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Pechino città Ecologica

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Pechino città Ecologica

Pubblicato il 12 marzo 2018 by redazione

La Grande Muraglia Verde: il nuovo gigantesco polmone di Pechino

deserto del Gobi

Deserto del Gobi.

Pechino si è ritrovata a far fronte a due grandi problemi: il primo consiste nell’avanzamento del deserto del Gobi, con l’incalzante ritmo di 20-30 metri annui di sabbia e dune che avanzano a velocità tripla rispetto al secolo scorso (ogni anno in Cina si spendono l’equivalente di 10 miliardi di dollari per tentare di contrastare la desertificazione del territorio); il secondo problema, ormai tristemente noto a tutti, è l’inquinamento dell’aria e i conseguenti cambiamenti climatici che si fanno sentire con il clima che sembra impazzito. Catastrofiche siccità e precipitazioni annue diminuite dal 2001 ad oggi del 37%, aumento del vento e delle tempeste di sabbia, per non menzionare le polveri sottili e le emissioni inquinanti del carbone usato nell’industria e per il riscaldamento; tutti fattori che hanno causato danni economici incalcolabili. La terra ormai arida si rifiuta di produrre e ha spinto oltre 400 milioni di contadini eco-profughi a trovare lavoro altrove. Si tratta di una situazione che diventa sempre più estrema col passare degli anni, causata dall’avidità e dalla prepotenza dell’uomo a cui ora non resta altra scelta che correre ai ripari.

grande-muraglia-verde-cinese

La grande muraglia verde cinese.

Non volendo però spostare la capitale millenaria –come si farebbe normalmente fatto in una situazione simile e come è già accaduto altrove in passato- e non avendo i mezzi per contrastare i cambiamenti climatici, a Pechino hanno deciso di creare la cosiddetta “Grande Muraglia Verde”, ovvero di dar vita artificialmente alla più grande foresta asiatica con 300 milioni di alberi piantati nella regione di Hebei, a nord e ad ovest della capitale, per un totale di 250 mila kilometri quadrati. Si tratta senza alcun dubbio di un progetto ambizioso che sfida i limiti della natura e dell’uomo; un progetto senza precedenti. Come annunciato dal premier Wen Jiabao, saranno investiti circa 30 miliardi di dollari per la riforestazione di pioppi, faggi, abeti e betulle e saranno deviati ben 24 fiumi per garantire l’irrigazione dell’area. Nonostante la prudenza mostrata dagli scienziati nei confronti del progetto, i tremila membri del parlamento sono fiduciosi nella buona riuscita dell’operazione. Infatti ripongono nel progetto la speranza che la foresta possa portare umidità, respingendo così il deserto e inducendo la formazione di nuvole e lo scarico di piogge, oltreché la diminuzione dell’inquinamento. Il sindaco ha quindi chiamato tutta la popolazione ad agire: ognuno deve comprare e piantare lungo la Grande Muraglia, situata a pochi kilometri dalla periferia dalla capitale, almeno una pianta. Quest’area iniziale prenderà il nome di “Bosco del Millennio”. Il vice direttore dell’Amministrazione forestale dello Stato, Zhang Yongli, ha comunicato in una conferenza stampa che saranno mobilitate ogni anno 650 milioni di persone al fine di riuscire nell’opera di riforestazione per un totale di ben 26 miliardi di alberi nei prossimi dieci anni. Dal 2011 ad oggi 614 milioni di cinesi hanno già preso parte all’operazione di rimboschimento volontario in tutto il paese, piantando 2,51 miliardi di alberi e occupando un area di 6 milioni di ettari. Secondo le previsioni entro il 2020 si dovrà raggiungere la considerevole cifra di 50 milioni di ettari della neo area forestale, fino a coprire il 23 % della superficie totale delle foreste cinesi. Obiettivo che a questa velocità potrebbe essere raggiunto già entro il 2015. Questo dimostra che anche imprese titanicche come queste non sono poi così impossibili e che con costanza e sacrificio possiamo davvero migliorare il mondo in cui viviamo, e non solo distruggerlo.

Un nuovo sistema di misurazione delle emissioni di CO2?

Pare che il progetto non si limiti solo a rallentare l’avanzata del deserto o a ridurre l’inquinamento. Si tratta di un progetto ben più ampio in cui la foresta diventerà un vero e proprio sistema per monitorare con precisione le emissioni di gas serra, permettendo così l’ideazione e la realizzazione di progetti volti alla riduzione di queste emissioni.

Il vice-presidente dell’Accademia delle scienze della Cina, Ding Zhongli afferma inoltre che: “I ricercatori redigeranno delle liste di emissioni di gas serra per valutare quantitativamente le emissioni di anidride carbonica generate dalla natura o dalle attività umane. La Cina progetta anche di mettere in atto un sistema per sorvegliare il livello di CO2 in atmosfera attraverso l’analisi satellitare, la sorveglianza aerea e al suolo e la modellizzazione atmosferica. Questo processo di ricerca dovrebbe fornire alla Cina delle informazioni più solide per poter trattare i dossier legati al cambiamento climatico, in particolare la riduzione delle emissioni di carbonio ed i negoziati internazionali”.

Infatti grazie a questa mossa la Cina non dovrà più essere sottoposta alle stime internazionali sulle sue emissioni, ma sarà in grado di effettuarle autonomamente.

Ding ha anche comunicato all’agenzia ufficiale Xinhua che “La Comunità scientifica cinese si impegnerà sul sequestro del carbonio e gli impatti del cambiamento climatico nelle diverse regioni, al fine di preparare la Cina all’adattamento climatico ed allo sviluppo verde. A causa del riscaldamento climatico, il nord-est della Cina avrà probabilmente migliori condizioni per la coltura del riso, mentre il nord della Cina soffrirà della diminuzione delle precipitazioni e della siccità. Valuteremo gli impatti del riscaldamento climatico su un periodo più lungo in 5 regioni per fornire dei consigli per l’adattamento”.

Secondo un rapporto pubblicato a novembre del 2011 dalla seconda Assemblea nazionale cinese sul cambiamento climatico: “Aumentare i “pozzi di carbonio” del Paese, vale a dire l’utilizzo delle foreste e di altre risorse naturali e umane per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera, è molto importante per la riduzione del carbonio”. Esattamente come già sostenuto da Ding.

Auto, bus e taxi elettrici: la rivoluzione elettrica cinese

Quindici miliardi di dollari investiti per sviluppare entro il 2020 un industria che punti sulla green economy: stiamo parlando dei veicoli elettrici.

Già da alcuni anni in Cina è in corso la sperimentazione sull’utilizzo di taxi elettrici che colleghino Pechino ad Hangzhou e Shenzhen. Pare che il progetto abbia avuto un notevole successo sia tra la popolazione che tra le varie aziende al punto che anche Warren Buffett ha concesso un finanziamento alla maggiore casa produttrice di batterie elettriche al mondo, l’azienda cinese BYD. Azienda che si occupa già della produzione dei bus e taxi elettrici circolanti in Cina oltre che dell’organizzazione dei trasporti pubblici.

E proprio sui bus elettrici sembra aver voluto scommettere la BYD: a febbraio aveva incrementato con 1500 autobus elettrici la sua “flotta” di trasporti pubblici; già allora la più numerosa al mondo. Inoltre la città di Shenzhen è stata la prima in Cina a sovvenzionare i veicoli elettrici oltre che lanciare, sempre per prima, la vendita di auto elettriche a privati. Ovunque ci si volti, in Cina si vedono predominare i motorini elettrici, neo-sostituti delle vecchie biciclette. Complice anche la spinta del governo verso la nuova green-Era, il futuro della Cina è ormai deciso: la tecnologia deve essere ecocompatibile ed ecosostenibile così da poter offrire innovazione e nuovi posti di lavoro senza però “porre nuove barriere al commercio verde”, come affermato dal presidente HuJintao al lancio del dodicesimo piano quinquennale cinese all’insegna dello sviluppo verde. “ La Cina darà priorità assoluta al settore verde per attirare investimenti stranieri” questo afferma il presidente Hu Jintao, promettendo che la produzione totale annuale dell’industria ambientale cinese raggiungerà i 2mila miliardi di yuan entro il 2015, con un investimento tra il 2011 e il 2015 di oltre 3mila miliardi di yuan.

Inoltre il presidente ha dichiarato che “La forte domanda verde e l’ambiente d’investimento solido della Cina forniranno un mercato vasto e grandi opportunità di investimento per le imprese di tutti i paesi, in particolare quelli della nostra regione”. Infatti il dodicesimo piano quinquennale prevede ben 3 trilioni di yuan di investimento per la tutela dell’ambiente tra il 2011 e il 2015, con una crescita del settore pari al 15-20%  creando così oltre 10 milioni di posti di lavoro.

Per quanto riguarda il futuro nessuna brutta sorpresa. I progetti green proseguiranno e la continuazione della trasformazione economica sarà favorita, come ha comunicato Li Keqiang, probabile prossimo primo ministro cinese: “La Cina prenderà misure generali nei prossimi cinque anni per diminuire il consumo di energia per unità del prodotto interno lordo del 16% e aumenteremo il valore aggiunto del terziario di 4 punti percentuali, che promuoveranno vigorosamente la trasformazione economica”.

Ovviamente per riuscirci sarà necessario intensificare gli sforzi al fine di migliorare l’industria, rendendola più ecocompatibile e quindi a bassa emissione di carbonio, e  ridurre l’emissione di gas inquinanti. Come già affermato da Li, in futuro il governo continuerà a favorire “una politica differenziata e graduata sui consumi energetici in grado di spingere per la crescita verde”.

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Tianjin Eco-City.

Tianjin Eco-City:di 30 kilometri quadrati e in grado di ospitare fino a 350 mila abitanti, è stata definita la prima città completamente ecologica.

Si trova a soli 150 km da Pechino e a 30 da Tianjin, in una zona precedentemente adibita a discarica. La sua costruzione è iniziata nel 2008, grazie ad un accordo tra il governo cinese e singaporiano, e se ne prevede l’inaugurazione nel 2020, anche se i primi abitanti si sono già insediati. Lo scopo della realizzazione di quest’opera è di dimostrare che qualsiasi luogo può essere rinnovato dandogli nuova vita, o come ha dichiarato Ho Tong Yen, “che è possibile ripulire un’area degradata e renderla utile e vivibile, senza privare il territorio di risorse invece utili e vivibili”.

Probabilmente grazie anche alla crescente attenzione sull’importanza dello sviluppo sostenibile questo progetto risulta efficace anche nella ricerca di soluzioni alternative alla rapida urbanizzazione e alla carenza di posti di lavoro a cui stiamo assistendo. E’ previsto inoltre, oltre alla creazione di posti di lavoro “in loco”, l’uso di trasporti ecologici e la progettazione di una pianta della città che favorisca la circolazione di pedoni e ciclisti.

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Tianjin Eco-City.

“Una città fiorente, socialmente armonica, ecologica e a basso consumo di risorse”. Questa è la definizione data dagli allora primi ministri cinese e singaporiano Wen Jiabao e Lee Hsien Loong nel giorno dell’inaugurazione dei lavori di costruzione e di bonifica. Frase esemplificativa del valore del progetto e si spera di ispirazione nella realizzazione delle nuove opere in futuro.

Ma a livello internazionale cosa succede? Pechino è solo un esempio isolato o fa tutto parte di un grande progetto a livello mondiale?

Sono passati 20 lunghi anni dall’ultima conferenza mondiale tenutasi a Rio de Janeiro. Lo scopo principale era quello di dare inizio ad una nuova politica internazionale volta al miglioramento dell’ambiente in cui viviamo. E ora con l’ incontro appena avvenuto dal 20 al 22 giugno, sempre in Brasile, dobbiamo ammettere che dei cambiamenti prospettati, i risultati sono stati ben inferiori alle aspettative. Dal 1992 ad oggi, su questo fronte almeno, nessun sostanziale passo avanti.

Come riportato sul “Corriere della Sera” il nuovo documento unitario finale sottoscritto da 193 stati “riafferma gli accordi firmati vent’anni fa su clima e biodiversità, avanza appena un po’ sul «sociale», ponendo subito la lotta alla miseria come priorità mondiale, e si impegna a lanciare non meglio definiti «obiettivi di sviluppo sostenibile». Si lascia alle future assemblee Onu la decisione se creare una vera e propria agenzia dell’ambiente, configurando un upgrade dell’attuale Unep (che è appena un programma). Non ci sono nuovi fondi per l’economia verde (come avevano chiesto i Paesi in via di sviluppo), né decisioni sulle divisioni di responsabilità tra i Paesi che più inquinano. Schiacciata tra la crisi finanziaria del Nord del mondo e le ambizioni di crescita del Sud, Rio+20 finisce per non decidere soprattutto che cosa significa lo sviluppo sostenibile. Chi lo deve finanziare e chi deve sostenere i costi di un mondo meno inquinato”.

Nonostante la penuria di risultati portati dal congresso, però, per fortuna c’è chi risulta essere più sensibile alle esigenze ambientali. Ci potrà anche stupire, ma si tratta proprio di tre paesi ex poveri che spinti probabilmente da interessi urgenti sono però in grado di tradurre in azioni concrete i loro progetti: si tratta di Brasile, India e Repubblica Popolare Cinese.

foreste mangrovie

Foreste Bangladesh.

Non si tratta di casi isolati. Anche altri Paesi in via di sviluppo stanno adottando interessanti misure di riforestazione e di miglioramento ambientale, come riportato da un recente rapporto della FAO. Tra questi spiccano i progetti per la conservazione delle mangrovie in Bangladesh, la prevenzione degli incendi boschivi a Samoa ed i programmi di rimboschimento ad Haiti, oltre alla piantumazione di verde in Bhutan, Filippine e Vietnam. Inoltre, come ha affermato Eduardo Rojas “Vorrei sottolineare quel che fa l’India che ha ancora una crescita importante della popolazione. Le foreste in India sono in crescita di 300.000 ettari l’anno”. Bisogna però ricordare che negli anni ’90 l’area Asia-Pacifico aveva una diminuzione della superficie forestale pari a 0,7 milioni di ettari l’anno – superficie totale di 740 milioni di ettari, ovvero il 18% di tutta la superficie forestale mondiale, dato risalente al 2010-. Fortunatamente questa tendenza si è invertita fino ad un picco di crescita pari a 1,4 milioni di ettari ogni dodici mesi nel periodo 2000-2010. Lo scopo dell’India è quello di raggiungere entro la fine del 2012 una superficie boschiva totale del 33% , anche se l’impresa si preannuncia impossibile visto che nel 2010 le foreste coprivano solo il 25% dell’intera India e che l’anno volge ormai al termine. Ciò non di meno si tratta di un progetto molto positivo che col tempo potrà essere sicuramente realizzato, anche se ovviamente non entro il 2012.

Anche in Brasile la popolazione si sta sensibilizzando sull’argomento. Dopo anni di brutale disboscamento i contadini hanno capito che è anche nel loro interesse proteggere la natura e gli alberi. Per questo motivo è nato un progetto che prevede la crescita di nuovi alberi proprio sui terreni coltivabili riportando così in primo piano anche la coltivazione del cacao. Ma come ha saggiamente commentato un agronomo brasiliano intervistato dal sito TMNews.it  “Non si può far rinascere una foresta dall’oggi al domani”. Per questo motivo, sono nate in contemporanea anche altre iniziative tra i contadini, come quella di ridurre, fino ad arrivare alla completa abolizione, l’uso di pesticidi riuscendo così ad eliminare le emissioni di carbone.

Questo dovrebbe dimostrarci che grazie alla collaborazione tra industria, politica e non ultima l’agricoltura –anche se tutti e tre spinti ciascuno dai propri interessi- è davvero possibile intervenire efficacemente con progetti anche a lungo termine. Inoltre grazie alle iniziative portate avanti in Cina, Brasile ed India abbiamo l’occasione di scoprire che ci sono Paesi che avvertono la forte necessità di salvare il proprio patrimonio forestale, aiutando in questo modo, anche se solo come effetto secondario probabilmente, tutto il pianeta.

di Mariacristina Carboni

Fonti:

Fonte: http://www.greenreport.it/_archivio/index.php?lang=it&page=default&id=8815

Fonte: http://www.unric.org/it/attualita/27276-fao-si-apre-lanno-internazionale-delle-foreste

Fonte: http://www.fao.org/docrep/013/i2000e/i2000e00.htm

Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/12_giugno_20/rio-ambiente-piu-venti_a3c4c99e-baa0-11e1-9945-4e6ccb7afcb5.shtml

Fonte: http://life.wired.it/electricroad/2012/08/03/cina-auto-elettrica-byd-hu-jintao-green-economy.html?page=1#content

Fonte: http://www.mentalitasportiva.it/home/mentalita-sostenibile/brasile-cina-e-india-i-nuovi-grandi-si-incontrano-sul-rimboschimento.html?print=1&tmpl=component

Fonte: http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13676

Fonte: http://www.tianjinecocity.gov.sg/

Fonte: http://62.77.46.214/cgi-bin/ricerca/search.php?s=Non+si+pu%C3%B2+far+rinascere+una+foresta+dall%27oggi+al+domani&x=0&y=0 (l’articolo che ho utilizzato come fonte non è al momento disponibile, vi lascio comunque questo link nel caso dovesse tornare fruibile in futuro)

Per approfondire e avere qualche dato in più (non solo riguardo alla Cina):

–         http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13436

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=13405

–         http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=14630&cat=Energia (USA)

 

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La lunga lista degli orrori militari degli anni ’70….

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La lunga lista degli orrori militari degli anni ’70….

Pubblicato il 27 maggio 2012 by redazione

Nella nostra drammatica carrellata sugli incidenti nucleari che hanno coinvolto mezzi ed equipaggiamenti militari siamo arrivati agli anni ’70 : in realtà proprio gli incidenti che sono accaduti nei tempi relativamente più recenti, fino ad oggi si può dire, sono i più controversi, perché sono spesso ancora coperti da segreti militari e da ragioni di stato, perché il tempo non ha ancora fatto il suo lavoro, creando delle crepe nel muro di gomma  alzato attorno a queste vere e proprie catastrofi, mancate o avvenute che siano. Questo rende difficile avere fonti univoche ed attendibili su come si siano svolti i fatti e di quali costi il pianeta e l’umanità stiano subendo ancora le conseguenze. Talvolta la reticenza ad ammettere errori o fatalità da parte degli apparati governativi trova il suo motivo proprio dall’attenzione  delle opinioni pubbliche internazionali , che negli anni 70 con la nascita dei movimenti ecologisti, hanno dato nuova coscienza alle idee pacifiste e tenuto viva l’attenzione delle persone. Fino ai giorni nostri, quando la fine dei blocchi politico-economici della guerra fredda ha aumentato l’incertezza internazionale, ma sta anche alimentando una nuova e paradossale corsa agli armamenti nucleari, da parte di molti stati, spesso instabili politicamente e socialmente, con situazioni di tensioni croniche con altri stati vicini, nella quasi impotenza della comunità  e delle istituzioni internazionali. Una potenziale anarchia nucleare che dovrebbe far rizzare i capelli a tutti…

Intanto mettetevi comodi, prendetevi qualcosa da bere, inizia la lunga lista degli orrori degli anni 70….

1970

11 aprile. Al largo delle coste spagnole, nel golfo di Biscaglia, il sottomarino K8, classe di costruzione November nel codice NATO, sta rientrando dalle grandi manovre dell’esercitazione “Okean” in pieno oceano Atlantico. Per cause del tutto non chiarite (probabilmente corto circuiti nei quadri elettrici) l’8 aprile, mentre il sottomarino era in immersione a 120 metri, si svilupparono due incendi contemporaneamente nel terzo e nell’ottavo compartimento. Il fuoco, nonostante i tentativi disperati dell’equipaggio, si estese ed il sottomarino dovette emergere, anche perché il fumo e le fiamme si stanno espandendo attraverso l’impianto di areazione. I due reattori VM-A da 70 Megawatt vennero  spenti in quanto l’equipaggio non riuscì a mantenere sufficiente energia elettrica per controllarli, mentre i generatori ausiliari a nafta non partirono mai… Alla deriva e con l’incendio mai del tutto sotto controllo, il K8 attende l’arrivo di un battello della flotta russa per essere rimorchiato verso le proprie basi. Raggiunti da un rimorchiatore della flotta baltica, l’equipaggio si trasferì su di esso. Ma per un’errata valutazione della situazione, il comandante Vsevolod Borisovich Bessanov  assieme ad una parte dell’equipaggio ritornò sul sottomarino, per cercare di mantenerne il controllo con il mare in tempesta. Al termine della lunga agonia, alle 6,20 circa dell’11 aprile  a causa danni subiti, il sottomarino affondò improvvisamente, trascinando con se  52 uomini  sul fondale a 4.680 metri di profondità. Altri 73 si salvano. Oltre ai due reattori  il sottomarino si è portato dietro 24 missili balistici e 4 siluri nucleari… Dieci anni prima, lo stesso battello era stato vittima di uno dei primi incidenti di controllo dei reattori nucleari di propulsione, una lunga serie mieterà moltissime vittime e spargerà sofferenze atroci tra i marinai sovietici. L’incidente è stato tenuto segreto fino al 1991.

Giugno. I sottomarini nucleari USS Tautog, (della classe Sturgeon) e quello lanciamissili K 108 (classe Echo II) entrano in collisione, presumibilmente durante manovre subacquee di inseguimento reciproco. Entrambi i battelli, per quanto gravemente danneggiati, riusciranno a rientrare ai porti di partenza.

29 novembre. Mentre si trova nella base navale della Royal Navy britannica di Holy Loch in Scozia, la nave appoggio per sottomarini USS Canopus va in fiamme. Nella santabarbara sono stivate un numero non certo di siluri a testata nucleare e almeno due sottomarini nucleari statunitensi della flotta atlantica sono ormeggiati alle sue fiancate. Per quattro ore gli uomini combattono le fiamme col costante pericolo che vengano investite le stive corazzate in cui sono le testate. Tre uomini degli equipaggi perdono la vita. Ci spostiamo ora sul territorio degli Stati Uniti, più precisamente in quell’area definita Nevada Test Site (nell’omonimo stato americano) il cui territorio è stato piagato da centinaia di esplosioni nucleari sperimentali esterne e sotterranee.

18 dicembre. Nell’area n. 8 dello Yucca Flat, che un tempo era il fondale di un antico bacino marino, ci si prepara al “test Baenberry”, parte di una serie di 12 esplosioni nucleari chiamate Operation Emery. La carica installata in un pozzo sotterraneo scavato nella roccia di per sé è la meno potente della serie (10 kilotoni) ma qualcosa nella preparazione sfugge al controllo. Una serie di crepe non rilevate fanno si che la roccia non si fonde immediatamente al momento dell’esplosione, ma parte della palla di fuoco forza il condotto e sfugge all’esterno provocando una nube radioattiva alta parecchi chilometri, che depositerà radionuclidi ben lontano da questa remota area desertica. 

Yuka Flat

La nube radioattiva si eleva sull’area 8 dello Yucca Flat in Nevada il 18 dicembre 1970, in seguito a crepe nel suolo che impediscono di contenere nella camera sotterranea la forza dell’esperimento nucleare militare “Baenberry”. La rivista Times accusò il governo statunitense di minimizzare gli effetti del fallout radioattivo e le sue conseguenze a lungo termine potenzialmente su milioni di persone.

Le prime vittime sono 86 addetti al sito  investiti dalla polvere radioattiva, per quanto le autorità assicurarono che i tecnici civili e militari erano stati esposti a quantitativi di radiazioni ben inferiori a livelli pericolosi per la salute….pietosa bugia se contiamo che concentrazioni di elementi pericolosi e quantità di energia notevoli furono riscontrati in seguito nella neve su alcune catene montuose nel nord della California, nelle pianure dell’Idaho, dell’Oregon fino allo stato di Washington. La rivista Time condusse un’inchiesta indipendente sull’incidente (che ricorda molto quello di Ecker nell’Algeria francese) e accusò apertamente le autorità di aver nascosto un disastro i cui effetti a lungo termine sulla salute della popolazione statunitense non era per nulla prevedibile.

Negli anni ’70 venne raggiunto dalle potenze atomiche il massimo dispiegamento di forze nucleari sottomarine, su battelli a propulsione nucleare, e di missili balistici, vettori considerati i più efficienti (e letali) perché maggiormente al riparo dagli sviluppi delle capacità di sorveglianza ottica ed elettronica dell’avversario. E di conseguenza, andarono aumentando  in maniera esponenziale i rischi di incappare i incidenti potenzialmente gravi. Già abbiamo detto che è impossibile dotare di sistemi di sicurezza gli impianti di propulsione nucleare, specialmente sui sottomarini ma anche su di una portaerei non è poi così diverso, semplicemente perché  rispetto ad una centrale per la produzione di energia, su un battello navigante non ci sono spazi sufficienti….. ed infatti sicuramente molti  incidenti sono successi, di cui spesso per segreto militare, non è stata data notizia ufficialmente, trapelati poi per indiscrezioni di persone coinvolte o per la tenacia di giornalisti ed attivisti che tengono alta l’attenzione sul pericolo. Anche la Francia, entrata nel club delle nazioni con armamento atomico, entra parimenti in quello delle nazioni le cui forze armate soffrono anche incidenti.

1971

2 febbraio. Il sottomarino a propulsione nucleare della Marine Nationale francese Redoutable entrò in collisione con un peschereccio a largo della costa di Brest. L’equipaggio del peschereccio viene tratto in salvo da una nave scorta, mentre il sottomarino rientra in porto coi propri mezzi.

12 dicembre. A New London, nel Connecticut, il sottomarino d’attacco USS Dace, mentre sta trasferendo sulla nave appoggio USS Fulton parte del liquido dei circuiti di raffreddamento del suo reattore S5W, subisce una perdita violenta che disperde ben 1900 litri di acqua fortemente contaminata nell’estuario del fiume Thames, prima che si riesca a porvi rimedio…

1972

24 febbraio. Un pattugliatore P3C Orion della US Navy individua a circa 600 miglia da Terranova un sottomarino nucleare lanciamissili sovietico della classe Hotel II, il K19 si saprà in seguito, già protagonista di un gravissimo incidente nel 1961 (vedi articoli precedenti, ndr), mentre va alla deriva, apparentemente per un’avaria al sistema di propulsione nucleare dopo un incendio. L’incidente si valuta abbia provocato circa 28 vittime nell’equipaggio e una contaminazione dello stesso e del battello. La nave, dopo una lunga e penosa navigazione, assistita da altri 5 vascelli della flotta Russa, raggiunse la propria base nel mare di Barents solo il 5 aprile.

12 aprile. il sottomarino nucleare USS Benjamin Franklin in manovra sperona e affonda una chiatta a Groton nel Connecticut. Il sottomarino fortunatamente non risulta aver riportato danni.

Dicembre. (il giorno esatto non è stato mai indicato) Nell’impianto di produzione di Plutonio per uso militare di Pawling, nello stato di New York, un incendio e due esplosioni violente liberano in atmosfera e nel sottosuolo forti dosi di radionuclidi e gas nobili. L’incidente è talmente grave che l’impianto viene chiuso e sigillato. Alla fine di dicembre, secondo un rapporto della CIA, un sottomarino lanciamissili nucleare russo avrebbe subito un guasto grave al reattore durante la navigazione nel nord Atlantico. Altre unità di superficie sovietiche affiancarono e trainarono l’unità in avaria fino al porto di partenza di Severomorsk, nella penisola di Kola, dove giunse solo nel febbraio 1973. La cosa più agghiacciante di questo incidente, che pare abbia portato quasi alla fusione del nucleo del reattore, è che una parte dell’equipaggio è rimasta intrappolata nel comparto motori, dopo la chiusura dei compartimenti secondo le procedure di emergenza, una volta iniziata la fuga radioattiva. Nutriti prima con razioni di emergenza presenti nella sezione, questi uomini furono poi riforniti di acqua e cibo attraverso un portello sul ponte del sottomarino. Solo una volta arrivati in porto poterono essere liberati. Per tutto quel tempo  furono costretti a vivere in ambiente contaminato e morirono nei mesi successivi al rientro alla base, mentre tutto il resto dell’equipaggio pare abbia sofferto i sintomi dell’avvelenamento.

1973

27 marzo. L’USS Greenling, sottomarino da attacco della classe Tresher/Permit, durante una esercitazione di immersione profonda scende oltre la quota massima sopportabile a causa di un difetto dell’indicatore. La differenza notevole con le indicazioni di un secondo strumento mise in allarme l’equipaggio e il sottomarino interruppe la discesa poco prima di raggiungere il limite oltre il quale lo scafo sarebbe stato certamente schiacciato dalla pressione.  Una volta tornato alla base il sottomarino venne inviato in cantiere per ispezioni sullo scafo e sulla strumentazione: per una lancetta dell’indicatore che si stava bloccando 99 uomini hanno rischiato la vita e il pianeta l’ennesima catastrofe nucleare. E l’avvelenamento non è il solo rischio per l’ambiente e le sue creature: lo stesso giorno, un altra unità nucleare d’attacco della marina statunitense, l’USS Hammerhead, mentre naviga in immersione entra in collisione con un ostacolo sulla sua rotta, probabilmente una balena. L’impatto è violentissimo e il sottomarino riemerge in emergenza per rientrare in porto e controllare i danni eventuali. Il destino del povero ed ignaro animale invece è quasi certo…

aprile Torniamo in Europa, nella base scozzese di Coulport: un mezzo della Scottish Electricity Board si rovescia su un carrello che trasporta testate nucleari dei missili Polaris, che equipaggiano anche i sottomarini di Sua Maestà britannica, oltre che della flotta statunitense. I “pits” corazzati delle testate fanno il loro lavoro e non c’è contaminazione, ma l’incidente ha dell’incredibile e non si conosce altro sulla sua dinamica.

13 aprile è la NASA suo malgrado a rendersi protagonista, quando il modulo di comando della missione Apollo 13 ammara nell’Oceano pacifico alla fine di una delle più sfortunate missioni spaziale. Per un difetto  nei termostati che regolavano la temperatura dell’ossigeno, un impianto elettrico aveva fatto esplodere un serbatoio del prezioso gas ed i tre astronauti, assistiti da terra minuto per minuto, dovettero riparare con mezzi di fortuna la navicella e rientrare sulla terra quasi senza energia elettrica e privi del computer di navigazione, rischiando di rimanere per sempre dispersi nello spazio o di bruciare al rientro nell’atmosfera. La vicenda fu anche protagonista di un film di successo nel 1995. Dopo che l’operazione si concluse felicemente col salvataggio degli astronauti, qualcuno fece notare che la missione era la numero 13 e il modulo di comando era stato battezzato Odissey, per chi crede nella superstizione ce n’è di che pensare…Quella fu l’ultima missione di esplorazione lunare, ma tornando al modulo di comando, la flebile energia  che mantenne vivi i circuiti del modulo spaziale nel rientro fortunoso era stata assicurata da un piccolo reattore al Plutonio, il quale risultò disperso nell’ammaraggio. Ancora oggi, quarant’anni dopo, si ignora assolutamente dove possa essere finito il pit con il reattore…. I

21 aprile Il sottomarino nucleare USS Guardfish, mentre è in immersione a 370 miglia nautiche dal Puget Sound subì una perdita nel sistema di raffreddamento primario del reattore, che entrò in fase critica emanando calore e radiazioni in tutto il battello. L’unità emerse in emergenza operando tutte le procedure di decontaminazione, ma 5 uomini dell’equipaggio, gravemente irradiati, dovettero essere ricoverati d’urgenza.

21 maggio. L’USS Sturgeon impatta il fondale marino (probabile un altro malfunzionamento del profondimetro) a largo delle Isole Vergini, rientrando d’urgenza con lo scafo danneggiato.

6 giugno. L’USS Skipjack (altro sottomarino nucleare d’attacco della US Navy) colpisce una montagna sottomarina non segnalata sulle carte di navigazione, durante l’esercitazione “Dawn patrol” nel Mediterraneo. Il battello raggiunge il porto di Soudha Bay a Creta per controllare eventuali danni al sistema di raffreddamento del reattore nucleare.

13 giugno. Il K56, sottomarino nucleare russo armato di missili atomici da crociera, entra in collisione probabilmente con un altro battello durante prove in mare, 26 tra marinai e civili rimangono uccisi. Ufficialmente per decenni  le autorità russe hanno sostenuto che si trattò di un guasto al reattore, sottolineando il valore dell’equipaggio nell’evitare un danno maggiore, ma secondo l’intelligence occidentale non è il motivo reale dell’incidente….

1974

Si apre con un braccio di ferro fra il  Giappone e gli Stati Uniti. Il Governo di Tokyo non ammette più la presenza sul proprio territorio dei sottomarini nucleari da attacco della US Navy in quanto fonte di perdite di liquidi e materiali radioattivi, accusando apertamente le autorità militari di aver fornito dati falsificati, di avere mentito sul luogo e le date di prelievo dei campioni. Anche il mezzo aereo, nonostante i tragici avvenimenti degli anni 50 e 60 abbiano fatto crescere in maniera esponenziale l’attenzione sulla sicurezza, non riesce ancora a rimanere del tutto al sicuro dai rischi .

14 febbraio. Sulla Pittsburgh Air Force Base, un nuovissimo cacciabombardiere FB 111 in forza allo Strategic Air Command subisce un cedimento al carrello anteriore durante un decollo in esercitazione. Ai piloni alari sono agganciati due missili aria-terra e due bombe a caduta balistica, tutte con testate nucleari che potevano causare un inquinamento letale di tutta l’area se coinvolte in un incidente. Le autorità militari hanno affermato che l’incidente non ha minimamente interessato l’armamento e gli ordigni non erano attivi in quanto privi di innesco.

Sempre in febbraio. A largo di Malta, su una nave della 6 Flotta americana due siluri Mk 44 cadono dalle rastrelliere mentre vengono spostati nella santabarbara e colpiscono un ordigno termonucleare WE177, per fortuna causando solo abrasioni superficiali. Non si conosce altro dell’incidente. Nonostante la stragrande parte degli incidenti rimanesse nascosta o fosse minimizzata, a metà degli anni 70 l’attenzione sulla gestione di armi e impianti nucleari sta crescendo fortemente. L’opinione pubblica mondiale, almeno nelle nazioni dove è garantita la libertà d’informazione, chiede sempre più di sapere quando accade un incidente, di conoscere rischi e danni a persone ed ambiente, i movimenti ambientalisti aprono una nuova stagione di impegno civile. Emergono quindi dati inquietanti, specie per i luoghi in cui navi ed aerei con armamento nucleare stazionano: negli USA un’inchiesta shock rivela che dall’inizio della corsa nucleare più di 3000 persone coinvolte nella produzione di armamenti e combustibili nucleari è stata allontanata dal lavoro per decadimento intellettivo, demenza, alcolismo ed altre cause. Le fonti governative rifiutarono di riconoscere ogni valenza scientifica all’inchiesta, ma il dato statistico resta terribile di per sé. Alla base navale della Maddalena, sulla costa della Sardegna, si guarda sempre più con preoccupazione  all’intenso traffico di sottomarini nucleari, per i quali è stata creata una base di appoggio.

24 febbraio. Tutto l’equipaggio della nave appoggio USS Gilmore in servizio alla Maddalena viene  sostituito improvvisamente,  senza ulteriori spiegazioni, avvenimento in base al quale il quotidiano “Il Messaggero” parla di una fuga di radiazioni e della presenza di Cobalto 60 e Iodio 131 nei fondali dell’isola. Si parla apertamente di responsabilità dei sottomarini a propulsione nucleare delle nazioni NATO ormai presenti dai primi anni 60 nelle acque dell’arcipelago sardo, mentre vengono resi pubblici i dati di una campagna di  ricerca del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare) che rivela l’aumento dei livelli degli isotopi di Manganese e Cobalto nell’area della base a partire dal 1972. Successivamente, mentre nel nord Atlantico sta partecipando a esercitazioni NATO, il sottomarino lanciamissili nucleare inglese HMS Renown, classe Resolution.

17 aprile. Impatta violentemente il fondale sabbioso vicino al Firth of Clyde, un’insenatura profonda nella costa della Scozia Occidentale. A giugno il comandante dovette difendersi di fronte a una corte marziale dall’accusa di comportamento negligente e danni al battello, da cui uscì assolto, ma comunque perse il comando del Renown. In ogni caso, la difficoltà di manovra di questi enormi mezzi è testimoniata da un altro incidente identico, accaduto nel Firth of Clyde nel 1978.

1 maggio. Nelle acque di fronte alla base navale russa di Petropavlovsk, nella penisola della Kamchatcha, si ebbe un altro esempio di quanto fosse realmente pericoloso il confronto fra le forze armate degli opposti schieramenti coinvolti nella ‘Guerra Fredda’. L’USS Pintado, sottomarino da attacco a propulsione atomica, stava eseguendo una missione di sorveglianza e spionaggio (previste nell’operazione “Holystone”) della flotta russa ben all’interno delle acque territoriali dell’URSS, quando entrò in collisione con un sottomarino nucleare lanciamissili russo classe Yankee. La collisione quasi frontale distrusse il sonar dell’unità americana e danneggiò i timoni di profondità. Mentre la nave russa riemerse subito, il sottomarino americano eseguì una rischiosa navigazione in immersione alla massima velocità per uscire dal territorio russo e raggiungere la base di Guam, dove  fu sottoposto a riparazione.

6 maggio. Mentre lascia la base di Guantanamo a Cuba, l’USS Jallao subisce un fenomeno di scariche elettrice nella sua sala motori che causa un principio di incendio. Il sottomarino torna immediatamente alla base, dove 16 marinai vengono ricoverati per intossicazione da fumo e un’altro per ustioni. Il reattore non risulta danneggiato dall’incidente.

3 novembre. L’incidente di Petropavlovsk si ripeté a parti invertite: il sottomarino lanciamissili nucleari USS James Madison viene speronato in immersione da un sottomarino sconosciuto, presumibilmente sovietico, nel Mare del Nord. Secondo alcune fonti, entrambi i sottomarini subiscono sicuramente pesanti danni e riescono a malapena ad evitare l’affondamento. La Marina Statunitense non commentò l’incidente, ma nemmeno lo smentì….

dicembre.  E’ l’USS Kamehameha, altro sottomarino con missili nucleari a bordo, a centrare reti da pesca nel Mediterraneo centrale, ricavandone danni allo scafo e alle apparecchiature sonar.

1975

In una data e un luogo sconosciuto, il sottomarino nucleare  d’attacco USS Guardfish, lo stesso dell’incidente del 21 aprile 1973,  mentre esegue la pulizia dei circuiti di raffreddamento del reattore attraverso l’uso di una resina, un improvviso cambio di direzione del vento rispedì le polveri residue radioattive sul sottomarino e sul suo equipaggio prima che una qualsiasi reazione di difesa possa essere tentata. Dopo l’incidente qualcuno ammise fuori dagli ambienti militari che non era un fatto così raro, la cosa fu riportata dalla stampa creando lo stupore dell’opinione pubblica. La Marina Americana negò e minimizzò tali fatti, tuttavia dall’incidente del Guardfish nessun sottomarino ha mai più effettuato la pulizia dei circuiti di raffreddamento in mare….

16 febbraio. L’USS Swordfish, durante prove di immersione ad alta profondità, urta il fondale marino e rientra  a Pearl Harbour per riparazioni.

24 marzo. Nella notte del l’USS Dace entra in collisione con un peschereccio mentre naviga in superficie a largo di Rhode Island, nello stato di New York, ma non vengono segnalati danni.

23 aprile. L’USS Snook resta incagliato nelle reti di una nave da pesca d’altura russa a largo di San Francisco. L’unità riuscirà a liberarsi da sola e a rientrare alla base.

25 maggio. Viene pubblicato dal New York Times un articolo in cui si rivelano i dettagli del programma Holystone, creato dalla marina e dalla C.I.A.: attraverso la modifica di alcuni sottomarini la US Navy ha effettuato alcune rischiose missioni di  spionaggio nelle acque territoriali sovietiche e dei suoi alleati, registrando immagini e emissioni radio/radar. Tra la metà degli anni 60 e la metà degli anni 70 i sottomarini americani furono coinvolti in almeno otto incidenti con la marina russa, che del resto conduceva missioni simili con i propri battelli seguendo le esercitazioni NATO e spiando le basi navali americane. Gran parte delle unità destinate al programma Holystone appartenevano alla classe Sturgeon, ovvero  sottomarini d’attacco nucleari capaci di grande velocità, armati normalmente anche con siluri modello Mk 45 a testata atomica.

Ottobre. Mentre è in servizio nella baia di Apra, sull’isola di Guam, la nave appoggio USS Proteus perde l’acqua di raffreddamento dei reattori, scaricata nelle sue cisterne dai sottomarini a cui offriva assistenza. Sulle spiagge pubbliche circostanti si registra una radioattività di fondo di 100 millirems per ora, cinquanta volte superiore a quella massima consentita dalle misure di sicurezza.

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La nave appoggio sottomarini USS Proteus nella delicata fase di caricamento di un missile balistico nucleare Polaris sul sottomarino USS Patrick Henry. La Proteus sarà protagonista di un incidente con materiale radioattivo nell’ottobre 1975, mentre si trova nella baia di Apra, sull’isola di Guam. La rara foto è del 1961 ed è stata scattata nella base scozzese di Holy Loch, dove alcuni anni dopo la USS Canopus fu vittima di un violento incendio, col rischio di esplosione delle testate custodite nelle stive.

22 novembre. Si sfiorò nuovamente la tragedia nucleare, ancora una volta nel teatro di operazioni del Mediterraneo: durante un’esercitazione notturna, con mare in tempesta, la portaerei a propulsione nucleare USS John F. Kennedy e l’incrociatore lanciamissili USS Bellknap entrarono in collisone nel Mar Ionio, a largo della costa siciliana. Il comandante della Kennedy inviò il messaggio in codice al comando della 6° Flotta a Napoli di una Broken Arrow in corso, ovvero, la probabile perdita di ordigni nucleari con altrettanto probabilità di esplosione delle stesse, una prospettiva terrificante a pochi chilometri da coste densamente abitate e in un mare relativamente chiuso… la situazione divenne immediatamente grave, il Bellknap in preda alle fiamme, rimase alla deriva nel mare agitato per alcune ore, con il fuoco che lambiva ormai i lanciatori dei missili antiaerei RIM2 Terrier, armati a testata nucleare, nonché i depositi di altri armamenti nucleari…solo la tenacia dell’equipaggio riuscì a fermare l’incendio a pochi metri dal Plutonio. Sei uomini sul Bellknap ed uno sulla portaerei Kennedy persero la vita,  ma l’incidente fu ammesso solo nel 1989.

6 dicembre. Il 1975 si chiude con l’incidente occorso al sottomarino USS Haddock, appartenente alla classe di sommergibili d’assalto Tresher/Permit. Mentre navigava in profondità nei pressi delle isole Hawaii subì un’infiltrazione d’acqua. L’incidente venne confermato dalla US Navy, ma l’equipaggio, sfidando la disciplina e i segreti militari, protestò pubblicamente rivelando che il sottomarino soffriva di micro fessurazioni nel sistema di raffreddamento del reattore, oltre che altri malfunzionamenti. Il comando della Marina predispose che il sottomarino fosse sottoposto a una sessione speciale del programma SUBSAFE (vedi negli articoli precedenti l’affondamento dello USS Tresher) completo prima di riprendere il mare.

1976

16 aprile. E’ su un’unità di superficie, l’incrociatore lanciamissili USS Albany, che si verifica un incidente potenzialmente pericoloso: mentre veniva smontato durante  esercitazioni, un missile antiaereo Bendix RIM8E dotato di testata atomica cadde dal suo lanciatore modello Mk12 e rimase danneggiato, durante riparazioni della nave al Norfolk naval shipyard. L’incidente non viene segnalato come pericoloso, ma il 4 maggio successivo una commissione tecnica salì a bordo per capire le dinamiche dell’incidente e studiare modifiche per aumentare la sicurezza del lanciatore Mk12.

Regulus

L’incrociatore lanciamissili USS Albany in una famosa foto ufficiale della US Navy in cui lancia simultaneamente 3 missili antiaerei (SAM, Surface to Air Missile) Talos e Tartar, equipaggiabili anche con testate nucleari tattiche. Nel 1976 fu protagonista di un incidente nella santabarbara potenzialmente pericoloso mentre veniva manovrato un missile Talos dotato di testata atomica (dal sito www.navysite.de).

1° maggio. Un peschereccio d’altura norvegese, mentre posa reti nel Mare Artico, ‘catturò’ un sottomarino nucleare sovietico a largo della base navale di Murmansk. I pescatori norvegesi assisterono esterrefatti all’emersione del sottomarino incastrato tra le reti e agli sforzi frenetici dei marinai russi, che tagliarono le reti con cesoie, accette e martelli… l’incidente, come tipologia, divenne in quegli anni ormai sempre più frequente man mano che le navi da pesca industriale ampliarono il loro raggio d’azione e si ripeté quasi in maniera identica il 1° luglio dello stesso anno, sempre nello stesso tratto di mare….

2 maggio. L’HMS Warspite, sottomarino d’attacco a propulsione nucleare in servizio con la Royal Navy inglese, soffre un incendio nella sala macchine quando una tubazione dell’olio cede e spruzza il lubrificante su un generatore Diesel in funzione, mentre il battello era ormeggiato nel porto di Crosby on the Mersey. Il Ministro della Difesa inglese negò che vi sia stato alcun pericolo per il reattore del sottomarino, ma 3 marinai restano feriti.

Agosto. Ennesimo incidente di una lunga serie nell’impianto di produzione di Plutonio militare Hanford Plutonium Finishing Plant. Mentre avviene la concentrazione del Plutonio in una soluzione di nitrati per ottenere  i lingotti di metallo, una reazione chimica provocò un’esplosione nella camera blindata, tanto potente da strappare il pesante vetro al piombo che proteggeva gli operatori. Un dipendente venne investito da frammenti di vetro e acido nitrico, inalando una dose di Americio, un isotopo radioattivo, 500 volte superiore al limite massimo. Sottoposto a cure sperimentali di decontaminazione, il lavoratore si salvò fortunosamente. Vista anche la reticenza delle autorità e delle aziende che lavorano per il Dipartimento della Difesa ad ammettere i pericoli corsi nel trattare questi materiali, aumentò la pressione dei media e la preoccupazione del pubblico (nell’aprile 1975 si è chiusa la vicenda decennale della guerra in Vietnam, che ha fortemente contribuito  a scuotere  la fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche e militari).

25 agosto. Un mese particolarmente sfortunato a quanto pare, L’USS Pollack resta impigliato nelle reti a strascico di una flottiglia da pesca Giapponese, mentre attraversa la parte occidentale dello stretto di Tsushima. Le navi abbandonano le reti nella paura di essere trascinate dal sottomarino, che riemerge e rientra in porto, ma senza aver subito danni.

28 agosto. Nel Mediterraneo orientale, la pericolosa vicinanza tra le navi del blocco sovietico e dell’alleanza atlantica sfocia nella collisione tra il sottomarino nucleare  sovietico K 22,  appartenente alla classe Echo II, armato di missili da crociera a testata atomica,  e la fregata veloce USS Voge (3)(7) nave dedicata alla caccia dei sommergibili. Il K 22  seguiva la flotta della NATO a Sud dell’Isola di Creta, tallonando la portaerei USS Kitty Hawk, in un gioco a rimpiattino con le unità “antisubmarine” che cercavano a loro volta  di individuarlo e costringerlo ad abbandonare l’inseguimento. Nel continuo e teso susseguirsi di contatti sonar tra le unità, il K 22 si portò a quota periscopica per identificare la posizione del suo ultimo bersaglio, la fregata USS Moinsture, ma non sapeva di essere seguita da vicino dall’USS Voge. Tanto da vicino che il periscopio e l’antenna radio dell’unità russa vennero fotografate da alcuni marinai sul ponte del Voge. Tuttavia l’eccesiva velocità delle unità le mise in rotta di collisione: quando il comandante russo capì la posizione del Voge ordinò l’immersione di emergenza ma troppo tardi, così come il Voge non riuscì a virare. Le navi si scontrarono alle 18.25, provocando l’immediata emersione del sottomarino, la fregata ebbe una grande falla a poppa provocata dalla torre del sottomarino, con danneggiamento di un’elica. L’unità venne trainata a Tolone in Francia, dove entrò in bacino di carenaggio per le riparazioni. Il K22 venne scortato da unità di superficie russe fuori dal Mediterraneo. Tra i governi russo e americano vi fu uno scambio di accuse circa il comportamento delle rispettive unità.

26 settembre. Il sommergibile russo K47, appartenente ancora una volta alla classe Echo II nel codice NATO, prende fuoco durante una crociera di pattugliamento nel nord Atlantico. Restano uccisi 8 marinai, mentre il battello con fatica percorre la rotta per la base di partenza.

1977

7 luglio. Il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter annunciò l’avvio dei test sulla bomba al neutrone. Si solleva un’ondata di proteste sia interne che estere che portò l’amministrazione nel 1978 ad abbandonare ufficialmente il programma.

22 luglio. E’la volta dell’USS Henry L. Stinson, che venne ‘pescato’ dalle reti di un battello spagnolo mentre lascia le acque della base di Rota. Ad agosto, nella base navale inglese di Coulport, mentre si sta caricando un missile intercontinentale Polaris su un sottomarino, a causa del non corretto montaggio delle strutture saltano alcuni giunti di sicurezza e il missile scivola di alcune decine di centimetri , ma senza provocare danni alla testata o ad altri oggetti. Non si conosce molto di più sull’incidente.

8 settembre. L’unità russa K 171, della classe Delta, in seguito all’aumento della pressione in uno dei silos, lanciò per errore un missile mentre era in navigazione a poca distanza dalla penisola di Kamchatcha. Anche se per fortuna il missile non si innescò, fu organizzata una grande operazione per ritrovare l’arma,  una broken arrow in versione sovietica, con il coinvolgimento di navi, aerei ed elicotteri. L’ordigno venne ritrovato intatto e recuperato.

20 settembre. Un incidente  accaduto nelle nostre acque nazionali pone l’attenzione di nuovo sull’uso dell’atomo militare e sulla disinformazione che i diversi poteri hanno messo in campo: il sottomarino d’attacco USS Ray andò a sbattere pesantemente sui fondali della Serpentara e gravemente danneggiato nel sonar ed in altre strumentazioni, entrò nella base sommergibili della Maddalena per ispezioni urgenti. Già questo fu una totale violazione dei protocollo internazionali, i quali vietano assolutamente in caso d’incidente a mezzi a propulsione nucleare l’attracco nei porti, specialmente se vicini abitazioni, fino a che non siano escluse contaminazioni radioattive. E anche le dichiarazioni ufficiali del comandante americano della base, alle richieste insistenti dei giornalisti, furono palesemente contrastanti con quelle del comandante la Capitaneria di porto, appartenente alla Marina Italiana: il primo ammise l’arrivo del Ray nel pomeriggio del 21 settembre, il secondo nella giornata del 22…tra l’altro l’area della base, concessa in uso nel 1972 alla US Navy con protocolli segreti mai ratificati dal parlamento italiano, fu oggetto di una campagna intesa a rendere l’opinione pubblica favorevole alla presenza della base (propagandata all’inizio come una sorta di luogo di riposo per i marinai in servizio in Europa e le loro famiglie), salvo poi negli anni rivelarsi vane le promesse e le previsioni di sviluppo che coinvolgessero la comunità locale. E la protesta divenne di anno in anno sempre più vibrante, specie con le analisi che  riportavano l’innegabile presenza di Cobalto 60 , Iodio 131 nelle alghe della rada, a livelli maggiori della radioattività di fondo. Mentre le autorità americane rifiutavano, con varie scuse, di mettere a disposizione le analisi svolte prima dell’inizio della costruzione delle installazioni e l’arrivo dei grandi sottomarini nucleari d’attacco. Inoltre, sulle grandi navi appoggio all’ancora nella rada normalmente vengono custoditi anche i munizionamenti che equipaggiano le navi, ovvero missili Cruise e siluri, certamente anche a testata nucleare. L’importanza strategica nel teatro del Mediterraneo della base per la NATO (e per il Pentagono) fa si che le proteste delle comunità locali, che fanno i conti anche con casi di malformazioni neonatali sempre più frequenti, vengano sostanzialmente ignorate o minimizzate dal governo (sia locale,  sia nazionale) italiano, tranne la posizione presa da alcuni politici Sardi, per non parlare dagli organi dell’alleanza Atlantica. Ma il muro di gomma prosegue fino all’incidente dell’USS Ray, che costa la carriera ai comandanti della base e del sottomarino, oltre che provvedimenti disciplinari a molti altri militari… il sottomarino avrebbe impattato contro una montagna corallina: e già questa è una versione risibile, perché chiunque può constatare che i fondali dove si incagliò il Ray sono molto più bassi, e non vi sono assolutamente scogliere coralline… inoltre la motivazione della rimozione immediata dei responsabili fu negligenza ed incompetenza. Poco credibile, visto che proprio  nel 1977 l’equipaggio dell’USS Ray vinse la Navy Expeditionary Medal (conseguita in totale per ben otto volte dall’unità), un riconoscimento ricevuto per l’alto livello di efficienza e di sicurezza raggiunto. Il Ray apparteneva alla classe Sturgeon, uno dei mezzi più tecnologicamente avanzati, spesso condusse missioni segrete di spionaggio (come quelle previste nell’Operazione Holystone, di cui abbiamo parlato prima) introducendosi nelle acque territoriali avversarie o seguendo da vicino mezzi sovietici. A fine carriera risultò tra i battelli più decorati nella storia della Marina. Per cui è assolutamente poco credibile che un equipaggio inesperto fosse stato mandato a navigare su fondali così insidiosi su un mezzo che costava 800 milioni di Dollari (in valuta degli anni 60) e con un reattore nucleare a bordo…. In realtà la presenza del relitto di un cargo Russo potrebbe spiegare la missione del Ray  in quei giorni: Komsomolets Kalmykii, affondato in circostanze mai chiarite il 31 dicembre 1974,  fu cercato intensamente da Russi e, di conseguenza, anche dagli occidentali, ma solo recentemente individuato per caso da alcuni subacquei. La presenza del Ray e le sue sofisticate attrezzature  potrebbe essere stata giustificata proprio con la necessità di individuare il relitto e il suo misterioso carico. Ma anche questo è uno scenario su cui mai le autorità ammetterebbero ancora oggi alcunché, è prevedibile. Negli anni 2003/2004, a seguito dell’ennesimo incidente occorso ad un sottomarino atomico, l’USS Hartford, sugli insidiosi fondali sardi, le associazioni ambientaliste italiane e corse effettuarono prelievi indipendenti inviandoli all’estero a laboratori specializzati. I risultati furono gravi perché gli analisti belgi e francesi accertarono la presenza di Plutonio e di Torio 234, un suo radioisotopo tipico. E queste non sono presenze naturali, ma solo frutto della mano dell’uomo.

Autunno. Secondo rapporti della C.I.A. la flotta russa soffre due altri incidenti ai suoi sottomarini oceanici: 12 ufficiali e marinai dell’equipaggio di un sottomarino vengono trasbordati su un peschereccio d’altura russa e consegnati in un porto canadese a personale diplomatico russo. Da qui vengono imbarcati su un velivolo dell’Areoflot, la compagnia di bandiera dell’Unione Sovietica e riportati a Leningrado. Si sospetta un’urgenza dovuta a contaminazione radioattiva. Negli stessi giorni un’altra unità in servizio nell’Oceano Indiano riemerge in preda ad un incendio e dopo una lotta durata alcuni giorni, il sottomarino viene trainato verso Vladivostock  da vascelli sovietici.

28 novembre. E’ la volta di un elicottero Boeing CH47 Chinook, che fu vittima di un incendio ad uno dei due motori al momento del decollo, in una base statunitense nell’allora Germania Ovest. Nel vano di carico erano  custodite alcune testate tattiche appartenenti alla US Army, l’esercito U.S.A. Secondo le fonti militari il pronto intervento antincendio ha  escluso ogni danneggiamento agli ordigni, estratti integri dal velivolo. Il 4 dicembre, l’USS Pintado, mentre partecipa ad una esercitazione congiunta con la marina Sudcoreana, venne investito da una unità che aveva virato senza  considerare la posizione del sottomarino. Grazie alla prontezza di riflessi del comandante americano, si lamentano solo alcuni danni superficiali al battello. Anche lo spazio , come abbiamo visto per il caso dell’Apollo 13, non è immune dall’utilizzo dell’energia nucleare, e talvolta lo scopo è militare, come molto spesso succede.

18 settembre. Un razzo vettore mette in orbita un satellite, partendo dal territorio dell’Unione Sovietica, probabilmente dalla grande base di Baykonur. Niente di strano, ormai il lancio di un mezzo extra-atmosferico è una realtà di tutti i giorni…ma per molti Paesi l’opportunità di svolgere missioni di osservazione e studio,virtualmente intoccabile ed invisibile è importantissimo per gli equilibri geopolitici mondiali. Tornando a quel satellite, il suo nome in codice è Cosmos 954, è un satellite spia oceanico, concepito per sorvegliare le mosse delle flotte militari occidentali, in primis americane, sia con la fotografia ad alta definizione, sia attraverso l’analisi di emissioni radar e radio. Normalmente si tratta di mezzi ormai prodotti in serie, affidabili. Ma qualcosa non va: già da novembre gli occhi del sistema spaziale americano notano che l’orbita dl satellite è instabile e si dubita che i legittimi proprietari del sofisticato giocattolo nulla possano fare. Secondo le proiezioni dei tecnici, tra febbraio ed aprile il satellite sarebbe sicuramente precipitato nell’atmosfera. E fin qui, niente di eccezionale: per la tecnologia dell’epoca, già gli stadi dei razzi venivano sganciati ed andavano a disintegrarsi contro l’atmosfera, così come non era inusuale che  satelliti ormai giunti alla fine della vita operativa fossero fatti rientrare con angoli d’ingresso tali da assicurarne  lo sbriciolamento, verso le superfici oceaniche per lo più…ma per il Cosmos c’è un pericolo: fonte dell’energia operativa è un piccolo reattore ad Uranio 235, del modello “Romashka” compatto e relativamente leggero, ma pur sempre un reattore. Normalmente le procedure nei casi di satelliti alimentati ad atomo prevedevano l’espulsione del reattore dal satellite (la cui vita utile coincideva con l’esaurimento del combustibile nucleare) verso orbite più stabili e “sicure”, entrando a far parte della spazzatura spaziale che circola attorno al nostro pianeta…non potendo aspettarsi più di tanto collaborazione dai russi sulla situazione e le caratteristiche del Cosmos, i vertici militari e politici si prepararono al peggio: nacque l’operazione “Morning Light” (vedi il PDF Cosmos 954, contenente il rapporto desecretato del National Securit Council statunitense sullo svolgimento dei fatti ed interessanti riflessioni sulle emergenze di questo tipo). Innanzi tutto, vennero mobilitati arerei spia U2, satelliti, centri di osservazione per sapere in tempo reale se al momento del rientro tra i rottami del satellite vi fosse anche l’Uranio, ovviamente così sparso su superfici potenzialmente enormi: un’ipotesi a dir poco terrificante Inoltre c’è da affrontare il calcolo delle probabilità su dove la maggior parte dei detriti avrebbe potuto cadere e le probabilità di causare danni diretti alla popolazione. Non è cosa da poco, perché impone di considerare l’ipotesi di dover rivelare all’opinione pubblica internazionale cosa circoli veramente sopra le teste della gente e a quali pericoli sia esposti.

1978

24 febbraio. Seguito dagli schermi radar del NORAD, il comando aereo del Nord – America, alle 6.53 del il Cosmos 954 si polverizzava sopra il Canada. Già notizie erano trapelate e i media sia spettavano il rientro problematico di un “satellite da telecomunicazioni”, quindi l’attenzione era accesa. Nelle ore successive un’imponente  task force passava al setaccio boschi e pianure alla ricerca di rottami di una certa consistenza , soprattutto per determinare se vi fosse stata una contaminazione dell’aria e del suolo. L’area da scandagliare è compresa fra gli stati dell’Alberta, del Saskatchewan ed il Lago degli Schiavi, circa 124.000 chilometri quadrati nelle terre più selvagge del pianeta. L’operazione, durata alcune settimane determinò il recupero di appena lo 0,1% del materiale appartenente al Cosmos. In realtà il reattore del Cosmos 954 conteneva dai 45 a 50 chili di Uranio U 235, una quantità a dir poco sospetta per un satellite spia, per quanto sofisticato. La radioattività si sparse secondo concentrazioni molto casuali, costringendo a un lavoro maniacale le squadre congiunte americane e canadesi. Il Canada reclamò la violazione dei trattati internazionali sull’uso dello spazio esterno all’atmosfera, spostandosi sul piano del diritto internazionale. Al termine di un’intensa attività diplomatica, l’Unione Sovietica accetto di firmare un protocollo con il Canada e di versare 3 milioni di dollari Canadesi a titolo di risarcimento per le spese di ricerca  e decontaminazione.

Cosmos-954

Un frammento del satellite spia Cosmos 954 che il 24 gennaio 1978 rientrò in atmosfera fuori controllo assieme al suo reattore nucleare.

14 maggio. Dobbiamo tornare su un sottomarino, l’USS Darter soffre un allagamento dovuto ad una perdita del sistema snorkel durante un’ immersione.

23 maggio. Mentre veniva sottoposto a lavori di manutenzione nel bacino di carenaggio del Puget Sound Naval Shipyard, l’USS Puffer perse acqua contaminata dal sistema di raffreddamento. Secondo la versione ufficiale della Marina si trattò di una modesta quantità di liquido, circa una ventina di litri, proveniente dal sistema secondario di raffreddamento, persa per una distrazione da parte dei lavoratori del cantiere, che peraltro non ha provocato alcuna contaminazione né interna all’impianto, né delle acque marine esterne al porto. Diametralmente opposta la risposta dei lavoratori del cantiere, che hanno parlato di una perdita decisa, intorno ai 100 galloni (circa 378 litri), di una risposta lenta all’emergenza da parte dei tecnici militari e che numerosi lavoratori hanno subito contaminazione attraverso la pelle per contatto con l’acqua. Intanto, una sezione del bacino interessata dalla perdita venne demolita, infilata in bidoni a tenuta e inviata ad al centro di Hanford, nello stato di Washington, per lo stoccaggio sicuro. Solo tre giorni dopo, nello stesso bacino del Puget Sound, dall’USS Aspro si sparse un getto di acqua radioattiva che contaminò un lavoratore, i cui vestiti vennero sigillati ed inviati ad un sito per rifiuti nucleari…

8 giugno. Sul sottomarino nucleare inglese HMS Revenge (PDF Queen’s Gallantry Medal), dotato di missili balistici Polaris, una violenta perdita di vapore a pressione da una turbina nella sala motori rischia di generare un disastro incalcolabile. Solo il coraggio di un meccanico, Thomas Mc’Williams, che strisciando nell’intrico di tubi e cavi, a pochi centimetri dal getto mortale di vapore, riuscì a trovare la perdita e aiutò metterla in sicurezza, rientrando più volte e soffrendo del calore e di dolorose ustioni, meritandosi nel 1979 la Queen’s Gallantry Medal.

16 giugno. Mentre è in immersione nell’Atlantico, l’albero di trasmissione dell’USS Tullibee esce dalla sede all’altezza dell’elica, provocando una falla, fermata dall’equipaggio. Dopo la riemersione rapida, l’unità viene scortata al porto di Rota, in Spagna.

2 luglio. Mentre si trova nella Baia di Vladimir, nel Mar del Giappone, il sottomarino nucleare K 116 soffrì un incidente al reattore. Alcuni uomini rimasero contaminati, ma non se ne conosce la gravità.

19 agosto. Mentre si trova in crociera nell’Atlantico a Ovest delle coste scozzesi, un sottomarino nucleare russo non identificato ebbe un problema al reattore, per cui dovette  emergere venendo poi trainato da altre unità  di superficie, costantemente osservato da aerei pattugliatori della NATO. Le cause e le conseguenze dell’incidente non furono rivelate.

1979

Si avvia al termine il decennio, che ha visto molte cose cambiare nel mondo, dall’economia, alla politica e ai rapporti sociali.  E’ stato anche un decennio di incertezze, di turbolenze, di disillusioni allo stesso tempo. Il terrorismo politico, con tutti suoi lati oscuri, fece  la sua drammatica apparizione: anche il campo ambientalista vide degenerazioni pericolose, che si concretizzarono in sabotaggi e attentati anche ad impianti coinvolti nell’industria nucleare, sia militare che civile. In Spagna ad esempio l’ETA metterà a segno molti attentati che miravano a colpire lo sviluppo nucleare del Paese, e quello economico di conseguenza, puntando al contempo alle simpatie di quella parte di attivismo ambientalista frustrato dalla sordità del sistema ai problemi dell’impatto umano sul sistema pianeta…  Nel campo di cui ci stiamo occupando, proprio gli anni 70/80 hanno visto l’ultima fase della guerra fredda e del monopolio di pochi Stati del potere atomico militare, con una recrudescenza anche della sfida fra i blocchi, della corsa agli arsenali “non-convenzionali”, ovvero tra URSS e USA che ha fatto realmente temere di essere più che mai vicini all’uso delle armi nucleari. Un clima che ha fatto nascere un forte movimento di opinione internazionale, che avrà i suoi effetti anche sui colloqui per i trattati di disarmo bilaterale tra la fine degli anni 80 e gli anni 90 del XX° secolo.

7 marzo. Il sottomarino statunitense USS Alexander Hamilton resta impigliato nelle reti di un peschereccio a largo delle coste scozzesi, trascinando l’imbarcazione civile per almeno 45 minuti prima che le reti si rompessero e lasciassero libero il battello americano. Il 28 marzo è ricordato per l’incidente che ha causato la parziale fusione delle barre di uranio nella centrale nucleare di Three Mile Island, in Pennsylvanya : benché non fosse il primo incidente, fu tra i potenzialmente più gravi che avessero colpito l’uso dell’energia atomica, per di più per scopi civili, e il mondo comprese che essere entrato nell’era atomica comporta non solo grandi vantaggi, ma anche alti costi, probabilmente non sostenibili. L’incidente, il primo sotto i riflettori dei media internazionali, colpì molto l’opinione pubblica, perché accadde solo pochi giorni dopo l’uscita di un film di grande successo sul tema, la Sindrome Cinese (http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_cinese ), che sembrò quasi profetico…

27 aprile. L’USS Pargo, altro sottomarino nucleare, mentre entrava in porto a New London andò ad arenarsi su bassi fondali a causa della nebbia…il sottomarino si disincagliò da solo e proseguì verso il bacino, dove venne sottoposto a controlli sullo scafo.

11 maggio è la volta di una grande portaerei di squadra ad esser vittima di un incidente radiologico, la CVN (Carrier Vessel Nuclear) USS Nimitz subì una perdita al sistema di raffreddamento primario di uno dei due reattori del sistema di propulsione, mentre era a largo della costa della Virginia. Fonti della Marina assicurarono che non vi è stata contaminazione esterna alla nave né l’equipaggio ha corso alcun pericolo di irradiazione…si, ma da qualche parte quell’acqua sarà pur finita e in qualche modo dovrà esser stata smaltita….

24 maggio. L’incidente si ripete nella stessa base di New London e in condizioni praticamente identiche con l’USS Andrew Jackson e il 4 giugno con l’USS Woodrow Wilson.

12 Giugno. In una base sull’Atlantico, un siluro modello Mk 48 a testata convenzionale cadde dal carrello di carico, per la rottura di una catena, e si  andò ad incastrare sulla fiancata del sommergibile nucleare. Fonti della US Navy assicurarono che il siluro era privo di innesco, secondo le norme di sicurezza, ma dovettero ammettere che in caso di esplosione accidentale il sottomarino quasi sicuramente sarebbe affondato.

20 giugno. L’USS Hawkbill, mentre è impegnato in manovre nelle vicinanze delle isole Hawaii, subisce un’avaria ed una perdita al sistema di raffreddamento primario del reattore. La perdita al momento del ritorno al porto di Pearl Harbour era stata ridotta di tre quarti e cessò entro il 23. La Marina affermò ufficialmente che l’acqua radioattiva dell’impianto non è mai uscita dal sistema del reattore e che le pompe hanno continuato a sostituire il liquido mancante. Secondo la stessa fonte, la perdita è stata causata da “normale usura delle parti interne delle valvole” e che  “queste perdite si verificano occasionalmente”. Appena il giorno dopo, la portaerei CVN USS Enterprise , mentre è  nel Puget Sound Naval Shipyard per lavori di revisione, fu vittima per oltre due ore di un incendio partito dai locali di una delle catapulte, propagatosi attraverso i corridoi. L’incendio fu classificato Class Alpha, ovvero di assoluta pericolosità.

di Davide Migliore

http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_military_nuclear_accidents

http://spb.org.ru/bellona/ehome/russia/nfl/nfl8.htm

Osipenko, L., Zhiltsov, L., and Mormul, N., Atomnaya Podvodnaya Epopeya, 1994:  l’affondamento del K8

http://archive.greenpeace.org/comms/nukes/ctbt/read3.html archivio degli incidenti militari nucleari di Greenpeace

http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=428.0;wap2 incidenti nucleari o potenzialmente nucleari dal 1971 ad oggi

SOMMERGIBILI NUCLEARI : PROBLEMI DI SICUREZZA ED IMPATTO AMBIENTALE , Politecnico di  Torino, 2004 – F. IANNUZZELLI, V.F. POLCARO, M. ZUCCHETTI

http://home.cogeco.ca/~gchalcraft/career/71-77.html : Geoff Chalckcraft, esperienze  sull’SBLCM HMS Renown

http://www.rnsubs.co.uk/Boats/BoatDB2/index.php?BoatID=682  HMS Warspite

http://www.destroyers.org/histories/h-de-1047.htm USS Voge

http://www.lostsubs.com/Detente.htm, http://www.lostsubs.com/Soviet.htm , http://submarine.id.ru/memory/K56.htm  lista degli incidenti a sottomarini sovietici e/o russi.

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2010/07/19/news/  l’incidente dell’USS RAY

http://o1c.net/Bottomguns/rayawards.htm riconoscimenti in carriera all’USS Ray

http://www.disinformazione.it/lamaddalena.htm le verità scomode sulla base statunitense de La Maddalena

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2010/07/19/news/un-cargo-russo-pieno-di-veleni-dimenticato-nei-fondali-di-capo-carbonara-1.3325086

http://www.hc-sc.gc.ca/hc-ps/ed-ud/fedplan/cosmos_954-eng.php satellite Cosmos 95 http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,945940,00.html

http://rescommunis.wordpress.com/2008/01/28/cosmos-954-relevant-to-the-deorbiting-spysat/

http://sciradioactive.com/Taylors_Nuke_Site/Operation_Morning_Light.html

www.london-gazette.co.uk/issues/page.pdf  l’incidente all’HMS Revenge

http://navysite.de/ssn/ssn666.htm incidente all’USS Hawkbill

http://www.uscarriers.net/cvn65history.htm incendio sull’USS Enterprise

Fonti generali :

Inventario degli incidenti e delle perdite in mare che coinvolge materiale radioattivo, International Atomic Energy Agency 2001

http://www.johnstonsarchive.net/nuclear/radevents/index.html database degli incidenti radiologici e nucleari fino agli anni 2000

http://alsos.wlu.edu/adv_rst.aspx?keyword=accidents*military&creator=&title=&media=all&genre=all&disc=all&level=all&sortby=relevance&results=10&period=15  elenco di pubblicazioni sugli armamenti nucleari ed i rischi di incidenti, accaduti o possibili

http://www.navsource.org ,

Michele Cosentino – Ruggero Stanglini “La Marina Sovietica” , ED.A.I., 1991

Dunmore, Spencer.  Lost Subs: From the Hunley to the Kursk, the Greatest Submarines Ever Lost – and Found. 1st ed: Toronto: Madison Press, 2002

Dunham, Roger C. Spy Sub. 10th ed. New York: Penguin Books, 1997

Waller, Douglas C. Big Red – Three Months On Board a Trident Missile Submarine. 1st ed. New York: Harper Collins, 2001

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