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Pechino città Ecologica

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Pechino città Ecologica

Pubblicato il 12 marzo 2018 by redazione

La Grande Muraglia Verde: il nuovo gigantesco polmone di Pechino

deserto del Gobi

Deserto del Gobi.

Pechino si è ritrovata a far fronte a due grandi problemi: il primo consiste nell’avanzamento del deserto del Gobi, con l’incalzante ritmo di 20-30 metri annui di sabbia e dune che avanzano a velocità tripla rispetto al secolo scorso (ogni anno in Cina si spendono l’equivalente di 10 miliardi di dollari per tentare di contrastare la desertificazione del territorio); il secondo problema, ormai tristemente noto a tutti, è l’inquinamento dell’aria e i conseguenti cambiamenti climatici che si fanno sentire con il clima che sembra impazzito. Catastrofiche siccità e precipitazioni annue diminuite dal 2001 ad oggi del 37%, aumento del vento e delle tempeste di sabbia, per non menzionare le polveri sottili e le emissioni inquinanti del carbone usato nell’industria e per il riscaldamento; tutti fattori che hanno causato danni economici incalcolabili. La terra ormai arida si rifiuta di produrre e ha spinto oltre 400 milioni di contadini eco-profughi a trovare lavoro altrove. Si tratta di una situazione che diventa sempre più estrema col passare degli anni, causata dall’avidità e dalla prepotenza dell’uomo a cui ora non resta altra scelta che correre ai ripari.

grande-muraglia-verde-cinese

La grande muraglia verde cinese.

Non volendo però spostare la capitale millenaria –come si farebbe normalmente fatto in una situazione simile e come è già accaduto altrove in passato- e non avendo i mezzi per contrastare i cambiamenti climatici, a Pechino hanno deciso di creare la cosiddetta “Grande Muraglia Verde”, ovvero di dar vita artificialmente alla più grande foresta asiatica con 300 milioni di alberi piantati nella regione di Hebei, a nord e ad ovest della capitale, per un totale di 250 mila kilometri quadrati. Si tratta senza alcun dubbio di un progetto ambizioso che sfida i limiti della natura e dell’uomo; un progetto senza precedenti. Come annunciato dal premier Wen Jiabao, saranno investiti circa 30 miliardi di dollari per la riforestazione di pioppi, faggi, abeti e betulle e saranno deviati ben 24 fiumi per garantire l’irrigazione dell’area. Nonostante la prudenza mostrata dagli scienziati nei confronti del progetto, i tremila membri del parlamento sono fiduciosi nella buona riuscita dell’operazione. Infatti ripongono nel progetto la speranza che la foresta possa portare umidità, respingendo così il deserto e inducendo la formazione di nuvole e lo scarico di piogge, oltreché la diminuzione dell’inquinamento. Il sindaco ha quindi chiamato tutta la popolazione ad agire: ognuno deve comprare e piantare lungo la Grande Muraglia, situata a pochi kilometri dalla periferia dalla capitale, almeno una pianta. Quest’area iniziale prenderà il nome di “Bosco del Millennio”. Il vice direttore dell’Amministrazione forestale dello Stato, Zhang Yongli, ha comunicato in una conferenza stampa che saranno mobilitate ogni anno 650 milioni di persone al fine di riuscire nell’opera di riforestazione per un totale di ben 26 miliardi di alberi nei prossimi dieci anni. Dal 2011 ad oggi 614 milioni di cinesi hanno già preso parte all’operazione di rimboschimento volontario in tutto il paese, piantando 2,51 miliardi di alberi e occupando un area di 6 milioni di ettari. Secondo le previsioni entro il 2020 si dovrà raggiungere la considerevole cifra di 50 milioni di ettari della neo area forestale, fino a coprire il 23 % della superficie totale delle foreste cinesi. Obiettivo che a questa velocità potrebbe essere raggiunto già entro il 2015. Questo dimostra che anche imprese titanicche come queste non sono poi così impossibili e che con costanza e sacrificio possiamo davvero migliorare il mondo in cui viviamo, e non solo distruggerlo.

Un nuovo sistema di misurazione delle emissioni di CO2?

Pare che il progetto non si limiti solo a rallentare l’avanzata del deserto o a ridurre l’inquinamento. Si tratta di un progetto ben più ampio in cui la foresta diventerà un vero e proprio sistema per monitorare con precisione le emissioni di gas serra, permettendo così l’ideazione e la realizzazione di progetti volti alla riduzione di queste emissioni.

Il vice-presidente dell’Accademia delle scienze della Cina, Ding Zhongli afferma inoltre che: “I ricercatori redigeranno delle liste di emissioni di gas serra per valutare quantitativamente le emissioni di anidride carbonica generate dalla natura o dalle attività umane. La Cina progetta anche di mettere in atto un sistema per sorvegliare il livello di CO2 in atmosfera attraverso l’analisi satellitare, la sorveglianza aerea e al suolo e la modellizzazione atmosferica. Questo processo di ricerca dovrebbe fornire alla Cina delle informazioni più solide per poter trattare i dossier legati al cambiamento climatico, in particolare la riduzione delle emissioni di carbonio ed i negoziati internazionali”.

Infatti grazie a questa mossa la Cina non dovrà più essere sottoposta alle stime internazionali sulle sue emissioni, ma sarà in grado di effettuarle autonomamente.

Ding ha anche comunicato all’agenzia ufficiale Xinhua che “La Comunità scientifica cinese si impegnerà sul sequestro del carbonio e gli impatti del cambiamento climatico nelle diverse regioni, al fine di preparare la Cina all’adattamento climatico ed allo sviluppo verde. A causa del riscaldamento climatico, il nord-est della Cina avrà probabilmente migliori condizioni per la coltura del riso, mentre il nord della Cina soffrirà della diminuzione delle precipitazioni e della siccità. Valuteremo gli impatti del riscaldamento climatico su un periodo più lungo in 5 regioni per fornire dei consigli per l’adattamento”.

Secondo un rapporto pubblicato a novembre del 2011 dalla seconda Assemblea nazionale cinese sul cambiamento climatico: “Aumentare i “pozzi di carbonio” del Paese, vale a dire l’utilizzo delle foreste e di altre risorse naturali e umane per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera, è molto importante per la riduzione del carbonio”. Esattamente come già sostenuto da Ding.

Auto, bus e taxi elettrici: la rivoluzione elettrica cinese

Quindici miliardi di dollari investiti per sviluppare entro il 2020 un industria che punti sulla green economy: stiamo parlando dei veicoli elettrici.

Già da alcuni anni in Cina è in corso la sperimentazione sull’utilizzo di taxi elettrici che colleghino Pechino ad Hangzhou e Shenzhen. Pare che il progetto abbia avuto un notevole successo sia tra la popolazione che tra le varie aziende al punto che anche Warren Buffett ha concesso un finanziamento alla maggiore casa produttrice di batterie elettriche al mondo, l’azienda cinese BYD. Azienda che si occupa già della produzione dei bus e taxi elettrici circolanti in Cina oltre che dell’organizzazione dei trasporti pubblici.

E proprio sui bus elettrici sembra aver voluto scommettere la BYD: a febbraio aveva incrementato con 1500 autobus elettrici la sua “flotta” di trasporti pubblici; già allora la più numerosa al mondo. Inoltre la città di Shenzhen è stata la prima in Cina a sovvenzionare i veicoli elettrici oltre che lanciare, sempre per prima, la vendita di auto elettriche a privati. Ovunque ci si volti, in Cina si vedono predominare i motorini elettrici, neo-sostituti delle vecchie biciclette. Complice anche la spinta del governo verso la nuova green-Era, il futuro della Cina è ormai deciso: la tecnologia deve essere ecocompatibile ed ecosostenibile così da poter offrire innovazione e nuovi posti di lavoro senza però “porre nuove barriere al commercio verde”, come affermato dal presidente HuJintao al lancio del dodicesimo piano quinquennale cinese all’insegna dello sviluppo verde. “ La Cina darà priorità assoluta al settore verde per attirare investimenti stranieri” questo afferma il presidente Hu Jintao, promettendo che la produzione totale annuale dell’industria ambientale cinese raggiungerà i 2mila miliardi di yuan entro il 2015, con un investimento tra il 2011 e il 2015 di oltre 3mila miliardi di yuan.

Inoltre il presidente ha dichiarato che “La forte domanda verde e l’ambiente d’investimento solido della Cina forniranno un mercato vasto e grandi opportunità di investimento per le imprese di tutti i paesi, in particolare quelli della nostra regione”. Infatti il dodicesimo piano quinquennale prevede ben 3 trilioni di yuan di investimento per la tutela dell’ambiente tra il 2011 e il 2015, con una crescita del settore pari al 15-20%  creando così oltre 10 milioni di posti di lavoro.

Per quanto riguarda il futuro nessuna brutta sorpresa. I progetti green proseguiranno e la continuazione della trasformazione economica sarà favorita, come ha comunicato Li Keqiang, probabile prossimo primo ministro cinese: “La Cina prenderà misure generali nei prossimi cinque anni per diminuire il consumo di energia per unità del prodotto interno lordo del 16% e aumenteremo il valore aggiunto del terziario di 4 punti percentuali, che promuoveranno vigorosamente la trasformazione economica”.

Ovviamente per riuscirci sarà necessario intensificare gli sforzi al fine di migliorare l’industria, rendendola più ecocompatibile e quindi a bassa emissione di carbonio, e  ridurre l’emissione di gas inquinanti. Come già affermato da Li, in futuro il governo continuerà a favorire “una politica differenziata e graduata sui consumi energetici in grado di spingere per la crescita verde”.

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Tianjin Eco-City.

Tianjin Eco-City:di 30 kilometri quadrati e in grado di ospitare fino a 350 mila abitanti, è stata definita la prima città completamente ecologica.

Si trova a soli 150 km da Pechino e a 30 da Tianjin, in una zona precedentemente adibita a discarica. La sua costruzione è iniziata nel 2008, grazie ad un accordo tra il governo cinese e singaporiano, e se ne prevede l’inaugurazione nel 2020, anche se i primi abitanti si sono già insediati. Lo scopo della realizzazione di quest’opera è di dimostrare che qualsiasi luogo può essere rinnovato dandogli nuova vita, o come ha dichiarato Ho Tong Yen, “che è possibile ripulire un’area degradata e renderla utile e vivibile, senza privare il territorio di risorse invece utili e vivibili”.

Probabilmente grazie anche alla crescente attenzione sull’importanza dello sviluppo sostenibile questo progetto risulta efficace anche nella ricerca di soluzioni alternative alla rapida urbanizzazione e alla carenza di posti di lavoro a cui stiamo assistendo. E’ previsto inoltre, oltre alla creazione di posti di lavoro “in loco”, l’uso di trasporti ecologici e la progettazione di una pianta della città che favorisca la circolazione di pedoni e ciclisti.

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Tianjin Eco-City.

“Una città fiorente, socialmente armonica, ecologica e a basso consumo di risorse”. Questa è la definizione data dagli allora primi ministri cinese e singaporiano Wen Jiabao e Lee Hsien Loong nel giorno dell’inaugurazione dei lavori di costruzione e di bonifica. Frase esemplificativa del valore del progetto e si spera di ispirazione nella realizzazione delle nuove opere in futuro.

Ma a livello internazionale cosa succede? Pechino è solo un esempio isolato o fa tutto parte di un grande progetto a livello mondiale?

Sono passati 20 lunghi anni dall’ultima conferenza mondiale tenutasi a Rio de Janeiro. Lo scopo principale era quello di dare inizio ad una nuova politica internazionale volta al miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. E ora con l’ incontro appena avvenuto dal 20 al 22 giugno, sempre in Brasile, dobbiamo ammettere che dei cambiamenti prospettati, i risultati sono stati ben inferiori alle aspettative. Dal 1992 ad oggi, su questo fronte almeno, nessun sostanziale passo avanti.

Come riportato sul “Corriere della Sera” il nuovo documento unitario finale sottoscritto da 193 stati “riafferma gli accordi firmati vent’anni fa su clima e biodiversità, avanza appena un po’ sul «sociale», ponendo subito la lotta alla miseria come priorità mondiale, e si impegna a lanciare non meglio definiti «obiettivi di sviluppo sostenibile». Si lascia alle future assemblee Onu la decisione se creare una vera e propria agenzia dell’ambiente, configurando un upgrade dell’attuale Unep (che è appena un programma). Non ci sono nuovi fondi per l’economia verde (come avevano chiesto i Paesi in via di sviluppo), né decisioni sulle divisioni di responsabilità tra i Paesi che più inquinano. Schiacciata tra la crisi finanziaria del Nord del mondo e le ambizioni di crescita del Sud, Rio+20 finisce per non decidere soprattutto che cosa significa lo sviluppo sostenibile. Chi lo deve finanziare e chi deve sostenere i costi di un mondo meno inquinato”.

Nonostante la penuria di risultati portati dal congresso, però, per fortuna c’è chi risulta essere più sensibile alle esigenze ambientali. Ci potrà anche stupire, ma si tratta proprio di tre paesi ex poveri che spinti probabilmente da interessi urgenti sono però in grado di tradurre in azioni concrete i loro progetti: si tratta di Brasile, India e Repubblica Popolare Cinese.

foreste mangrovie

Foreste Bangladesh.

Non si tratta di casi isolati. Anche altri Paesi in via di sviluppo stanno adottando interessanti misure di riforestazione e di miglioramento ambientale, come riportato da un recente rapporto della FAO. Tra questi spiccano i progetti per la conservazione delle mangrovie in Bangladesh, la prevenzione degli incendi boschivi a Samoa ed i programmi di rimboschimento ad Haiti, oltre alla piantumazione di verde in Bhutan, Filippine e Vietnam. Inoltre, come ha affermato Eduardo Rojas “Vorrei sottolineare quel che fa l’India che ha ancora una crescita importante della popolazione. Le foreste in India sono in crescita di 300.000 ettari l’anno”. Bisogna però ricordare che negli anni ’90 l’area Asia-Pacifico aveva una diminuzione della superficie forestale pari a 0,7 milioni di ettari l’anno – superficie totale di 740 milioni di ettari, ovvero il 18% di tutta la superficie forestale mondiale, dato risalente al 2010-. Fortunatamente questa tendenza si è invertita fino ad un picco di crescita pari a 1,4 milioni di ettari ogni dodici mesi nel periodo 2000-2010. Lo scopo dell’India è quello di raggiungere entro la fine del 2012 una superficie boschiva totale del 33% , anche se l’impresa si preannuncia impossibile visto che nel 2010 le foreste coprivano solo il 25% dell’intera India e che l’anno volge ormai al termine. Ciò non di meno si tratta di un progetto molto positivo che col tempo potrà essere sicuramente realizzato, anche se ovviamente non entro il 2012.

Anche in Brasile la popolazione si sta sensibilizzando sull’argomento. Dopo anni di brutale disboscamento i contadini hanno capito che è anche nel loro interesse proteggere la natura e gli alberi. Per questo motivo è nato un progetto che prevede la crescita di nuovi alberi proprio sui terreni coltivabili riportando così in primo piano anche la coltivazione del cacao. Ma come ha saggiamente commentato un agronomo brasiliano intervistato dal sito TMNews.it  “Non si può far rinascere una foresta dall’oggi al domani”. Per questo motivo, sono nate in contemporanea anche altre iniziative tra i contadini, come quella di ridurre, fino ad arrivare alla completa abolizione, l’uso di pesticidi riuscendo così ad eliminare le emissioni di carbone.

Questo dovrebbe dimostrarci che grazie alla collaborazione tra industria, politica e non ultima l’agricoltura –anche se tutti e tre spinti ciascuno dai propri interessi- è davvero possibile intervenire efficacemente con progetti anche a lungo termine. Inoltre grazie alle iniziative portate avanti in Cina, Brasile ed India abbiamo l’occasione di scoprire che ci sono Paesi che avvertono la forte necessità di salvare il proprio patrimonio forestale, aiutando in questo modo, anche se solo come effetto secondario probabilmente, tutto il pianeta.

di Mariacristina Carboni

Fonti:

Fonte: http://www.greenreport.it/_archivio/index.php?lang=it&page=default&id=8815

Fonte: http://www.unric.org/it/attualita/27276-fao-si-apre-lanno-internazionale-delle-foreste

Fonte: http://www.fao.org/docrep/013/i2000e/i2000e00.htm

Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/12_giugno_20/rio-ambiente-piu-venti_a3c4c99e-baa0-11e1-9945-4e6ccb7afcb5.shtml

Fonte: http://life.wired.it/electricroad/2012/08/03/cina-auto-elettrica-byd-hu-jintao-green-economy.html?page=1#content

Fonte: http://www.mentalitasportiva.it/home/mentalita-sostenibile/brasile-cina-e-india-i-nuovi-grandi-si-incontrano-sul-rimboschimento.html?print=1&tmpl=component

Fonte: http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13676

Fonte: http://www.tianjinecocity.gov.sg/

Fonte: http://62.77.46.214/cgi-bin/ricerca/search.php?s=Non+si+pu%C3%B2+far+rinascere+una+foresta+dall%27oggi+al+domani&x=0&y=0 (l’articolo che ho utilizzato come fonte non è al momento disponibile, vi lascio comunque questo link nel caso dovesse tornare fruibile in futuro)

Per approfondire e avere qualche dato in più (non solo riguardo alla Cina):

–         http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13436

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13405

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=14630&cat=Energia (USA)

 

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Bio Oil: la salvezza del pianeta, del portafoglio, o l’ennesimo buco nell’acqua?

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Bio Oil: la salvezza del pianeta, del portafoglio, o l’ennesimo buco nell’acqua?

Pubblicato il 20 maggio 2012 by redazione

olio-vegetale

In questi ultimi anni il prezzo della benzina ha continuato a salire e l’utilizzo delle autovetture sta diventando un vero e proprio bene di lusso. E se vi dicessi che esiste una soluzione che, oltre a farvi risparmiare (più del 50%), fa bene all’ambiente? Ebbene questo carburante alternativo è l’olio combustibile vegetale (Straight Vegetable Oil, S.V.O). Per la sua composizione chimica, può essere impiegato per molteplici scopi: dall’alimentazione di motori diesel di automobili, autobus, motori nautici, trattori agricoli, etc., alla produzione elettrica e termica.

Dal punto di vista dell’impatto ambientale, questo tipo di “carburante” ha diversi pregi: il livello di emissioni è più basso rispetto a un motore alimentato con gasolio convenzionale e persino rispetto al biodiesel, le cui emissioni di gas serra, durante il processo di produzione, sono comparabili a quelle del petrolio.

Il carbonio bruciato, infatti, deriva direttamente dall’anidride carbonica già presente nell’aria (per effetto della fotosintesi clorofilliana), perciò la quantità di gas presente nell’atmosfera resterà invariato, limitando il problema dei gas serra.

Non solo, l’SVO non si autoincendia molto facilmente, il che ne riduce la pericolosità durante le fasi del trasporto e dello stoccaggio.

Da ultima, ma non per importanza, la sua origine vegetale, ne assicura l’elevata biodegradabilità.

Tuttora si sta cercando sempre più di sviluppare tecnologie “verdi” compatibili, che vadano a rimpiazzare i tradizionali macchinari a carburante fossile. L’olio vegetale è una possibile soluzione.

Una microturbina a gas.

Recentemente (Novembre 2010), l’azienda della Green Economy, specializzata in sistemi di autoproduzione energetica e partner esclusivo di Capstone Turbine Corpotation, insieme a Spike Renewables, società di ingegneria e ricerca di Firenze, hanno realizzato un progetto di sperimentazione di una microturbina a gas, da 30 e 60 kW, a tecnologia cogenerativa alimentata a olio vegetale. Pensate che, per una turbina da 30 kW , il consumo di olio vegetale è di circa 11 lt/h con un rendimento elettrico del 27%. Sottolineiamo che questa turbina, oltre ad avere una tecnologia cogenerativa, è dotata di uno speciale brevetto con cuscinetti ad aria che non necessitano l’impiego di lubrificanti, offre quindi ulteriori vantaggi (maggiore risparmio energetico, emissioni ancora più basse e altissima efficienza). Questo singolo esperimento fa parte di un progetto più grande supportato dalla Regione Toscana (Progetto OVEST), a valle di un precedente progetto europeo (LIFE-VOICE).

A questo punto la domanda sorge spontanea: l’olio combustibile vegetale e il biodisel sono la stessa cosa?
transesterificazione

La risposta è No, sono due sostanze molto diverse tra loro. La produzione dell’olio vegetale puro è diretta (i semi delle piante oleaginose vengono pressate a freddo o eventualmente estratte con solventi), può quindi essere effettuata direttamente nell’azienda agricola, con l’impiego di semplici sistemi di pressatura, massimizzando così il profitto dell’imprenditore agricolo. Il biodisel, al contrario, necessita di numerosi passaggi di lavorazione intermedia: dopo l’estrazione dell’olio dai semi, avviene una reazione, detta transesterificazione, che sostituisce i componenti alcolici d’origine (glicerolo) con alcool metilico (metanolo).

In sintesi: Olio + metanolo + catalizzatore = biodiesel + glicerina.

Soffermiamoci un attimo su questa reazione e analizziamo gli elementi che ne permettono l’attuazione e che vengono prodotti a seguito di questa.

La glicerina è un sottoprodotto di questa reazione, ma è anche una sostanza di difficile smaltimento (per contro l’olio vegetale ha come unico prodotto di scarto delle farine ricche di oli, adatte anche all’alimentazione di animali).

Il metanolo, nonostante venga utilizzato per la produzione di un carburante ‘rinnovabile’, viene ricavato, quasi esclusivamente, da fonti energetiche fossili.

Ma affinchè il biodisel possa essere liberamente venduto, il suo processo di produzione non si conclude qui, segue una purificazione, una distillazione e la stabilizzazione chimica della sostanza (è facilmente intuibile che la purificazione, in quanto tale, necessiti dell’impiego di cospiqui quantittativi d’acqua).

Tuttavia, nonostante i notevoli vantaggi che presenta la produzione di olio vegetale rispetto al biodisel, bisogna anche considerare una caratteristica intrinseca dell’olio vegetale, che rischia di per sè di comprometterne l’impiego come carburante alternativo.

L’olio vetegetale ha una viscosità decisamente superiore a quella del biodisel, e in generale rispetto al gasolio, che si accentua con le basse temperature. Questo aspetto può portare al malfunzionamento del sistema di iniezione, a minore performance del motore, all’aumento delle emissioni e alla riduzione della vita del motore. In particolare, durante le stagioni fredde, la componente grassa dell’olio rischia di solidificarsi, rischiando così di intasare il sistema di alimentazione del combustibile. Ma fortunatamente la fisica ci viene in aiuto: se riscaldato, l’olio risulta meno viscoso e i problemi precedentemente segnalati vengono attenuati. Tuttavia, è anche possibile adattare il proprio motore diesel al funzionamento con olio vegetale, il costo può essere di 4-6000 euro in materiali e manodopera. Esistono già delle ditte specializzate, come Elsbett, Diesel Therm e Greasecar, che garantiscono l’affidabilità del sistema.

Ovviamente, i problemi non finiscono qui.

Al di là di qualsivoglia considerazione tecnica, l’olio vegetale, utilizzato come carburante, in molti Paesi (come l’Italia) è illegale. Questo perchè su qualsiasi carburante gravano tasse e accise, che verrebbero evase con l’utilizzo di questi carburanti “alternativi”. Ricordiamoci, poi, che viviamo in un mondo capitalista, quindi se la benzina aumenta e l’unica alternativa vera sembra essere l’olio vegetale, anche il prezzo dell’olio di colza, o di qualsiasi altro olio di semi, aumenterà.

Finisce che, economicamente parlando, non vi è alcun beneficio nell’utilizzo di caruranti ‘bio’.

Ma i soldi non sono tutto, giusto? E qualcuno potrebbe pensare che se il petrolio e l’olio vegetale raggiungono lo stesso prezzo, non ci si pensa due volte e si sceglie di salvare il pianeta con i carburanti rinnovabili.

C’è però un altro fattore molto importante a cui pensare: se anche tutto il mais e la soia coltivati in America dovessero essere destinati ai biofuel, si soddisferebbe solo il 12% della domanda di benzina e il 6% di quella di gasolio. E considerando che proprio il mais e la soia, per il loro elevato apporto energetico e proteico, sono tra le colture vegetali che meglio possono sfamare l’umanità, siamo davvero disposti a rinunciare a importanti sostante nutritive in cambio di carburante per le nostre vetture, industrie, elettrodomestici, etc.? Dobbiamo quindi pensare a un’altra soluzione.

di Sara Pavesi

http://environment.nationalgeographic.com/environment/global-warming/biofuel-profile/

http://cdn.blogosfere.it/ecoalfabeta/images/febbraio%202009/Biofuel.jpg

http://www.biowatt.org/prodotti-gasnaturale.htm

http://www.loccidentale.it/node/62541

http://www.teatronaturale.it/strettamente-tecnico/bio-e-natura/1353-la.htm

http://bpgulak.com/projects/

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