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Pechino città Ecologica

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Pechino città Ecologica

Pubblicato il 12 marzo 2018 by redazione

La Grande Muraglia Verde: il nuovo gigantesco polmone di Pechino

deserto del Gobi

Deserto del Gobi.

Pechino si è ritrovata a far fronte a due grandi problemi: il primo consiste nell’avanzamento del deserto del Gobi, con l’incalzante ritmo di 20-30 metri annui di sabbia e dune che avanzano a velocità tripla rispetto al secolo scorso (ogni anno in Cina si spendono l’equivalente di 10 miliardi di dollari per tentare di contrastare la desertificazione del territorio); il secondo problema, ormai tristemente noto a tutti, è l’inquinamento dell’aria e i conseguenti cambiamenti climatici che si fanno sentire con il clima che sembra impazzito. Catastrofiche siccità e precipitazioni annue diminuite dal 2001 ad oggi del 37%, aumento del vento e delle tempeste di sabbia, per non menzionare le polveri sottili e le emissioni inquinanti del carbone usato nell’industria e per il riscaldamento; tutti fattori che hanno causato danni economici incalcolabili. La terra ormai arida si rifiuta di produrre e ha spinto oltre 400 milioni di contadini eco-profughi a trovare lavoro altrove. Si tratta di una situazione che diventa sempre più estrema col passare degli anni, causata dall’avidità e dalla prepotenza dell’uomo a cui ora non resta altra scelta che correre ai ripari.

grande-muraglia-verde-cinese

La grande muraglia verde cinese.

Non volendo però spostare la capitale millenaria –come si farebbe normalmente fatto in una situazione simile e come è già accaduto altrove in passato- e non avendo i mezzi per contrastare i cambiamenti climatici, a Pechino hanno deciso di creare la cosiddetta “Grande Muraglia Verde”, ovvero di dar vita artificialmente alla più grande foresta asiatica con 300 milioni di alberi piantati nella regione di Hebei, a nord e ad ovest della capitale, per un totale di 250 mila kilometri quadrati. Si tratta senza alcun dubbio di un progetto ambizioso che sfida i limiti della natura e dell’uomo; un progetto senza precedenti. Come annunciato dal premier Wen Jiabao, saranno investiti circa 30 miliardi di dollari per la riforestazione di pioppi, faggi, abeti e betulle e saranno deviati ben 24 fiumi per garantire l’irrigazione dell’area. Nonostante la prudenza mostrata dagli scienziati nei confronti del progetto, i tremila membri del parlamento sono fiduciosi nella buona riuscita dell’operazione. Infatti ripongono nel progetto la speranza che la foresta possa portare umidità, respingendo così il deserto e inducendo la formazione di nuvole e lo scarico di piogge, oltreché la diminuzione dell’inquinamento. Il sindaco ha quindi chiamato tutta la popolazione ad agire: ognuno deve comprare e piantare lungo la Grande Muraglia, situata a pochi kilometri dalla periferia dalla capitale, almeno una pianta. Quest’area iniziale prenderà il nome di “Bosco del Millennio”. Il vice direttore dell’Amministrazione forestale dello Stato, Zhang Yongli, ha comunicato in una conferenza stampa che saranno mobilitate ogni anno 650 milioni di persone al fine di riuscire nell’opera di riforestazione per un totale di ben 26 miliardi di alberi nei prossimi dieci anni. Dal 2011 ad oggi 614 milioni di cinesi hanno già preso parte all’operazione di rimboschimento volontario in tutto il paese, piantando 2,51 miliardi di alberi e occupando un area di 6 milioni di ettari. Secondo le previsioni entro il 2020 si dovrà raggiungere la considerevole cifra di 50 milioni di ettari della neo area forestale, fino a coprire il 23 % della superficie totale delle foreste cinesi. Obiettivo che a questa velocità potrebbe essere raggiunto già entro il 2015. Questo dimostra che anche imprese titanicche come queste non sono poi così impossibili e che con costanza e sacrificio possiamo davvero migliorare il mondo in cui viviamo, e non solo distruggerlo.

Un nuovo sistema di misurazione delle emissioni di CO2?

Pare che il progetto non si limiti solo a rallentare l’avanzata del deserto o a ridurre l’inquinamento. Si tratta di un progetto ben più ampio in cui la foresta diventerà un vero e proprio sistema per monitorare con precisione le emissioni di gas serra, permettendo così l’ideazione e la realizzazione di progetti volti alla riduzione di queste emissioni.

Il vice-presidente dell’Accademia delle scienze della Cina, Ding Zhongli afferma inoltre che: “I ricercatori redigeranno delle liste di emissioni di gas serra per valutare quantitativamente le emissioni di anidride carbonica generate dalla natura o dalle attività umane. La Cina progetta anche di mettere in atto un sistema per sorvegliare il livello di CO2 in atmosfera attraverso l’analisi satellitare, la sorveglianza aerea e al suolo e la modellizzazione atmosferica. Questo processo di ricerca dovrebbe fornire alla Cina delle informazioni più solide per poter trattare i dossier legati al cambiamento climatico, in particolare la riduzione delle emissioni di carbonio ed i negoziati internazionali”.

Infatti grazie a questa mossa la Cina non dovrà più essere sottoposta alle stime internazionali sulle sue emissioni, ma sarà in grado di effettuarle autonomamente.

Ding ha anche comunicato all’agenzia ufficiale Xinhua che “La Comunità scientifica cinese si impegnerà sul sequestro del carbonio e gli impatti del cambiamento climatico nelle diverse regioni, al fine di preparare la Cina all’adattamento climatico ed allo sviluppo verde. A causa del riscaldamento climatico, il nord-est della Cina avrà probabilmente migliori condizioni per la coltura del riso, mentre il nord della Cina soffrirà della diminuzione delle precipitazioni e della siccità. Valuteremo gli impatti del riscaldamento climatico su un periodo più lungo in 5 regioni per fornire dei consigli per l’adattamento”.

Secondo un rapporto pubblicato a novembre del 2011 dalla seconda Assemblea nazionale cinese sul cambiamento climatico: “Aumentare i “pozzi di carbonio” del Paese, vale a dire l’utilizzo delle foreste e di altre risorse naturali e umane per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera, è molto importante per la riduzione del carbonio”. Esattamente come già sostenuto da Ding.

Auto, bus e taxi elettrici: la rivoluzione elettrica cinese

Quindici miliardi di dollari investiti per sviluppare entro il 2020 un industria che punti sulla green economy: stiamo parlando dei veicoli elettrici.

Già da alcuni anni in Cina è in corso la sperimentazione sull’utilizzo di taxi elettrici che colleghino Pechino ad Hangzhou e Shenzhen. Pare che il progetto abbia avuto un notevole successo sia tra la popolazione che tra le varie aziende al punto che anche Warren Buffett ha concesso un finanziamento alla maggiore casa produttrice di batterie elettriche al mondo, l’azienda cinese BYD. Azienda che si occupa già della produzione dei bus e taxi elettrici circolanti in Cina oltre che dell’organizzazione dei trasporti pubblici.

E proprio sui bus elettrici sembra aver voluto scommettere la BYD: a febbraio aveva incrementato con 1500 autobus elettrici la sua “flotta” di trasporti pubblici; già allora la più numerosa al mondo. Inoltre la città di Shenzhen è stata la prima in Cina a sovvenzionare i veicoli elettrici oltre che lanciare, sempre per prima, la vendita di auto elettriche a privati. Ovunque ci si volti, in Cina si vedono predominare i motorini elettrici, neo-sostituti delle vecchie biciclette. Complice anche la spinta del governo verso la nuova green-Era, il futuro della Cina è ormai deciso: la tecnologia deve essere ecocompatibile ed ecosostenibile così da poter offrire innovazione e nuovi posti di lavoro senza però “porre nuove barriere al commercio verde”, come affermato dal presidente HuJintao al lancio del dodicesimo piano quinquennale cinese all’insegna dello sviluppo verde. “ La Cina darà priorità assoluta al settore verde per attirare investimenti stranieri” questo afferma il presidente Hu Jintao, promettendo che la produzione totale annuale dell’industria ambientale cinese raggiungerà i 2mila miliardi di yuan entro il 2015, con un investimento tra il 2011 e il 2015 di oltre 3mila miliardi di yuan.

Inoltre il presidente ha dichiarato che “La forte domanda verde e l’ambiente d’investimento solido della Cina forniranno un mercato vasto e grandi opportunità di investimento per le imprese di tutti i paesi, in particolare quelli della nostra regione”. Infatti il dodicesimo piano quinquennale prevede ben 3 trilioni di yuan di investimento per la tutela dell’ambiente tra il 2011 e il 2015, con una crescita del settore pari al 15-20%  creando così oltre 10 milioni di posti di lavoro.

Per quanto riguarda il futuro nessuna brutta sorpresa. I progetti green proseguiranno e la continuazione della trasformazione economica sarà favorita, come ha comunicato Li Keqiang, probabile prossimo primo ministro cinese: “La Cina prenderà misure generali nei prossimi cinque anni per diminuire il consumo di energia per unità del prodotto interno lordo del 16% e aumenteremo il valore aggiunto del terziario di 4 punti percentuali, che promuoveranno vigorosamente la trasformazione economica”.

Ovviamente per riuscirci sarà necessario intensificare gli sforzi al fine di migliorare l’industria, rendendola più ecocompatibile e quindi a bassa emissione di carbonio, e  ridurre l’emissione di gas inquinanti. Come già affermato da Li, in futuro il governo continuerà a favorire “una politica differenziata e graduata sui consumi energetici in grado di spingere per la crescita verde”.

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Tianjin Eco-City.

Tianjin Eco-City:di 30 kilometri quadrati e in grado di ospitare fino a 350 mila abitanti, è stata definita la prima città completamente ecologica.

Si trova a soli 150 km da Pechino e a 30 da Tianjin, in una zona precedentemente adibita a discarica. La sua costruzione è iniziata nel 2008, grazie ad un accordo tra il governo cinese e singaporiano, e se ne prevede l’inaugurazione nel 2020, anche se i primi abitanti si sono già insediati. Lo scopo della realizzazione di quest’opera è di dimostrare che qualsiasi luogo può essere rinnovato dandogli nuova vita, o come ha dichiarato Ho Tong Yen, “che è possibile ripulire un’area degradata e renderla utile e vivibile, senza privare il territorio di risorse invece utili e vivibili”.

Probabilmente grazie anche alla crescente attenzione sull’importanza dello sviluppo sostenibile questo progetto risulta efficace anche nella ricerca di soluzioni alternative alla rapida urbanizzazione e alla carenza di posti di lavoro a cui stiamo assistendo. E’ previsto inoltre, oltre alla creazione di posti di lavoro “in loco”, l’uso di trasporti ecologici e la progettazione di una pianta della città che favorisca la circolazione di pedoni e ciclisti.

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Tianjin Eco-City.

“Una città fiorente, socialmente armonica, ecologica e a basso consumo di risorse”. Questa è la definizione data dagli allora primi ministri cinese e singaporiano Wen Jiabao e Lee Hsien Loong nel giorno dell’inaugurazione dei lavori di costruzione e di bonifica. Frase esemplificativa del valore del progetto e si spera di ispirazione nella realizzazione delle nuove opere in futuro.

Ma a livello internazionale cosa succede? Pechino è solo un esempio isolato o fa tutto parte di un grande progetto a livello mondiale?

Sono passati 20 lunghi anni dall’ultima conferenza mondiale tenutasi a Rio de Janeiro. Lo scopo principale era quello di dare inizio ad una nuova politica internazionale volta al miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. E ora con l’ incontro appena avvenuto dal 20 al 22 giugno, sempre in Brasile, dobbiamo ammettere che dei cambiamenti prospettati, i risultati sono stati ben inferiori alle aspettative. Dal 1992 ad oggi, su questo fronte almeno, nessun sostanziale passo avanti.

Come riportato sul “Corriere della Sera” il nuovo documento unitario finale sottoscritto da 193 stati “riafferma gli accordi firmati vent’anni fa su clima e biodiversità, avanza appena un po’ sul «sociale», ponendo subito la lotta alla miseria come priorità mondiale, e si impegna a lanciare non meglio definiti «obiettivi di sviluppo sostenibile». Si lascia alle future assemblee Onu la decisione se creare una vera e propria agenzia dell’ambiente, configurando un upgrade dell’attuale Unep (che è appena un programma). Non ci sono nuovi fondi per l’economia verde (come avevano chiesto i Paesi in via di sviluppo), né decisioni sulle divisioni di responsabilità tra i Paesi che più inquinano. Schiacciata tra la crisi finanziaria del Nord del mondo e le ambizioni di crescita del Sud, Rio+20 finisce per non decidere soprattutto che cosa significa lo sviluppo sostenibile. Chi lo deve finanziare e chi deve sostenere i costi di un mondo meno inquinato”.

Nonostante la penuria di risultati portati dal congresso, però, per fortuna c’è chi risulta essere più sensibile alle esigenze ambientali. Ci potrà anche stupire, ma si tratta proprio di tre paesi ex poveri che spinti probabilmente da interessi urgenti sono però in grado di tradurre in azioni concrete i loro progetti: si tratta di Brasile, India e Repubblica Popolare Cinese.

foreste mangrovie

Foreste Bangladesh.

Non si tratta di casi isolati. Anche altri Paesi in via di sviluppo stanno adottando interessanti misure di riforestazione e di miglioramento ambientale, come riportato da un recente rapporto della FAO. Tra questi spiccano i progetti per la conservazione delle mangrovie in Bangladesh, la prevenzione degli incendi boschivi a Samoa ed i programmi di rimboschimento ad Haiti, oltre alla piantumazione di verde in Bhutan, Filippine e Vietnam. Inoltre, come ha affermato Eduardo Rojas “Vorrei sottolineare quel che fa l’India che ha ancora una crescita importante della popolazione. Le foreste in India sono in crescita di 300.000 ettari l’anno”. Bisogna però ricordare che negli anni ’90 l’area Asia-Pacifico aveva una diminuzione della superficie forestale pari a 0,7 milioni di ettari l’anno – superficie totale di 740 milioni di ettari, ovvero il 18% di tutta la superficie forestale mondiale, dato risalente al 2010-. Fortunatamente questa tendenza si è invertita fino ad un picco di crescita pari a 1,4 milioni di ettari ogni dodici mesi nel periodo 2000-2010. Lo scopo dell’India è quello di raggiungere entro la fine del 2012 una superficie boschiva totale del 33% , anche se l’impresa si preannuncia impossibile visto che nel 2010 le foreste coprivano solo il 25% dell’intera India e che l’anno volge ormai al termine. Ciò non di meno si tratta di un progetto molto positivo che col tempo potrà essere sicuramente realizzato, anche se ovviamente non entro il 2012.

Anche in Brasile la popolazione si sta sensibilizzando sull’argomento. Dopo anni di brutale disboscamento i contadini hanno capito che è anche nel loro interesse proteggere la natura e gli alberi. Per questo motivo è nato un progetto che prevede la crescita di nuovi alberi proprio sui terreni coltivabili riportando così in primo piano anche la coltivazione del cacao. Ma come ha saggiamente commentato un agronomo brasiliano intervistato dal sito TMNews.it  “Non si può far rinascere una foresta dall’oggi al domani”. Per questo motivo, sono nate in contemporanea anche altre iniziative tra i contadini, come quella di ridurre, fino ad arrivare alla completa abolizione, l’uso di pesticidi riuscendo così ad eliminare le emissioni di carbone.

Questo dovrebbe dimostrarci che grazie alla collaborazione tra industria, politica e non ultima l’agricoltura –anche se tutti e tre spinti ciascuno dai propri interessi- è davvero possibile intervenire efficacemente con progetti anche a lungo termine. Inoltre grazie alle iniziative portate avanti in Cina, Brasile ed India abbiamo l’occasione di scoprire che ci sono Paesi che avvertono la forte necessità di salvare il proprio patrimonio forestale, aiutando in questo modo, anche se solo come effetto secondario probabilmente, tutto il pianeta.

di Mariacristina Carboni

Fonti:

Fonte: http://www.greenreport.it/_archivio/index.php?lang=it&page=default&id=8815

Fonte: http://www.unric.org/it/attualita/27276-fao-si-apre-lanno-internazionale-delle-foreste

Fonte: http://www.fao.org/docrep/013/i2000e/i2000e00.htm

Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/12_giugno_20/rio-ambiente-piu-venti_a3c4c99e-baa0-11e1-9945-4e6ccb7afcb5.shtml

Fonte: http://life.wired.it/electricroad/2012/08/03/cina-auto-elettrica-byd-hu-jintao-green-economy.html?page=1#content

Fonte: http://www.mentalitasportiva.it/home/mentalita-sostenibile/brasile-cina-e-india-i-nuovi-grandi-si-incontrano-sul-rimboschimento.html?print=1&tmpl=component

Fonte: http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13676

Fonte: http://www.tianjinecocity.gov.sg/

Fonte: http://62.77.46.214/cgi-bin/ricerca/search.php?s=Non+si+pu%C3%B2+far+rinascere+una+foresta+dall%27oggi+al+domani&x=0&y=0 (l’articolo che ho utilizzato come fonte non è al momento disponibile, vi lascio comunque questo link nel caso dovesse tornare fruibile in futuro)

Per approfondire e avere qualche dato in più (non solo riguardo alla Cina):

–         http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13436

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13405

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=14630&cat=Energia (USA)

 

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Se le api muoiono arrivano i droni

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Se le api muoiono arrivano i droni

Pubblicato il 24 febbraio 2014 by redazione

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Quando mangiamo una mandorla, una barbabietola, un’anguria o anche quando beviamo un caffè, stiamo degustando il frutto di un complesso lavoro tra fiori e impollinatori, le api. Ma cosa succederebbe se le api scomparissero dalla faccia della terra?

«Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra all’umanità non resterebbero che quattro anni di vita!» questa la frase capitale che alcuni sostengono sia stata pronunciata da Albert Einstein. Ma anche se il famoso fisico della relatività non l’avesse mai pronunciata, resta il fatto che questo triste giorno pare, alla fine, sia arrivato.

A giugno del 2013, nel Rhode Island, un negozio del gruppo Whole Foods, per sottolineare l’importanza del lavoro di impollinazione delle api domestiche occidentali (Apis mellifera), tolse temporaneamente dagli scaffali delle corsie tutti i prodotti che, in un modo o nell’altro, dipendevano dal lavoro delle piccole instancabili operaie. Risultato, 237 prodotti su 453 non vennero esposti.

Questa singolare, quanto efficace operazione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, servì a sottolineare un inquietante e misterioso fenomeno: la scomparsa improvvisa di un terzo delle colonie di api americane, classificato in seguito dagli studiosi come “sindrome dello spopolamento degli alveari”.

Nelle torbiere del Maine, dove proliferano rigogliose le coltivazioni di mirtilli, il contributo economico stimato per il solo lavoro di impollinazione svolto dalle api, tra l’altro a titolo assolutamente gratuito, si aggira intorno ai 15 miliardi di dollari l’anno.

Questo fenomeno, iniziato nel 2006, venne notato dagli apicoltori che rimarcarono l’improvvisa e completa assenza dei piccoli insetti da molti dei loro alveari: miele e cera erano presenti, ma delle api nemmeno l’ombra.

Da allora sono passati almeno sei anni, ma le api continuano a morire al ritmo impressionante del 40% all’anno, e la loro assenza sta mettendo in crisi le molte coltivazioni che dipendono completamente dal loro importante contributo, oltre a tutto il sistema agricolo e alimentare.

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Neonicotinoidi e l’acaro parassita Varroa destructor.

Sembra che la causa della scomparsa delle api sia da addebitare ad alcuni pesticidi, chiamati neonicotinoidi, mortali per le api, anche a bassissimi dosaggi , oltre ad altri agenti tra i quali un acaro parassita il Varroa destructor che imperversa tra gli alverari fin dagli anni ‘80.

Secondi gli studiosi, i neonicotinoidi usati su oltre un centinaio di diversi tipi di raccolti sono molti e tutti diversi. Introdotti a metà degli anni ’90, i neonicotinoidi contaminano i semi prima ancora che gli stessi vengano piantati, raggiungendo ogni parte matura della pianta ed entrando in contatto con gli insetti attraverso il polline  e il nettare. La loro persistenza è di molto superiore ai comuni pesticidi e il loro uso è divenuto comune perché, paradossalmente, meno nocivi per l’uomo, quotidianamente esposto a questi agenti.

Per le api invece gli effetti sono devastanti. I neonicotinoidi aggrediscono il sistema nervoso delle piccole operaie, mentre percorrono in lungo e in largo grandissimi territori, percorrendo fino a 8km al giorno, invalidando il loro sistema di volo e di orientamento, senza ucciderle subito, ma di fatto indebolendole anno dopo anno, fino alla disfatta completa, improvvisa e definitiva.

Sebbene non vi siano prove certe sulla totale responsabilità dei neonicotinoidi, è pur vero che lo spopolamento dei gli alveari coincide con la loro introduzione, ormai onnipresente in quasi tutte le coltivazioni.

piante fiori frutti impollinati

Alcuni esempi di piante e frutti che dipendono dall’impollinazione delle api.

La Commissione Europea ha deciso che a partire dal 2013,  per due anni consecutivi, i neonicotinoidi saranno proibiti. L’EPA invece  non intende vietarli, almeno fino a quando non verrà dimostrata con certezza la completa responsabilità dei neonicotinoidi nella morte delle api.

Altri studi addebitano, invece, la moria delle api e l’abbandono degli alveari a un acaro parassita, il Varroa destructor, che scava tra le celle delle larve e con la sua lunga lingua bifida buca l’esoscheletro e lì succhia l’emolinfa e contamina le larve con altre malattie, provocandone la morte in breve tempo.

A partire dal 1987, si conta che quest’acaro abbia già sterminato diversi miliardi di api.

Altri studiosi addebitano la morte dei piccoli insetti a malattie batteriche e virali e anche alla mancanza di spazi incontaminati che permettano loro di procurarsi il cibo che gli necessita. In particolare non giovano le grandi monocolture di mais e soia, completamente prive di nettare e polline: un vero deserto dei Tartari!

La sempre maggiore diffusione di monoculture OGM, create nei laboratori di aziende biotech come la Monsanto ha determinato, infatti, la perdita di biodiversità genetica che sta contribuendo, non poco alla moria delle api.

Sia come sia, sembra che nessuno sappia che pesci prendere e intanto un importante anello della catena alimentare, presente sulla terra da diversi milioni di anni, rischia di scomparire per sempre lasciando dietro di sé un buco di lavoro biologico che avrà come unica conseguenza una quota importante di cibo in meno per tutti.

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Salvare le api o l’impollinazione? Che domande l’impollinazione!

Come al solito l’uomo non cambia strada né registro e, come sempre, sceglie la strada più breve e il minimo sforzo.

La soluzione arriva dall’Università di Harvard e Northeastern, dove un team di scienziati ha pensato di impollinare i fiori con delle api robot. Sostanzialmente si tratta di piccoli eserciti di droni impollinatori.

Il progetto, denominato Micro Air Vehicles, iniziato nel 2009, per sopperire alla scomparsa graduale delle api, prevedeva di imitare in tutto e per tutto il loro complesso sistema di lavoro di squadra, sia nell’alveare sia nell’impollinazione e soprattutto di riprodurne dei piccoli esemplari artificiali, le Robobee, piccoli robot, costruiti in titanio e plastica, capaci di impollinare le ciclopiche distese di colture OGM.

Il laboratorio di microrobotica di Harvard ha lavorato sul progetto di veicoli Micro Air attingendo alle conoscenze sviluppate in ambito biomeccanico e studiando l’organizzazione sociale delle api.

Il team di ricercatori sta costruendo piccoli robot alati, adatti a volare di fiore in fiore, immuni alle tossine di neonicotinoidi, gocciolanti dai petali dei fiori, per diffondere il polline. Gli scienziati credono anche di riuscire molto presto a programmare le piccole api-robot a vivere in un alveare artificiale, coordinandole attraverso differenti algoritmi, su diversi metodi di impollinazione, in modo da dirigerle su colture differenti.

Naturalmente, i rapporti pubblicati dal laboratorio di microrobotica di Harvard,  descrivono anche i potenziali usi militari che si potrebbero ricavare, come quelli di sorveglianza e mappatura o di protezione civile per localizzare persone intrappolate a seguito di disastri e catastrofi.

Per fortuna o per sfortuna, a secondo dei punti di vista, le piccole api robot non sono ancora state dotate di pungiglioni retrattili, provvisti di neurotossine.

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Il Progetto Micro Air Vehicle
L’obiettivo principale del progetto è quello di progettare dell’hardware e del software capaci di funzionare come “un cervello vero” in grado di controllare il volo e di intuire la natura degli oggetti incontrati sulla propria traiettoria e di coordinare i diversi processi decisionali impliciti alle diverse attività svolte e infine di simulare il sofisticato comportamento di una vera e propria colonia di insetti.

Occorrerà sviluppare degli algoritmi che presiedano a metodi di comunicazione tra le api-robot (come per esempio la possibilità per queste piccole macchine di parlare tra loro, a livello individuale e nell’alveare ), e degli strumenti di programmazione global to local per simulare le modalità attraverso le quali i gruppi di api dipendono le une dalle altre e si coordinano tra loro per esplorare i territori e procurarsi il cibo.

Una realtà surreale e affascinante, ma al contempo inquietante, che lascia un senso di vuoto, di impotenza e di tristezza, perché sembra sempre più inevitabile l’irreversibilità dei grandi cambiamenti naturali in atto.

di Adriana Paolini

 

Linkografia:

http://www.mieliditalia.it/varroa.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Varroa_destructor

http://www.ilfattoalimentare.it/commissione-europea-stop-neonicotinoidi-salva-api.html

http://www.efsa.europa.eu/it/press/news/130116.htm

http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/image/2013/rapporti/Api_in_declino.pdf

http://pesticidinograzie.wordpress.com/2013/03/03/uccidere-la-api-e-gli-impollinatori-selvatici-ci-portera-alla-fame/

http://www.youtube.com/watch?v=VxSs1kGZQqc

http://www.youtube.com/watch?v=b9FDkJZCMuE

http://www.wyss.harvard.edu/

http://micro.seas.harvard.edu/

http://micro.seas.harvard.edu/research.html

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Gli ftalati minacciano di trasformare le Balenottere del Mediterraneo in ermafroditi

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Gli ftalati minacciano di trasformare le Balenottere del Mediterraneo in ermafroditi

Pubblicato il 05 novembre 2012 by redazione

balenottera comune_mediterraneoUn gruppo di ricerca dell’Università di Siena, guidato dalla professoressa Maria Cristina Fossi, nel corso di uno studio sulla concentrazione di microplastiche nel mar Mediterraneo, ha rilevato che nell’area protetta del Santuario dei Cetacei il valore medio è 0,62 particelle di microplastica per metro cubo, simile a quello riscontrato nelle isole di spazzatura che galleggiano nell’Oceano Pacifico. I livelli maggiori sono stati riscontrati nel mar Ligure: una presenza 7 volte superiore rispetto a quella del Mar di Sardegna.

Questa ricerca, finanziata dal ministero dell’Ambiente, della tutela del territorio e del mare, è stata appena pubblicata sulla rivista scientifica Marine Pollution Bulletin. Le microplastiche sono particelle di meno di 5 millimetri, che originano dalla degradazione di rifiuti plastici. Nello studio vengono forniti tre dati, i primi a livello internazionale su questo tema: ”il 56% dei campioni di plancton superficiale nell’area del Santuario Pelagos contiene particelle di microplastica, con un valore elevato; nel plancton è molto alto il livello degli ftalati, composti additivi della plastica, nocivi per la salute dei mammiferi e classificati come distruttori endocrini, sostanze che interferiscono con la riproduzione; è stato provato che gli ftalati presenti nel plancton vengono metabolizzati e possono avere effetti tossici sui cetacei, con alte concentrazioni rilevate nell’adipe sottocutaneo di 4 balenottere comuni, su 5 ritrovate spiaggiate lungo le coste italiane. Il dato di 60 nanogrammi per grammo di MEPH, il metabolita derivato dagli ftalati utilizzato come tracciante, è il primo dato scientifico prodotto al mondo riguardante la contaminazione da plastiche delle balene”.

Gli ftalati sono esteri dell’acido ftalico, solitamente scarsamente solubili in acqua e molto invece negli oli. Sono liquidi incolori. Nel 2004 si è stimata una produzione a livello mondiale di 400.000 tonnellate di ftalati. Vengono ampiamente impiegati nelle industrie di materie plastiche come agenti plastificanti, principalmente del PVC, per migliorarne la flessibilità e la modellabilità, anche a basse temperature. I ftalati di alcoli leggeri trovano impiego anche come solventi nei profumi e nei pesticidi o nella preparazione di smalti per unghie, adesivi, vernici e cibi.

ftalatiAlcuni studi scientifici del 2003, sui loro effetti sulla salute, mettevano in evidenza l’influenza sul sistema ormonale, e la paragonavano a quella degli ormoni estrogeni che, in alta concentrazione, possono causare una femminilizzazione dei neonati maschi.

L’impatto sul plancton è decisamente pesante e, a cascata, quello sugli organismi marini come, appunto, sulla balenottera comune, uno dei più grande filtratori al mondo di acqua marina, che di plancton si nutre. Questa specie, già a rischio di estinzione, è risultata estremamente contaminata dagli ftalati. E ora si teme sulle possibili interferenze nelle sue capacità riproduttive.

I dati stimati ottenuti sono il frutto di un’analisi tossicologica effettuata nei laboratori del dipartimento di Scienze ambientali dell’Università di Siena, su campioni di adipe sottocutaneo di 18 balenottere vive, recentemente campionate. Si tratta di una buona percentuale di quelle presenti in estate nelle acque del Santuario Pelagos, stimate in un numero complessivo attorno a 150 esemplari.
planctonAttraverso un dardo modificato, i ricercatori hanno asportato, una piccola porzione di pelle e grasso sottocutaneo, che hanno poi analizzato per quantificare il livello di concentrazione di inquinanti presenti nei tessuti e per valutare gli effetti tossicologici conseguenti, come le potenziali variazioni genetiche che si potrebbero sviluppare. I dati sono poi stati confrontati con quelli di un’area di riferimento ”incontaminata”, quella del Mare di Cortez, in Messico.

Questo studio è il primo al mondo ad aver verificato la presenza di microplastiche nel plancton e nelle balenottere comuni.

“Adesso vogliamo analizzare meglio gli effetti tossicologici dell’inquinamento da plastiche – dice la professoressa Fossi – non solo sulla balenottera comune, ma anche su altri organismi, come le tartarughe, lo squalo elefante e i pesci che vivono sul fondale marino come la sogliola.
Su questo aspetto il nostro gruppo ha vinto un assegno di ricerca cofinanziato dalla Regione Toscana, che dà la possibilità ad un giovane ricercatore di indagare su queste innovative tematiche ambientali. Inoltre, grazie al sostegno del ministero dell’Ambiente abbiamo proposto all’Unione europea di adottare i cetacei e la tartaruga Caretta come indicatori delle stato di salute del Mediterraneo, con l’obiettivo, che l’Europa si propone di realizzare entro il 2020, di riportare il Mare Nostrum ad un buono stato ambientale.”

di Adriana Paolini

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