Archivio Tag | "Pechino"

Pechino città Ecologica

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Pechino città Ecologica

Pubblicato il 12 gennaio 2020 by redazione

La Grande Muraglia Verde: il nuovo gigantesco polmone di Pechino

deserto del Gobi

Deserto del Gobi.

Pechino si è ritrovata a far fronte a due grandi problemi: il primo consiste nell’avanzamento del deserto del Gobi, con l’incalzante ritmo di 20-30 metri annui di sabbia e dune che avanzano a velocità tripla rispetto al secolo scorso (ogni anno in Cina si spendono l’equivalente di 10 miliardi di dollari per tentare di contrastare la desertificazione del territorio); il secondo problema, ormai tristemente noto a tutti, è l’inquinamento dell’aria e i conseguenti cambiamenti climatici che si fanno sentire con il clima che sembra impazzito. Catastrofiche siccità e precipitazioni annue diminuite dal 2001 ad oggi del 37%, aumento del vento e delle tempeste di sabbia, per non menzionare le polveri sottili e le emissioni inquinanti del carbone usato nell’industria e per il riscaldamento; tutti fattori che hanno causato danni economici incalcolabili. La terra ormai arida si rifiuta di produrre e ha spinto oltre 400 milioni di contadini eco-profughi a trovare lavoro altrove. Si tratta di una situazione che diventa sempre più estrema col passare degli anni, causata dall’avidità e dalla prepotenza dell’uomo a cui ora non resta altra scelta che correre ai ripari.

grande-muraglia-verde-cinese

La grande muraglia verde cinese.

Non volendo però spostare la capitale millenaria –come si farebbe normalmente fatto in una situazione simile e come è già accaduto altrove in passato- e non avendo i mezzi per contrastare i cambiamenti climatici, a Pechino hanno deciso di creare la cosiddetta “Grande Muraglia Verde”, ovvero di dar vita artificialmente alla più grande foresta asiatica con 300 milioni di alberi piantati nella regione di Hebei, a nord e ad ovest della capitale, per un totale di 250 mila kilometri quadrati. Si tratta senza alcun dubbio di un progetto ambizioso che sfida i limiti della natura e dell’uomo; un progetto senza precedenti. Come annunciato dal premier Wen Jiabao, saranno investiti circa 30 miliardi di dollari per la riforestazione di pioppi, faggi, abeti e betulle e saranno deviati ben 24 fiumi per garantire l’irrigazione dell’area. Nonostante la prudenza mostrata dagli scienziati nei confronti del progetto, i tremila membri del parlamento sono fiduciosi nella buona riuscita dell’operazione. Infatti ripongono nel progetto la speranza che la foresta possa portare umidità, respingendo così il deserto e inducendo la formazione di nuvole e lo scarico di piogge, oltreché la diminuzione dell’inquinamento. Il sindaco ha quindi chiamato tutta la popolazione ad agire: ognuno deve comprare e piantare lungo la Grande Muraglia, situata a pochi kilometri dalla periferia dalla capitale, almeno una pianta. Quest’area iniziale prenderà il nome di “Bosco del Millennio”. Il vice direttore dell’Amministrazione forestale dello Stato, Zhang Yongli, ha comunicato in una conferenza stampa che saranno mobilitate ogni anno 650 milioni di persone al fine di riuscire nell’opera di riforestazione per un totale di ben 26 miliardi di alberi nei prossimi dieci anni. Dal 2011 ad oggi 614 milioni di cinesi hanno già preso parte all’operazione di rimboschimento volontario in tutto il paese, piantando 2,51 miliardi di alberi e occupando un area di 6 milioni di ettari. Secondo le previsioni entro il 2020 si dovrà raggiungere la considerevole cifra di 50 milioni di ettari della neo area forestale, fino a coprire il 23 % della superficie totale delle foreste cinesi. Obiettivo che a questa velocità potrebbe essere raggiunto già entro il 2015. Questo dimostra che anche imprese titanicche come queste non sono poi così impossibili e che con costanza e sacrificio possiamo davvero migliorare il mondo in cui viviamo, e non solo distruggerlo.

Un nuovo sistema di misurazione delle emissioni di CO2?

Pare che il progetto non si limiti solo a rallentare l’avanzata del deserto o a ridurre l’inquinamento. Si tratta di un progetto ben più ampio in cui la foresta diventerà un vero e proprio sistema per monitorare con precisione le emissioni di gas serra, permettendo così l’ideazione e la realizzazione di progetti volti alla riduzione di queste emissioni.

Il vice-presidente dell’Accademia delle scienze della Cina, Ding Zhongli afferma inoltre che: “I ricercatori redigeranno delle liste di emissioni di gas serra per valutare quantitativamente le emissioni di anidride carbonica generate dalla natura o dalle attività umane. La Cina progetta anche di mettere in atto un sistema per sorvegliare il livello di CO2 in atmosfera attraverso l’analisi satellitare, la sorveglianza aerea e al suolo e la modellizzazione atmosferica. Questo processo di ricerca dovrebbe fornire alla Cina delle informazioni più solide per poter trattare i dossier legati al cambiamento climatico, in particolare la riduzione delle emissioni di carbonio ed i negoziati internazionali”.

Infatti grazie a questa mossa la Cina non dovrà più essere sottoposta alle stime internazionali sulle sue emissioni, ma sarà in grado di effettuarle autonomamente.

Ding ha anche comunicato all’agenzia ufficiale Xinhua che “La Comunità scientifica cinese si impegnerà sul sequestro del carbonio e gli impatti del cambiamento climatico nelle diverse regioni, al fine di preparare la Cina all’adattamento climatico ed allo sviluppo verde. A causa del riscaldamento climatico, il nord-est della Cina avrà probabilmente migliori condizioni per la coltura del riso, mentre il nord della Cina soffrirà della diminuzione delle precipitazioni e della siccità. Valuteremo gli impatti del riscaldamento climatico su un periodo più lungo in 5 regioni per fornire dei consigli per l’adattamento”.

Secondo un rapporto pubblicato a novembre del 2011 dalla seconda Assemblea nazionale cinese sul cambiamento climatico: “Aumentare i “pozzi di carbonio” del Paese, vale a dire l’utilizzo delle foreste e di altre risorse naturali e umane per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera, è molto importante per la riduzione del carbonio”. Esattamente come già sostenuto da Ding.

Auto, bus e taxi elettrici: la rivoluzione elettrica cinese

Quindici miliardi di dollari investiti per sviluppare entro il 2020 un industria che punti sulla green economy: stiamo parlando dei veicoli elettrici.

Già da alcuni anni in Cina è in corso la sperimentazione sull’utilizzo di taxi elettrici che colleghino Pechino ad Hangzhou e Shenzhen. Pare che il progetto abbia avuto un notevole successo sia tra la popolazione che tra le varie aziende al punto che anche Warren Buffett ha concesso un finanziamento alla maggiore casa produttrice di batterie elettriche al mondo, l’azienda cinese BYD. Azienda che si occupa già della produzione dei bus e taxi elettrici circolanti in Cina oltre che dell’organizzazione dei trasporti pubblici.

E proprio sui bus elettrici sembra aver voluto scommettere la BYD: a febbraio aveva incrementato con 1500 autobus elettrici la sua “flotta” di trasporti pubblici; già allora la più numerosa al mondo. Inoltre la città di Shenzhen è stata la prima in Cina a sovvenzionare i veicoli elettrici oltre che lanciare, sempre per prima, la vendita di auto elettriche a privati. Ovunque ci si volti, in Cina si vedono predominare i motorini elettrici, neo-sostituti delle vecchie biciclette. Complice anche la spinta del governo verso la nuova green-Era, il futuro della Cina è ormai deciso: la tecnologia deve essere ecocompatibile ed ecosostenibile così da poter offrire innovazione e nuovi posti di lavoro senza però “porre nuove barriere al commercio verde”, come affermato dal presidente HuJintao al lancio del dodicesimo piano quinquennale cinese all’insegna dello sviluppo verde. “ La Cina darà priorità assoluta al settore verde per attirare investimenti stranieri” questo afferma il presidente Hu Jintao, promettendo che la produzione totale annuale dell’industria ambientale cinese raggiungerà i 2mila miliardi di yuan entro il 2015, con un investimento tra il 2011 e il 2015 di oltre 3mila miliardi di yuan.

Inoltre il presidente ha dichiarato che “La forte domanda verde e l’ambiente d’investimento solido della Cina forniranno un mercato vasto e grandi opportunità di investimento per le imprese di tutti i paesi, in particolare quelli della nostra regione”. Infatti il dodicesimo piano quinquennale prevede ben 3 trilioni di yuan di investimento per la tutela dell’ambiente tra il 2011 e il 2015, con una crescita del settore pari al 15-20%  creando così oltre 10 milioni di posti di lavoro.

Per quanto riguarda il futuro nessuna brutta sorpresa. I progetti green proseguiranno e la continuazione della trasformazione economica sarà favorita, come ha comunicato Li Keqiang, probabile prossimo primo ministro cinese: “La Cina prenderà misure generali nei prossimi cinque anni per diminuire il consumo di energia per unità del prodotto interno lordo del 16% e aumenteremo il valore aggiunto del terziario di 4 punti percentuali, che promuoveranno vigorosamente la trasformazione economica”.

Ovviamente per riuscirci sarà necessario intensificare gli sforzi al fine di migliorare l’industria, rendendola più ecocompatibile e quindi a bassa emissione di carbonio, e  ridurre l’emissione di gas inquinanti. Come già affermato da Li, in futuro il governo continuerà a favorire “una politica differenziata e graduata sui consumi energetici in grado di spingere per la crescita verde”.

tianjinEcoCity

Tianjin Eco-City.

Tianjin Eco-City:di 30 kilometri quadrati e in grado di ospitare fino a 350 mila abitanti, è stata definita la prima città completamente ecologica.

Si trova a soli 150 km da Pechino e a 30 da Tianjin, in una zona precedentemente adibita a discarica. La sua costruzione è iniziata nel 2008, grazie ad un accordo tra il governo cinese e singaporiano, e se ne prevede l’inaugurazione nel 2020, anche se i primi abitanti si sono già insediati. Lo scopo della realizzazione di quest’opera è di dimostrare che qualsiasi luogo può essere rinnovato dandogli nuova vita, o come ha dichiarato Ho Tong Yen, “che è possibile ripulire un’area degradata e renderla utile e vivibile, senza privare il territorio di risorse invece utili e vivibili”.

Probabilmente grazie anche alla crescente attenzione sull’importanza dello sviluppo sostenibile questo progetto risulta efficace anche nella ricerca di soluzioni alternative alla rapida urbanizzazione e alla carenza di posti di lavoro a cui stiamo assistendo. E’ previsto inoltre, oltre alla creazione di posti di lavoro “in loco”, l’uso di trasporti ecologici e la progettazione di una pianta della città che favorisca la circolazione di pedoni e ciclisti.

tianjin-eco-city

Tianjin Eco-City.

“Una città fiorente, socialmente armonica, ecologica e a basso consumo di risorse”. Questa è la definizione data dagli allora primi ministri cinese e singaporiano Wen Jiabao e Lee Hsien Loong nel giorno dell’inaugurazione dei lavori di costruzione e di bonifica. Frase esemplificativa del valore del progetto e si spera di ispirazione nella realizzazione delle nuove opere in futuro.

Ma a livello internazionale cosa succede? Pechino è solo un esempio isolato o fa tutto parte di un grande progetto a livello mondiale?

Sono passati 20 lunghi anni dall’ultima conferenza mondiale tenutasi a Rio de Janeiro. Lo scopo principale era quello di dare inizio ad una nuova politica internazionale volta al miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. E ora con l’ incontro appena avvenuto dal 20 al 22 giugno, sempre in Brasile, dobbiamo ammettere che dei cambiamenti prospettati, i risultati sono stati ben inferiori alle aspettative. Dal 1992 ad oggi, su questo fronte almeno, nessun sostanziale passo avanti.

Come riportato sul “Corriere della Sera” il nuovo documento unitario finale sottoscritto da 193 stati “riafferma gli accordi firmati vent’anni fa su clima e biodiversità, avanza appena un po’ sul «sociale», ponendo subito la lotta alla miseria come priorità mondiale, e si impegna a lanciare non meglio definiti «obiettivi di sviluppo sostenibile». Si lascia alle future assemblee Onu la decisione se creare una vera e propria agenzia dell’ambiente, configurando un upgrade dell’attuale Unep (che è appena un programma). Non ci sono nuovi fondi per l’economia verde (come avevano chiesto i Paesi in via di sviluppo), né decisioni sulle divisioni di responsabilità tra i Paesi che più inquinano. Schiacciata tra la crisi finanziaria del Nord del mondo e le ambizioni di crescita del Sud, Rio+20 finisce per non decidere soprattutto che cosa significa lo sviluppo sostenibile. Chi lo deve finanziare e chi deve sostenere i costi di un mondo meno inquinato”.

Nonostante la penuria di risultati portati dal congresso, però, per fortuna c’è chi risulta essere più sensibile alle esigenze ambientali. Ci potrà anche stupire, ma si tratta proprio di tre paesi ex poveri che spinti probabilmente da interessi urgenti sono però in grado di tradurre in azioni concrete i loro progetti: si tratta di Brasile, India e Repubblica Popolare Cinese.

foreste mangrovie

Foreste Bangladesh.

Non si tratta di casi isolati. Anche altri Paesi in via di sviluppo stanno adottando interessanti misure di riforestazione e di miglioramento ambientale, come riportato da un recente rapporto della FAO. Tra questi spiccano i progetti per la conservazione delle mangrovie in Bangladesh, la prevenzione degli incendi boschivi a Samoa ed i programmi di rimboschimento ad Haiti, oltre alla piantumazione di verde in Bhutan, Filippine e Vietnam. Inoltre, come ha affermato Eduardo Rojas “Vorrei sottolineare quel che fa l’India che ha ancora una crescita importante della popolazione. Le foreste in India sono in crescita di 300.000 ettari l’anno”. Bisogna però ricordare che negli anni ’90 l’area Asia-Pacifico aveva una diminuzione della superficie forestale pari a 0,7 milioni di ettari l’anno – superficie totale di 740 milioni di ettari, ovvero il 18% di tutta la superficie forestale mondiale, dato risalente al 2010-. Fortunatamente questa tendenza si è invertita fino ad un picco di crescita pari a 1,4 milioni di ettari ogni dodici mesi nel periodo 2000-2010. Lo scopo dell’India è quello di raggiungere entro la fine del 2012 una superficie boschiva totale del 33% , anche se l’impresa si preannuncia impossibile visto che nel 2010 le foreste coprivano solo il 25% dell’intera India e che l’anno volge ormai al termine. Ciò non di meno si tratta di un progetto molto positivo che col tempo potrà essere sicuramente realizzato, anche se ovviamente non entro il 2012.

Anche in Brasile la popolazione si sta sensibilizzando sull’argomento. Dopo anni di brutale disboscamento i contadini hanno capito che è anche nel loro interesse proteggere la natura e gli alberi. Per questo motivo è nato un progetto che prevede la crescita di nuovi alberi proprio sui terreni coltivabili riportando così in primo piano anche la coltivazione del cacao. Ma come ha saggiamente commentato un agronomo brasiliano intervistato dal sito TMNews.it  “Non si può far rinascere una foresta dall’oggi al domani”. Per questo motivo, sono nate in contemporanea anche altre iniziative tra i contadini, come quella di ridurre, fino ad arrivare alla completa abolizione, l’uso di pesticidi riuscendo così ad eliminare le emissioni di carbone.

Questo dovrebbe dimostrarci che grazie alla collaborazione tra industria, politica e non ultima l’agricoltura –anche se tutti e tre spinti ciascuno dai propri interessi- è davvero possibile intervenire efficacemente con progetti anche a lungo termine. Inoltre grazie alle iniziative portate avanti in Cina, Brasile ed India abbiamo l’occasione di scoprire che ci sono Paesi che avvertono la forte necessità di salvare il proprio patrimonio forestale, aiutando in questo modo, anche se solo come effetto secondario probabilmente, tutto il pianeta.

di Mariacristina Carboni

Fonti:

Fonte: http://www.greenreport.it/_archivio/index.php?lang=it&page=default&id=8815

Fonte: http://www.unric.org/it/attualita/27276-fao-si-apre-lanno-internazionale-delle-foreste

Fonte: http://www.fao.org/docrep/013/i2000e/i2000e00.htm

Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/12_giugno_20/rio-ambiente-piu-venti_a3c4c99e-baa0-11e1-9945-4e6ccb7afcb5.shtml

Fonte: http://life.wired.it/electricroad/2012/08/03/cina-auto-elettrica-byd-hu-jintao-green-economy.html?page=1#content

Fonte: http://www.mentalitasportiva.it/home/mentalita-sostenibile/brasile-cina-e-india-i-nuovi-grandi-si-incontrano-sul-rimboschimento.html?print=1&tmpl=component

Fonte: http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13676

Fonte: http://www.tianjinecocity.gov.sg/

Fonte: http://62.77.46.214/cgi-bin/ricerca/search.php?s=Non+si+pu%C3%B2+far+rinascere+una+foresta+dall%27oggi+al+domani&x=0&y=0 (l’articolo che ho utilizzato come fonte non è al momento disponibile, vi lascio comunque questo link nel caso dovesse tornare fruibile in futuro)

Per approfondire e avere qualche dato in più (non solo riguardo alla Cina):

–         http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13436

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13405

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=14630&cat=Energia (USA)

 

Commenti (1)

Nuova vita operativa per la vecchia bomba B61

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nuova vita operativa per la vecchia bomba B61

Pubblicato il 29 febbraio 2016 by redazione

Gli Stati Uniti hanno lanciato un programma da 1000 miliardi di Dollari per aggiornare l’arsenale nucleare, compreso quello tattico schierato in Europa.

 

Immagine di apertura

Caccia F35A Lightning II mostra agganciati nei vani di carico due prototipi della bomba termonucleare B61-12.

 

Il presidente statunitense Barak Obama ha recentemente smentito le voci secondo cui il programma di ammodernamento dell’arsenale nucleare americano attualmente in corso possa subire variazioni o ridimensionamenti, confermando che nei prossimi 30 anni verrà aggiornata la capacità delle armi a disposizione, in modo da renderle pienamente compatibili con gli scenari di impiego attuali e i mezzi di nuova generazione.

Le prime armi a essere oggetto del Life Exstension Program saranno le armi termonucleari tattiche B61 per impiego aereo, le ultime a caduta libera ancora in servizio in numero consistente: già schierate da molti anni in Europa e oggetto del controverso programma di nuclear sharing con le forze armate di alcuni Paesi della NATO, erano considerate come superate nell’era delle cosiddette armi intelligenti, un relitto degli anni del confronto con l’Unione Sovietica e i suoi alleati.

La fine della guerra fredda ha però provocato una frammentazione dei centri di potere e una ripresa delle tensioni politico – economiche tra Paesi e all’interno stesso di molti Stati.

Il nuovo disordine mondiale ha creato anche una ripresa della corsa all’atomo militare: governi ritenuti poco stabili o non affidabili (le vicende di Iran e Nord Corea sono protagoniste della cronaca internazionale) guardano all’arma atomica come un mezzo per accrescere il proprio peso internazionale.

Inoltre in molti Paesi del campo occidentale, che fino a oggi hanno rinunciato a sviluppare programmi atomici aderendo ai trattati internazionali di non proliferazione, si sta timidamente riaprendo il dibattito sulla necessità di dotarsi dell’arma totale.

Non è certo una prospettiva incoraggiante, come osserva la Federation of Atomic Scientists, l’organizzazione di scienziati che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale controlla e informa l’opinione pubblica sulla situazione delle armi nucleari, attraverso la pubblicazione del Bullettin of Atomic Scientist.

Lo scienziato danese Hans Kristensen, che appartiene alla federazionne di scienziati e dirige il Nuclear Research Project, ha sottolineato che il mondo si trova in una situazione di crisi molto pericolosa, la probabilità di una catastrofe nucleare ha raggiunto livelli simili ai momenti più bui della guerra fredda.

Il Doomsday Clock, l’orologio simbolico creato dalla Federazione, segna oggi solo tre minuti prima della mezzanotte, l’ora dello scatenarsi di un conflitto nucleare globale, che cancellerebbe forse ogni forma di vita superiore sul pianeta.

Quindi è stata solo un’illusione che la fine della guerra fredda potesse allontanare il rischio di un conflitto combattuto con le armi di distruzione di massa.

La decisione di rinnovare e adeguare il deterrente nucleare al mutato teatro geopolitico internazionale risponde proprio alla necessità di mantenere il suo potere dissuasivo, secondo la motivazione ufficiale esposta dal governo americano.

Una risoluzione certo amara per l’amministrazione del Presidente Obama, che nel 2009 ha ricevuto il premio Nobel per pace per i suoi sforzi sulla cooperazione internazionale e che aveva firmato nel 2010 con il Primo Ministro russo Dimitry Medvedev il trattato New START di limitazione delle armi nucleari.

Il Presidente russo Vladimir Putin non ha nascosto la sua irritazione per l’avvio questo programma, che aggrava la situazione di stallo già esistente nei rapporti fra i due Paesi, dopo l’espansione della NATO a Est e la missione di assistenza militare nelle Repubbliche Baltiche, (Estonia, Lettonia e Lituania), la cui indipendenza non è mai stata ben digerita da Mosca.

Il disappunto dei russi è stato sottolineato da una massiccia ripresa dei voli a ridosso dello spazio aereo dei Paesi occidentali, in particolare di Gran Bretagna e Norvegia, degli aerei da caccia, da ricognizione e dei bombardieri strategici dell’aviazione della Federazione russa, come non si vedeva dagli anni del confronto diretto con l’URSS.

D’altro canto, la decisa condanna USA dell’ingerenza russa nella crisi ucraina e dell’intervento nel calderone mediorientale a fianco della Siria ufficialmente contro l’ISIS, ma in realtà contro ogni opposizione al presidente Bashar al Assad, hanno aumentato la divergenza fra i governi di Washington e Mosca, riportando a un clima di guerra fredda tra le due superpotenze.

Putin ha fatto riferimenti inquietanti all’uso eventuale delle armi atomiche non solo per reagire a un attacco strategico portato con armi di distruzione di massa, ma per ogni situazione che veda le forze russe sottoposte a una grave minaccia.

Peraltro negli anni scorsi anche la Russia ha annunciato una decisa ripresa degli investimenti nel sistema militare, giustificata come reazione alla aggressiva politica estera occidentale.

In realtà, anche il sistema nucleare russo ha bisogno di essere rinnovato e razionalizzato, dopo anni di stallo negli investimenti.

Anche il governo cinese ha espresso preoccupazione per il programma americano, per quanto a sua volta, sia ancora difficile capire quale sia la reale consistenza dell’arsenale atomico attivo di Pechino.

Gli Stati Uniti continuano però a respingere le accuse di favorire un clima da nuova corsa agli armamenti nucleari, sostenendo che il programma in corso rispetta le linee dettate nei trattati internazionali di non proliferazione e di limitazione degli arsenali a cui ha aderito.

Lo schieramento della versione 12 della bomba B61, ritenuta una arma sostanzialmente nuova, viene considerata da Mosca una grave violazione degli equilibri nucleari nel settore europeo, a cui la Russia non potrà che rispondere, probabilmente con il rischieramento di missili da crociera e altre armi tattiche, per lo più sul Mar Baltico e nel quadrante nord – ovest del territorio russo.

 

La bomba non va in pensione

Immagine 1

Esploso di una bomba termonucleare tattica B61. Anche se si tratta di una foto relativa a una versione precedente, punto di forza della B 61 è la semplicità dell’arma, con numero di componenti base abbastanza standardizzato per tutte le versioni. Il cuore fissile è contenuto nel cilindro metallico, posto a sinistra tra i componenti esposti.

 

Nel corso dei prossimi 5 anni gli Stati Uniti schiereanno la nuova versione B 61–12 dell’ultimo tipo di ordigno termonucleare a caduta libera ancora ampiamente presente negli arsenali areonautici.

Queste armi sostituiranno le versioni B61-7, 10 e 11 attualmente operative e verranno sostanzialmente ottenute modificando armi già esistenti.

Il Pentagono conta di arrivare a ricostruire circa 500 ordigni, dei quali 180 saranno dispiegati direttamente in Europa nelle basi aeree NATO. L’arrivo del nuovo equipaggiamento non interesserà solo le unità di attacco dell’USAF, ma anche le areonautiche di quei Paesi dell’Alleanza Atlantica che da oltre 50 anni praticano il concetto di nuclear sharing, la politica di condivisione di armi nucleari tra gli alleati.

Tale politica, che ha ampliato la deterrenza tattica dello schieramento occidentale, si è rivelata valida verso la minaccia dall’Est durante il confronto della guerra fredda, permettendo ai reparti di punta della NATO di addestrarsi al nuclear strike, mentre le armi formalmente restavano di proprietà statuinitense, continuando a essere assistite dai reparti speciali di manutenzione americani e venendo sottoposte alle rigide regole di impiego stabilite in sede NATO.

L’aggiornamento di questo arsenale ha rilanciato la polemica vivace che divide coloro che sostengono il nuclear sharing e coloro che sottolineano come sia giuridicamente in contrasto con l’adesione dei Paesi NATO al Trattato di non proliferazione (TNP) del 1970, il quale impegna gli stati aderenti non solo a rinunciare a sviluppare propri programmi militari atomici, ma anche a non custodire, gestire e utilizzare armi appartenenti ad altri.

La bomba modello B61 a testata termonuclare all’idrogeno fa parte di una serie di armi concepite tra gli anni ’50 e ’60 per equipaggiare la nuova generazione di velivoli supersonici che stavano entrando in servizio in quegli anni. Venne progettata nel 1963 dai Los Alamos National Laboratory e fu introdotta in servizio nel 1968, frutto di una intensa ricerca nella miniaturizzazione dei dispositivi, in modo da poter essere installate in armi dalle dimensioni contenute, dotate di una aerodinamica esterna idonea al trasporto e allo sgancio a velocità oltre il muro del suono. La sua importanza è stata tale che è rimasta cllassificata come segreta per molti anni, indicata genericamente con i termini carico esterno o pallottola d’argento (le prime versioni avevano finitura in metallo naturale, senza alcuna verniciatura).

Oggi è l’ultima arma nucleare americana a essere permanentemente schierata al di fuori del territorio statunitense.

Nel corso degli anni numerose versioni sono state prodotte e la testata ha è stata sottoposta a continue modifiche per aumentarne la sicurezza e la semplicità di gestione.

Il corpo dell’ordigno è lungo circa 3 metri e mezzo, il diametro è di circa 33 centimetri nel punto di maggior larghezza, per un peso totale attorno ai circa 320 chili, a seconda della versione.

Cuore concettuale dell’arma è la su capacità variable yeld, ovvero la possibilità di decidere la potenza sviluppabile dalla testata agendo sulla quantità di materiale fissile coinvolto nella reazione fissione-fusione, sul tipo di generatore di neutroni e sul sistema elettronico di innesco, quindi un ordigno dotato di notevole flessibilità di impiego.

La potenza esplosiva della versione B61-11, attualmente la più diffusa in servizio, può variare da 0,3 fino a 80 kilotoni, cioè da 300 a 80mila tonnellate di tritolo, con quattro diverse opzioni di potenza, selezionabili direttamente al momento del montaggio dell’arma sul velivolo lanciatore.

L’arma è stata prodotta in nove versioni diverse, talvolta con paracadute – freno e sistemi di ritardo di innesco. Il campo proncipale di impiego è contro concentrazioni di truppe, depositi, centri di comando avanzati situati in fortificazioni o altro tipo di sito protetto.

La capacità bunker buster per colpire bersagli pesantemente protetti e ground piercing di penetrazione al suolo è quella principalmente sviluppata nella nuova versione B61-12 in quanto più adatta alle necessità di impiego moderne ed è questo che ha determinato la decisione di modernizzarne il sistema d’arma.

 

Immagine 2

Diagramma della nuova B61 – 12. con indicazione delle parti e degli apparati aggiornati.

 

La versione 11 è già dotata di una ogiva rinforzata, tale da agevolare una penetrazione di circa 6-8 metri in un terreno di media durezza, ma le B 61-12 sono state pensate per migliorare questa prestazione e per indirizzare maggiormente la forza d’urto dell’esplosione nucleare verso il sottosuolo.

La tecnologia costruttiva di bunker sotterranei negli anni ha raggiunto un livello molto elevato. Spesso tali edifici si sviluppano per più piani, totalmente interrati, costruiti nel cuore di montagne, per aggiungere ulteriore capacità di resistenza in caso di attacco con armi nucleari. Anche il Centro di Comando strategico statunitense, il famoso NORAD, è costruito sotto il massiccio della Cheyenne Mountain in Colorado.

L’uso di armi capaci di un basso margine di errore può limitare, secondo i calcoli dei tecnici, i danni collaterali a strutture eventualmente vicine e alle popolazioni, contenendo (sempre teoricamente) il fallout radioattivo nell’aria.

A conferma della migliorata precisione dell’arma, la potenza massima della versione B61-12 non supererà i 50 kilotoni.

Tali rassicurazioni non possono essere del tutto soddisfacenti, perchè dipendono moltissimo dalla caratteristche del suolo dove l’arma viene impiegata.

Inoltre, se il bunker da colpire non si trovasse in una zona isolata, ma sotto una città densamente popolata?

Quello che preoccupa non solo il governo russo, ma in generale gli esperti è che la bomba B 61-12 avrà la capacità di colpire entro il raggio di 30 metri dall’epicentro dell’obbiettivo, rispetto ai 100 metri della versione 11, come hanno evidenziato i test di sviluppo eseguiti nel poligono Tonopah Test Range in Nevada.

L’aumento della capacità di precisione dell’arma è alla base di buona parte delle critiche contro il programma: le modifiche infatti sono mirate a renderla, di fatto, una guided bomb, un’arma controllabile a distanza.

La Boeing, impresa a cui è stato affidato lo sviluppo della versione, ha dotato il corpo della bomba di superfici di coda mobili e di un nuovo sistema informatico, capace di scambiare informazioni non solo coi sistemi dell’aereo lanciatore, ma anche di ottenere dati in tempo reale sull’area del bersaglio da colpire da satelliti. Questo vuol dire che l’arma potrà essere sganciata tenendo l’aereo lontano dal bersaglio, anche oltre 100 chilometri, al sicuro dalla prossibile intercettazione avversaria. Una volta che avrà acquisito definitivamente il bersaglio, guidata dal computer e dai sistemi radar installati, si dirigerà autonomamente verso l’obbiettivo.

 

La nuova tentazione di usare la ‘bomba’

Di fatto la B61-12 è passata dalla categoria delle iron bombs o stupid bombs, del tutto prive di guida, per passare appieno a quella delle smart bomb, le armi intelligenti, con tutta una serie di potenziali conseguenze.

Queste armi rischiano di sfuggire alla precisa classificazione a cui sono sottoposte dai trattati di limitazione internazionali, quindi anche la certezza del conteggio delle testate a disposizione può essere messo in discussione, con il risultato di rendere meno trasparente la situazione, accrescere la diffidenza reciproca fra gli Stati e mettere in pericolo la credibilità dei trattati stessi.

L’amministrazione americana subito dopo la firma del trattato New START nel 2010 aveva ribadito, sia con dichiarazioni dirette del Presidente Obama, sia con quelle contenute nel Nuclear Posture Review Report, l’impegno degli Stati Uniti a non sviluppare nuovi tipi di testate nucleari oppure nuove capacità per le armi già prodotte, limitando nei programmi di estensione della vita operativa (Life Exstension Programs, LEP) l’uso di componenti basati su progetti già esistenti.

Tuttavia, anche quando la testata di guerra resti sostanzialmente la stessa delle prime versioni, se l’arma viene resa controllabile dopo lo sgancio, la capacità di penetrazione del bersaglio viene aumentata, allora senza alcun dubbio siamo in presenza di nuove capacità militari.

Quindi nel caso della B61-12 ci si troverà davanti all’introduzione di un’arma sostanzialmente diversa e nuova: questa è l’accusa, che sembra basata su solidi argomenti, mossa da molte parti al programma, con buona pace delle dichiarazioni della National Nuclear Security Administration.

Già nel 2011 la Federation of Atomic Scientists aveva inviato una lettera preoccupata alla Presidenza degli Stati Uniti e al Segretrario alla Difesa per sottolineare i rischi di destabilizzazione legati ai programmi di aggiornamento della B61 e delle altre armi nucleari.

Il governo americano però non ha mai risposto.

Alcune riflessioni fatte durante una conferenza stampa dal generale Norton Schwartz, capo di stato maggiore dell’areonautica statunitense, hanno aggiunto un ulteriore motivo di preoccupazione. Schwartz ha ammesso che avere a disposizione un’arma di relativamente basso impatto ambientale e elevata precisione può cambiare il modo in cui i politici e i comandanti militari considerino il ricorso all’arma atomica, rendendolo più appetibile che in passato.

Specie in teatri di guerra circoscritti, dove le situazioni sul campo possono divenire molto complesse, il ricorso ad una arma estremamente potente e dotata di precisione chiurgica potrebbe colpire al cuore la capacità organizzativa dell’avversario, evitando prolungati e rischiosi interventi sul campo.

D’altro canto, i programmi di update sono preziose occasioni di lavoro sia per i laboratori di ricerca e sviluppo (come il Sandia National Laboratory o il Los Alamos National Laboratory), sia per i grandi colossi dell’industria aerospaziale.

L’arma è stata infatti pensata per equipaggiare i cacciabombardieri di quinta generazione, in primis il Lockheed- Martin F 35A Lightning II, che sarà in dotazione a molti paesi della Nato e i cui test di sviluppo da parte dell’USAF proseguono a pieno ritmo.

Intanto, sarà già resa operativa, per quanto con minore efficienza, sui mezzi già in linea, quali i Panavia Tornado IDS per Germania e Italia, gli F 16 Fighting Falcon per Olanda, Belgio e Turchia. Oltre 700 milioni di dollari sono già stati stanziati dal D.oD. (Department of Defence, Dipartimento della Difesa USA) nel triennio dal 2014 al 2017 per sviluppare il software degli aerei, le strutture delle basi destinate a custodire le armi (Weapons Storage and Security System, WS3), per aggiornare la preparazione di piloti e personale di terra.

Per l’areonautica americana, l’arma sarà utilizzabile sia dagli F16C/D (nella base di Aviano, in Friuli, ad esempio, sugli aerei del 31st Fighter Wing), dagli F15E Strike Eagle, dai venerandi B52H Stratofortress, dai B1B Lancer e dai B2A Spirit, mentre la US Navy adeguerà i propri F/A 18 Super Hornet imbarcati sulle portaerei.

Secondo la Federation of Atomic Scientists, alcune foto satellitari mostrano che i lavori sono già iniziati, a partire dalla base della Luftwaffe di Buchel in Germania, dove andranno venti di questi nuovi ordigni.

Una quantità uguale verrà stoccata in ciascuna delle basi di Volkel in Olanda, Kleine Brogel in Belgio, Ghedi-Torre in Italia, mentre ad Adana-Incirlik in Turchia andranno 50 ordigni.

L’Italia resterà il Paese con più testate di tutta l’Alleanza Atlantica: se contiamo che alla base di Aviano andranno circa 50/70 bombe, sommate alle 20 destinate a Ghedi avremo un totale di 70/90 armi termonucleari.

di Davide Migliore

 

Linkografia:

Le lancette del Doomsday Clock vanno avanti

https://it.wikipedia.org/wiki/B61

https://it.wikipedia.org/wiki/Condivisione_nucleare

https://www.youtube.com/watch?v=FBm74WiCL1g

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/01/20/news/ecco-la-nuova-bomba-h-che-arrivera-in-italia-1.247276?refresh_ce

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/armi-nucleari-segrete-italia-1215307.html

http://www.webalice.it/imc2004/files_arms/nuclear/B-61.htm

http://www.difesaonline.it/mondo-militare/difesa-nato-gli-usa-inviano-20-nuove-bombe-nucleari-germania-italia-dalle-30-alle-50

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/obama-e-i-mille-miliardi-dollari-nuovo-arsenale-nucleare-1214785.html

http://nukewatch.org/B61.html

http://www.globalresearch.ca/o-k-per-logiva-nucleare-b61-12-andra-ad-aviano/5466784?print=1

http://www.pddnet.com/news/2015/05/photos-day-mock-b61-12-nuclear-bomb-tested

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/07/01/news/ecco-le-bombe-nucleari-di-brescia-1.171372
http://www.globalresearch.ca/in-italia-bombe-nucleari-a-potenza-variabile/5501986

http://www.wired.it/attualita/tech/2016/01/12/armi-nucleari-usa-miniatura/

http://nnsa.energy.gov/mediaroom/pressreleases/b61-b61-12-lep-life-extension-program-snl-lanl-sandia-national-laboratory

http://fas.org/blogs/security/2016/01/b61-12_earth-penetration/

https://www.whitehouse.gov/the-press-office/statement-president-barack-obama-release-nuclear-posture-review

http://www.defense.gov/Portals/1/features/defenseReviews/NPR/2010_Nuclear_Posture_Review_Report.pdf

https://luisspersenzatomica.wordpress.com/2015/03/23/intervista-hans-m-kristensen-presidente-nuclear-information-project-federazione-degli-scienziati-americani/comment-page-1/

http://thebulletin.org/press-release/doomsday-clock-hands-remain-unchanged-despite-iran-deal-and-paris-talks9122

Commenti (0)

Shanghai: una tra le megalopoli più popolate e inquinate al mondo

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Shanghai: una tra le megalopoli più popolate e inquinate al mondo

Pubblicato il 23 gennaio 2013 by redazione

vecchia Shanghai

Shangai, città vecchia.

La città più popolosa al mondo, secondo un censimento che risale al 2009, è proprio Shanghai, in Cina, con ben 20.030.048 abitanti. Per riuscire meglio ad immaginarsi di che numeri stiamo parlando è sufficiente considerare che la densità della popolazione per kilometro quadrato è pari a 3.632 persone. Sono numeri che hanno dell’incredibile, sicuramente, ma sorge quindi spontanea una domanda: una città che è riuscita negli ultimi anni ad ottenere una crescita economica, finanziaria, commerciale e demografica così notevole e che è stata in grado di diventare uno dei più importanti porti commerciali al mondo, come sta vivendo il problema inquinamento?

Secondo alcuni studi recentemente effettuati, Shanghai, oltre ad essere la città più popolata al mondo, è anche la città più inquinata della Cina. Probabilmente l’inquinamento in questo paese non costituisce più una fonte di meraviglia per nessuno, è fin troppo risaputo di come qui l’aria sia sempre più irrespirabile. Comunque c’è chi si muove per far fronte a questo problema come c’è purtroppo invece chi lo asseconda per favorire i propri interessi o, peggio ancora, per totale disinteresse. A Pechino sono state adottate molte misure, con alcuni nuovi progetti davvero imponenti, al fine di migliorare l’ambiente e salvaguardare noi stessi e la Terra, anche se tutt’ora la situazione resta critica. Ma che misure sta adottando Shanghai? E qual è la situazione attuale?

28 Luglio a Qidong

28 Luglio a Qidong.

Una dimostrazione anti-inquinamento

28 Luglio a Qidong, non molto lontano da Shanghai, gli attivisti hanno incentivato la popolazione di Shanghai a protestare. La polizia arresta le persone e le mette sotto sorveglianza.

La polizia di Shanghai si prepara a far fronte alle proteste in massa contro l’attuale inquinamento delle acque dopo la divulgazione su internet di un invito a partecipare alla dimostrazione del 19 agosto 2012. In base a quanto affermato in diverse interviste e resoconti online, gli attivisti sono stati arrestati, le discussioni online sono state poste sotto controllo e i presunti organizzatori della protesta sono stati messi sotto stretta sorveglianza.

L’argomento principale della manifestazione verteva sull’inquinamento del bacino Qingcaosha, vicino a Shanghai, che, come è stato sostenuto dagli attivisti, danneggiava gravemente anche la grande città e i suoi abitanti.

Il messaggio affermava “I cittadini si stanno preparando a una marcia di massa per dimostrare contro l’inquinamento” e che “Per evitare un potenziale scontro, chiediamo ai cittadini di mantenere la manifestazione pacifica, razionale, e non violenta al fine di raggiungere il nostro obiettivo”.

A fine Luglio i manifestanti di Qidong hanno sfondato un blocco di polizia e hanno fatto irruzione in un edificio governativo prendendo il sindaco e strappandogli la camicia di dosso. In quel caso la protesta era contro la prevista costruzione di un oleodotto per una fabbrica di carta giapponese che avrebbe aumentato ulteriormente il tasso di inquinamento.

fiume Yangtze

Fiume Yangtze.

Successivamente sono emersi dati secondo cui anche senza la realizzazione di questo progetto, il deflusso dei rifiuti sarebbe confluito nel fiume Yangtze e avrebbe contaminato ugualmente la fornitura d’acqua di Qingcaosha.

La polizia sospetta che gli organizzatori siano due noti attivisti pro-democrazia residenti a Shanghai: WangJianhua, già arrestato e incarcerato due anni, per aver preso parte alla protesta di Piazza Tiananmen del 1989, e Yang Qinheng, altro noto attivista. Come affermato da Wang i loro computer sono stati subito sequestrati e loro stessi sono stati interrogati, ma entrambi non hanno fornito informazioni rilevanti sul loro ruolo in questa protesta.

Wang ha osservato comunque che probabilmente la preoccupazione della polizia è quella che la protesta a fini ambientali possa dilagare ed essere sfruttata anche per altri scopi politici.

Uno specchietto introduttivo, che rende bene l’idea di quando sia precaria la situazione sul fronte inquinamento. Ma questo non è che l’inizio. I problemi causati dall’inquinamento, e in particolari quelli di cui soffre Shanghai, non si limitano a semplici proteste. I danni che può causare sono ben più gravi.

Shangai bici2012: Cina, inquinamento da record e migliaia di morti

Migliaia di morti, danni ambientali ed economici. La causa è il dissesto ecologico cinese. A Pechino si stanno già muovendo verso una maggiore trasparenza e verso un futuro più green.

Uno studio pubblicato dalla Scuola di Sanità Pubblica dell’Università di Pechino e da Greenpeace riferisce che a Pechino, a Shanghai, a Guangzhou e a Xìan le morti premature del 2012 a causa dei livelli insostenibili di particolato nell’aria sarebbero 8.572. Inoltre le perdite economiche consistono in circa 6,8 miliardi yuan (oltre 700 milioni di euro). Sempre nello stesso studio si comunica che se i livelli di concentrazione del particolato scendessero ai livelli di guardia indicati dall’Organizzazione Mondiale della sanità le morti si ridurrebbero dell’80%.

Gli autori hanno inoltre comunicato che la percentuale maggiore di decessi è stata registrata proprio a Shanghai, dove la concentrazione di particelle dannose non è la più alta tra le città menzionate, ma il numero di morti maggiore è dovuto alla quantità di popolazione concentrata in questa città.

Un ultimo aspetto interessante di questo studio è quello secondo cui gli abitanti del nord e del sud del paese sono diversamente sensibili all’inquinamento e che il particolato in luoghi diversi è costituito da componenti diverse e quindi con differenti effetti.

Lo smog visto dall’alto

«Mi trovo a Shanghai, e in effetti in questa città non si vede mai il sole. Né d’estate né d’inverno: c’è una cappa costante. Leggendo i giornali cittadini, mi rincuora sapere però che stanno iniziando delle politiche che limiteranno l’inquinamento. Hanno parecchia strada da fare, ma hanno capacità, risorse e volontà per farlo». Ecco il commento fornito al Corriere della Sera da un italiano in viaggio in Cina.

Le inchieste e gli articoli riguardanti l’inquinamento in Cina ormai si sprecano e c’è addirittura chi insinua che si potrebbe trattare di una campagna per minare l’immagine di Pechino nel mondo. Quale che sia il motivo che spinge a trattare di questo argomento resta un dato di fatto, anche dalle immagini satellitari disponibili in rete e messe a disposizione dalla Nasa è evidente che la visuale delle terre sottostanti è fortemente distorta se non impossibile da identificare. Sono foto che ci mostrano chiaramente come la situazione sia giunta davvero al limite –si parla di molti voli cancellati o ritardati presso l’aeroporto di Pechino a causa della densità dello smog che ha ridotto drasticamente la visibilità- e che ci dovrebbe spingere tutti a fare qualcosa per aiutare a ripristinare l’equilibrio naturale.

Shanghai_SkyscapeDopo Expo, torna l’incubo?

A quanto pare è proprio quello che è successo. Nel corso dell’Expo conclusosi nell’Ottobre 2010, esposizioni da record a Shanghai, con un afflusso di 70 milioni di persone, lo smog era stato tenuto lontano dalla città così che i visitatori potessero ammirare il meraviglioso connubio tra grande sviluppo e ambiente. Niente di più falso! Dopo neanche un mese dalla fine della fiera la città ha ripreso tutti i suoi ritmi abituali ricadendo nuovamente nella nube di smog che l’ha sempre circondata. I dati forniti dal quotidiano statale China Daily riferiscono che già a Novembre l’inquinamento era più che triplicato rispetto ai valori calcolati nel corso della fiera e che proprio a Novembre il tasso di gas nocivi è stato così alto da superare tutti i picchi dei cinque anni precedenti.

Secondo il rapporto del centro di monitoraggio per l’ambiente di Shanghai, nel 2010, la densità giornaliera di PM2,5 oscillava tra i 0.007 mg e i 0,245mg, quando invece il limite massimo prestabilito era di 0,075mg. Questo nonostante l’amministrazione della municipalità di Shanghai dichiarava in occasione dell’Expo che la qualità dell’aria nella capitale economica cinese era una delle migliori al mondo.

«Dopo l’Expo, i livelli di inquinamento sono aumentati in maniera fenomenale. La cosa potrebbe davvero essere una forte limitazione ai progetti di Shanghai di divinire un hub finanziario globale e attrarre affari», afferma un consulente.

Ma l’agenzia di protezione dell’ambiente di Shanghai anziché agire con misure decise incolpa il freddo del nord e i mesi di novembre e dicembre che sono sempre quelli con maggiori problemi di inquinamento.

Nel frattempo, a Shanghai sembra non essere cambiato niente. Come se i benefici dell’Expo fossero stati soltanto un sogno, i cittadini sono costretti nuovamente a subire i danni e i rischi dell’eccessivo inquinamento.

Shanghai: Nuovo sistema di misurazione dell’inquinamento dell’aria come da norme internazionali

16 Novembre- Shanghai e altre 24 città nella Cina orientale hanno adottato un nuovo sistema di misurazione dell’inquinamento dell’aria  conforme alle nuove norme internazionali.

Finora infatti, in Cina,veniva utilizzato lo standard del PM10, ovvero il particolato formato da particelle di diametro inferiore a 10 micron. In seguito alle diverse polemiche sorte sul vecchio sistema di misurazione in cui i dati forniti spesso non concordavano con le stesse misurazioni effettuate dagli americani, è stato definitivamente scelto di adottare il sistema standard. Ora infatti “I nuovi criteri di valutazione prendono in considerazione anche i PM 2,5, il monossido di carbonio e l’ozono” spiega l’ingegnere capo del Centro di monitoraggio ambientale di Shanghai. Il nuovo standard PM2,5 verrà introdotto ufficialmente in tutte le 24 città entro il prossimo quinquennio. Speriamo che questa decisione sia un primo spiraglio di apertura verso le esigenze del popolo e del pianeta, così che nel prossimo futuro, o addirittura fin da ora, si possano avviare dei nuovi progetti, che siano decisivi e volti a risolvere il problema dell’alto tasso di inquinamento presente nell’aria.

Popolazione e inquinamento: due parenti molto stretti

Fortunatamente secondo alcuni esperti del centro di Shanghai la situazione, nel prossimo futuro, dovrebbe tendere a migliorare. Grazie anche ad una serie di misure che vanno dal monitoraggio continuo dell’ambiente, al controllo delle emissioni inquinanti provenienti dalle autovetture e dalle fabbriche, e in particolar modo con l’utilizzo sempre crescente delle energie pulite si può dire che c’è ancora speranza. Shanghai è la città più popolosa al mondo e sicuramente è anche tra le più inquinate. Nonostante ciò c’è ancora spazio per rimediare. All’amministrazione locale non resta che mettere in pratica nuovi progetti per contrastare l’inquinamento, proprio come si sta impegnando a fare la vicina Pechino.

Pensieri e riflessioni della vita quotidiana legate al mondo asiatico 

Gandhi e l’acqua che scorre

“Mantieni i tuoi pensieri positivi
Perché i tuoi pensieri diventano parole
Mantieni le tue parole positive
Perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti
Mantieni i tuoi comportamenti positivi
Perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini
Mantieni le tue abitudini positive
Perché le tue abitudini diventano i tuoi valori
Mantieni i tuoi valori positivi
Perché i tuoi valori diventano il tuo destino”.

— Mahatma Gandhi (Mohandas Karmchand Gandhi)

A volte guardando l’acqua che scorre viene voglia di perdersi in essa. Questo scorrere inesorabile ed inarrestabile fonte di ogni vita e di ogni perdizione risulta forse l’immagine più adeguata a rappresentare la nostra vita. Molti poeti, musicisti e scrittori l’hanno usata come metafora o come fonte di ispirazione. Ma cosa succede quando sempre lei, la nostra dea quotidiana, diventa anche sinonimo di torbidità? Perdersi in essa vuol forse dire perdere coscienza di sé e del mondo in cui viviamo? Forse. Dipende sicuramente dalla corrente che scegliamo di seguire.

Oggi giorno vediamo la vita scorrerci davanti e spesso non facciamo altro che rincorrerla. La seguiamo fedeli come un cane segue il padrone e non ci soffermiamo mai a chiederci dove ci stia portando e, soprattutto, se sia la direzione che vogliamo effettivamente intraprendere.

Se vi capita, parlate con amici e parenti, chiedetegli dei loro sogni, di quanti ne abbiamo effettivamente realizzati e invece, se hanno il coraggio di ammetterlo, quanti siano i loro rimpianti.

Le risposte potrebbero essere di tre tipi: la prima, e più probabile, è quella in cui vi diranno che hanno ancora molti sogni, ma che la nostra società li rende di difficile realizzazione; una seconda risposta potrebbe essere che si ci sono dei rimpianti, ma che non vale la pena soffermarcisi perché la vita è ancora lunga e piena di possibilità, si spera; l’ultima risposta, e anche la più difficile da ricevere (o dovrei dire da ammettere?), è quella in cui vi diranno che i loro sogni sono svaniti, che credono solo nel passato, nel presente o nel futuro semplicemente per quello che sono (in genere queste persone vivono alla giornata, non nel senso comune del termine, ma semplicemente trincerano la loro mente soltanto nell’oggi e salvo analisi superficiali non penseranno mai al futuro, quanto piuttosto al passato). Ma chi delle persone interrogate vi risponderà: “Ho sicuramente dei rimpianti nella mia vita, a molti di questi non sono riuscito a porre ancora rimedio, ma mi sto ancora impegnando per riuscirci.

Credo nel futuro e nelle sue possibilità. Ma credo ancora di più nella nostra vita e nelle nostre possibilità. Penso che il futuro ce lo si debba costruire da soli e io mi sono mossa, mi sto muovendo e continuerò a muovermi affinché il mio futuro e quello di tutti quelli che incrociano la loro strada con la mia sia il migliore possibile. Inoltre si, io ho realizzato almeno parte dei miei sogni”. Stiamo parlando di ottimismo e di pessimismo? Forse. Stiamo parlando di forza di volontà? Forse. Stiamo parlando dell’acqua che scorre? Sicuramente sì.

Grazie alla nostra voglia di vivere possiamo far si che l’immergersi in acqua sia un beneficio e una purificazione, una fonte di forza e di vita, di salvezza come nel caso del Gange, e non soltanto un rabbuiarsi concentrandosi sui propri errori, sui propri difetti, sulle proprie sofferenze e sul proprio passato lacunoso (non mi soffermerò su chi vive nel passato in quanto unica fonte di positività per ora).

Come ha fatto un uomo come Gandhi a diventare un simbolo così luminoso per tutti? Rispettato perfino da coloro che con lui, con la sua terra e con la sua religione non hanno niente da spartire?

Semplice: lui ha condiviso le sue idee, idee positive. Ha lottato per quello in cui credeva. Si è fatto forza così da poter far forza anche agli altri. Lui è diventato la forza.

Una persona semplice, nata e cresciuta tra mille problemi come tutti. Mangia, beve e dorme come tutti.

Cos’ha di così speciale? Lui crede in sé stesso, in quello che pensa e in quello che dice. Questa è la sua forza.

Quella che lo sostiene e che lo fa ridere, anche quando da ridere c’è ben poco. Allora quello che dobbiamo imparare tutti è che, come ci insegna il maestro, pensare positivo non serve agli altri o a farsi accettare da loro, serve a noi e per noi. Pensando positivo impareremo anche a parlare positivamente, contagiando così anche chi ci sta intorno, proprio come l’acqua che scorre è capace di ripulire l’acqua torbida.

Ma questo non basta, dobbiamo perseverare con i nostri pensieri e con le nostre parole perché la debolezza, la torbidità è sempre dietro l’angolo.

Non appena la corrente diventa meno forte lo sporco della vita si rialza e offusca la nostra visuale impedendoci di ritrovare la strada.

Ma se abbiamo qualcuno che ci aiuta a mantenere la corrente forte e salda nella sua direzione, capace di passare in ogni insenatura e in ogni minimo spazio libero, allora si che possiamo farcela.

Potremo mantenere l’acqua del nostro stagno bella e limpida fino al momento in cui ci sentiremo pronti ad accudire da soli al nostro stagno ed infine ad aprire le dighe.

Quando arriverà questo momento ve ne accorgerete sicuramente, e allora viaggerete scoprendo luoghi sempre nuovi bagnati da acque diverse e per voi sconosciute. Attraverserete i deserti, ma la vostra acqua non si asciugherà, scalerete le montagne, ma troverete la forza di salire fino in cima ed infine scenderete in profondità e scoprirete il cuore della Terra imparando ad amarla per quella che è  e a rispettarla. Ed è così che da un pensiero buono e giusto, un pensiero positivo, avrete scoperto la parola; dalla parola sarete passati all’azione; dall’azione ad un’abitudine e dall’abitudine ad un valore, diventando finalmente gli artefici del vostro vero e unico destino. Non più vincolati alle parole e ai pensieri altrui potrete scoprire il mondo e conquistarlo a piccoli passi, piccoli, ma coraggiosi e pieni di speranza. E continuando su questa strada raggiungerete un giorno tutti i vostri sogni, ma non temete, non siete più vincolati ad uno stagno, una mano piena di sogni realizzati non significa la fine, dopotutto vi resta ancora l’oceano da scoprire.

di Maria Cristina Carboni

 

in giro per la rete…

Una tesi di Ca Foscari

Link :

http://www.nfiere.com/medio-ambiente/cina/

http://www.asianworld.it/forum/index.php?showtopic=4470

http://www.expo2010italia.gov.it/ita/cosa-e (qui trovate anche il link alla pagina ufficiale dell’Expo 2010)

http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_01/Fuochi-d-artificio-e-orgoglio-A-Shanghai-l-Expo-dei-record-del-corona_6fa846ae-552b-11df-a414-00144f02aabe.shtml

Commenti (0)

Biennale Italia Cina a Villa Reale a Monza: 120 artisti a confronto

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Biennale Italia Cina a Villa Reale a Monza: 120 artisti a confronto

Pubblicato il 13 dicembre 2012 by redazione

DSC_0436_lightProrogata fino al 6 Gennaio 2013 la Biennale Italia Cina in Mostra alla Villa Reale di Monza

Italia e Cina due nazioni agli antipodi, entrambe culle di civiltà millenarie e d’influenza mondiale. La prima cruciale nell’area euro, paese che, risolvendo la propria crisi, risolverebbe quella di un intero continente. La seconda sulla scia di una rapidissima trasformazione verso una società consumistica moderna, e opportunità di sviluppo economico senza precedenti per se stessa e per il resto del mondo.

”La natura è sempre stata fonte di ispirazione per gli artisti. L’artista deve mettere in evidenza, indipendentemente dal mezzo o dalla tecnica usata, le qualità intrinseche e il fondamentale ruolo che la natura svolge nel garantire l’esistenza dell’uomo. La sua può anche essere una denuncia nei confronti dello sfruttamento inconsiderato delle risorse naturali. Cultura e natura devono rappresentare il futuro per tutti.” Sandro Orlandi

Si tratta della prima più grande rassegna d’arte contemporanea realizzata tra i due paesi, Italia Cina: la prima volta nel mondo e nella storia in cui vengono portati così tanti artisti contemporanei cinesi ad esporre tutti assieme.

Durante tutta la manifestazione, che si terrà alla Villa Reale, di Monza, numerosi saranno gli eventi collaterali dedicati all’approfondimento della Cina moderna e che toccheranno tantissimi aspetti: l’economia, il mercato dell’arte, la finanza, la letteratura, la moda e la gastronomia.

L’ideatore e curatore della mostra è Sandro Orlandi, che si è occupato personalmente di ogni dettaglio, dalla selezione degli artisti, italiani e cinesi, alla direzione artistica, decidendo e predisponendo ogni singolo allestimento dell’intera Biennale, fino al costo economico dell’intera operazione, completamente a suo carico.

DSC_0637_lightSolo per la scelta degli artisti cinesi, Orlandi ha girato la Cina almeno sette volte, incontrando, insieme a Paolo Mozzo, comissario generale della Biennnale Italia Cina, oltre 200 artisti e visitando i loro atelier.

La chiave della mostra è la natura da cui ne prende il titolo: “Naturalmente”.

In Cina, in questo momento, il tema dell’inquinamento è molto caldo. La popolazione sta prendendo coscienza del fatto che, seppur in forte crescita, non può depauperare l’ambiente così come ha fatto negli ultimi decenni.

Un’opera molto bella che sintetizza mirabilmente questa profonda denuncia, non solo dell’inquinamento causato dai rifiuti, ma anche di quello culturale che ha inquinato la tradizione e la storia cinese, fino a intaccare i cuori stessi delle persone, riutilizza le confezioni dei prodotti commerciali trasformandoli in case e templi tradizionali.

DSC_0512_lightMa partiamo dall’esterno della Villa Reale di Monza con una scultura dedicata a Piazza Tienn Ammen. Questo soggetto è una struttura in ferro, posta su un’istabile gigantesca molla, proprio all’ingresso della capella della villa.

Wu Daxin con quest’opera ha voluto rappresentare la Cina moderna in tutte le sue contraddizioni. Quel che si vede è il profilo della piazza, realizzata con i tondini di ferro, elemento base degli edifici cinesi. Come in tutte le economie moderne, anche in Cina l’edilizia è l’elemento trainante di tutte le altre economie. La molla alla base della struttura è però il vero elemento chiave di lettura dell’opera. Questo geniale meccanismo permette a chiunque di imprimere alla struttura un movimento ondeggiante che evidenzia le contraddizioni e i delicati equilibri economico-politici che il governo cinese tiene in piedi tra l’antico comunismo e il più recente selvaggio capitalismo, come un ossimoro. Questo oscillare però indica anche la stabilità finale che questa struttura porta intrensicamente con sé e che si esprime alla fine del movimento, quando ritornerà al suo perfetto e iniziale equilibrio. La Cina infatti tornerà in tempi brevi ad essere la pìù grande potenza del mondo, come già per secoli lo era stata, e più precisamente fino al 1820, quando il suo pil era quello più alto del pianeta. Poi la rivoluzione industriale occidentale la lasciò al palo per un paio di secoli, ma il divario è ormai quasi recuperato completamente. Il loro mercato è oggi decisamente invidiabile e da solo ha la potenzialità di un quarto del mondo. Inoltre può contare su una gestione politico economica duratura e di lungo periodo che consente al paese lo sviluppo di grandi opere e una visione economica concreta e fattibile. La sua struttura sociale e politica è da sempre piramidale e l’accompagna da millenni. Una volta c’era l’imperatore al vertice e a scendere i mandarini, oggi c’è il consiglio dei sette (o dei nove) e a scendere i funzionari, ma in definitiva non è cambiato molto. Per il popolo cinese è normale convivere con un equilibrio instabile, mentre si stupisce di paesi come l’India, che pur con pari potenzialità resta invece rallentata dalla sua stessa struttura democratica. E davvero difficile l’esercizio democratico di un popolo quando questo è così vasto. Nasce così la necessità di delegare. Ed è da questa delega che origina l’oligarchia indiana, inizialmente vera, ma di breve durata, che nel suo essere continuamente modificata diviene alla fine fittizzia e incapace di realizzare progetti impegnativi e di lungo respiro, come quelli cinesi.

DSC_0559_lightUn’altra scultura all’aperto, posta all’ingresso della villa, è costituita da un prototipo, in scala 1: 50, di quella che sarà la scultura più grande del mondo: 27 metri di altezza e 150 metri di lunghezza e che verrà realizzata in acciaio specchiante in soli due anni. Servirà a collegare due quartieri cinesi di Pechino, attraverso complesse arterie stradali. L’artista ha dichiarato che questo prototipo è solo il primo dei tre che a breve dovrà presentare al governo cinese e che corrispondono ad altrettante strutture mastodontiche che verranno costruite in altre due città, una delle quali potrebbe essere Shangai.

Entrando in un’altra ala della villa, aperta proprio in occasione di questa mostra, si può ammirare l’opera di un artista italiano altoatesino. L’opera è costituita da due sculture di Adamo ed Eva, posti in posizione eretta, assorti nei loro pensieri e circondati da mele diaboliche accuminate, che giacciono ai loro piedi e ricordano le difficoltà della maturità.

DSC_0527_lightTra le sculture in mostra incontriamo un giovane a cavallo, dallo sguardo bucolico che ci ricorda la nostra infanzia, carica di sogni, aspettative e favole, quelle che tutti noi ci siamo ad un certo punto raccontati. Le stesse favole che hanno guidato i nostri progetti di vita di adulti, in cui abbiamo profondamente creduto e che spesso alla fine si sono infrante tra le difficoltà della vita.

Gli artisti cinesi normalmente sono molto discreti nei rapporti. Sono persone che spesso non dicono mai di no, per non essere spiacevoli. Le loro idee di protesta le esprimono quindi con pacatezza, in modo nascosto, in seconda, terza o quarta fila. Come nel quadro dei fiori verdi che, giocando sui chiari scuri, fa emerge un volto pop, i cui occhi sono strabici. Questo guardare in direzioni diverse è un modo pacato per dire che i giovani non guardano dove li vorrebbero far guardare, ma con un occhio guardano da una parte e con l’altro guardano dall’altra.

DSC_0427_lightTra le opere più importanti in mostra va sottolineata quella di Lan Zhenghui, un artista che lavora sull’opera con il gesto e che ci riporta ad alcuni artisti del passato come Vedova, Pollock o il gruppo Gutai, un’associazione di artisti fondata da Jiro Yoshihara in Giappone nel 1954. Zhenghui lavora solo in bianco e nero, con l’inchiostro di china e la carta di riso, la tecnica più antica della tradizione artistica cinese. Alcuni anni fà, in Cina, con questi materiali e la stessa tecnica, questo autore realizzò per BMW un’opera imponente, alta 4 metri e lunga 20, sempre in carta di riso. L’opera venne presentata con una istallazione movimentata da due ballerini, che ad ogni passo di danza facevano accedendere delle luci, che mano a mano illuminavano una parte dell’opera, fino a svelare, solo alla fine, il modello di punta della casa automobilistica.

Le opere esposte sono davvero molte. C’è anche una gigantesca impronta digitale realizzata con tante piccole impronte digitali.

Ci sono le pietre laviche, tre sculture vive che rappresentano il rimestio degli elementi della terra e della natura.

DSC_0613_lightDSC_0615_lightRen Hongwei ha portato invece due sculture, due barili di petrolio autentici. Il petrolio rappresenta l’energia propultrice dell’era moderna, il simbolo della forza con la quale l’uomo è stato in grado di controllare il pianeta, di colonizzarlo e di costruirvi un sistema circolatorio di strade e binari, su cui corrono treni, automobili e aerei. Il simbolo quindi dell’appropriazione del pianeta da parte dell’uomo. Hongwei ha fatto uscire dai barili due animali selvaggi, facendo immaginare che sia impossibile controllare, trattenere questa natura e che alla fine essa tornerà a riprendere il controllo di sé e di noi, che altro non siamo che piccole schegge di vita, in una storia cosmica che quasi non si accorge del nostro passaggio.

DSC_0428_lightTra i molti dipinti vi è anche una tela di Wu Wei, che ritrae le braccia di uomo che emergono dalla terra reggendo tra le mani un bambino. Quest’opera è molto importante perchè è tra quelle utilizzate nelle copertine dei libri del recente premio nobel per la letteratura: Mo Yan.

La tela che ritrae il Cristo in croce e il Budda cinese della Prosperità sono il perfetto confronto fra la spiritualità occidentale e quella cinese. Nel Cristo la redenzione è raggiunta attraverso il dolore e l’espiazione, mentre Budda ci indica un concetto di Dio sorridente, che rappresenta il tutto, di cui l’uomo stesso fa parte. Talmente incommensurabile che non vale la pena darsene pena. E ci invita a ricercare il senso della vita dentro di sé piuttosto che fuori da sé, per costruire il proprio equilibrio e la propria serenità interiori e raggiungere una dimensione più umana.

Sempre in chiave introspettiva ed esistenziale, la scultura di Maraniello, tra i più importanti artisti italiani che espongono in questa biennale, rappresenta l’allegoria dell’eterna lotta dell’individuo con sé stesso, che in quest’opera si concretizza con l’uomo che esce da sé per misurarsi con il sé, rappresentato dalla pianta carnivora, che si sviluppa dalla coda, e che al tempo stesso rappresenta appunto la Natura.

Vi è poi l’opera di un grande esperto di calligrafia kanji, riconosciuto dal popolo cinese come uno tra più grandi saggi viventi, che ricorda come questa antica arte cinese fosse in realtà l’arte della spada, e i segni lasciati dal pennello  dei veri e propri gesti di un’arte marziale. Questo grande calligrafo, nel realizzare le sue gigantesce opere, si muove danzando sulla tela con un grande pennello, con il quale traccia i segni del suo cammino interiore, indicando a chi cerca, la via per la consapevolezza.

DSC_0535_lightDSC_0540_lightInfine Xu Bing, vicedirettore della Central Accademy of Fine Arts di Pechino, l’accademia artistica più importante della Cina, considerato il fondatore dell’arte moderna cinese, ha allestito nel parco della Villa Reale di Monza una mastodontica opera, il cui valore supera il milione di euro, e che meglio rappresenta in chiave poetica il tema della mostra e il primo esperimento outdoor del suo genere. L’opera nel suo insieme sfrutta la tecnica del paesaggio tradizionale e delle ombre cinesi. Alla sera l’effetto scenografico è molto forte, ma anche di giorno, al variare dell’intensità e dell’inclinazione della luce del sole, l’opera continua a cambiare aspetto, forma e consistenza, pulsando quasi di vita propria. Si tratta di una struttura di 12 metri di lunghezza, per 3 metri di altezza, composta da decine di lastre di vetro, allestita personalmente dall’artista e dai suoi assistenti, direttamente sul posto e con la natura e le piante del posto.

di Adriana Paolini

Orari di apertura della mostra:
MARTEDI, GIOVEDI, DOMENICA e Festivi 10.00 – 19.00
MERCOLEDI 14.00 – 22.00
VENERDI e SABATO 10.00 – 22.00

Biglietti:
€ 9,00 Intero
€ 7,00 Ridotto: gruppi di adulti, minori dai 6 ai 18 anni, studenti fino ai 26 anni, adulti oltre i 65 anni, portatori di handicap.
€ 5,00 Ridotto speciale: gruppi di studenti delle scolaresche di ogni ordine e grado, convenzioni
Gratuito minori fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità, giornalisti iscritti all’albo previo accredito, guide turistiche munite di tesserino di abilitazione.

http://www.biennaleitaliacina.com/

Commenti (1)

Louis Vuitton per Ai Weiwei

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ai Weiwei: l’arte si fa portavoce della resistenza contro l’oppressione

Pubblicato il 04 gennaio 2012 by redazione

“Senza libertà di parola non può esistere un mondo al passo coi tempi. Esso sarà solo barbaro e selvaggio”.

Questo il mantra di Ai Weiwei, artista contemporaneo, ma anche attivista per la democrazia e i diritti umani in Cina: un ideale, quasi uno stile di vita con cui, nonostante le repressioni del regime comunista, Weiwei svolge un instancabile lavoro artistico e sociale della durata, ormai, di oltre 30 anni. La sua storia non è facile: nato a Pechino il 18 maggio 1957 da Ai Qing e Gao Ying, entrambi letterati che per la loro aperta opposizione al regime maoista vennero internati nel campo di lavoro di Xinjiang, si trasferì già all’età di un anno presso Shihezi. Lasciò la città al compimento del suo sedicesimo compleanno per tornare a Pechino e, nel 1978, dopo il matrimonio con l’artista Lu Qing, iscriversi all’Accademia Cinematografica: qui fondò il gruppo Stars, una delle prime avanguardie artistiche cinesi, che, tuttavia, si sciolse nel 1983 quando Weiwei emigrò negli Stati Uniti d’America, solo dopo aver organizzato la prima mostra retrospettiva sul lavoro svolto dal gruppo dal titolo The Stars: ten years. A New York studiò alla Parson School of Design e alla Art Students League of New York, dove si impratichì con l’arte concettuale attraverso l’alterazione di manufatti già confezionati. A causa della cattiva salute di cui godeva il padre,  tuttavia, l’artista fu costretto a tornare in Cina nel 1993 e qui sovvenzionò gli esperimenti artistici di alcuni giovani pittori dell’East Village di Pechino: dal sodalizio nacquero i tre libri Black cover book, White cover book e Gray cover book. Anche il racconto di questa nuova generazione di artisti entrò a far parte, dal 1997, dei China Art Archives and Warehouse (CAAW), archivi di arte contemporanea e sede delle principali esposizioni culturali degli abitanti della Repubblica Cinese, co-fondati e disegnati da Weiwei stesso. Il suo studio personale vide invece la luce nel 1999, a Coachangdi: da questa data lo studio di architettura FAKE Design divenne la sede di progettazione dell’intero operato dell’artista d’opposizione, i cui guai iniziarono proprio allo scoccare del XXI Secolo. Nel gennaio 2007 Weiwei fu chiamato, in qualità di consulente artistico, a disegnare il Birds Nest, lo Stadio Nazionale di Pechino realizzato per le Olimpiadi 2008: nonostante la sua partecipazione ai lavori, che successivamente motivò con l’amore per il design, l’artista animò le proteste contro le Olimpiadi, distanziandosi successivamente dal progetto e accusando i coreografi della cerimonia d’apertura Steven Spielberg e Zhang Yimou di mancanza di responsabilità. Nel dicembre 2008, poi, Weiwei e un altro artista cinese decisero di voler dare un nome, fino ad allora taciuto, ai ragazzi rimasti coinvolti nella tragedia del sisma di Sichuan: dopo un anno di ricerche tutti i 5.385 nomi furono inseriti sul blog dell’artista che tuttavia venne fatto chiudere dalle autorità cinesi nel maggio 2009. Poco tempo dopo, a seguito di una manifestazione a favore delle vittime di Sichuan, Weiwei venne picchiato dalla polizia: ciò (forse) gli provocò un’emorragia cerebrale su cui un team di medici tedeschi intervenne velocemente, salvandolo. Ancora, nel novembre del 2010 la polizia cinese lo mise agli arresti domiciliari per aver organizzato una “festa di addio” in segno di protesta contro la demolizione del suo nuovo studio di Shanghai: Weiwei venne infatti accusato di aver costruito una struttura di 2.000 mq senza i necessari permessi, anche se furono proprio le autorità a insistere per realizzare una nuova area culturale cittadina. Il 2011 è stato l’anno in cui le rappresaglie del regime nei suoi confronti sono arrivate al più alto grado di sopraffazione: dopo la demolizione del sopracitato studio in gennaio, il 3 aprile Weiwei è stato arrestato all’Aeroporto di Pechino e condotto in una località tutt’ora ignota; contemporaneamente, circa cinquanta poliziotti sono entrati senza permesso in casa sua requisendo documenti, laptops e hard drives assieme a otto assistenti e alla moglie stessa dell’artista: motivo ufficiale di tale atto sarebbe stato, a detta del Ministero degli Affari Esteri, l’accusa di evasione fiscale ai danni dello Stato. L’incubo è durato fino al 22 giugno, quando Weiwei è stato rilasciato su cauzione: 81 giorni di detenzione durante i quali l’Europa e gli Stati Uniti d’America molto hanno fatto per protestare contro il suo insensato arresto. E’ di poco tempo fa l’ennesimo sopruso ai suoi danni: a novembre le autorità cinesi lo hanno accusato di detenzione e diffusione di materiale pornografico e, a questo proposito, hanno sequestrato sua moglie, costringendolo a pagare un’ammenda di 1 milione e 500 mila euro circa.

Ma nonostante tutto, Weiwei continua a resistere e lo fa dando libero sfogo a una creatività artistica molto apprezzata tanto in Europa quanto in America e Oceania: basti pensare che le sue personali hanno appassionato, dal 2008 a oggi, i cittadini di Gronigen, Sydney, Monaco di Baviera, Pechino, Tokyo, Glenside, Portland e Duisburg, mentre le sue collettive hanno toccato i templi dell’arte mondiale quali la 48esima Biennale di Venezia, la prima e la seconda Triennale di Guangzhou, la prima Biennale d’Arte Contemporanea Cinese di Montpellier, la Biennale di Busan, la quinta Triennale di Arte Contemporanea Asiatica e Pacifica, Documenta 12, la Biennale Internazionale 08 di Liverpool, la Biennale di Architettura di Venezia e la 29esima Biennale di Sao Paulo. La sua più coerente produzione artistica si lega  indissolubilmente ai suoi trascorsi personali col governo cinese: sono del 2007, per esempio, Fairytale e Template progetti presentati alla Documenta 12 di Kassel consistenti nell’ospitare, presso un ex dormitorio ricostruito dai Weiwei stesso, 1001 lavoratori, studenti, insegnanti e musicisti cinesi. Obiettivo dell’evento è quello di mettere in mostra le esperienze di vita, le storie e le vicissitudini di persone diverse ma unite contro le vessazioni del regime comunista. L’esibizione So sorry, invece, che si è svolta dal 2009 al 2010 all’Haus der Kunst di Monaco, critica le migliaia di scuse espresse recentemente da governanti, industriali e banche di tutto il mondo per le malefatte e le infrazioni a danno della società civile. Puntualmente, tuttavia, a tali scuse non segue un impegno reale da parte dei colpevoli: prova ne è l’installazione Remembering ideata da Weiwei e realizzata con i 9.000 zaini appartenuti agli studenti coinvolti nel terremoto di Sichuan, le cui vite sono andate sprecate nell’indifferenza della politica cinese. Ultima installazione degna di nota è stata Sunflower seeds, dal 2010 al 2011 alla Tate Modern Turbine Hall di Londra: il lavoro ha consistito nella realizzazione manuale di circa 100 milioni di semi di girasole di porcellana prodotti da 1.600 artigiani della città di Jingdezhen che, prima dell’avvento delle fabbriche, era il fiore all’occhiello della Cina nella lavorazione della porcellana. L’opera ha diverse chiavi di lettura: i semi rappresenterebbero l’unicità dell’individuo contro la massificazione alienante della società contemporanea, ma anche un velato riferimento a Mao Tse Tung, il girasole cinese.

di Clara Amodeo

Commenti (0)

Advertise Here

Foto da Flickr

Guarda tutte le foto

Advertise Here

LINK