superato dall’era dei jet e dei missili intercontinentali, già nel 1956 venne ritirato dal servizio, ma senza troppi rimpianti, vista la facilità alle avarie a cui era incline e dovute alla inconsueta posizione dei motori sulle ali, con le eliche in configurazione spingente.

Video

http://www.youtube.com/watch?v=vFxiRgEUwBI&feature=related  l’atterraggio in emergenza di un B47E su una base del SAC (Strategic Air Command) durante gli anni 50. Questo dà un’idea della facilità con cui gli incidenti di volo potessero accadere e di quanto fosse facile un incendio a bordo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Se il petrolio finisse domani… Aftermath: World without oil

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Se il petrolio finisse domani… Aftermath: World without oil

Pubblicato il 10 novembre 2015 by redazione

Intro_petrolio

 

Quanto dipendiamo dall’oro nero lo ha ipotizzato Rob Minkoff

Vi siete mai chiesti cosa accadrebbe se il petrolio finisse domani, all’improvviso? Se non l’avete mai fatto (come è probabile che sia), sappiate che al posto vostro ci ha pensato Rob Minkoff, ideatore per la televisione canadese del documentario Aftermath: World without oil, in cui si ipotizzano gli effetti che avrebbe sulla nostra vita la scomparsa improvvisa di questo combustibile fossile. Il punto di partenza del documentario è sicuramente fantascientifico, in quanto (purtroppo o per fortuna) la fine del petrolio non è così imminente; tuttavia costituisce un’ottima base per andare ad analizzare quanto profonda sia la nostra dipendenza dall’oro nero. Esso, infatti, a causa della sua versatilità e del suo relativamente basso costo di estrazione, viene utilizzato per gli scopi più disparati, dalla produzione di energia (il 90% di quella utilizzata per i trasporti deriva dal petrolio), alla fabbricazione di materie plastiche, fertilizzanti, medicinali, cosmetici e molto altro.

 

Un giorno senza petrolio

AftermathWorldWithoutOil

Il primo giorno dopo la fine del petrolio viene ipotizzato come il più difficile da affrontare dal punto di vista psicologico: i Governi degli Stati, mossi dall’incertezza sul da farsi e dal panico dei cittadini, compiono mosse che cercano di diminuirne il più possibile il consumo. Le Nazioni esportatrici decidono, così, di richiamare le proprie navi cariche di greggio e, in generale, tutti i Paesi fermano i mezzi di trasporto che non ritengono di vitale importanza (compresi gli aerei).

Allo stesso tempo, l’economia e la finanza subiscono un grave tracollo: le contrattazioni in borsa vengono sospese a causa del panico (così com’è avvenuto dopo l’11 settembre) e milioni di lavoratori, legati direttamente o indirettamente al settore petrolifero, rimangono a casa disoccupati.

Uno dei Paesi a subire le conseguenze più gravi sono gli Stati Uniti, che, pur avendo a disposizione una riserva di 725 milioni di barili di greggio, ogni giorno ne importano 8 milioni e ne consumano più del doppio.

 

Cinque giorni senza petrolio

Dopo nemmeno una settimana senza petrolio, il mondo occidentale deve affrontare un numero sempre crescente di difficoltà dal punto di vista socio-economico. Le borse continuano a rimanere chiuse e la disoccupazione si attesta ormai oltre il 30%. Senza combustibile per i trasporti, inoltre, diventa impossibile rifornire di cibo le grandi città, circostanza che causa i primi disordini. Contemporaneamente, però, le persone sono costrette dalla necessità a tenere un comportamento più virtuoso: se prima della fine del petrolio il 30% del cibo veniva scartato (anche a causa di piccole imperfezioni), ora tutto ciò che è disponibile, e non pesantemente avariato, viene consumato.

Anche dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico la situazione è in continuo peggioramento e i blackout sono ormai una realtà costante: il 40% dell’energia elettrica è prodotta dalla combustione del carbone, ma le centrali non possono più essere rifornite a causa dell’assenza di carburante per i treni. Nelle città questo implica sempre maggiori difficoltà nel portare avanti i servizi essenziali, in particolare quello sanitario.

 

Trenta giorni senza petrolio

Passato un mese senza petrolio, i Governi hanno ormai razionalizzato l’utilizzo delle proprie riserve, che vengono impiegate quasi esclusivamente per muovere i mezzi di soccorso e i treni, in modo tale da rifornire le città di cibo (anche i treni passeggeri vengono riconvertiti a questo scopo) e le centrali elettriche. Nel frattempo, tuttavia, si è sviluppata la ricerca di fonti alternative: in particolare iniziano gli investimenti nelle colture di canna da zucchero e mais, per la produzione di etanolo, e in quelle di soia, che può essere trasformata in biodiesel. I Paesi che producono già etanolo in grande quantità, infatti, sono ancora in grado di far circolare le proprie auto.

 

Cinque mesi senza petrolio

La prolungata assenza dell’oro nero inizia ad avere il proprio forte impatto anche a livello igienico-sanitario: nelle grandi città la spazzatura non viene più smaltita, andando così a creare enormi accumuli di rifiuti, e, contemporaneamente, negli ospedali inizia a scarseggiare l’equipaggiamento sanitario (per la produzione di gran parte del quale viene utilizzato il petrolio), fenomeno che porta alla diffusione repentina di infezioni.

A livello internazionale, i Paesi estrattori di petrolio sono in enorme difficoltà (si pensi che l’Arabia Saudita basa il 90% della propria economia sull’estrazione del greggio), così come anche quei Paesi che dipendono in gran parte delle importazioni, come il Giappone.

La maggior parte degli Stati ha messo in campo piani per aumentare le colture di cereali e piante che permettano di produrre biodiesel ed etanolo, anche se, data la sempre maggior scarsità di cibo, risulta sempre più difficile scegliere se destinare le colture alla produzione alimentare o a quella di combustibile.

Dal canto loro, i cittadini dei Paesi più freddi cercano di affrontare l’imminente inverno in due modi: riciclando sostanze chimiche e producendo del combustibile in maniera artigianale, oppure dando vita a migrazioni di massa verso luoghi più caldi.

 

Un anno senza petrolio

Dopo 365 giorni senza petrolio, il fenomeno che salta più all’occhio è una sorta di “rivincita” della natura nei confronti dell’uomo: l’assenza di veicoli per le strade e per le città porta alcune specie animali a crescere di numero e ad avvicinarsi ai centri abitati, mentre molte persone, facendo di necessità virtù, iniziano a produrre esse stesse ciò che consumano, creando così dei piccoli orti cittadini. Allo stesso tempo, però, questa rivincita della natura sull’uomo si manifesta anche in maniera dannosa per la stessa umanità, dato che l’assenza di petrolio favorisce maggiormente la diffusione di carestie ed epidemie.

 

Dieci anni senza petrolio

benzina dismessa

Dopo un decennio senza oro nero, le priorità dell’umanità, e con esse la sua organizzazione, sono cambiate. I satelliti, su cui si basa gran parte della comunicazione moderna, non vengono più sostituiti, in quanto non c’è abbastanza carburante per mandarne in orbita di nuovi. Tra i mezzi di trasporto, invece, molte navi vengono smantellate e i suoi materiali riciclati. Non si ha ancora abbastanza carburante per far ripartire gli aerei; tuttavia, grazie alla produzione su vasta scala di biocombustibile ricavato dalle alghe, possono essere rimessi in moto i camion per il trasporto merci. Ogni acro di alga, infatti, produce trenta volta più energia di qualsiasi altro biocombustibile. Viene inoltre riscoperto il valore di tutte le materie plastiche e i componenti elettronici gettati nelle discariche, che vengono riutilizzati.

Contemporaneamente nuovi Paesi si affacciano sulla scena mondiale come leader economici: uno di questi è la Bolivia, che acquista un forte potere economico grazie ai propri giacimenti di litio, componente fondamentale per la produzione di batterie, strumento ormai indispensabile per un’umanità alla continua ricerca di energia da immagazzinare.

 

Quarant’anni senza petrolio

Trascorso quasi mezzo secolo, l’umanità è riuscita a risollevarsi dalla scomparsa del petrolio. La maggior parte dei mezzi di trasporto è tornata a funzionare: alcuni sono alimentati grazie al biocombustibile derivato dalle alghe, altri grazie all’energia elettrica. Tra quelli del secondo tipo vi sono anche le automobili, che però hanno un costo elevato a causa della scarsa disponibilità di litio per produrre batterie. Grazie a questa svolta, comunque, l’inquinamento si è ridotto drasticamente, tanto che solo in Nord America sono venuti meno 3,5 miliardi di tonnellate di agenti inquinanti all’anno. Questa svolta ecologica ha coinvolto anche la popolazione che, dopo essere tornata in parte a ripopolare le aree del nord del pianeta, ha riqualificato i centri urbani creando degli orti cittadini che possano soddisfare i bisogni primari di un mondo ormai non più iperconnesso come quello precedente.

L’umanità ha saputo affrontare una sfida difficile come quella della fine del petrolio e uscirne in maniera vincente, dando vita a una nuova era.

 

Il petrolio finirà presto?

tipi di estrazione

Picco del petrolio e tipi di estrazione.

 

Lo scenario quasi apocalittico previsto da Aftermath: World without oil è sicuramente distante dalla realtà, in quanto la scomparsa del petrolio dalle nostre vite non è dietro l’angolo. Tuttavia è altrettanto certo che l’esaurimento delle riserve di oro nero è una questione che deve essere affrontata fin da ora, dato che probabilmente coinvolgerà già molte delle generazioni attuali. Sul tema esistono svariate ipotesi, ma quelle più accreditate stimano l’inizio del calo della produzione del petrolio in un arco temporale che va dal 2010 al 2030. Questi studi basano i loro risultati sulla teoria, in tema di fonti di energia non rinnovabili, elaborata dal geofisico americano Marion King Hubbert negli anni ’60 del secolo scorso. Hubbert, studiando quanto accaduto per altre fonti di energia non rinnovabili nei decenni precedenti, affermò che la loro produzione segue un andamento “a campana”. All’inizio, quando sono necessari pochi investimenti e vi è grande disponibilità, la sua crescita è esponenziale e i costi si mantengono bassi. Successivamente, con l’esaurimento dei giacimenti più facilmente raggiungibili, si rendono necessari investimenti più costosi che determinano una riduzione dell’estrazione rispetto alla fase precedente, diminuzione che si stabilizza in un preciso momento, chiamato “picco”. Passata questa seconda fase, divengono indispensabili investimenti ancora più onerosi rispetto a quelli iniziali e, quindi, la produzione della risorsa viene progressivamente abbandonata (in quanto non più conveniente) e diminuisce a un ritmo molto veloce.

Hubbert elaborò questa teoria in relazione alla produzione di petrolio negli USA, prevedendo che il picco sarebbe sopraggiunto agli inizi degli anni ’70. Secondo il geofisico americano, durante questo periodo si sarebbero verificati contemporaneamente due eventi: un aumento dei prezzi del petrolio e una fase di instabilità geo-politica, ai quali si sarebbe potuto rimediare trovando altre fonti alternative al petrolio o spostando il centro della produzione in un’altra area. Gli avvenimenti storici hanno dato ragione a Hubbert (tant’è che, dopo la crisi energetica del 1973, il baricentro mondiale del petrolio si è spostato in Medioriente) e così in molti ritengono che, applicando i suoi studi all’estrazione globale di greggio, l’attuale fase sia quella del picco, data la compresenza dell’instabilità politica e dell’aumento dei prezzi del petrolio. A sostegno di questa tesi, peraltro, bisogna sottolineare come negli ultimi anni sia aumentata la produzione dell’oro nero non convenzionale, ossia di petrolio che non viene ottenuto mediante la comune estrazione dai pozzi, ma per mezzo di altre tecniche particolari, segno che quello convenzionale probabilmente inizia a non essere più sufficiente per soddisfare il fabbisogno mondiale.

 

Il passaggio alle fonti di energia sostitutive

La consapevolezza che la fonte d’energia più diffusa sul nostro pianeta sia destinata a scomparire porta a prendere atto del fatto che, quando ciò accadrà, l’umanità intera vivrà un periodo di transizione più o meno lungo in dipendenza da quanto rapida ed efficace sarà la risposta dei Governi. Tuttavia non bisogna scordare come periodi di transizione di questo tipo siano già stati vissuti in passato: la già citata crisi energetica dei primi anni ’70, pur portando con sé un iniziale periodo di incertezza economica (manifestatasi in particolar modo attraverso l’aumento della disoccupazione e un’elevata crescita dell’inflazione), ha dimostrato come simili fasi siano “fisiologiche” per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico da parte dell’uomo e come, pertanto, non vi siano da temere scenari apocalittici. Ciò che è certo, però, è che nei prossimi anni non sarà più possibile compiere una semplice rivoluzione geografica, spostando cioè il centro della produzione da un’area all’altra della terra, semplicemente perché non esiste un’altra Arabia Saudita. La soluzione, allora, sarà quella di una rivoluzione tecnologica, che porti possibilmente in primo piano fonti di energia rinnovabili che, a differenza di quelle non rinnovabili (carbone, petrolio, gas naturale o uranio), vengano prodotte secondo metoologie che non seguano l’andamento “a campana” teorizzato da Hubbert, ma si stabilizzino nel tempo.

Ovviamente questo comporterà un profondo cambiamento nel sistema economico (in senso lato) del nostro pianeta, i cui effetti sono però difficilmente prevedibili.

di Alessio Bilardo

 

Linkografia:

http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2011/01/28/video/l_alba_del_giorno_dopo_-_petrolio_1-175710/1/

https://www.youtube.com/watch?v=S56y0AzwdVk

http://www.aspoitalia.it/index.php/introduzione-alla-teoria-di-hubbert-mainmenu-32

http://www.massacritica.eu/larabia-saudita-corre-verso-il-solare-2/10783/

 

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Incidenti nucleari militari: 1987-1988

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Incidenti nucleari militari: 1987-1988

Pubblicato il 18 dicembre 2012 by redazione

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1987

Uno dei camion speciali costruiti per il trasporto di armi atomiche procede su un’autostrada inglese in direzione nord, verso le basi dei sottomarini nucleari in Scozia. I convogli, composti da numerosi mezzi tecnici e di scorta che viaggiano a poca distanza gli uni dagli altri, usano abitualmente strade di grande scorrimento, vicino a grandi centri abitati, come testimonia il cartello inquadrato nella foto. Probabilmente a bordo del mezzo inquadrato è custodito un missile nucleare balistico D5 Trident II, che costituisce attualmente l’arma di deterrenza strategica nucleare principale in dotazione alla Royal Navy. Le foto sono state scattate dall’attivista pacifista Margaret Downs il 13 novembre 2006. Gli attivisti seguono e fotografano i convogli per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi corsi nel movimentare le armi di distruzione di massa. Dal sito http://oxford.indymedia.org.uk/2006/11/356129.html

1Gennaio 1987 (nota1) durante il trasporto di alcune bombe termonucleari a caduta libera WE177 in un convoglio stradale nella contea dello Wiltshire, uno dei camion corazzati che trasportavano gli ordigni slittò sulla strada ghiacciata e finì fuori strada nella scarpata sottostante, rovesciandosi su un fianco. L’autista dell’automezzo che seguiva, benché il convoglio stesse procedendo secondo il protocollo a bassa velocità e a distanza di sicurezza, non riuscì ad evitare il ghiaccio e perse il controllo del mezzo, ma evitò rocambolescamente che cadesse dalla sede stradale sull’altro mezzo. L’incidente fu causato da un’auto privata parcheggiata male sulla carreggiata. La commissione d’inchiesta militare concluse le indagini affermando che non vi fu mai alcun pericolo per le armi, custodite nei loro shelter speciali da trasporto WE165, specialmente di esplosioni accidentali, essendo prive di innesco. Il comportamento del personale del convoglio fu corretto e aderente alla procedura tecnica stabilita. Un convoglio stradale, ancora oggi, è il metodo considerato più sicuro ed economico per trasportare le testate tra gli stabilimenti in cui vengono costruite (e periodicamente sottoposte a revisione) e le basi militari in cui vengono custodite. Oltre a dare la possibilità di percorsi di trasporto alternativi a quelli su rotaia, per quanto anch’essi continuino a essere ampiamente usati. Ogni convoglio è molto complesso, consta di camion speciali e mezzi di scorta della polizia e delle squadre speciali antiterrorismo dei Royal Marines, assieme a personale specializzato nelle emergenze in campo NBC (Nucleare, Batteriologico e Chimico) con equipaggiamenti di primo intervento di contenimento e decontaminazione. I convogli spesso utilizzano autostrade oppure attraversano paesi e zone abitate (come le aree di città quali Londra, Birmingham, Leeds, Manchester, Newcastle, Edimburgo) per quanto strettamente seguiti e scortati, gli incidenti succedutisi negli anni testimoniano come non sia del tutto evitabile che qualche imprevisto accada, fosse anche una semplice “pannes” a uno dei mezzi del convoglio. Per raggiungere le basi della RAF (Royal Air Force, l’aeronautica militare), del Royal Army (l’esercito reale di Sua Maestà) e della Royal navy (la marina da guerra) i convogli spesso devono attraversare l’intera isola da Sud, ove si trovano le AWE (Atomic Estabilishment Weapon) di Aldermaston e Burghfield, in Berkshire, fino alle basi dei sottomarini nucleari di Coulport (base di stoccaggio e carico dei missili nucleari sui sottomarini) e Faslane, nel Nord della Scozia, le più lontane. Questi viaggi sono frequenti perché il materiale fissile delle testate (masse critiche in Plutonio 239 e Uranio 235, “bottiglie di gas di Trizio per l’innesco della fusione nucleare) decade con una certa velocità perdendo la propria piena capacità fissile. Per cui è necessario sostituire l’esplosivo nucleare con altro “ricaricato” e quindi più radioattivo, ma paradossalmente anche più stabile nella struttura chimico-fisica.  Inoltre le strumentazioni complesse e il corpo della bomba o del missile vanno costantemente controllati perché sono sottoposti all’usura continua delle radiazioni di Uranio e/o Plutonio contenuti nei “pit” delle armi.

In un’intervista rilasciata al giornalista Rob Evans del The Guardian, il fisico Frank Barnaby, che lavorò agli impianti di Aldermaston negli anni ’50, ha dichiarato che il rischio di esplosioni accidentali corso in incidenti con armi nucleari delle prime generazioni, dotate di sistemi di sicurezza più primitivi, è stato molto alto. Shaun Gregory, studioso dell’Università  di Bedford esperto in materia, ha anche sottolineato, secondo quanto riportato dal giornalista del Guardian, che l’elenco rilasciato dal ministero della Difesa nel 2003 sugli incidenti nelle basi militari e nel corso dei trasporti suona abbastanza “addolcito” in molti punti per non irritare l’opinione pubblica. In effetti, nel rapporto ufficiale non si fa menzione di alcun tipo di incidente prima del 1960, il che può essere certamente possibile, ma suona statisticamente improbabile, visti anche gli incidenti gravissimi subiti dalle forze Statunitensi proprio sul territorio metropolitano inglese, come quello accaduto a Lakenheat, che ha coinvolto un B47 dell’USAF ed un deposito di armi nucleari, nel 1956. E in ogni caso, secondo studi statistici, anche i moderni sistemi si sicurezza per quanto complessi possano essere, non riescono ad essere al 100% immuni da malfunzionamenti indotti da combinazioni di eventi non previsti, né prevedibili al momento della loro progettazione.

1 gennaio (nota 2) Se la data dell’incidente descritto prima non è certa, lo è invece quella che vide coinvolto l’HMS Splendid (codice S 106), sottomarino da attacco della Royal Navy a propulsione nucleare, nelle acque dell’Oceano Artico. In quei giorni il sottomarino, appartenente alla classe Swiftsure, stava pattugliando le acque del mare di Barents davanti al porto di Murmansk, usate da sottomarini e navi militari sovietiche appartenenti alla flotta russa del Nord per raggiungere le zone di operazione dell’Atlantico e del Baltico. Sottomarini della NATO, specie americani ed inglesi, abitualmente seguivano da vicino le attività di addestramento in mare della marina sovietica e i russi erano particolarmente nervosi riguardo all’essere controllati, spiati sin dentro ai propri “santuari”, specie per quel che riguardava la flotta strategica subacquea. Secondo una ricostruzione plausibile, avallata anche da fonti russe alcuni anni dopo, lo Splendid, nel compiere manovre evasive per raggiungere le acque profonde, entrò in collisione col sottomarino russo che stava seguendo, identificato come il TK 12, un lanciamissili nucleare (SSBN) appartenente alla classe Typhoon. Vero colosso dei mari, il più imponente tipo di sottomarino nucleare mai entrato in servizio con la sua lunghezza di 175 metri e le sue 48.000 tonnellate di stazza in immersione, armato con ben 20 missili intercontinentali RSM 52 (SS-N-20 nel codice NATO) a testata multipla (MIRV). Nella manovra di sganciamento reciproco, i sottomarini passarono pericolosamente vicini, tanto che il Typhoon russo finì per investire e agganciare il bulbo – sonar che l’HMS Splendid stava usando trainato con un cavo d’acciaio. Il cavo si spezzò e lo Splendid sfuggì all’abbraccio mortale del gigante russo rifugiandosi finalmente in acque più profonde. Probabilmente per i sovietici non fu un evento del tutto negativo, poiché in ambiente  NATO si è sempre sospettato che il bulbo trainato dall’HMS Splendid, contenente sistemi sonar e di rilevamento di ultima generazione, non andò disperso, ma rimase avvolto col cavo di traino al corpo del TK 12, permettendo così ai russi di entrare in possesso di apparecchiature di ultima generazione… Pare che lo Splendid riuscì a raggiungere la base inglese di Devonport, per le riparazioni, solo il 31 gennaio successivo.

Per giusta osservazione, alcune fonti riportano l’incidente accaduto alcuni giorni prima, tra il 24 e il 28 dicembre 1986 e identificano il battello come l’HMS Sceptre.

18 febbraio mentre stava effettuando una battuta di pesca a largo della costa irlandese, il peschereccio d’altura nord irlandese Summer Morn venne trainato per due ore e mezzo e percorrendo oltre 20 miglia, da un sottomarino in immersione che era entrato nelle sue reti (nota 3). Il peschereccio dovette tagliare parte delle proprie preziose attrezzature per non rischiare il naufragio. Una volta recuperate a bordo quelle restanti, i pescatori irlandesi vi trovarono incastrati da una boa di comunicazioni, del tipo utilizzato dai sottomarini statunitensi. Il Dipartimento della Difesa americano dovette confermare l’incidente, ma rifiutò di rivelare l’identità del sottomarino coinvolto. E’ l’ennesimo scontro fra mezzi civili e militari nell’area del mare d’Irlanda ricompresa fra la costa nord est della Scozia, l’Irlanda e l’isola di Man. Tra gli anni ‘70 e ‘90 dello scorso secolo questo braccio di mare vide crescere esponenzialmente gli incidenti tra imbarcazioni da pesca e sottomarini, il cui traffico attorno alle basi navali in Scozia era notevolmente aumentato (erano gli anni tesi della “Guerra Fredda”), costando la perdita di oltre cinquanta vite umane e di alcuni battelli. Sottomarini con armamento e propulsione nucleare appartenenti alle marine inglesi, americane, russe, ma anche mezzi convenzionali olandesi, francesi e tedesco occidentali incrociavano spesso le acque internazionali della regione, notoriamente molto frequentate anche dai pescatori d’altura di molti paesi nordeuropei  per la loro ricchezza di pesce e crostacei. Senza contare la presenza  sulla costa inglese del famoso impianto di riprocessamento per combustibile nucleare civile e militare di Sellafield, protagonista nel corso degli anni di malfunzionamenti con inquinamento ambientale più volte duramente contestati dalle associazioni locali e da mass media internazionali. Le autorità politiche dell’EIRE, delle comunità locali Scozzesi e Gallesi, delle isole del Canale d’Irlanda promossero un’azione di fronte alla International Maritime Organization per cercare di costringere il Governo Inglese e i suoi alleati (americani in primis) ad affrontare la situazione ed evitare disastri potenzialmente irreparabili in una zona biologicamente tra le più importanti dell’ecosistema dell’intero Atlantico.

25 aprile l’USS Daniel Boone, sottomarino nucleare lanciamissili appartenente alla classe James Madison, mentre stava rientrando da prove in mare nella sua base a Newport News, in Virginia, si arenò sul fondale del fiume St. James, il cui letto serve da canale per raggiungere le banchine del cantiere navale (nota 4). Il sottomarino era allora al termine di grandi lavori di aggiornamento a cui era stato sottoposto per 2 anni e mezzo e costati ben 115 milioni di dollari USA. L’incidente ritardò il calendario dei collaudi in mare e costrinse la Marina a stanziare altri fondi urgentemente per le riparazioni. La Marina americana sostenne che l’evento non causò alcun pericolo per  l’integrità del reattore S5W e quindi di contaminazione per l’equipaggio e per la popolazione delle zone circostanti la base, oltre che naturalmente per tutto l’ecosistema del fiume. (nota 5) Quando, nel 1985, il Daniel Boone entrò nel bacino per i lavori di potenziamento, la marina americana, con in linea 594 unità,  aveva quasi ultimato il programma “the 600 warships Navy”, fortemente sostenuto dall’amministrazione Reagan per portare a 600 le unità da guerra effettive, il più possibile moderne negli equipaggiamenti. Su 139 sottomarini, ben 136 erano a propulsione nucleare, secondo la tendenza “all nuclear” perseguita dalle maggiori potenze per le prestazioni militari dei battelli. Il budget riservato alla Marina aveva raggiunto i 274 miliardi di dollari, dimostrando l’importanza primaria del potere marittimo per gli strateghi militari del Pentagono.

30 giugno mentre si trova in navigazione nell’Oceano Pacifico, il sottomarino lanciamissili nucleari USS Nevada (SSBN 733) subì un guasto grave agli ingranaggi di riduzione dell’albero di trasmissione,  permettendo di controllare il regime di rotazione e la spinta dell’elica (nota 6). L’USS Nevada in quel momento era uno dei più moderni mezzi da attacco strategico nucleare in servizio nella US Navy. Appartenente alla classe Ohio, era armato con 24 missili Trident I ed in seguito anche Trident II (ciascuno capace di portare fino a 8 testate nucleari indipendenti), era stato accettato in servizio nel 1986 e la Marina lo aveva destinato al servizio nella flotta del Pacifico, inviandolo alla base sottomarini di Bangor, nello stato di Washington, al confine con la British Columbia canadese. In realtà, secondo quanto riportato dal quotidiano “The Day” di New London, già tra febbraio e aprile si erano manifestati dei problemi ai grandi ingranaggi di riduzione della turbina e dell’albero motore, tanto che furono sottoposti a smontaggio e controllo presso i cantieri navali di Newport News, in Virginia. Nei mesi successivi ad alcuni regimi di rotazione dell’albero di trasmissione, l’intero apparato aveva manifestato rumori anormali, che però non erano stati sottovalutati. Fino a quando la trasmissione cedette lasciando il sottomarino praticamente quasi privo di propulsione. La commissione di inchiesta, congiunta a livello politico-militare, accertò tra l’imbarazzo generale una situazione che ha dell’incredibile: le ispezioni fatte presso i cantieri di Newport News erano state affidate dalla Newport News Shipbuilding Company a una ditta in subappalto. Inoltre tale compagnia era già costruttrice di sottomarini per la Marina americana, montando tra l’altro le turbine ed i reattori nucleari costruiti dalla General Electric Boat Company, di Groton nel Connecticut, società sua diretta competitrice in questi appalti e, incidentalmente, ditta costruttrice proprio dell’USS Nevada. Per questioni di fretta (magari anche di costi) nelle riparazioni, nonché per valutare la capacità della Newport News Shipbuilding di misurarsi con sommergibili di grande complessità (gli Ohio erano i più grandi, nuovi e costosi battelli nell’arsenale subacqueo americano, con un valore di circa 1 miliardo di dollari dell’epoca per esemplare), la Marina affidò direttamente, senza gare d’appalto, i lavori sul Nevada. La General Electric Boat Company fu molto irritata dal comportamento della Marina militare e della Newport News Shipbuilding, che cercò di allontanare da sé il sospetto di aver condotto con negligenza i lavori, sostenendo velatamente la possibilità di difetti costruttivi di origine, ma evitò commenti fino alla conclusione delle indagini. In ogni caso l’incidente costrinse in porto per altri mesi un’unità nuova di zecca e comportò un costo aggiuntivo per i contribuenti, stimato (ma mai pubblicamente ammesso) di parecchi milioni di dollari. La US Navy affermò che nessun pericolo era stato corso dall’equipaggio o dal battello, che comunque era sempre rimasto in grado di manovrare e portare a termine i propri compiti. Restano comunque aperti alcuni dubbi: cosa sarebbe successo se l’avaria fosse incorsa in immersione mentre il battello era in pattugliamento vicino alle coste sovietiche della Kamchatka o della Siberia Orientale? Magari mentre era impegnato in manovre per eludere le attenzioni dei sottomarini da attacco russi, come di frequente abbiamo visto poteva accadere. Poteva potenzialmente essere investito da un inseguitore? E con quali conseguenze?

26 agosto  mentre è ormeggiato alla base alla base di Devonport, il sottomarino da attacco HMS Conqueror (S48) è vittima di un incendio che danneggia la sala macchine (nota 7). Benché sia citato nel report al parlamento del Sottosegretario di Stato alla Difesa del 2009 come incidente di media entità e le autorità della marina abbiano sostenuto che le fiamme erano state tenute lontane dal comparto del reattore, il rischio che venisse coinvolto l’Uranio con una conseguente catastrofe ambientale non può essere negato. Il Conqueror, appartenente alla classe Winston Churchill, è diventato famoso come l’unico sottomarino nucleare ad avere usato siluri in combattimento: infatti durante la guerra delle Falkland/Malvinas, nel 1982, aveva affondato l’incrociatore argentino General Beglrano. Il Conqueror, coinvolto in molte altre temerarie azioni segrete durante la guerra fredda, era fermo a Devonport per una revisione approfondita destinata a durare almeno 4 mesi.

Secondo il report presentato il 16 settembre 2009 dal Sottosegretario alla Difesa alle camere del Parlamento inglese, ufficialmente dal 1984 al 2006 sono scoppiati 266 incendi su mezzi a propulsione nucleare o che trasportavano armamento nucleare: 3 di entità tale da richiedere l’intervento di squadre speciali, 22 di medie dimensioni comunque affrontati dagli equipaggi senza superare i parametri di sicurezza e senza bisogno dell’intervento di personale specializzato, il resto di minima entità.

1 ottobre durante lavori di rimessaggio presso la base di Rosyth in Scozia, il sottomarino lanciamissili balistici HMS Renown (S 26) perse acqua radioattiva dal circuito secondario di raffreddamento, mentre parti del reattore venivano sottoposte a stress – test di funzionamento. Fonti della marina hanno minimizzato la quantità di liquido perso dall’impianto, (nota otto) dichiarando che il rischio di contaminazione esterna è stato minimo.

9 novembre un altro incidente nel mare di Irlanda: il peschereccio d’altura Angary, basato nella Contea di Down, mentre si trovava a 17 miglia nautiche a nord dell’isola di Man venne trainato per alcuni lunghi secondi, rischiando di affondare, finché l’attrezzatura da pesca fu strappata via all’altezza del ponte, staccando gli anelli di una catena capace di resistere alla trazione di 32 tonnellate, per poi sparire in mare. Chiaramente visti i precedenti e le modalità dell’incidente la causa più probabile fu considerata subito quella di aver intrappolato nelle reti un sottomarino, ma il Ministero della Difesa inglese negò la presenza di propri battelli nell’area al momento dell’incidente. Questo non vuol dire però che battelli di altre nazioni non stessero incrociando in quelle acque, a ridosso di alcune delle più importanti basi per sottomarini della NATO.

3 dicembre (nota 9) a causa di un errore umano aggravato da un difetto tecnico, non rilevato nella gru, nella base scozzese di Coulport, durante manovre di carico, un missile intercontinentale per sottomarini (probabilmente un Trident II) colpì il carrello di carico, danneggiando il contenitore dello stesso. Dato che l’incidente non portò alcuna conseguenza e la divulgazione di notizie avrebbe solo aiutato azioni terroristiche o spionistiche, sull’incidente non vennero fornite altre notizie. Già nei due decenni precedenti la delicata manovra di carico e scarico dai sottomarini di armi nucleari era stata causa di pericolosi incidenti e di forti proteste da parte delle comunità  locali circostanti alle basi.

1988

Un esemplare del missile a testata multipla termonucleare Lockheed Martin UGM 27 Polaris, che in varie versioni equipaggiò tra gli anni 60 e gli anni 90 molti tipi di sottomarini nucleari strategici americani e britannici. I mezzi in dotazione alla Royal Navy avevano elettronica e ordigni costruiti in Inghilterra. L’esemplare fotografato è esposto all’Imperial War Museum a Londra.

226 gennaio (nota 10) L’HMS Resolution (codice di individuazione S22) è stato il sottomarino capostipite della classe di lanciatori di missili nucleari balistici strategici che ne porta il nome. Costituita da 4 battelli, armati ciascuno con 16 missili di costruzione statunitense Lockheed Martin UGM 27 Polaris SLBM (Sea Launched Ballistic Missile, missile balistico lanciato dal mare), ciascuno equipaggiato da una testata multipla a 3 ordigni termonucleari. Consegnato nel 1967 con una cerimonia solenne nei cantieri Vickers Armstrong alla presenza della regina Madre Elisabetta, rappresentava la punta di lancia della forza di reazione rapida nucleare inglese. Quel mattino di gennaio il battello, veterano di molte crociere svolte attorno a tutto il globo, stava per uscire in mare per un pattugliamento di alcune settimane. Il reattore nucleare Vickers – Rolls Royce PWR 1 da 20.500 Kilowattore era già stato portato alla temperatura di servizio e gradualmente stava aumentando il livello di potenza erogata alla turbina. L’equipaggio nella sala motori staccò la linea che da terra forniva energia elettrica agli equipaggiamenti del reattore per passare all’alimentazione autonoma da parte dei generatori a bordo. Ma la linea interna non  si collegò e istantaneamente le pompe, che facevano circolare l’acqua per il raffreddamento delle barre di Uranio, cessarono di funzionare. Come nel peggiore degli incubi, man mano che gli addetti facevano scattare gli interruttori delle pompe di emergenza e il collegamento con le batterie di servizio, nessuno degli apparati rispondeva, mentre in pochi secondi la temperatura del reattore superava ogni record di risalita. Nemmeno il tentativo di tornare all’alimentazione esterna da terra riuscì…. Mentre la tensione saliva assieme alla temperatura nel nucleo, febbrilmente gli addetti alle macchine cercarono di far partire la procedura manuale per inserire le barre di controllo nel nocciolo del reattore, prima che fosse troppo tardi. Finalmente due marinai riuscirono a far partire un generatore ausiliario a motore Diesel e l’energia tornò a scorrere nell’impianto elettrico del sottomarino.

Secondo le indagini di alcuni giornalisti del quotidiano Observer, nei lunghi e terrificanti minuti in cui si rischiò la fusione del nucleo, i livelli di calore furono tali da danneggiare l’impianto primario di raffreddamento determinando una perdita, nell’ambiente, di acqua fortemente radioattiva, e di cui non si seppe mai l’entità. Inoltre le enormi emissioni di energia superarono le capacità di contenimento della schermatura del reattore, tanto che un marinaio venne sottoposto a procedure di decontaminazione e tenuto in osservazione per 24 ore per il pericolo di un avvelenamento acuto da radiazioni. Le fonti della Royal Navy sull’incidente hanno sempre sostenuto si sia trattato di un’avaria di minore entità e che quelli che hanno gridato al disastro, letteralmente “non sapevano di che cosa stessero parlando”… sinceramente una reazione un po’ insolita per un incidente definito di lieve entità e poco in linea col tipico ‘aplomb’ britannico.

29 aprile L’USS Sam Houston (SSN 609)finisce per arenarsi nel Carr Inlet, un’insenatura all’estremità Sud – Est della Fox Island, nel Puget Sound, mentre sta effettuando prove di rumorosità in acque basse (nota 11). Il Sam Houston è un veterano della guerra fredda, essendo entrato in servizio nel 1962 come SSBN, ovvero sottomarino capace di lanciare in immersione missili intercontinentali balistici. Nel 1980, dopo 18 anni di servizio di prima linea, a seguito del trattato internazionale di riduzione di armamenti e vettori SALT 1, venne privato delle attrezzature di lancio e furono installati degli anelli di cemento nei silos dei missili, per renderne impossibile il trasporto ed il lancio. Venne trasformato così in SSN, un sottomarino da attacco antinave a propulsione nucleare. Fu anche adattato al ruolo di supporto per le forze speciali, come i Navy Seals, creando degli alloggiamenti per i soldati al posto di alcuni silos ed attrezzature per trasporto mezzi anfibi. Dopo l’incidente l’equipaggio immediatamente mise in moto la procedura per accertare gli eventuali danni, specialmente al sistema di propulsione, quindi cercò di liberare autonomamente il battello dal fondale, ma vista l’impossibilità attese l’arrivo il giorno dopo della nave appoggio e soccorso USS Florikan e di rimorchiatori dal Puget Sound Naval Shipyard di Bremerton. Una volta rientrati in porto vennero constatati danni alle strutture esterne. Ormai però lo Houston era un mezzo obsoleto, a fine carriera, con strutture logorate dall’uso, per cui il battello venne riparato, ma si preferì comunque ritirarlo dal servizio nel settembre 1991 ed avviarlo allo smantellamento attraverso il Submarine Recycle Program, concluso il 3 febbraio 1992.

18 maggio (nota12) L’HMS Conqueror (S48) ancora una volta fu abbastanza sfortunato protagonista di incidenti. Mentre era ormeggiato al porto di Gibilterra subì un principio di incendio immediatamente spento dal personale di servizio.

1 giugno il periodo negativo dell’HMS Conqueror continuò pochi giorni dopo. Rientrato dalla crociera nel Mediterraneo, mentre  prendeva parte ad una esercitazione sulla costa occidentale scozzese, venne colpito per errore da un siluro inerte da esercitazione sganciato da un elicottero ASW (Anti Submarine Warfare, ovvero con ruolo antisommergibile). La copertura del ponte del sottomarino rimase danneggiata, per cui il Conqueror dovette interrompere la navigazione e rientrare a Faslane per  le necessarie riparazioni.

2 luglio (nota 13) il traffico civile e militare navale nel Ireland North Channel fece un’altra vittima quando lo yacht Dalriada, appartenente alla Army Sail Training Association, venne investito sulla fiancata destra dal solito HMS Conqueror (per quanto alcune fonti parlino dell’HMS Corageous) in fase di emersione, a circa 11 miglia sud – ovest dal Mull of Kintyre, la punta estrema dell’omonima penisola sulla costa scozzese. L’equipaggio dello yacht lanciò immediatamente l’SOS, perchè  si rese conto che la barca sarebbe rapidamente affondata. Le chiamate del Dalriada e del Conqueror vennero raccolte dalla fregata HMS Battleaxle, che circa 35 minuti dopo il naufragio soccorse i dispersi nell’oscurità della sera e riportò a bordo i 4 membri dello yacht. Il Conqueror, per fortuna, non riportò danni degni di nota. Nel Canale d’Irlanda, d’altronde, la questione della convivenza fra il traffico militare e quello civile resta un problema irrisolto. Da un lato le bellissime coste di Irlanda, Scozia e Galles, e il loro mare ricco di risorse ittiche, richiama molto turismo marittimo; dall’altro in Scozia si concentra su sottomarini la forza di deterrenza nucleare britannica, nonché quella statunitense in forza alla NATO. Ovviamente si tratta di navigazioni ben diverse: in superficie piccole navi da turismo e da pesca, che solitamente procedono isolate, e in profondità grandi sottomarini, pressoché ciechi che per procedere utilizzano solo attrezzature elettroniche. Spesso, per ispezionare l’area circostante utilizzano sonar attivi (è il gioco del gatto col topo che le marine dei blocchi NATO e del Patto di Varsavia facevano attorno ad una delle coste più militarizzate), perché i sonar e gli idrofoni passivi non sempre sono attendibili. Per chi guarda la superficie attraverso un periscopio pochi centimetri sopra il pelo dell’acqua, la presenza all’orizzonte di un’imbarcazione relativamente piccola può restare nascosta dal gioco delle onde, fino a che non ci si trova ormai che a pochi metri di distanza. Inoltre tutte le politiche di riservatezza frapposte negli anni dalle autorità militari e politiche sono state percepite dalle comunità locali come un atteggiamento di arroganza. Il punto della questione è che pur ammettendo che una forza nucleare strategica sia ancora necessaria, in un mondo imperfetto in cui i rapporti fra gli stati erano (e sono) una questione di posizioni di forza, occorre migliorare i modi in cui viene gestita. In gioco ci sono le vite degli equipaggi e delle popolazioni residenti.

29 agosto mentre rientra nel porto di Norfolk in Virginia da una crociera nel Mediterraneo e nel Mare Arabico, iniziata a febbraio, la USS Dwight D. Eisenhover (CVN 69), portaerei nucleare della classe Nimitz, urta contro la nave carboniera spagnola Urdulitz, attraccata in banchina (nota 14). L’enorme portaerei che stazza oltre 110.000 tonnellate ed è lunga 340 metri faticava a manovrare negli spazi per lei relativamente stretti del Reach Channel, in una giornata di vento e correnti particolarmente forti. Proprio i venti che premevano sull’enorme struttura spinsero la portaerei lateralmente, senza che alcuna correzione posta in essere avesse effetto sull’inerzia dell’enorme massa metallica. La Eisenhower colpì la nave da carico spagnola, ancorata al molo in attesa di caricare, senza alcuna conseguenza per gli equipaggi. I danni alla Eisenhower furono valutati in 2 milioni di dollari, mentre quelli alla Urdulitz ammontarono a circa 300.000 dollari. L’impianto propulsivo costituito da 2 reattori nucleari Westinghouse A4W non fu messo in pericolo dalla collisione, avvenuta a bassa velocità, ma molto probabilmente nelle santabarbare a bordo erano custoditi armamenti nucleari in dotazione agli aerei da attacco della nave, potenzialmente più esposte  nel caso di incendio provocato dall’impatto.

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L’operaia Wanda Hood chiude con cura uno dei fusti contenenti rifiuti contaminati dal Plutonio e fortemente radioattivi durante la demolizione della fabbrica per componenti di bombe nucleari a Rocky Flats, nel Colorado. Foto di Mark Leffingwell.

ottobre al Rocky Flats Nuclear Weapons Factory in Colorado un ispettore del D.O.E. (Department of Energy, il dipartimento governativo per l’energia) e due lavoratori restano contaminati per aver inalato micro polveri di Plutonio 238 (nota 15). Per l’impianto, posto a sole 15 miglia a nord ovest della città di Denver e ai piedi della catena delle Rocky Mountains, è l’ultimo di una lunga serie di incidenti e violazioni. Aperto nel 1952 come impianto per la produzzione di inneschi al Plutonio, le “bottiglie” di trizio e i “pit” corazzati per le bombe H, nel 1969 fù vittima di un grave incendio che fece temere una forte contaminazione esterna. Nel 1970 le polveri radioattive rilevate nell’area di Denver avevano portato a scoprire sistematiche violazioni nelle norme di sicurezza, smaltimento di residui di Uranio e Plutonio che andavano avanti da decenni e avevano irrimediabilmente compromesso vari strati del terreno attorno ai Rocky Flats e la falda acquifera superficiale. Al deposito 903 vennero misurati livelli di Plutonio e radionuclidi di elementi transuranici estremamente elevati. Dopo le denunce all’FBI da parte dei dipendenti, i poliziotti federali svolsero delle indagini riservate da cui risultò che l’inceneritore dell’impianto funzionava fino a tarda ora della notte. Scoprirono che fusti di scorie della lavorazione venivano seppelliti attorno all’impianto senza alcuna precauzione, mentre molti altri lasciati all’aperto, alle intemperie, risultavano gravemente danneggiati: all’interno era contenuto un letale mix di acidi, reagenti e polveri radioattive di Uranio. Già in passato le azioni legali promosse contro l’impianto avevano rivelato una grave spregiudicatezza nella gestione, tanto da provocare la cancellazione dell’appalto alla Dow Chemicals Company per la conduzione dell’impianto e il subentro della Rockwell International, ma nonostante le attività di decontaminazione svolte inizialmente dal nuovo gestore, nella sostanza non cambiò nulla. L’impianto era strategico per l’arsenale nucleare e gli standard produttivi richiesti andavano mantenuti, a qualsiasi costo. Il Department of Energy, organo anch’esso governativo, negli anni ‘80 aveva posto sotto stretta osservazione i laboratori. Ma le pressioni dall’alto per limitare lo scandalo furono enormi, tanto che uno degli agenti dell’FBI, Jon Lipsky, decise di rivelare i risultati delle indagini a cui aveva partecipato, pur prevedendone le conseguenze….Nel 1990 la EG & G, subentrata alla Rockwell International, inizia finalmente un serio programma di contenimento dell’inquinamento radioattivo. Nel 1992, a seguito dei trattati internazionali di disarmo e del mutato atteggiamento nell’opinione pubblica, l’impianto viene definitivamente fermato. Nel 1995 parte la più costosa e gigantesca opera di decontaminazione della storia statunitense (immagine 3): l’equivalente di 2000 autocarri di terreno e macerie contaminate vengono inviate ai siti di stoccaggio in Utah, Idaho e New Mexico, nonché al Nevada Test Range, dove si effettuano le esplosioni atomiche sperimentali. Oltre 1900 fusti di residui di Plutonio furono inviati al deposito militare specializzato di Savannah River e altre 21 tonnellate di materiali, a un grado di radioattività pari a quello del materiale fissile militare, vengono mandati alla decontaminazione. Solo nell’impianto di circolazione dell’aria viene recuperata l’incredibile quantità di 28 chili di polvere di Plutonio (per avvelenare un essere vivente, o provocargli il cancro al polmonne, basta una particella di un decimo di micron di diametro). L’operazione si conclude nel 2006 con un costo astronomico finale di 7 miliardi di dollari. Una class action promossa da associazioni di cittadini e ambientalisti, come “the Sierra Club”, forse la più antica e influente negli States, portarono alla condanna della Dow e della Rockwell al pagamento ciascuna di 117 milioni di dollari come risarcimento danni e rispettivamente di altri 110 per la Dow e 89 milioni per la Rockwell come sanzione per le violazioni delle leggi sulla protezione ambientale. Alcuni chilometri quadrati attorno a dove si trovavano i laboratori  resteranno troppo radioattivi per risiedervi per decine di migliaia di anni. L’area è stata dichiarata nel 2007 riserva per la fauna e la flora selvatica, che ha ripreso pieno possesso delle Rocky Flats, come successe a Chernobyl. La riserva da quest’anno è visitabile al pubblico, sebbene l’ombra del Plutonio continui ad aleggiare su tutta la regione, dove Uranio e Plutonio hanno lentamente continuato a depositarsi per 50 anni. Circa 4 chilometri quadrati, corrispondenti al centro degli impianti di lavorazione restano infatti sotto lo stretto controllo del DoE. Per tutti coloro che lavorarono o che vissero nelle vicinanze degli impianti, probabilmente resterà sempre il dubbio di essere stati fortemente esposti e dovranno convivere con la paura delle possibili conseguenze sulla loro salute. E il Plutonio ha un tempo di dimezzamento radioattivo di 24 mila anni…..

di Davide Migliore

 

NOTE E RIFERIMENTI

(1)  http://www.publications.parliament.uk/pa/cm199798/cmhansrd/vo980629/text/80629w03.htm

sito ufficiale del parlamento Britannico, Camera dei Comuni, interrogazioni parlamentari n. 46824 e 47804 al Segretario di Stato al Ministero della Difesa sulle armi termonucleari WE177 a caduta libera, produzione, stato di servizio, eliminazione, giugno 1998.

http://www.guardian.co.uk/environment/2003/oct/13/energy.nuclearindustry

articolo di Rob Evans sul quotidiano “The Guardian”, 23 ottobre 2003, lista degli incidenti di servizio ad armi nucleari di Sua Maestà rilasciata dal Ministry of Defence britannico.

http://www.nukewatch.org.uk/accidents.php

sito sugli incidenti incorsi a convogli di trasporto armi nucleari sul suolo inglese ed attività delle associazioni anti nucleari inglesi.

http://peacedevelopmentfund.wordpress.com/2011/04/02/nuclear-repercussions/

attivisti antinucleari contro gli spostamenti di armi e materiali minitari atomici negli U.S.A.

http://vimeo.com/20872194

video girato dal gruppo Camcorder Guerrillas sull’uso intensivo di convogli nucleari su strada in                 Inghilterra e delle attività dei volontari per protestare ed informare.

(2)  http://en.wikipedia.org/wiki/HMS_Splendid_(S106)

http://everything2.com/title/Submarine+Collisions

http://www.skeptictank.org/treasure/GP5/UKNUC5.TXT

collisione tra l’HMS Splendid ed un sottomarino sovietico nel mare di Barents

 (3) http://historical-debates.oireachtas.ie/D/0387/D.0387.198903070132.html

Estratto dei dibattimenti del  7 maggio 1987 e del 7 marzo 1989 al Parlamento Irlandese sui frequenti  incidenti tra pescherecci d’altura irlandesi e sottomarini in immersione nel nord Atlantico

http://www.imo.org/Pages/home.aspx

sito dell’International Maritime Organisation, agenzia delle Nazioni Unite che promuove la navigazione  internazionale sicura e combatte le forme di inquinamento da parte di natanti

(4)  http://navysite.de/ssbn/ssbn629.htm

http://www.mesotheliomaweb.org/mesothelioma/veterans/submarines/uss-daniel-boone

http://en.wikipedia.org/wiki/USS_Daniel_Boone_(SSBN-629)#Operational_history

incidente all’USS Daniel Boone (SSBN 629)

(5)  http://www.navy.mil/navydata/cno/n87/history/chrono.html

Cronologia dello sviluppo dell’Arma sottomarina USA

 (6)  http://www.apnewsarchive.com/1987/Sub-Damage-Worse-Than-Previous-Report-Caused-By-Faulty-

Maintenance/id-7a2e648c72d1cf6fd05053bc69a69866

Associated Press Archive, july 14, 1987 – article on USS Nevada (SSBN 733) main transmission gear  failure

http://navysite.de/ssbn/ssbn733.htm

http://www.uscarriers.net/ssbn733history.htm

guasto nel Pacifico all’USS Nevada

(7)  http://en.wikipedia.org/wiki/HMS_Conqueror_(S48)

http://www.robedwards.com/2009/09/exposed-22-serious-fires-on-nuclear-submarines.html

Sito news di Rob Edwards, giornalista indipendente in campo scientifico ambientale

http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200809/cmhansrd/cm090916/text/90916w0009.htm

Acts of UK Parliament, House of Commons, answer to deputies interrogation, 16 september 2009, Column 2223W: lista degli incendi scoppiati sui sottomarini a propulsione nucleare inglesi tra il 1984 e il 2009

(8) http://www.skeptictank.org/treasure/GP5/UKNUC5.TXT

HMS Renown leak reactor coolant

(9) http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=1&sqi=2&ved=0CDMQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.mod.uk%2FNR%2Frdonlyres%2FCD66C835-C933-4F6E-8005D3301971E809%2F0%2Fnuclear_weapons_various_incidents_letter.pdf&ei=_2XGUPClHsTBswbXvoCgCQ&usg=AFQjCNEQ95OotIjHgESrUstoJ-yYCf1PTQ&sig2=OiaW7fxWL-VdZpXNeAuoRQ

Ministry of Defence, Directorate of Safety and Claims, letter 16 august 2007, Code File DSC_02_01_09 MoD FOI Ref: 08-05-2007-174033-010 : incidenti nucleari potenziali 1985/1987, dichiarazioni ufficiali al Parlamento inglese da parte del Governo

(10) http://en.wikipedia.org/wiki/HMS_Resolution_(S22)

http://www.hmsresolution.org.uk/index.php

http://hansard.millbanksystems.com/written_answers/1988/feb/19/hms-resolution#S6CV0127P0_19880219_CWA_73

http://www.banthebomb.org/archives/magazine/cracking.htm

The Scottish Campaign for Nuclear Disarmament and Faslane Peace Camp, “cracking under pressure” difetti e guasti dei sottomarini nucleari britannici Incidente in porto all’HMS Resolution , Sez. 6.2

http://www.bbc.co.uk/news/uk-scotland-15801357

BBC news, 18th November  2011, video “dismantling a nuclear submarine”

http://www.thecourier.co.uk/News/Fife/article/2995/damage-found-to-submarine-hms-resolution-

at-rosyth-dockyard.html

pericoli oggi per l’HMS Resolution e altri sottomarini dismessi.

(11)  http://navysite.de/ssbn/ssbn609.htm

Incidente all’USS Sam Houston

(12)  http://en.wikipedia.org/wiki/HMS_Conqueror_(S48)

HMS Conqueror incendio a Gibilterra.

http://www.plymouth.unisonplus.net/dig/dig.htm

 (13)  http://www.publications.parliament.uk/pa/cm200809/cmhansrd/cm090402/text/90402w0024.htm

HMS Conqueror, collisione con lo yacht Dalriada, Parliament query, answer n° HC 2 apr. 2009, Column 1396W                    

http://www.telegraph.co.uk/news/uknews/defence/8112935/Cuts-warning-as-nuclear-

submarine-crash-rate-nears-one-a-year.html

The Telegraph, “cuts warning as nuclear submarine crash rate nears one a year”, by John Bingham, 6 november 2010, lista degli incidenti che hanno coinvolto sottomarini nucleari Britannici tra il 1988 e il 2010, con commenti ufficiali del Ministry of Defence.

http://www.robedwards.com/2010/04/is-scotland-safe-from-nuclear-submarine-crashes-in-the-clyde.html

Sito news di Rob Edwards, giornalista indipendente in campo scientifico ambientale, citazione del Sunday Herald del 4 aprile 2010

 (14)  http://en.wikipedia.org/wiki/USS_Dwight_D._Eisenhower_(CVN-69)

http://www.uscarriers.net/cvn69history.htm

collisione nel porto di Norfolk per la USS Dwight D. Eisenhower (CVN69)

 (15) https://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:ASmnq3_IrRMJ:www.unm.edu/~bgreen/ME360/Rocky%2520Flats%2520Colorado.pdf+pdf+rocky+flats+colorado&hl=it&pid=bl&srcid=ADGEESgGL6z-Svq157YdEJsvV3eQhxoTvNLe34SLE0Vsrlc-jaFVmdhuWn6w8jgiR9hQxyrEHR6g48VB_8iVkFJpr1HHhr0nLHKI6E47AdK7R9E6fEyT0sO-3KHtPyhFuMPN1pqxnWYx&sig=AHIEtbTPRthTBJTWpAqE3NRWE3G6M3FAwQ

State University of Colorado: Rocky Flats Colorado Nuclear Weapons Production Facility 1952 – 1988

http://en.wikipedia.org/wiki/Rocky_Flats_Plant“Full body burden: growing up in the shadow of Rocky Flats”, Kristen Iversen, 2011 Random House Inc.

http://www.ens-newswire.com/ens/aug2010/2010-08-05-01.html

“Rocky Flats Nuclear Site Too Hot for Public Access, Citizens Warning”, from the “Environment News Service”,

Denver, Colorado, 5 august 2010.

http://prisonphotography.org/tag/the-rocky-flats-nuclear-weapons-plant/

“Incendiary iconography”, by A.W. Thompson – photographing the Rocky Flats Nuclear Facilities

 

Fonti generali

“L’Atomo Militare, tecniche, strategie, storia e prospettive”, Giuseppe Longo, Vittorio Silvestrini, Editori Riuniti 1987

“storia segreta degli incidenti nucleari”, Nico Sgarlato, AEREI – rivista aeronautica, n. 2, febbraio1991

“A Handbook of Nuclear Weapons Accidents”, Shaun Gregory – Alistair Edwards , University of Bradford, Bradford 1986

“SOMMERGIBILI NUCLEARI : PROBLEMI DI SICUREZZA ED IMPATTO AMBIENTALE” ,  F. Iannuzzelli, V.F. Polcaro, M. Zucchetti, Politecnico di Torino, 2004

“La Marina Sovietica”, Michele Cosentino – Ruggero Stanglini, ED.A.I., 1991

“ Lost Subs: From the Hunley to the Kursk, the greatest submarines ever lost  and found” Dunmore – Spencer, 1st ed. , Madison Press,  Toronto 2002

“Spy Sub”, Roger C. Dunham, 10th ed. New York: Penguin Books, 1997

“Big Red – three months on board a Trident missile submarine”, Waller, Douglas C. “1st ed. Harper Collins, New York 2001

 “The Hidden Cost of Deterrente:  Nuclear Weapons Accidents”, Shaun Gregory, Brassey’s UK, London, 1990

P.L. Olgaard , “Nuclear ship Accidents – Description and Analysis”, Technical University of Denmark,  Lyngby, May 1993

“the limits of safety”, Scott. D. Sagan, Princeton University Press, 1995.

http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=428.0;wap2

incidenti nucleari o potenzialmente nucleari dal 1971 ad oggi

http://www.nuclear-weapons.info/vw.htm

interessante sito creato da Brian Burnell in cui ricostruisce la storia delle armi nucleari inglesi con lo sviluppo di ogni singola arma

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=40&ved=0CG8QFjAJOB4&url=http%3A%2F%2Fwww.peaceheroes.com%2Fimages%2Fpdf%2Ftridentsubs_plrc_020799.pdf&ei=2_DFUJTNEojgtQap9YCoCw&usg=AFQjCNFuUj8TM3n8ECU0SNpi7jT2tK-QaQ&sig2=gx1MyyAayUu10MMByuIqdA

sottomarini americani ed inglesi operativi con missili Trident I e II, sviluppo e servizio.

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&frm=1&source=web&cd=6&sqi=2&ved=0CFgQFjAF&url=http%3A%2F%2Fwww.rtna.ac.th%2Farticle%2FUS%2520Trident%2520Submarine%2520%26%2520Missile%2520Sytem.pdf&ei=GhfGUM3LJ8Xesgbe-oHoDQ&usg=AFQjCNGhCXRr5rFYlhXBxCgNEuj7XX0Pcg&sig2=3y1SaOR3QLC-9A54XCDF1A

documento PDF, Pacific Life Research Center, bollettino del 16 novembre 2002,  studi sui missili Trident I e II e operatività sui sottomarini classe Ohio

http://lists.peacelink.it/armamenti/msg00252.html

http://www.at1ce.org/themenreihe.p?c=United%20States%20submarine%20accidents

lista di incidenti a sottomarini e vascelli militari angloamericani dal 1945

http://www.cddc.vt.edu/host/atomic/accident/critical.html

Trinity Atomic Website, history, nuclear weapons and conseguences

http://spb.org.ru/bellona/ehome/russia/nfl/nfl8.htm#O17b

lista incidenti a sottomarini sovietici con cause

https://www.cia.gov/library/center-for-the-study-of-intelligence/csi-publications/books-and-monographs/a-cold-war-conundrum/source.htm sito ufficiale della C.I.A.

siti ufficiali della C.I.A. , Central intellige Agency

http://nuclearweaponarchive.org/Nwfaq/Nfaq0.html

the nuclear weapons archive

http://books.google.it/books?id=3wUAAAAAMBAJ&pg=PA23&lpg=PA23&dq=us+nuclear+submarine+accidents+1985&source=bl&ots=QvKSE3wTuu&sig=y6tbBUeneIb4ZiRAi6BYv-2tHOc&hl=it&sa=X&ei=3-mjUIuqFsfEsgbL-4DoAw&ved=0CCYQ6AEwATgK#v=onepage&q=us%20nuclear%20submarine%20accidents%201985&f=false

Bulletin of the Atomic Scientists, july /august 1989 issue

https://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:ASmnq3_IrRMJ:www.unm.edu/~bgreen/ME360/Rocky%2520Flats%2520Colorado.pdf+pdf+rocky+flats+colorado&hl=it&pid=bl&srcid=ADGEESgGL6z-Svq157YdEJsvV3eQhxoTvNLe34SLE0Vsrlc-jaFVmdhuWn6w8jgiR9hQxyrEHR6g48VB_8iVkFJpr1HHhr0nLHKI6E47AdK7R9E6fEyT0sO-3KHtPyhFuMPN1pqxnWYx&sig=AHIEtbTPRthTBJTWpAqE3NRWE3G6M3FAwQ

State University of Colorado: Rocky Flats Colorado Nuclear Weapons Production Facility 1952 – 1988 (PDF)

http://www.nukewatchinfo.org/nuclearweapons/index.html

informazioni aggiornate sulla produzione di armamenti, sulle conseguenze mediche e ambientali della produzione di armi, iniziative pacifiste e di eliminazione degli armamenti nucleari.

http://bispensiero.blogspot.it/2007_05_01_archive.html

blog con liste dei principali pericoli e situazione attuale della strategia atomica

http://archive.greenpeace.org/comms/nukes/chernob/rep02.html

http://www.rmiembassyus.org/Nuclear%20Issues.htm

http://www.web.net/~cnanw/a7.htm

10 mishaps that might have started an accidental nuclear war.

http://forum1.aimoo.com/American_Cold_War_Veterans/Cold-War-Casualties/Naval-Accidents-During-Cold-War-1-1579633.html

incidenti navali con vittime durante la Guerra Fredda

http://www.navsource.org

informations on naval accidents on duty and conseguences

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La lunga lista degli orrori militari degli anni ’70….

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La lunga lista degli orrori militari degli anni ’70….

Pubblicato il 27 maggio 2012 by redazione

Nella nostra drammatica carrellata sugli incidenti nucleari che hanno coinvolto mezzi ed equipaggiamenti militari siamo arrivati agli anni ’70 : in realtà proprio gli incidenti che sono accaduti nei tempi relativamente più recenti, fino ad oggi si può dire, sono i più controversi, perché sono spesso ancora coperti da segreti militari e da ragioni di stato, perché il tempo non ha ancora fatto il suo lavoro, creando delle crepe nel muro di gomma  alzato attorno a queste vere e proprie catastrofi, mancate o avvenute che siano. Questo rende difficile avere fonti univoche ed attendibili su come si siano svolti i fatti e di quali costi il pianeta e l’umanità stiano subendo ancora le conseguenze. Talvolta la reticenza ad ammettere errori o fatalità da parte degli apparati governativi trova il suo motivo proprio dall’attenzione  delle opinioni pubbliche internazionali , che negli anni 70 con la nascita dei movimenti ecologisti, hanno dato nuova coscienza alle idee pacifiste e tenuto viva l’attenzione delle persone. Fino ai giorni nostri, quando la fine dei blocchi politico-economici della guerra fredda ha aumentato l’incertezza internazionale, ma sta anche alimentando una nuova e paradossale corsa agli armamenti nucleari, da parte di molti stati, spesso instabili politicamente e socialmente, con situazioni di tensioni croniche con altri stati vicini, nella quasi impotenza della comunità  e delle istituzioni internazionali. Una potenziale anarchia nucleare che dovrebbe far rizzare i capelli a tutti…

Intanto mettetevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, inizia la lunga lista degli orrori degli anni 70….

1970

11 aprile. Al largo delle coste spagnole, nel golfo di Biscaglia, il sottomarino K8, classe di costruzione November nel codice NATO, sta rientrando dalle grandi manovre dell’esercitazione “Okean” in pieno oceano Atlantico. Per cause del tutto non chiarite (probabilmente corto circuiti nei quadri elettrici) l’8 aprile, mentre il sottomarino era in immersione a 120 metri, si svilupparono due incendi contemporaneamente nel terzo e nell’ottavo compartimento. Il fuoco, nonostante i tentativi disperati dell’equipaggio, si estese ed il sottomarino dovette emergere, anche perché il fumo e le fiamme si stanno espandendo attraverso l’impianto di areazione. I due reattori VM-A da 70 Megawatt vennero  spenti in quanto l’equipaggio non riuscì a mantenere sufficiente energia elettrica per controllarli, mentre i generatori ausiliari a nafta non partirono mai… Alla deriva e con l’incendio mai del tutto sotto controllo, il K8 attende l’arrivo di un battello della flotta russa per essere rimorchiato verso le proprie basi. Raggiunti da un rimorchiatore della flotta baltica, l’equipaggio si trasferì su di esso. Ma per un’errata valutazione della situazione, il comandante Vsevolod Borisovich Bessanov  assieme ad una parte dell’equipaggio ritornò sul sottomarino, per cercare di mantenerne il controllo con il mare in tempesta. Al termine della lunga agonia, alle 6,20 circa dell’11 aprile  a causa danni subiti, il sottomarino affondò improvvisamente, trascinando con se  52 uomini  sul fondale a 4.680 metri di profondità. Altri 73 si salvano. Oltre ai due reattori  il sottomarino si è portato dietro 24 missili balistici e 4 siluri nucleari… Dieci anni prima, lo stesso battello era stato vittima di uno dei primi incidenti di controllo dei reattori nucleari di propulsione, una lunga serie mieterà moltissime vittime e spargerà sofferenze atroci tra i marinai sovietici. L’incidente è stato tenuto segreto fino al 1991.

Giugno. I sottomarini nucleari USS Tautog, (della classe Sturgeon) e quello lanciamissili K 108 (classe Echo II) entrano in collisione, presumibilmente durante manovre subacquee di inseguimento reciproco. Entrambi i battelli, per quanto gravemente danneggiati, riusciranno a rientrare ai porti di partenza.

29 novembre. Mentre si trova nella base navale della Royal Navy britannica di Holy Loch in Scozia, la nave appoggio per sottomarini USS Canopus va in fiamme. Nella santabarbara sono stivate un numero non certo di siluri a testata nucleare e almeno due sottomarini nucleari statunitensi della flotta atlantica sono ormeggiati alle sue fiancate. Per quattro ore gli uomini combattono le fiamme col costante pericolo che vengano investite le stive corazzate in cui sono le testate. Tre uomini degli equipaggi perdono la vita. Ci spostiamo ora sul territorio degli Stati Uniti, più precisamente in quell’area definita Nevada Test Site (nell’omonimo stato americano) il cui territorio è stato piagato da centinaia di esplosioni nucleari sperimentali esterne e sotterranee.

18 dicembre. Nell’area n. 8 dello Yucca Flat, che un tempo era il fondale di un antico bacino marino, ci si prepara al “test Baenberry”, parte di una serie di 12 esplosioni nucleari chiamate Operation Emery. La carica installata in un pozzo sotterraneo scavato nella roccia di per sé è la meno potente della serie (10 kilotoni) ma qualcosa nella preparazione sfugge al controllo. Una serie di crepe non rilevate fanno si che la roccia non si fonde immediatamente al momento dell’esplosione, ma parte della palla di fuoco forza il condotto e sfugge all’esterno provocando una nube radioattiva alta parecchi chilometri, che depositerà radionuclidi ben lontano da questa remota area desertica. 

Yuka Flat

La nube radioattiva si eleva sull’area 8 dello Yucca Flat in Nevada il 18 dicembre 1970, in seguito a crepe nel suolo che impediscono di contenere nella camera sotterranea la forza dell’esperimento nucleare militare “Baenberry”. La rivista Times accusò il governo statunitense di minimizzare gli effetti del fallout radioattivo e le sue conseguenze a lungo termine potenzialmente su milioni di persone.

Le prime vittime sono 86 addetti al sito  investiti dalla polvere radioattiva, per quanto le autorità assicurarono che i tecnici civili e militari erano stati esposti a quantitativi di radiazioni ben inferiori a livelli pericolosi per la salute….pietosa bugia se contiamo che concentrazioni di elementi pericolosi e quantità di energia notevoli furono riscontrati in seguito nella neve su alcune catene montuose nel nord della California, nelle pianure dell’Idaho, dell’Oregon fino allo stato di Washington. La rivista Time condusse un’inchiesta indipendente sull’incidente (che ricorda molto quello di Ecker nell’Algeria francese) e accusò apertamente le autorità di aver nascosto un disastro i cui effetti a lungo termine sulla salute della popolazione statunitense non era per nulla prevedibile.

Negli anni ’70 venne raggiunto dalle potenze atomiche il massimo dispiegamento di forze nucleari sottomarine, su battelli a propulsione nucleare, e di missili balistici, vettori considerati i più efficienti (e letali) perché maggiormente al riparo dagli sviluppi delle capacità di sorveglianza ottica ed elettronica dell’avversario. E di conseguenza, andarono aumentando  in maniera esponenziale i rischi di incappare i incidenti potenzialmente gravi. Già abbiamo detto che è impossibile dotare di sistemi di sicurezza gli impianti di propulsione nucleare, specialmente sui sottomarini ma anche su di una portaerei non è poi così diverso, semplicemente perché  rispetto ad una centrale per la produzione di energia, su un battello navigante non ci sono spazi sufficienti….. ed infatti sicuramente molti  incidenti sono successi, di cui spesso per segreto militare, non è stata data notizia ufficialmente, trapelati poi per indiscrezioni di persone coinvolte o per la tenacia di giornalisti ed attivisti che tengono alta l’attenzione sul pericolo. Anche la Francia, entrata nel club delle nazioni con armamento atomico, entra parimenti in quello delle nazioni le cui forze armate soffrono anche incidenti.

1971

2 febbraio. Il sottomarino a propulsione nucleare della Marine Nationale francese Redoutable entrò in collisione con un peschereccio a largo della costa di Brest. L’equipaggio del peschereccio viene tratto in salvo da una nave scorta, mentre il sottomarino rientra in porto coi propri mezzi.

12 dicembre. A New London, nel Connecticut, il sottomarino d’attacco USS Dace, mentre sta trasferendo sulla nave appoggio USS Fulton parte del liquido dei circuiti di raffreddamento del suo reattore S5W, subisce una perdita violenta che disperde ben 1900 litri di acqua fortemente contaminata nell’estuario del fiume Thames, prima che si riesca a porvi rimedio…

1972

24 febbraio. Un pattugliatore P3C Orion della US Navy individua a circa 600 miglia da Terranova un sottomarino nucleare lanciamissili sovietico della classe Hotel II, il K19 si saprà in seguito, già protagonista di un gravissimo incidente nel 1961 (vedi articoli precedenti, ndr), mentre va alla deriva, apparentemente per un’avaria al sistema di propulsione nucleare dopo un incendio. L’incidente si valuta abbia provocato circa 28 vittime nell’equipaggio e una contaminazione dello stesso e del battello. La nave, dopo una lunga e penosa navigazione, assistita da altri 5 vascelli della flotta Russa, raggiunse la propria base nel mare di Barents solo il 5 aprile.

12 aprile. il sottomarino nucleare USS Benjamin Franklin in manovra sperona e affonda una chiatta a Groton nel Connecticut. Il sottomarino fortunatamente non risulta aver riportato danni.

Dicembre. (il giorno esatto non è stato mai indicato) Nell’impianto di produzione di Plutonio per uso militare di Pawling, nello stato di New York, un incendio e due esplosioni violente liberano in atmosfera e nel sottosuolo forti dosi di radionuclidi e gas nobili. L’incidente è talmente grave che l’impianto viene chiuso e sigillato. Alla fine di dicembre, secondo un rapporto della CIA, un sottomarino lanciamissili nucleare russo avrebbe subito un guasto grave al reattore durante la navigazione nel nord Atlantico. Altre unità di superficie sovietiche affiancarono e trainarono l’unità in avaria fino al porto di partenza di Severomorsk, nella penisola di Kola, dove giunse solo nel febbraio 1973. La cosa più agghiacciante di questo incidente, che pare abbia portato quasi alla fusione del nucleo del reattore, è che una parte dell’equipaggio è rimasta intrappolata nel comparto motori, dopo la chiusura dei compartimenti secondo le procedure di emergenza, una volta iniziata la fuga radioattiva. Nutriti prima con razioni di emergenza presenti nella sezione, questi uomini furono poi riforniti di acqua e cibo attraverso un portello sul ponte del sottomarino. Solo una volta arrivati in porto poterono essere liberati. Per tutto quel tempo  furono costretti a vivere in ambiente contaminato e morirono nei mesi successivi al rientro alla base, mentre tutto il resto dell’equipaggio pare abbia sofferto i sintomi dell’avvelenamento.

1973

27 marzo. L’USS Greenling, sottomarino da attacco della classe Tresher/Permit, durante una esercitazione di immersione profonda scende oltre la quota massima sopportabile a causa di un difetto dell’indicatore. La differenza notevole con le indicazioni di un secondo strumento mise in allarme l’equipaggio e il sottomarino interruppe la discesa poco prima di raggiungere il limite oltre il quale lo scafo sarebbe stato certamente schiacciato dalla pressione.  Una volta tornato alla base il sottomarino venne inviato in cantiere per ispezioni sullo scafo e sulla strumentazione: per una lancetta dell’indicatore che si stava bloccando 99 uomini hanno rischiato la vita e il pianeta l’ennesima catastrofe nucleare. E l’avvelenamento non è il solo rischio per l’ambiente e le sue creature: lo stesso giorno, un altra unità nucleare d’attacco della marina statunitense, l’USS Hammerhead, mentre naviga in immersione entra in collisione con un ostacolo sulla sua rotta, probabilmente una balena. L’impatto è violentissimo e il sottomarino riemerge in emergenza per rientrare in porto e controllare i danni eventuali. Il destino del povero ed ignaro animale invece è quasi certo…

aprile Torniamo in Europa, nella base scozzese di Coulport: un mezzo della Scottish Electricity Board si rovescia su un carrello che trasporta testate nucleari dei missili Polaris, che equipaggiano anche i sottomarini di Sua Maestà britannica, oltre che della flotta statunitense. I “pits” corazzati delle testate fanno il loro lavoro e non c’è contaminazione, ma l’incidente ha dell’incredibile e non si conosce altro sulla sua dinamica.

13 aprile è la NASA suo malgrado a rendersi protagonista, quando il modulo di comando della missione Apollo 13 ammara nell’Oceano pacifico alla fine di una delle più sfortunate missioni spaziale. Per un difetto  nei termostati che regolavano la temperatura dell’ossigeno, un impianto elettrico aveva fatto esplodere un serbatoio del prezioso gas ed i tre astronauti, assistiti da terra minuto per minuto, dovettero riparare con mezzi di fortuna la navicella e rientrare sulla terra quasi senza energia elettrica e privi del computer di navigazione, rischiando di rimanere per sempre dispersi nello spazio o di bruciare al rientro nell’atmosfera. La vicenda fu anche protagonista di un film di successo nel 1995. Dopo che l’operazione si concluse felicemente col salvataggio degli astronauti, qualcuno fece notare che la missione era la numero 13 e il modulo di comando era stato battezzato Odissey, per chi crede nella superstizione ce n’è di che pensare…Quella fu l’ultima missione di esplorazione lunare, ma tornando al modulo di comando, la flebile energia  che mantenne vivi i circuiti del modulo spaziale nel rientro fortunoso era stata assicurata da un piccolo reattore al Plutonio, il quale risultò disperso nell’ammaraggio. Ancora oggi, quarant’anni dopo, si ignora assolutamente dove possa essere finito il pit con il reattore…. I

21 aprile Il sottomarino nucleare USS Guardfish, mentre è in immersione a 370 miglia nautiche dal Puget Sound subì una perdita nel sistema di raffreddamento primario del reattore, che entrò in fase critica emanando calore e radiazioni in tutto il battello. L’unità emerse in emergenza operando tutte le procedure di decontaminazione, ma 5 uomini dell’equipaggio, gravemente irradiati, dovettero essere ricoverati d’urgenza.

21 maggio. L’USS Sturgeon impatta il fondale marino (probabile un altro malfunzionamento del profondimetro) a largo delle Isole Vergini, rientrando d’urgenza con lo scafo danneggiato.

6 giugno. L’USS Skipjack (altro sottomarino nucleare d’attacco della US Navy) colpisce una montagna sottomarina non segnalata sulle carte di navigazione, durante l’esercitazione “Dawn patrol” nel Mediterraneo. Il battello raggiunge il porto di Soudha Bay a Creta per controllare eventuali danni al sistema di raffreddamento del reattore nucleare.

13 giugno. Il K56, sottomarino nucleare russo armato di missili atomici da crociera, entra in collisione probabilmente con un altro battello durante prove in mare, 26 tra marinai e civili rimangono uccisi. Ufficialmente per decenni  le autorità russe hanno sostenuto che si trattò di un guasto al reattore, sottolineando il valore dell’equipaggio nell’evitare un danno maggiore, ma secondo l’intelligence occidentale non è il motivo reale dell’incidente….

1974

Si apre con un braccio di ferro fra il  Giappone e gli Stati Uniti. Il Governo di Tokyo non ammette più la presenza sul proprio territorio dei sottomarini nucleari da attacco della US Navy in quanto fonte di perdite di liquidi e materiali radioattivi, accusando apertamente le autorità militari di aver fornito dati falsificati, di avere mentito sul luogo e le date di prelievo dei campioni. Anche il mezzo aereo, nonostante i tragici avvenimenti degli anni 50 e 60 abbiano fatto crescere in maniera esponenziale l’attenzione sulla sicurezza, non riesce ancora a rimanere del tutto al sicuro dai rischi .

14 febbraio. Sulla Pittsburgh Air Force Base, un nuovissimo cacciabombardiere FB 111 in forza allo Strategic Air Command subisce un cedimento al carrello anteriore durante un decollo in esercitazione. Ai piloni alari sono agganciati due missili aria-terra e due bombe a caduta balistica, tutte con testate nucleari che potevano causare un inquinamento letale di tutta l’area se coinvolte in un incidente. Le autorità militari hanno affermato che l’incidente non ha minimamente interessato l’armamento e gli ordigni non erano attivi in quanto privi di innesco.

Sempre in febbraio. A largo di Malta, su una nave della 6 Flotta americana due siluri Mk 44 cadono dalle rastrelliere mentre vengono spostati nella santabarbara e colpiscono un ordigno termonucleare WE177, per fortuna causando solo abrasioni superficiali. Non si conosce altro dell’incidente. Nonostante la stragrande parte degli incidenti rimanesse nascosta o fosse minimizzata, a metà degli anni 70 l’attenzione sulla gestione di armi e impianti nucleari sta crescendo fortemente. L’opinione pubblica mondiale, almeno nelle nazioni dove è garantita la libertà d’informazione, chiede sempre più di sapere quando accade un incidente, di conoscere rischi e danni a persone ed ambiente, i movimenti ambientalisti aprono una nuova stagione di impegno civile. Emergono quindi dati inquietanti, specie per i luoghi in cui navi ed aerei con armamento nucleare stazionano: negli USA un’inchiesta shock rivela che dall’inizio della corsa nucleare più di 3000 persone coinvolte nella produzione di armamenti e combustibili nucleari è stata allontanata dal lavoro per decadimento intellettivo, demenza, alcolismo ed altre cause. Le fonti governative rifiutarono di riconoscere ogni valenza scientifica all’inchiesta, ma il dato statistico resta terribile di per sé. Alla base navale della Maddalena, sulla costa della Sardegna, si guarda sempre più con preoccupazione  all’intenso traffico di sottomarini nucleari, per i quali è stata creata una base di appoggio.

24 febbraio. Tutto l’equipaggio della nave appoggio USS Gilmore in servizio alla Maddalena viene  sostituito improvvisamente,  senza ulteriori spiegazioni, avvenimento in base al quale il quotidiano “Il Messaggero” parla di una fuga di radiazioni e della presenza di Cobalto 60 e Iodio 131 nei fondali dell’isola. Si parla apertamente di responsabilità dei sottomarini a propulsione nucleare delle nazioni NATO ormai presenti dai primi anni 60 nelle acque dell’arcipelago sardo, mentre vengono resi pubblici i dati di una campagna di  ricerca del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) che rivela l’aumento dei livelli degli isotopi di Manganese e Cobalto nell’area della base a partire dal 1972. Successivamente, mentre nel nord Atlantico sta partecipando a esercitazioni NATO, il sottomarino lanciamissili nucleare inglese HMS Renown, classe Resolution.

17 aprile. Impatta violentemente il fondale sabbioso vicino al Firth of Clyde, un’insenatura profonda nella costa della Scozia Occidentale. A giugno il comandante dovette difendersi di fronte a una corte marziale dall’accusa di comportamento negligente e danni al battello, da cui uscì assolto, ma comunque perse il comando del Renown. In ogni caso, la difficoltà di manovra di questi enormi mezzi è testimoniata da un altro incidente identico, accaduto nel Firth of Clyde nel 1978.

1 maggio. Nelle acque di fronte alla base navale russa di Petropavlovsk, nella penisola della Kamchatcha, si ebbe un altro esempio di quanto fosse realmente pericoloso il confronto fra le forze armate degli opposti schieramenti coinvolti nella ‘Guerra Fredda’. L’USS Pintado, sottomarino da attacco a propulsione atomica, stava eseguendo una missione di sorveglianza e spionaggio (previste nell’operazione “Holystone”) della flotta russa ben all’interno delle acque territoriali dell’URSS, quando entrò in collisione con un sottomarino nucleare lanciamissili russo classe Yankee. La collisione quasi frontale distrusse il sonar dell’unità americana e danneggiò i timoni di profondità. Mentre la nave russa riemerse subito, il sottomarino americano eseguì una rischiosa navigazione in immersione alla massima velocità per uscire dal territorio russo e raggiungere la base di Guam, dove  fu sottoposto a riparazione.

6 maggio. Mentre lascia la base di Guantanamo a Cuba, l’USS Jallao subisce un fenomeno di scariche elettrice nella sua sala motori che causa un principio di incendio. Il sottomarino torna immediatamente alla base, dove 16 marinai vengono ricoverati per intossicazione da fumo e un’altro per ustioni. Il reattore non risulta danneggiato dall’incidente.

3 novembre. L’incidente di Petropavlovsk si ripeté a parti invertite: il sottomarino lanciamissili nucleari USS James Madison viene speronato in immersione da un sottomarino sconosciuto, presumibilmente sovietico, nel Mare del Nord. Secondo alcune fonti, entrambi i sottomarini subiscono sicuramente pesanti danni e riescono a malapena ad evitare l’affondamento. La Marina Statunitense non commentò l’incidente, ma nemmeno lo smentì….

dicembre.  E’ l’USS Kamehameha, altro sottomarino con missili nucleari a bordo, a centrare reti da pesca nel Mediterraneo centrale, ricavandone danni allo scafo e alle apparecchiature sonar.

1975

In una data e un luogo sconosciuto, il sottomarino nucleare  d’attacco USS Guardfish, lo stesso dell’incidente del 21 aprile 1973,  mentre esegue la pulizia dei circuiti di raffreddamento del reattore attraverso l’uso di una resina, un improvviso cambio di direzione del vento rispedì le polveri residue radioattive sul sottomarino e sul suo equipaggio prima che una qualsiasi reazione di difesa possa essere tentata. Dopo l’incidente qualcuno ammise fuori dagli ambienti militari che non era un fatto così raro, la cosa fu riportata dalla stampa creando lo stupore dell’opinione pubblica. La Marina Americana negò e minimizzò tali fatti, tuttavia dall’incidente del Guardfish nessun sottomarino ha mai più effettuato la pulizia dei circuiti di raffreddamento in mare….

16 febbraio. L’USS Swordfish, durante prove di immersione ad alta profondità, urta il fondale marino e rientra  a Pearl Harbour per riparazioni.

24 marzo. Nella notte del l’USS Dace entra in collisione con un peschereccio mentre naviga in superficie a largo di Rhode Island, nello stato di New York, ma non vengono segnalati danni.

23 aprile. L’USS Snook resta incagliato nelle reti di una nave da pesca d’altura russa a largo di San Francisco. L’unità riuscirà a liberarsi da sola e a rientrare alla base.

25 maggio. Viene pubblicato dal New York Times un articolo in cui si rivelano i dettagli del programma Holystone, creato dalla marina e dalla C.I.A.: attraverso la modifica di alcuni sottomarini la US Navy ha effettuato alcune rischiose missioni di  spionaggio nelle acque territoriali sovietiche e dei suoi alleati, registrando immagini e emissioni radio/radar. Tra la metà degli anni 60 e la metà degli anni 70 i sottomarini americani furono coinvolti in almeno otto incidenti con la marina russa, che del resto conduceva missioni simili con i propri battelli seguendo le esercitazioni NATO e spiando le basi navali americane. Gran parte delle unità destinate al programma Holystone appartenevano alla classe Sturgeon, ovvero  sottomarini d’attacco nucleari capaci di grande velocità, armati normalmente anche con siluri modello Mk 45 a testata atomica.

Ottobre. Mentre è in servizio nella baia di Apra, sull’isola di Guam, la nave appoggio USS Proteus perde l’acqua di raffreddamento dei reattori, scaricata nelle sue cisterne dai sottomarini a cui offriva assistenza. Sulle spiagge pubbliche circostanti si registra una radioattività di fondo di 100 millirems per ora, cinquanta volte superiore a quella massima consentita dalle misure di sicurezza.

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La nave appoggio sottomarini USS Proteus nella delicata fase di caricamento di un missile balistico nucleare Polaris sul sottomarino USS Patrick Henry. La Proteus sarà protagonista di un incidente con materiale radioattivo nell’ottobre 1975, mentre si trova nella baia di Apra, sull’isola di Guam. La rara foto è del 1961 ed è stata scattata nella base scozzese di Holy Loch, dove alcuni anni dopo la USS Canopus fu vittima di un violento incendio, col rischio di esplosione delle testate custodite nelle stive.

22 novembre. Si sfiorò nuovamente la tragedia nucleare, ancora una volta nel teatro di operazioni del Mediterraneo: durante un’esercitazione notturna, con mare in tempesta, la portaerei a propulsione nucleare USS John F. Kennedy e l’incrociatore lanciamissili USS Bellknap entrarono in collisone nel Mar Ionio, a largo della costa siciliana. Il comandante della Kennedy inviò il messaggio in codice al comando della 6° Flotta a Napoli di una Broken Arrow in corso, ovvero, la probabile perdita di ordigni nucleari con altrettanto probabilità di esplosione delle stesse, una prospettiva terrificante a pochi chilometri da coste densamente abitate e in un mare relativamente chiuso… la situazione divenne immediatamente grave, il Bellknap in preda alle fiamme, rimase alla deriva nel mare agitato per alcune ore, con il fuoco che lambiva ormai i lanciatori dei missili antiaerei RIM2 Terrier, armati a testata nucleare, nonché i depositi di altri armamenti nucleari…solo la tenacia dell’equipaggio riuscì a fermare l’incendio a pochi metri dal Plutonio. Sei uomini sul Bellknap ed uno sulla portaerei Kennedy persero la vita,  ma l’incidente fu ammesso solo nel 1989.

6 dicembre. Il 1975 si chiude con l’incidente occorso al sottomarino USS Haddock, appartenente alla classe di sommergibili d’assalto Tresher/Permit. Mentre navigava in profondità nei pressi delle isole Hawaii subì un’infiltrazione d’acqua. L’incidente venne confermato dalla US Navy, ma l’equipaggio, sfidando la disciplina e i segreti militari, protestò pubblicamente rivelando che il sottomarino soffriva di micro fessurazioni nel sistema di raffreddamento del reattore, oltre che altri malfunzionamenti. Il comando della Marina predispose che il sottomarino fosse sottoposto a una sessione speciale del programma SUBSAFE (vedi negli articoli precedenti l’affondamento dello USS Tresher) completo prima di riprendere il mare.

1976

16 aprile. E’ su un’unità di superficie, l’incrociatore lanciamissili USS Albany, che si verifica un incidente potenzialmente pericoloso: mentre veniva smontato durante  esercitazioni, un missile antiaereo Bendix RIM8E dotato di testata atomica cadde dal suo lanciatore modello Mk12 e rimase danneggiato, durante riparazioni della nave al Norfolk naval shipyard. L’incidente non viene segnalato come pericoloso, ma il 4 maggio successivo una commissione tecnica salì a bordo per capire le dinamiche dell’incidente e studiare modifiche per aumentare la sicurezza del lanciatore Mk12.

Regulus

L’incrociatore lanciamissili USS Albany in una famosa foto ufficiale della US Navy in cui lancia simultaneamente 3 missili antiaerei (SAM, Surface to Air Missile) Talos e Tartar, equipaggiabili anche con testate nucleari tattiche. Nel 1976 fu protagonista di un incidente nella santabarbara potenzialmente pericoloso mentre veniva manovrato un missile Talos dotato di testata atomica (dal sito www.navysite.de).

1° maggio. Un peschereccio d’altura norvegese, mentre posa reti nel Mare Artico, ‘catturò’ un sottomarino nucleare sovietico a largo della base navale di Murmansk. I pescatori norvegesi assisterono esterrefatti all’emersione del sottomarino incastrato tra le reti e agli sforzi frenetici dei marinai russi, che tagliarono le reti con cesoie, accette e martelli… l’incidente, come tipologia, divenne in quegli anni ormai sempre più frequente man mano che le navi da pesca industriale ampliarono il loro raggio d’azione e si ripeté quasi in maniera identica il 1° luglio dello stesso anno, sempre nello stesso tratto di mare….

2 maggio. L’HMS Warspite, sottomarino d’attacco a propulsione nucleare in servizio con la Royal Navy inglese, soffre un incendio nella sala macchine quando una tubazione dell’olio cede e spruzza il lubrificante su un generatore Diesel in funzione, mentre il battello era ormeggiato nel porto di Crosby on the Mersey. Il Ministro della Difesa inglese negò che vi sia stato alcun pericolo per il reattore del sottomarino, ma 3 marinai restano feriti.

Agosto. Ennesimo incidente di una lunga serie nell’impianto di produzione di Plutonio militare Hanford Plutonium Finishing Plant. Mentre avviene la concentrazione del Plutonio in una soluzione di nitrati per ottenere  i lingotti di metallo, una reazione chimica provocò un’esplosione nella camera blindata, tanto potente da strappare il pesante vetro al piombo che proteggeva gli operatori. Un dipendente venne investito da frammenti di vetro e acido nitrico, inalando una dose di Americio, un isotopo radioattivo, 500 volte superiore al limite massimo. Sottoposto a cure sperimentali di decontaminazione, il lavoratore si salvò fortunosamente. Vista anche la reticenza delle autorità e delle aziende che lavorano per il Dipartimento della Difesa ad ammettere i pericoli corsi nel trattare questi materiali, aumentò la pressione dei media e la preoccupazione del pubblico (nell’aprile 1975 si è chiusa la vicenda decennale della guerra in Vietnam, che ha fortemente contribuito  a scuotere  la fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche e militari).

25 agosto. Un mese particolarmente sfortunato a quanto pare, L’USS Pollack resta impigliato nelle reti a strascico di una flottiglia da pesca Giapponese, mentre attraversa la parte occidentale dello stretto di Tsushima. Le navi abbandonano le reti nella paura di essere trascinate dal sottomarino, che riemerge e rientra in porto, ma senza aver subito danni.

28 agosto. Nel Mediterraneo orientale, la pericolosa vicinanza tra le navi del blocco sovietico e dell’alleanza atlantica sfocia nella collisione tra il sottomarino nucleare  sovietico K 22,  appartenente alla classe Echo II, armato di missili da crociera a testata atomica,  e la fregata veloce USS Voge (3)(7) nave dedicata alla caccia dei sommergibili. Il K 22  seguiva la flotta della NATO a Sud dell’Isola di Creta, tallonando la portaerei USS Kitty Hawk, in un gioco a rimpiattino con le unità “antisubmarine” che cercavano a loro volta  di individuarlo e costringerlo ad abbandonare l’inseguimento. Nel continuo e teso susseguirsi di contatti sonar tra le unità, il K 22 si portò a quota periscopica per identificare la posizione del suo ultimo bersaglio, la fregata USS Moinsture, ma non sapeva di essere seguita da vicino dall’USS Voge. Tanto da vicino che il periscopio e l’antenna radio dell’unità russa vennero fotografate da alcuni marinai sul ponte del Voge. Tuttavia l’eccesiva velocità delle unità le mise in rotta di collisione: quando il comandante russo capì la posizione del Voge ordinò l’immersione di emergenza ma troppo tardi, così come il Voge non riuscì a virare. Le navi si scontrarono alle 18.25, provocando l’immediata emersione del sottomarino, la fregata ebbe una grande falla a poppa provocata dalla torre del sottomarino, con danneggiamento di un’elica. L’unità venne trainata a Tolone in Francia, dove entrò in bacino di carenaggio per le riparazioni. Il K22 venne scortato da unità di superficie russe fuori dal Mediterraneo. Tra i governi russo e americano vi fu uno scambio di accuse circa il comportamento delle rispettive unità.

26 settembre. Il sommergibile russo K47, appartenente ancora una volta alla classe Echo II nel codice NATO, prende fuoco durante una crociera di pattugliamento nel nord Atlantico. Restano uccisi 8 marinai, mentre il battello con fatica percorre la rotta per la base di partenza.

1977

7 luglio. Il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter annunciò l’avvio dei test sulla bomba al neutrone. Si solleva un’ondata di proteste sia interne che estere che portò l’amministrazione nel 1978 ad abbandonare ufficialmente il programma.

22 luglio. E’la volta dell’USS Henry L. Stinson, che venne ‘pescato’ dalle reti di un battello spagnolo mentre lascia le acque della base di Rota. Ad agosto, nella base navale inglese di Coulport, mentre si sta caricando un missile intercontinentale Polaris su un sottomarino, a causa del non corretto montaggio delle strutture saltano alcuni giunti di sicurezza e il missile scivola di alcune decine di centimetri , ma senza provocare danni alla testata o ad altri oggetti. Non si conosce molto di più sull’incidente.

8 settembre. L’unità russa K 171, della classe Delta, in seguito all’aumento della pressione in uno dei silos, lanciò per errore un missile mentre era in navigazione a poca distanza dalla penisola di Kamchatcha. Anche se per fortuna il missile non si innescò, fu organizzata una grande operazione per ritrovare l’arma,  una broken arrow in versione sovietica, con il coinvolgimento di navi, aerei ed elicotteri. L’ordigno venne ritrovato intatto e recuperato.

20 settembre. Un incidente  accaduto nelle nostre acque nazionali pone l’attenzione di nuovo sull’uso dell’atomo militare e sulla disinformazione che i diversi poteri hanno messo in campo: il sottomarino d’attacco USS Ray andò a sbattere pesantemente sui fondali della Serpentara e gravemente danneggiato nel sonar ed in altre strumentazioni, entrò nella base sommergibili della Maddalena per ispezioni urgenti. Già questo fu una totale violazione dei protocollo internazionali, i quali vietano assolutamente in caso d’incidente a mezzi a propulsione nucleare l’attracco nei porti, specialmente se vicini abitazioni, fino a che non siano escluse contaminazioni radioattive. E anche le dichiarazioni ufficiali del comandante americano della base, alle richieste insistenti dei giornalisti, furono palesemente contrastanti con quelle del comandante la Capitaneria di porto, appartenente alla Marina Italiana: il primo ammise l’arrivo del Ray nel pomeriggio del 21 settembre, il secondo nella giornata del 22…tra l’altro l’area della base, concessa in uso nel 1972 alla US Navy con protocolli segreti mai ratificati dal parlamento italiano, fu oggetto di una campagna intesa a rendere l’opinione pubblica favorevole alla presenza della base (propagandata all’inizio come una sorta di luogo di riposo per i marinai in servizio in Europa e le loro famiglie), salvo poi negli anni rivelarsi vane le promesse e le previsioni di sviluppo che coinvolgessero la comunità locale. E la protesta divenne di anno in anno sempre più vibrante, specie con le analisi che  riportavano l’innegabile presenza di Cobalto 60 , Iodio 131 nelle alghe della rada, a livelli maggiori della radioattività di fondo. Mentre le autorità americane rifiutavano, con varie scuse, di mettere a disposizione le analisi svolte prima dell’inizio della costruzione delle installazioni e l’arrivo dei grandi sottomarini nucleari d’attacco. Inoltre, sulle grandi navi appoggio all’ancora nella rada normalmente vengono custoditi anche i munizionamenti che equipaggiano le navi, ovvero missili Cruise e siluri, certamente anche a testata nucleare. L’importanza strategica nel teatro del Mediterraneo della base per la NATO (e per il Pentagono) fa si che le proteste delle comunità locali, che fanno i conti anche con casi di malformazioni neonatali sempre più frequenti, vengano sostanzialmente ignorate o minimizzate dal governo (sia locale,  sia nazionale) italiano, tranne la posizione presa da alcuni politici Sardi, per non parlare dagli organi dell’alleanza Atlantica. Ma il muro di gomma prosegue fino all’incidente dell’USS Ray, che costa la carriera ai comandanti della base e del sottomarino, oltre che provvedimenti disciplinari a molti altri militari… il sottomarino avrebbe impattato contro una montagna corallina: e già questa è una versione risibile, perché chiunque può constatare che i fondali dove si incagliò il Ray sono molto più bassi, e non vi sono assolutamente scogliere coralline… inoltre la motivazione della rimozione immediata dei responsabili fu negligenza ed incompetenza. Poco credibile, visto che proprio  nel 1977 l’equipaggio dell’USS Ray vinse la Navy Expeditionary Medal (conseguita in totale per ben otto volte dall’unità), un riconoscimento ricevuto per l’alto livello di efficienza e di sicurezza raggiunto. Il Ray apparteneva alla classe Sturgeon, uno dei mezzi più tecnologicamente avanzati, spesso condusse missioni segrete di spionaggio (come quelle previste nell’Operazione Holystone, di cui abbiamo parlato prima) introducendosi nelle acque territoriali avversarie o seguendo da vicino mezzi sovietici. A fine carriera risultò tra i battelli più decorati nella storia della Marina. Per cui è assolutamente poco credibile che un equipaggio inesperto fosse stato mandato a navigare su fondali così insidiosi su un mezzo che costava 800 milioni di Dollari (in valuta degli anni 60) e con un reattore nucleare a bordo…. In realtà la presenza del relitto di un cargo Russo potrebbe spiegare la missione del Ray  in quei giorni: Komsomolets Kalmykii, affondato in circostanze mai chiarite il 31 dicembre 1974,  fu cercato intensamente da Russi e, di conseguenza, anche dagli occidentali, ma solo recentemente individuato per caso da alcuni subacquei. La presenza del Ray e le sue sofisticate attrezzature  potrebbe essere stata giustificata proprio con la necessità di individuare il relitto e il suo misterioso carico. Ma anche questo è uno scenario su cui mai le autorità ammetterebbero ancora oggi alcunché, è prevedibile. Negli anni 2003/2004, a seguito dell’ennesimo incidente occorso ad un sottomarino atomico, l’USS Hartford, sugli insidiosi fondali sardi, le associazioni ambientaliste italiane e corse effettuarono prelievi indipendenti inviandoli all’estero a laboratori specializzati. I risultati furono gravi perché gli analisti belgi e francesi accertarono la presenza di Plutonio e di Torio 234, un suo radioisotopo tipico. E queste non sono presenze naturali, ma solo frutto della mano dell’uomo.

Autunno. Secondo rapporti della C.I.A. la flotta russa soffre due altri incidenti ai suoi sottomarini oceanici: 12 ufficiali e marinai dell’equipaggio di un sottomarino vengono trasbordati su un peschereccio d’altura russa e consegnati in un porto canadese a personale diplomatico russo. Da qui vengono imbarcati su un velivolo dell’Areoflot, la compagnia di bandiera dell’Unione Sovietica e riportati a Leningrado. Si sospetta un’urgenza dovuta a contaminazione radioattiva. Negli stessi giorni un’altra unità in servizio nell’Oceano Indiano riemerge in preda ad un incendio e dopo una lotta durata alcuni giorni, il sottomarino viene trainato verso Vladivostock  da vascelli sovietici.

28 novembre. E’ la volta di un elicottero Boeing CH47 Chinook, che fu vittima di un incendio ad uno dei due motori al momento del decollo, in una base statunitense nell’allora Germania Ovest. Nel vano di carico erano  custodite alcune testate tattiche appartenenti alla US Army, l’esercito U.S.A. Secondo le fonti militari il pronto intervento antincendio ha  escluso ogni danneggiamento agli ordigni, estratti integri dal velivolo. Il 4 dicembre, l’USS Pintado, mentre partecipa ad una esercitazione congiunta con la marina Sudcoreana, venne investito da una unità che aveva virato senza  considerare la posizione del sottomarino. Grazie alla prontezza di riflessi del comandante americano, si lamentano solo alcuni danni superficiali al battello. Anche lo spazio , come abbiamo visto per il caso dell’Apollo 13, non è immune dall’utilizzo dell’energia nucleare, e talvolta lo scopo è militare, come molto spesso succede.

18 settembre. Un razzo vettore mette in orbita un satellite, partendo dal territorio dell’Unione Sovietica, probabilmente dalla grande base di Baykonur. Niente di strano, ormai il lancio di un mezzo extra-atmosferico è una realtà di tutti i giorni…ma per molti Paesi l’opportunità di svolgere missioni di osservazione e studio,virtualmente intoccabile ed invisibile è importantissimo per gli equilibri geopolitici mondiali. Tornando a quel satellite, il suo nome in codice è Cosmos 954, è un satellite spia oceanico, concepito per sorvegliare le mosse delle flotte militari occidentali, in primis americane, sia con la fotografia ad alta definizione, sia attraverso l’analisi di emissioni radar e radio. Normalmente si tratta di mezzi ormai prodotti in serie, affidabili. Ma qualcosa non va: già da novembre gli occhi del sistema spaziale americano notano che l’orbita dl satellite è instabile e si dubita che i legittimi proprietari del sofisticato giocattolo nulla possano fare. Secondo le proiezioni dei tecnici, tra febbraio ed aprile il satellite sarebbe sicuramente precipitato nell’atmosfera. E fin qui, niente di eccezionale: per la tecnologia dell’epoca, già gli stadi dei razzi venivano sganciati ed andavano a disintegrarsi contro l’atmosfera, così come non era inusuale che  satelliti ormai giunti alla fine della vita operativa fossero fatti rientrare con angoli d’ingresso tali da assicurarne  lo sbriciolamento, verso le superfici oceaniche per lo più…ma per il Cosmos c’è un pericolo: fonte dell’energia operativa è un piccolo reattore ad Uranio 235, del modello “Romashka” compatto e relativamente leggero, ma pur sempre un reattore. Normalmente le procedure nei casi di satelliti alimentati ad atomo prevedevano l’espulsione del reattore dal satellite (la cui vita utile coincideva con l’esaurimento del combustibile nucleare) verso orbite più stabili e “sicure”, entrando a far parte della spazzatura spaziale che circola attorno al nostro pianeta…non potendo aspettarsi più di tanto collaborazione dai russi sulla situazione e le caratteristiche del Cosmos, i vertici militari e politici si prepararono al peggio: nacque l’operazione “Morning Light” (vedi il PDF Cosmos 954, contenente il rapporto desecretato del National Securit Council statunitense sullo svolgimento dei fatti ed interessanti riflessioni sulle emergenze di questo tipo). Innanzi tutto, vennero mobilitati arerei spia U2, satelliti, centri di osservazione per sapere in tempo reale se al momento del rientro tra i rottami del satellite vi fosse anche l’Uranio, ovviamente così sparso su superfici potenzialmente enormi: un’ipotesi a dir poco terrificante Inoltre c’è da affrontare il calcolo delle probabilità su dove la maggior parte dei detriti avrebbe potuto cadere e le probabilità di causare danni diretti alla popolazione. Non è cosa da poco, perché impone di considerare l’ipotesi di dover rivelare all’opinione pubblica internazionale cosa circoli veramente sopra le teste della gente e a quali pericoli sia esposti.

1978

24 febbraio. Seguito dagli schermi radar del NORAD, il comando aereo del Nord – America, alle 6.53 del il Cosmos 954 si polverizzava sopra il Canada. Già notizie erano trapelate e i media sia spettavano il rientro problematico di un “satellite da telecomunicazioni”, quindi l’attenzione era accesa. Nelle ore successive un’imponente  task force passava al setaccio boschi e pianure alla ricerca di rottami di una certa consistenza , soprattutto per determinare se vi fosse stata una contaminazione dell’aria e del suolo. L’area da scandagliare è compresa fra gli stati dell’Alberta, del Saskatchewan ed il Lago degli Schiavi, circa 124.000 chilometri quadrati nelle terre più selvagge del pianeta. L’operazione, durata alcune settimane determinò il recupero di appena lo 0,1% del materiale appartenente al Cosmos. In realtà il reattore del Cosmos 954 conteneva dai 45 a 50 chili di Uranio U 235, una quantità a dir poco sospetta per un satellite spia, per quanto sofisticato. La radioattività si sparse secondo concentrazioni molto casuali, costringendo a un lavoro maniacale le squadre congiunte americane e canadesi. Il Canada reclamò la violazione dei trattati internazionali sull’uso dello spazio esterno all’atmosfera, spostandosi sul piano del diritto internazionale. Al termine di un’intensa attività diplomatica, l’Unione Sovietica accetto di firmare un protocollo con il Canada e di versare 3 milioni di dollari Canadesi a titolo di risarcimento per le spese di ricerca  e decontaminazione.

Cosmos-954

Un frammento del satellite spia Cosmos 954 che il 24 gennaio 1978 rientrò in atmosfera fuori controllo assieme al suo reattore nucleare.

14 maggio. Dobbiamo tornare su un sottomarino, l’USS Darter soffre un allagamento dovuto ad una perdita del sistema snorkel durante un’ immersione.

23 maggio. Mentre veniva sottoposto a lavori di manutenzione nel bacino di carenaggio del Puget Sound Naval Shipyard, l’USS Puffer perse acqua contaminata dal sistema di raffreddamento. Secondo la versione ufficiale della Marina si trattò di una modesta quantità di liquido, circa una ventina di litri, proveniente dal sistema secondario di raffreddamento, persa per una distrazione da parte dei lavoratori del cantiere, che peraltro non ha provocato alcuna contaminazione né interna all’impianto, né delle acque marine esterne al porto. Diametralmente opposta la risposta dei lavoratori del cantiere, che hanno parlato di una perdita decisa, intorno ai 100 galloni (circa 378 litri), di una risposta lenta all’emergenza da parte dei tecnici militari e che numerosi lavoratori hanno subito contaminazione attraverso la pelle per contatto con l’acqua. Intanto, una sezione del bacino interessata dalla perdita venne demolita, infilata in bidoni a tenuta e inviata ad al centro di Hanford, nello stato di Washington, per lo stoccaggio sicuro. Solo tre giorni dopo, nello stesso bacino del Puget Sound, dall’USS Aspro si sparse un getto di acqua radioattiva che contaminò un lavoratore, i cui vestiti vennero sigillati ed inviati ad un sito per rifiuti nucleari…

8 giugno. Sul sottomarino nucleare inglese HMS Revenge (PDF Queen’s Gallantry Medal), dotato di missili balistici Polaris, una violenta perdita di vapore a pressione da una turbina nella sala motori rischia di generare un disastro incalcolabile. Solo il coraggio di un meccanico, Thomas Mc’Williams, che strisciando nell’intrico di tubi e cavi, a pochi centimetri dal getto mortale di vapore, riuscì a trovare la perdita e aiutò metterla in sicurezza, rientrando più volte e soffrendo del calore e di dolorose ustioni, meritandosi nel 1979 la Queen’s Gallantry Medal.

16 giugno. Mentre è in immersione nell’Atlantico, l’albero di trasmissione dell’USS Tullibee esce dalla sede all’altezza dell’elica, provocando una falla, fermata dall’equipaggio. Dopo la riemersione rapida, l’unità viene scortata al porto di Rota, in Spagna.

2 luglio. Mentre si trova nella Baia di Vladimir, nel Mar del Giappone, il sottomarino nucleare K 116 soffrì un incidente al reattore. Alcuni uomini rimasero contaminati, ma non se ne conosce la gravità.

19 agosto. Mentre si trova in crociera nell’Atlantico a Ovest delle coste scozzesi, un sottomarino nucleare russo non identificato ebbe un problema al reattore, per cui dovette  emergere venendo poi trainato da altre unità  di superficie, costantemente osservato da aerei pattugliatori della NATO. Le cause e le conseguenze dell’incidente non furono rivelate.

1979

Si avvia al termine il decennio, che ha visto molte cose cambiare nel mondo, dall’economia, alla politica e ai rapporti sociali.  E’ stato anche un decennio di incertezze, di turbolenze, di disillusioni allo stesso tempo. Il terrorismo politico, con tutti suoi lati oscuri, fece  la sua drammatica apparizione: anche il campo ambientalista vide degenerazioni pericolose, che si concretizzarono in sabotaggi e attentati anche ad impianti coinvolti nell’industria nucleare, sia militare che civile. In Spagna ad esempio l’ETA metterà a segno molti attentati che miravano a colpire lo sviluppo nucleare del Paese, e quello economico di conseguenza, puntando al contempo alle simpatie di quella parte di attivismo ambientalista frustrato dalla sordità del sistema ai problemi dell’impatto umano sul sistema pianeta…  Nel campo di cui ci stiamo occupando, proprio gli anni 70/80 hanno visto l’ultima fase della guerra fredda e del monopolio di pochi Stati del potere atomico militare, con una recrudescenza anche della sfida fra i blocchi, della corsa agli arsenali “non-convenzionali”, ovvero tra URSS e USA che ha fatto realmente temere di essere più che mai vicini all’uso delle armi nucleari. Un clima che ha fatto nascere un forte movimento di opinione internazionale, che avrà i suoi effetti anche sui colloqui per i trattati di disarmo bilaterale tra la fine degli anni 80 e gli anni 90 del XX° secolo.

7 marzo. Il sottomarino statunitense USS Alexander Hamilton resta impigliato nelle reti di un peschereccio a largo delle coste scozzesi, trascinando l’imbarcazione civile per almeno 45 minuti prima che le reti si rompessero e lasciassero libero il battello americano. Il 28 marzo è ricordato per l’incidente che ha causato la parziale fusione delle barre di uranio nella centrale nucleare di Three Mile Island, in Pennsylvanya : benché non fosse il primo incidente, fu tra i potenzialmente più gravi che avessero colpito l’uso dell’energia atomica, per di più per scopi civili, e il mondo comprese che essere entrato nell’era atomica comporta non solo grandi vantaggi, ma anche alti costi, probabilmente non sostenibili. L’incidente, il primo sotto i riflettori dei media internazionali, colpì molto l’opinione pubblica, perché accadde solo pochi giorni dopo l’uscita di un film di grande successo sul tema, la Sindrome Cinese (http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_cinese ), che sembrò quasi profetico…

27 aprile. L’USS Pargo, altro sottomarino nucleare, mentre entrava in porto a New London andò ad arenarsi su bassi fondali a causa della nebbia…il sottomarino si disincagliò da solo e proseguì verso il bacino, dove venne sottoposto a controlli sullo scafo.

11 maggio è la volta di una grande portaerei di squadra ad esser vittima di un incidente radiologico, la CVN (Carrier Vessel Nuclear) USS Nimitz subì una perdita al sistema di raffreddamento primario di uno dei due reattori del sistema di propulsione, mentre era a largo della costa della Virginia. Fonti della Marina assicurarono che non vi è stata contaminazione esterna alla nave né l’equipaggio ha corso alcun pericolo di irradiazione…si, ma da qualche parte quell’acqua sarà pur finita e in qualche modo dovrà esser stata smaltita….

24 maggio. L’incidente si ripete nella stessa base di New London e in condizioni praticamente identiche con l’USS Andrew Jackson e il 4 giugno con l’USS Woodrow Wilson.

12 Giugno. In una base sull’Atlantico, un siluro modello Mk 48 a testata convenzionale cadde dal carrello di carico, per la rottura di una catena, e si  andò ad incastrare sulla fiancata del sommergibile nucleare. Fonti della US Navy assicurarono che il siluro era privo di innesco, secondo le norme di sicurezza, ma dovettero ammettere che in caso di esplosione accidentale il sottomarino quasi sicuramente sarebbe affondato.

20 giugno. L’USS Hawkbill, mentre è impegnato in manovre nelle vicinanze delle isole Hawaii, subisce un’avaria ed una perdita al sistema di raffreddamento primario del reattore. La perdita al momento del ritorno al porto di Pearl Harbour era stata ridotta di tre quarti e cessò entro il 23. La Marina affermò ufficialmente che l’acqua radioattiva dell’impianto non è mai uscita dal sistema del reattore e che le pompe hanno continuato a sostituire il liquido mancante. Secondo la stessa fonte, la perdita è stata causata da “normale usura delle parti interne delle valvole” e che  “queste perdite si verificano occasionalmente”. Appena il giorno dopo, la portaerei CVN USS Enterprise , mentre è  nel Puget Sound Naval Shipyard per lavori di revisione, fu vittima per oltre due ore di un incendio partito dai locali di una delle catapulte, propagatosi attraverso i corridoi. L’incendio fu classificato Class Alpha, ovvero di assoluta pericolosità.

di Davide Migliore

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http://spb.org.ru/bellona/ehome/russia/nfl/nfl8.htm

Osipenko, L., Zhiltsov, L., and Mormul, N., Atomnaya Podvodnaya Epopeya, 1994:  l’affondamento del K8

http://archive.greenpeace.org/comms/nukes/ctbt/read3.html archivio degli incidenti militari nucleari di Greenpeace

http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=428.0;wap2 incidenti nucleari o potenzialmente nucleari dal 1971 ad oggi

SOMMERGIBILI NUCLEARI : PROBLEMI DI SICUREZZA ED IMPATTO AMBIENTALE , Politecnico di  Torino, 2004 – F. IANNUZZELLI, V.F. POLCARO, M. ZUCCHETTI

http://home.cogeco.ca/~gchalcraft/career/71-77.html : Geoff Chalckcraft, esperienze  sull’SBLCM HMS Renown

http://www.rnsubs.co.uk/Boats/BoatDB2/index.php?BoatID=682  HMS Warspite

http://www.destroyers.org/histories/h-de-1047.htm USS Voge

http://www.lostsubs.com/Detente.htm, http://www.lostsubs.com/Soviet.htm , http://submarine.id.ru/memory/K56.htm  lista degli incidenti a sottomarini sovietici e/o russi.

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2010/07/19/news/  l’incidente dell’USS RAY

http://o1c.net/Bottomguns/rayawards.htm riconoscimenti in carriera all’USS Ray

http://www.disinformazione.it/lamaddalena.htm le verità scomode sulla base statunitense de La Maddalena

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2010/07/19/news/un-cargo-russo-pieno-di-veleni-dimenticato-nei-fondali-di-capo-carbonara-1.3325086

http://www.hc-sc.gc.ca/hc-ps/ed-ud/fedplan/cosmos_954-eng.php satellite Cosmos 95 http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,945940,00.html

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Fonti generali :

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http://www.johnstonsarchive.net/nuclear/radevents/index.html database degli incidenti radiologici e nucleari fino agli anni 2000

http://alsos.wlu.edu/adv_rst.aspx?keyword=accidents*military&creator=&title=&media=all&genre=all&disc=all&level=all&sortby=relevance&results=10&period=15  elenco di pubblicazioni sugli armamenti nucleari ed i rischi di incidenti, accaduti o possibili

http://www.navsource.org ,

Michele Cosentino – Ruggero Stanglini “La Marina Sovietica” , ED.A.I., 1991

Dunmore, Spencer.  Lost Subs: From the Hunley to the Kursk, the Greatest Submarines Ever Lost – and Found. 1st ed: Toronto: Madison Press, 2002

Dunham, Roger C. Spy Sub. 10th ed. New York: Penguin Books, 1997

Waller, Douglas C. Big Red – Three Months On Board a Trident Missile Submarine. 1st ed. New York: Harper Collins, 2001

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