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Pechino città Ecologica

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Pechino città Ecologica

Pubblicato il 12 marzo 2018 by redazione

La Grande Muraglia Verde: il nuovo gigantesco polmone di Pechino

deserto del Gobi

Deserto del Gobi.

Pechino si è ritrovata a far fronte a due grandi problemi: il primo consiste nell’avanzamento del deserto del Gobi, con l’incalzante ritmo di 20-30 metri annui di sabbia e dune che avanzano a velocità tripla rispetto al secolo scorso (ogni anno in Cina si spendono l’equivalente di 10 miliardi di dollari per tentare di contrastare la desertificazione del territorio); il secondo problema, ormai tristemente noto a tutti, è l’inquinamento dell’aria e i conseguenti cambiamenti climatici che si fanno sentire con il clima che sembra impazzito. Catastrofiche siccità e precipitazioni annue diminuite dal 2001 ad oggi del 37%, aumento del vento e delle tempeste di sabbia, per non menzionare le polveri sottili e le emissioni inquinanti del carbone usato nell’industria e per il riscaldamento; tutti fattori che hanno causato danni economici incalcolabili. La terra ormai arida si rifiuta di produrre e ha spinto oltre 400 milioni di contadini eco-profughi a trovare lavoro altrove. Si tratta di una situazione che diventa sempre più estrema col passare degli anni, causata dall’avidità e dalla prepotenza dell’uomo a cui ora non resta altra scelta che correre ai ripari.

grande-muraglia-verde-cinese

La grande muraglia verde cinese.

Non volendo però spostare la capitale millenaria –come si farebbe normalmente fatto in una situazione simile e come è già accaduto altrove in passato- e non avendo i mezzi per contrastare i cambiamenti climatici, a Pechino hanno deciso di creare la cosiddetta “Grande Muraglia Verde”, ovvero di dar vita artificialmente alla più grande foresta asiatica con 300 milioni di alberi piantati nella regione di Hebei, a nord e ad ovest della capitale, per un totale di 250 mila kilometri quadrati. Si tratta senza alcun dubbio di un progetto ambizioso che sfida i limiti della natura e dell’uomo; un progetto senza precedenti. Come annunciato dal premier Wen Jiabao, saranno investiti circa 30 miliardi di dollari per la riforestazione di pioppi, faggi, abeti e betulle e saranno deviati ben 24 fiumi per garantire l’irrigazione dell’area. Nonostante la prudenza mostrata dagli scienziati nei confronti del progetto, i tremila membri del parlamento sono fiduciosi nella buona riuscita dell’operazione. Infatti ripongono nel progetto la speranza che la foresta possa portare umidità, respingendo così il deserto e inducendo la formazione di nuvole e lo scarico di piogge, oltreché la diminuzione dell’inquinamento. Il sindaco ha quindi chiamato tutta la popolazione ad agire: ognuno deve comprare e piantare lungo la Grande Muraglia, situata a pochi kilometri dalla periferia dalla capitale, almeno una pianta. Quest’area iniziale prenderà il nome di “Bosco del Millennio”. Il vice direttore dell’Amministrazione forestale dello Stato, Zhang Yongli, ha comunicato in una conferenza stampa che saranno mobilitate ogni anno 650 milioni di persone al fine di riuscire nell’opera di riforestazione per un totale di ben 26 miliardi di alberi nei prossimi dieci anni. Dal 2011 ad oggi 614 milioni di cinesi hanno già preso parte all’operazione di rimboschimento volontario in tutto il paese, piantando 2,51 miliardi di alberi e occupando un area di 6 milioni di ettari. Secondo le previsioni entro il 2020 si dovrà raggiungere la considerevole cifra di 50 milioni di ettari della neo area forestale, fino a coprire il 23 % della superficie totale delle foreste cinesi. Obiettivo che a questa velocità potrebbe essere raggiunto già entro il 2015. Questo dimostra che anche imprese titanicche come queste non sono poi così impossibili e che con costanza e sacrificio possiamo davvero migliorare il mondo in cui viviamo, e non solo distruggerlo.

Un nuovo sistema di misurazione delle emissioni di CO2?

Pare che il progetto non si limiti solo a rallentare l’avanzata del deserto o a ridurre l’inquinamento. Si tratta di un progetto ben più ampio in cui la foresta diventerà un vero e proprio sistema per monitorare con precisione le emissioni di gas serra, permettendo così l’ideazione e la realizzazione di progetti volti alla riduzione di queste emissioni.

Il vice-presidente dell’Accademia delle scienze della Cina, Ding Zhongli afferma inoltre che: “I ricercatori redigeranno delle liste di emissioni di gas serra per valutare quantitativamente le emissioni di anidride carbonica generate dalla natura o dalle attività umane. La Cina progetta anche di mettere in atto un sistema per sorvegliare il livello di CO2 in atmosfera attraverso l’analisi satellitare, la sorveglianza aerea e al suolo e la modellizzazione atmosferica. Questo processo di ricerca dovrebbe fornire alla Cina delle informazioni più solide per poter trattare i dossier legati al cambiamento climatico, in particolare la riduzione delle emissioni di carbonio ed i negoziati internazionali”.

Infatti grazie a questa mossa la Cina non dovrà più essere sottoposta alle stime internazionali sulle sue emissioni, ma sarà in grado di effettuarle autonomamente.

Ding ha anche comunicato all’agenzia ufficiale Xinhua che “La Comunità scientifica cinese si impegnerà sul sequestro del carbonio e gli impatti del cambiamento climatico nelle diverse regioni, al fine di preparare la Cina all’adattamento climatico ed allo sviluppo verde. A causa del riscaldamento climatico, il nord-est della Cina avrà probabilmente migliori condizioni per la coltura del riso, mentre il nord della Cina soffrirà della diminuzione delle precipitazioni e della siccità. Valuteremo gli impatti del riscaldamento climatico su un periodo più lungo in 5 regioni per fornire dei consigli per l’adattamento”.

Secondo un rapporto pubblicato a novembre del 2011 dalla seconda Assemblea nazionale cinese sul cambiamento climatico: “Aumentare i “pozzi di carbonio” del Paese, vale a dire l’utilizzo delle foreste e di altre risorse naturali e umane per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera, è molto importante per la riduzione del carbonio”. Esattamente come già sostenuto da Ding.

Auto, bus e taxi elettrici: la rivoluzione elettrica cinese

Quindici miliardi di dollari investiti per sviluppare entro il 2020 un industria che punti sulla green economy: stiamo parlando dei veicoli elettrici.

Già da alcuni anni in Cina è in corso la sperimentazione sull’utilizzo di taxi elettrici che colleghino Pechino ad Hangzhou e Shenzhen. Pare che il progetto abbia avuto un notevole successo sia tra la popolazione che tra le varie aziende al punto che anche Warren Buffett ha concesso un finanziamento alla maggiore casa produttrice di batterie elettriche al mondo, l’azienda cinese BYD. Azienda che si occupa già della produzione dei bus e taxi elettrici circolanti in Cina oltre che dell’organizzazione dei trasporti pubblici.

E proprio sui bus elettrici sembra aver voluto scommettere la BYD: a febbraio aveva incrementato con 1500 autobus elettrici la sua “flotta” di trasporti pubblici; già allora la più numerosa al mondo. Inoltre la città di Shenzhen è stata la prima in Cina a sovvenzionare i veicoli elettrici oltre che lanciare, sempre per prima, la vendita di auto elettriche a privati. Ovunque ci si volti, in Cina si vedono predominare i motorini elettrici, neo-sostituti delle vecchie biciclette. Complice anche la spinta del governo verso la nuova green-Era, il futuro della Cina è ormai deciso: la tecnologia deve essere ecocompatibile ed ecosostenibile così da poter offrire innovazione e nuovi posti di lavoro senza però “porre nuove barriere al commercio verde”, come affermato dal presidente HuJintao al lancio del dodicesimo piano quinquennale cinese all’insegna dello sviluppo verde. “ La Cina darà priorità assoluta al settore verde per attirare investimenti stranieri” questo afferma il presidente Hu Jintao, promettendo che la produzione totale annuale dell’industria ambientale cinese raggiungerà i 2mila miliardi di yuan entro il 2015, con un investimento tra il 2011 e il 2015 di oltre 3mila miliardi di yuan.

Inoltre il presidente ha dichiarato che “La forte domanda verde e l’ambiente d’investimento solido della Cina forniranno un mercato vasto e grandi opportunità di investimento per le imprese di tutti i paesi, in particolare quelli della nostra regione”. Infatti il dodicesimo piano quinquennale prevede ben 3 trilioni di yuan di investimento per la tutela dell’ambiente tra il 2011 e il 2015, con una crescita del settore pari al 15-20%  creando così oltre 10 milioni di posti di lavoro.

Per quanto riguarda il futuro nessuna brutta sorpresa. I progetti green proseguiranno e la continuazione della trasformazione economica sarà favorita, come ha comunicato Li Keqiang, probabile prossimo primo ministro cinese: “La Cina prenderà misure generali nei prossimi cinque anni per diminuire il consumo di energia per unità del prodotto interno lordo del 16% e aumenteremo il valore aggiunto del terziario di 4 punti percentuali, che promuoveranno vigorosamente la trasformazione economica”.

Ovviamente per riuscirci sarà necessario intensificare gli sforzi al fine di migliorare l’industria, rendendola più ecocompatibile e quindi a bassa emissione di carbonio, e  ridurre l’emissione di gas inquinanti. Come già affermato da Li, in futuro il governo continuerà a favorire “una politica differenziata e graduata sui consumi energetici in grado di spingere per la crescita verde”.

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Tianjin Eco-City.

Tianjin Eco-City:di 30 kilometri quadrati e in grado di ospitare fino a 350 mila abitanti, è stata definita la prima città completamente ecologica.

Si trova a soli 150 km da Pechino e a 30 da Tianjin, in una zona precedentemente adibita a discarica. La sua costruzione è iniziata nel 2008, grazie ad un accordo tra il governo cinese e singaporiano, e se ne prevede l’inaugurazione nel 2020, anche se i primi abitanti si sono già insediati. Lo scopo della realizzazione di quest’opera è di dimostrare che qualsiasi luogo può essere rinnovato dandogli nuova vita, o come ha dichiarato Ho Tong Yen, “che è possibile ripulire un’area degradata e renderla utile e vivibile, senza privare il territorio di risorse invece utili e vivibili”.

Probabilmente grazie anche alla crescente attenzione sull’importanza dello sviluppo sostenibile questo progetto risulta efficace anche nella ricerca di soluzioni alternative alla rapida urbanizzazione e alla carenza di posti di lavoro a cui stiamo assistendo. E’ previsto inoltre, oltre alla creazione di posti di lavoro “in loco”, l’uso di trasporti ecologici e la progettazione di una pianta della città che favorisca la circolazione di pedoni e ciclisti.

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Tianjin Eco-City.

“Una città fiorente, socialmente armonica, ecologica e a basso consumo di risorse”. Questa è la definizione data dagli allora primi ministri cinese e singaporiano Wen Jiabao e Lee Hsien Loong nel giorno dell’inaugurazione dei lavori di costruzione e di bonifica. Frase esemplificativa del valore del progetto e si spera di ispirazione nella realizzazione delle nuove opere in futuro.

Ma a livello internazionale cosa succede? Pechino è solo un esempio isolato o fa tutto parte di un grande progetto a livello mondiale?

Sono passati 20 lunghi anni dall’ultima conferenza mondiale tenutasi a Rio de Janeiro. Lo scopo principale era quello di dare inizio ad una nuova politica internazionale volta al miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. E ora con l’ incontro appena avvenuto dal 20 al 22 giugno, sempre in Brasile, dobbiamo ammettere che dei cambiamenti prospettati, i risultati sono stati ben inferiori alle aspettative. Dal 1992 ad oggi, su questo fronte almeno, nessun sostanziale passo avanti.

Come riportato sul “Corriere della Sera” il nuovo documento unitario finale sottoscritto da 193 stati “riafferma gli accordi firmati vent’anni fa su clima e biodiversità, avanza appena un po’ sul «sociale», ponendo subito la lotta alla miseria come priorità mondiale, e si impegna a lanciare non meglio definiti «obiettivi di sviluppo sostenibile». Si lascia alle future assemblee Onu la decisione se creare una vera e propria agenzia dell’ambiente, configurando un upgrade dell’attuale Unep (che è appena un programma). Non ci sono nuovi fondi per l’economia verde (come avevano chiesto i Paesi in via di sviluppo), né decisioni sulle divisioni di responsabilità tra i Paesi che più inquinano. Schiacciata tra la crisi finanziaria del Nord del mondo e le ambizioni di crescita del Sud, Rio+20 finisce per non decidere soprattutto che cosa significa lo sviluppo sostenibile. Chi lo deve finanziare e chi deve sostenere i costi di un mondo meno inquinato”.

Nonostante la penuria di risultati portati dal congresso, però, per fortuna c’è chi risulta essere più sensibile alle esigenze ambientali. Ci potrà anche stupire, ma si tratta proprio di tre paesi ex poveri che spinti probabilmente da interessi urgenti sono però in grado di tradurre in azioni concrete i loro progetti: si tratta di Brasile, India e Repubblica Popolare Cinese.

foreste mangrovie

Foreste Bangladesh.

Non si tratta di casi isolati. Anche altri Paesi in via di sviluppo stanno adottando interessanti misure di riforestazione e di miglioramento ambientale, come riportato da un recente rapporto della FAO. Tra questi spiccano i progetti per la conservazione delle mangrovie in Bangladesh, la prevenzione degli incendi boschivi a Samoa ed i programmi di rimboschimento ad Haiti, oltre alla piantumazione di verde in Bhutan, Filippine e Vietnam. Inoltre, come ha affermato Eduardo Rojas “Vorrei sottolineare quel che fa l’India che ha ancora una crescita importante della popolazione. Le foreste in India sono in crescita di 300.000 ettari l’anno”. Bisogna però ricordare che negli anni ’90 l’area Asia-Pacifico aveva una diminuzione della superficie forestale pari a 0,7 milioni di ettari l’anno – superficie totale di 740 milioni di ettari, ovvero il 18% di tutta la superficie forestale mondiale, dato risalente al 2010-. Fortunatamente questa tendenza si è invertita fino ad un picco di crescita pari a 1,4 milioni di ettari ogni dodici mesi nel periodo 2000-2010. Lo scopo dell’India è quello di raggiungere entro la fine del 2012 una superficie boschiva totale del 33% , anche se l’impresa si preannuncia impossibile visto che nel 2010 le foreste coprivano solo il 25% dell’intera India e che l’anno volge ormai al termine. Ciò non di meno si tratta di un progetto molto positivo che col tempo potrà essere sicuramente realizzato, anche se ovviamente non entro il 2012.

Anche in Brasile la popolazione si sta sensibilizzando sull’argomento. Dopo anni di brutale disboscamento i contadini hanno capito che è anche nel loro interesse proteggere la natura e gli alberi. Per questo motivo è nato un progetto che prevede la crescita di nuovi alberi proprio sui terreni coltivabili riportando così in primo piano anche la coltivazione del cacao. Ma come ha saggiamente commentato un agronomo brasiliano intervistato dal sito TMNews.it  “Non si può far rinascere una foresta dall’oggi al domani”. Per questo motivo, sono nate in contemporanea anche altre iniziative tra i contadini, come quella di ridurre, fino ad arrivare alla completa abolizione, l’uso di pesticidi riuscendo così ad eliminare le emissioni di carbone.

Questo dovrebbe dimostrarci che grazie alla collaborazione tra industria, politica e non ultima l’agricoltura –anche se tutti e tre spinti ciascuno dai propri interessi- è davvero possibile intervenire efficacemente con progetti anche a lungo termine. Inoltre grazie alle iniziative portate avanti in Cina, Brasile ed India abbiamo l’occasione di scoprire che ci sono Paesi che avvertono la forte necessità di salvare il proprio patrimonio forestale, aiutando in questo modo, anche se solo come effetto secondario probabilmente, tutto il pianeta.

di Mariacristina Carboni

Fonti:

Fonte: http://www.greenreport.it/_archivio/index.php?lang=it&page=default&id=8815

Fonte: http://www.unric.org/it/attualita/27276-fao-si-apre-lanno-internazionale-delle-foreste

Fonte: http://www.fao.org/docrep/013/i2000e/i2000e00.htm

Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/12_giugno_20/rio-ambiente-piu-venti_a3c4c99e-baa0-11e1-9945-4e6ccb7afcb5.shtml

Fonte: http://life.wired.it/electricroad/2012/08/03/cina-auto-elettrica-byd-hu-jintao-green-economy.html?page=1#content

Fonte: http://www.mentalitasportiva.it/home/mentalita-sostenibile/brasile-cina-e-india-i-nuovi-grandi-si-incontrano-sul-rimboschimento.html?print=1&tmpl=component

Fonte: http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13676

Fonte: http://www.tianjinecocity.gov.sg/

Fonte: http://62.77.46.214/cgi-bin/ricerca/search.php?s=Non+si+pu%C3%B2+far+rinascere+una+foresta+dall%27oggi+al+domani&x=0&y=0 (l’articolo che ho utilizzato come fonte non è al momento disponibile, vi lascio comunque questo link nel caso dovesse tornare fruibile in futuro)

Per approfondire e avere qualche dato in più (non solo riguardo alla Cina):

–         http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13436

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13405

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=14630&cat=Energia (USA)

 

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La corruzione in India

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La corruzione in India

Pubblicato il 31 ottobre 2012 by redazione

Ce la farà la Fenice a risorgere?

proteste anti-corruzione

Proteste anti-corruzione.

Mazzette, incentivi, donazioni, agevolazioni: sono molteplici le forme che la corruzione può assumere. Unico risultato: una sorta di termaio che rischia di crollare o di assorbirti alla prima occasione. Una situazione decisamente familiare per la democrazia più grande del mondo, l’India. Un Paese in cui la corruzione non viene più celata dietro “favori” ad hoc, ma dove ha acquisito le caratteristiche di un vero e proprio fenomeno alla luce del sole. I cittadini si trovano costretti a pagare bakshish (le mazzette) per qualsiasi tipo di servizio: dalla prenotazione in un ristorante alle patenti di guida (un vero e proprio mercato nero in India), dal responsabile per l’allacciamento della linea telefonica alla rete nazionale fino alla richiesta del passaporto.

Questo quanto emerge dai report pubblicati dalla Transparency International, associazione non governativa e no profit che si propone di monitorare e combattere la corruzione. Proprio da un sondaggio condotto da quest’ultima tra il 2010 e il 2011 su 7500 soggetti risulta anche come l’indignazione dell’opinione pubblica in merito a questa sorta di “cancro” sia cresciuta. Complici probabilmente i numerosi scandali politici che hanno travolto la classe politica indiana e, più recentemente, il mercato degli investimenti immobiliari, che quest’estate è sfociato nel caso Coalgate. Basti citare i recenti avvenimenti: il rifiuto da parte di Sonia Ghandi di presentare la propria dichiarazione dei redditi degli ultimi 12 anni, sotto istanza di Gopalakrishnan di fronte all’Agenzia delle tasse (dal momento che la famiglia Gandhi, non imparentata con il celebre Mahatma Gandhi e radicata nelle alte sfere della politica indiana da più di un secolo, viene accusata dall’opinione pubblica di aver accumulato un piccolo tesoro in banche svizzere) e il caso Coalgate, definito dai giornali locali come “la madre di tutti gli imbrogli”, per cui il Central Bureau of Investigation (CBI) ha avviato un’inchiesta sulla compravendita a un prezzo più basso di miniere in teoria destinate allo sfruttamento, ma in pratica messe all’asta tra privati, per un danno allo Stato stimato dal CBI intorno ai 33 miliardi di euro. Inchiesta che se confermerà le accuse, porterà non solo alle dimissioni di Manmohan Singh, attuale Primo Ministro indiano e ministro delle miniere al tempo dei fatti, ma minerà ulteriormente la già precaria credibilità del Partito del Congresso Nazionale indiano (guidato da Sonia Gandhi). Una perdita per il Paese che rischia di risvegliare l’indignazione che nel 2011 suscitò lo scandalo 2G: all’epoca il danno per le casse dello Stato fu di 40 miliardi di dollari.

corruzione 1Ma questa non è che la punta dell’iceberg. Nel popolo indiano cresce sempre più l’esigenza di “far sentire la propria voce”, ma soprattutto cresce il bisogno di trasparenza, non a caso obiettivo presente nei manifesti di quasi tutti i partiti politici indiani. Ma è proprio in questi partiti che i cittadini indiani sembrano non riporre più la fiducia di un tempo (al punto che lo stesso “fattore Gandhi” sembra non confortare più gli elettori, come dimostra la sconfitta del partito di Sonia Gandhi alle regionali del Marzo 2012). I nuovi leader sono diventati gli attivisti e i nuovi partiti altro non sono che un’”istituzionalizzazione” di movimenti popolari. Anna Hazare, Arvind Kejriwal, Prashant Bhushan sono tutti attivisti, membri del movimento India Against Corruption (Iac) e del Team Anna che in questi due anni hanno scosso l’India e, cosa più importante, l’opinione pubblica con proteste e manifestazioni in ogni parte del Paese: il tutto all’insegna del Pacifismo. L’obiettivo? Spingere il Governo a prendere provvedimenti tempestivi in tema di corruzione e riportare in patria il denaro sporco (black money) nascosto nelle banche svizzere e straniere.

L’arma? Lo sciopero della fame.

Quello che molti ritengono un eroe? Anna Hazare, 72 anni.

Il mezzo? Il Lokpal Bill.

Il Lokpal Bill, un progetto di legge anti-corruzione, proposta per la prima volta nel 1968 e arrivata ormai all’ottava discussione in Parlamento, che se approvato istituirebbe un Super-organo indipendente di vigilanza in materia di corruzione, il LOKPAL (dal sanscrito: protettore delle persone) i cui membri sarebbero nominati in base a particolari requisiti di integrità morale. Sembra paradossale che quella che viene chiamata “la più grande democrazia del mondo”, fondata sul multipartitismo, affidi la repressione di un fenomeno così insidioso come è quello della corruzione proprio a un unico organo elettivo, dove di fatto i commissari vengono selezionati in base a una sorta di “criterio della fiducia”, considerato alla stregua di una vera e propria macchina della giustizia.

Perplessità espressa anche da Pratap Bhanu Mehta, presidente del Centre for Policy Research di Delhi, che in un suo articolo per The Indian Express scrive: “They amount to an unparalleled concentration of power in one institution that will literally be able to summon any institution and command any kind of police, judicial and investigative power […] Having concentrated immense power, it then displays extraordinary faith in the virtue of those who will wield this power. Why do we think this institution will be incorruptible? […] They are perpetuating the myth that government can function without any discretionary judgment”. Senza considerare che in molti restano dubbiosi di fronte all’evanescenza della delimitazione dei poteri giudiziari del Lokpal (e quindi, in sostanza, dei provvedimenti da adottare di fronte ai fenomeni di corruzione).

Progetto di legge, tuttavia, che nasce in seno al Parlamento indiano e che non va confuso con la proposta di legge redatta dagli attivisti indiani, il Jan Lokpal Bill, dove JAN (cittadini) istituirebbe una sorta di meccanismo per cui le segnalazioni arriverebbero proprio a partire dai cittadini, tramite una consultazione pubblica, mediata dagli attivisti. La differenza tra le due proposte? Ovviamente l’ampiezza dei poteri attribuiti al Lokpal: già perchè mentre nella proposta redatta dallo Iac l’obiettivo è quello di creare un organismo del tutto indipendente dalle istituzioni, quella al vaglio in Parlamento sembra essere una versione molto più allungata della minestra!

Swati e Ramesh

Swati e Ramesh Ramanathan.

Eppure una risposta sembra arrivare ancora una volta dai cittadini e dalle segnalazioni degli utenti. Come dimostra il progetto I paid a bribe, avviato da Swati Ramanathan, suo marito Ramesh Ramanathan e Sridar Iyengar che insieme a un gruppo di volontari smista quotidianamente le segnalazioni inviate dagli utenti in tre categorie: ho pagato una mazzetta, non ho pagato una mazzetta, non ho dovuto pagare una mazzetta. Il sito che copre più di 489 città in India garantisce l’anonimato delle segnalazioni, seppure a discapito di un controllo sulla veridicità delle segnalazioni. Eppure questo non ha impedito a Bhaskar Rao, responsabile dei trasporti nello stato di Karnataka, di servirsi proprio dei dati raccolti da I paid a bribe per riformare il proprio dipartimento: le licenze ora vengono concesse on-line e i test di guida sono stati del tutto automatizzati, oltre al fatto che ogni prova viene registrata in modo da garantire la più completa trasparenza. Anche Ben Elers, direttore del programma Transparency International ha sottolineato come le nuove tecnologie abbiano offerto la possibilità anche all’uomo medio di fare la differenza: “The critical thing is that mechanisms are developed to turn this online activity into offline change in the real world.”

Il progetto si è esteso a macchia d’olio, abbracciando ora anche la Grecia, il Kenya, lo Zimbabwe, il Pakistan e a breve anche le Filippine e la Mongolia (lo stesso si è avuto per la Cina, anche se qui il fenomeno è stato prontamente censurato dal governo cinese).

L’unico ostacolo? Il vile denaro!

Già, perchè la chimera che potrebbe fare naufragare questi neonati siti di denuncia potrebbe essere proprio la mancanza dei finanziamenti ai progetti, come lamenta giustamente Antony Ragui, promotore del modello I paid a bribe in Kenya e, al momento, suo unico finanziatore. Lo stesso discorso non vale, invece, per il suo gemello indiano, che oggi vanta l’aiuto economico della Omidyar Network, l’organizzazione che si occupa della filantropia di Pierre Omidyar, fondatore di e-Bay.

Un report sullo stato della corruzione in India, condotto nel 2011 dalla KPMG concludeva evidenziando come a una diminuzione della corruzione in India seguano necessariamente più alti tassi di crescita, e chissà che non siano proprio i cittadini a trasformare il loro Paese in una moderna fenice.

di Giulia Pavesi

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