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La UE lancia l’occupazione nel settore digitale

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La UE lancia l’occupazione nel settore digitale

Pubblicato il 05 marzo 2013 by redazione

euBruxelles, 4 marzo 2013

La Commissione europea vara la Grande coalizione per l’occupazione nel settore digitale

Oggi il presidente della Commissione José Manuel Barroso ha esortato le imprese europee del digitale, le amministrazioni pubbliche e i settori della formazione e dell’istruzione a unirsi in una grande coalizione per l’occupazione nel settore digitale, per contribuire a occupare i 900 000 posti vacanti nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) previsti in Europa entro il 2015. Nonostante gli attuali livelli di disoccupazione, i posti di lavoro nel digitale aumentano ogni anno di circa 100 000 unità, ma il numero di nuovi laureati e di lavoratori qualificati nel campo delle TIC non è sufficiente a coprire questo fabbisogno.

Anche i vicepresidenti Neelie Kroes (Agenda digitale) e Antonio Tajani (Industria e imprenditoria) e i Commissari László Andor (Occupazione, affari sociali e integrazione) e Androulla Vassiliou (Istruzione, cultura, multilinguismo e gioventù) hanno partecipato al varo della Grande coalizione tenutosi oggi a Bruxelles, all’interno del processo promosso dalla Commissione per rendere l’Europa più competitiva.

A questo proposito, il presidente Barroso ha dichiarato: “La Grande coalizione che viene varata oggi è un elemento essenziale per rimettere in pista l’economia europea e creare posti di lavoro destinati a una parte dei 26 milioni di disoccupati che si contano attualmente in Europa. Mi congratulo con le aziende che hanno aderito all’iniziativa. Se insieme riusciremo a invertire la tendenza negativa e a occupare il sempre maggior numero di posti vacanti nel settore delle TIC, potremo incidere positivamente e in modo trasversale su tutti i settori dell’economia. Vogliamo che i cittadini europei siano in grado di occupare i posti di lavoro che faranno da traino alla prossima rivoluzione nel settore delle TIC.

L’Europa non può permettersi di non sfruttare opportunità d’impiego così rilevanti. L’annuncio di oggi si basa anche sul lavoro già svolto dalla vicepresidente Kroes in occasione del Forum economico mondiale di Davos, dove sono state raccolte promesse iniziali riguardo a impegni concreti di offerta di nuovi posti di lavoro, tirocini, formazione, finanziamenti di start-up, corsi universitari gratuiti online e altro ancora, che si affiancano agli ulteriori impegni da parte di imprese tecnologiche, governi, educatori, parti sociali, fornitori di servizi per l’occupazione e organizzazioni della società civile (cfr. IP/13/52).

Le promesse iniziali sono state poi convalidate da 15 aziende e organizzazioni che hanno sottoscritto la Grande coalizione varata oggi. Tra i primi impegni già concretizzati segnaliamo ad esempio l’Academy Cube, una nuova piattaforma di apprendimento online per i giovani, e un modulo di formazione di nuova concezione per installatori di reti energetiche intelligenti.

La Commissione ha sollecitato impegni in settori cruciali:

·    Formazione – per assicurare che le competenze acquisite dai cittadini siano effettivamente quelle delle quali le aziende hanno bisogno.

·    Mobilità – per aiutare chi è in possesso delle competenze necessarie a recarsi dove sono richieste ed evitare carenze o eccedenze nelle diverse aree urbane.

·    Certificazione – per rendere più facile certificare a un datore di lavoro le proprie competenze, in qualsiasi Stato membro.

·    Sensibilizzazione – perché i cittadini sappiano che il settore digitale offre possibilità di carriera gratificanti e ben retribuite sia agli uomini che alle donne.

·    Metodi didattici innovativi – per migliorare e ampliare i nostri sistemi educativi e formativi e offrire a sempre più persone le competenze necessarie ad inserirsi con successo nel mondo del lavoro.

Il presidente Barroso ha inoltre invitato le organizzazioni a seguire l’esempio di chi ha sottoscritto le promesse iniziali. La Commissione ha sicuramente un ruolo da svolgere, ma serve l’impegno attivo di tutte le parti interessate per rendere possibile una formazione basata sui bisogni delle imprese, aumentare la mobilità della manodopera, facilitare la certificazione delle competenze, migliorare i programmi di studio scolastici e universitari e per sensibilizzare il pubblico e creare un ambiente imprenditoriale più propizio alle start-up.

La Commissione sta inoltre avviando “Startup Europe”, una piattaforma unica che riunisce strumenti e programmi di sostegno per cittadini desiderosi di creare e far crescere nuove start-up digitali in Europa.

Contesto

Il pacchetto per l’occupazione adottato dalla Commissione nell’aprile 2012 sottolineava la significativa carenza di professionisti TIC, in contrasto con gli alti livelli di disoccupazione presenti in altri settori (IP/12/380, MEMO/12/252).

Nel 2011 in Europa gli occupati nel settore delle TIC avevano raggiunto i 6,7 milioni, ossia il 3,1% del totale. Dal 2000 al 2010 tale forza lavoro è cresciuta a un ritmo annuo medio del 4,3%. Un nuovissimo studio (Empirica, marzo 2013), le cui cifre non sono state ancora pubblicate, indica che entro il 2015 si potrebbero creare in Europa fino a 864 000 posti di lavoro nel settore digitale, ma il calo dei laureati in discipline attinenti alle TIC e il pensionamento di una fascia di lavoratori occupati in questo settore rischiano di mettere a repentaglio le potenzialità di crescita dell’occupazione. Occorre potenziare l’istruzione nel campo delle scienze, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica, nonché favorire l’interesse nelle carriere in questi settori, in particolare tra le donne.

Inoltre, garantendo che i lavoratori dell’UE siano in possesso delle competenze necessarie si potranno attirare investimenti chiave ed evitare perdite di posti di lavoro a favore di altre regioni del mondo, come evidenziato nel documento di lavoro della Commissione “Exploiting the employment potential of ICTs” (sfruttare il potenziale occupazionale delle TIC) pubblicato nell’ambito del “pacchetto occupazione”.

Per ottenere previsioni più precise riguardo al fabbisogno di competenze, nel dicembre 2012 la Commissione europea ha lanciato EU Skills Panorama, un sito internet che raccoglie informazioni quantitative e qualitative sul fabbisogno, l’offerta nonché il divario tra offerta e domanda di competenze, a breve e medio termine (IP/12/1329). Il sito mette in evidenza le professioni in rapida crescita e le “strozzature” che interessano le professioni dove si registra un alto numero di posti vacanti. Attualmente vi sono circa 2 milioni di posti di lavoro vacanti nell’UE, nonostante la disoccupazione si mantenga a livelli elevati.

Fonte: Eurostat, statistiche sulla società dell’informazione. Nota: Individui di età compresa tra 16 e 74 anni. Per maggiori informazioni sui diversi tipi di attività informatiche, cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-26032012-AP/EN/4-26032012-AP-EN.PDF

Fonte: Eurostat, statistiche sulla società dell’informazione. Nota: Individui di età compresa tra 16 e 74 anni. Per maggiori informazioni sui diversi tipi di attività informatiche, cfr. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/4-26032012-AP/EN/4-26032012-AP-EN.PDF

Ripensare e riaprire l’accesso all’istruzione

A novembre 2012 la Commissione ha lanciato la strategia Ripensare l’istruzione, in cui auspica maggiori investimenti per migliorare i sistemi d’istruzione e formazione professionali, in particolar modo nel settore delle TIC. La strategia aiuta a comprendere verso quali obiettivi orientare gli investimenti nel settore dell’istruzione per massimizzarne l’impatto in tempi di austerità finanziaria.

Inoltre, si prevede l’adozione entro l’estate dell’iniziativa congiunta di Androulla Vassiliou e Neelie Kroes “Opening up Education”, che mira a rendere più accessibile l’istruzione grazie a tecnologie e risorse educative aperte.

 

Link utili

Digital Jobs

Grand Coalition for Digital Jobs  (Grande coalizione per l’occupazione nel settore digitale)

Grand Coalition Framing Document (Documento di riferimento per la Grande coalizione)

Get involved “impegnati con la Grande coalizione”

Segui la Grande coalizione su Twitter @eSkillsGrowthEU (hashtag: #GC_EU, #eSkills e #ICTjobs)

Sito internet dell’Agenda digitale (in inglese)

Pacchetto educazione

Education and training (Istruzione e formazione)

Entrepreneurship 2020 Piano d’azione per l’imprenditorialità

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La famiglia monoparentale: due è meglio di uno?

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La famiglia monoparentale: due è meglio di uno?

Pubblicato il 30 giugno 2012 by redazione

Le famiglie monoparentali  sono composte da un unico genitore, padre o madre, che vive solo con i propri figli, a causa di un divorzio, di un lutto o, perché no, di una propria scelta personale. Il fenomeno della monoparentalità sembra essere aumentato negli ultimi anni giungendo letteralmente a caratterizzare la nostra società contemporanea. Secondo i dati Istat infatti, la percentuale di famiglie monogenitoriali rappresenta l’11,3% dei nuclei familiari italiani. Ultimamente si dibatte spesso rispetto al cambiamento subìto dalle famiglie moderne: vengono esposte innumerevoli tesi per poter spiegare cosa lo abbia provocato e queste spaziano da una perdita di valori ed una mancanza di impegno, alla difficoltà economica e lavorativa che non permette un profitto sufficiente al mantenimento del proprio nido familiare. Lo scopo  di questo articolo però non è quello di ricercare le cause della monoparentalità, bensì analizzare tale fenomeno ed indagare gli effetti che può produrre sulla crescita e sullo sviluppo del figlio. Particolare attenzione verrà rivolta alle donne nubili o vedove e alle difficoltà da loro riscontrate nell’accudimento del loro bambino.

La donna: “sesso debole” o semplicemente più esposto al rischio?

famiglia monoparentaleCirca l’80% delle famiglie monoparentali sono composte da donne sole e dai loro bambini. Questo fenomeno si verifica perché, in condizioni di divorzio e separazione, i minori vengono affidati alla madre, generalmente  più disposta a riconoscere e vivere con i propri figli. Ai giorni nostri si verifica quindi un processo di femminilizzazione delle responsabilità familiari, spesso precursore di problemi economici o povertà legati a questo genere di famiglia.  Non tutti i nuclei familiari con a capo una donna  si possono considerare “a rischio” ma è stato statisticamente rilevato che essi sono più vulnerabili dal punto di vista economico e sociale rispetto a quelli presieduti da un uomo. Infatti, mentre la fonte di reddito dei padri rimane principalmente invariata, la donna incorre maggiormente nel pericolo della disoccupazione e del declassamento sociale. In questo ambito è forse inevitabile riconoscere che il sesso femminile sia ancora piuttosto svantaggiato a livello lavorativo: maggiormente legata a compiti o impegni familiari la donna dispone di minor tempo da dedicare alla sua professione e questo la porta inevitabilmente ad un estraniamento dal mondo del lavoro. A ciò si aggiunge in molti paesi, tra cui l’Italia, una scarsa assistenza sociale legata ancora ad un vecchio modello familiare secondo cui è l’uomo ad avere la responsabilità economica della famiglia. La strada davanti alle madri si divide conducendole da una parte all’accudimento dei figli e della casa, dall’altra al contributo per il sostentamento familiare attraverso la sua attività professionale. Inoltre si verifica una penalizzazione del salario femminile le cui cause si potrebbero sintetizzare in tre punti:

  • La prima riguarda il sesso poiché, a parità di capacità o di formazione professionale, lo stipendio medio di una donna è più basso rispetto a quello di uomo.
  • La seconda riguarda l’effetto del matrimonio e del vincolo matrimoniale: sul mercato risultano più avvantaggiati gli uomini che sono stati ,o sono, sposati rispetto alle donne nubili.Sono inoltre svantaggiate le donne che hanno divorziato rispetto agli uomini celibi.
  • La terza si riferisce invece all’effetto della parentalità: ricevono un salario migliore le donne senza figli e i padri di famiglia, rispetto agli uomini senza figli e alle madri di famiglia.

Si spiega quindi perché quando manca una figura maschile di sostegno alla madre, sarà per lei più facile incorrere in difficoltà economiche.

Un problema femminile recente inoltre, si presenta quando il partner della donna non le garantisce l’assegno alimentare e il supporto delle famiglie d’origine, nonostante permetta in principio di superare la separazione, si esaurisce col tempo.

È importante in ogni caso non fare di tutta l’erba un fascio: non tutte le attuali mamme sole infatti hanno alle spalle trascorsi di divorzio o lutto. Molte donne decidono personalmente di affrontare la loro maternità senza un uomo accanto. In questi casi, la decisione razionale implica una valutazione della propria disponibilità economica e della propria situazione professionale che permettano il sostentamento di una famiglia. Il nucleo familiare non sarà allora minacciato dalla povertà nonostante possa incorrere in altri rischi.

I figli della monoparentalità : in bilico tra pericolo e pregiudizio

figli monoparentaliE’ ancora idea condivisa e purtroppo frutto di preconcetti, che la famiglia monoparentale sia inadeguata. Sembra inappropriata a livello sia economico che educativo e vi è la tendenza comune a credere che possa provocare effetti negativi sui figli: si temono ripercussioni psicologiche, devianza, problemi scolastici e di comportamento, persino confusione sessuale. Come precedentemente affermato, i nuclei monogenitoriali possono essere più esposti a rischi proprio a causa della mancanza di un reciproco sostegno tra i genitori e possono incorrere più facilmente in difficoltà economiche, ma questo non significa che siano destinati a diventare patologici e nemmeno che non possano rappresentare una valida alternativa a quelli bigenitoriali.

L’assenza del padre all’interno della famiglia può provocare disagi nei figli come nelle madri e inoltre, fa sì che si verifichi un’influenza reciproca tra questi ultimi tale per cui, il sentimento di insicurezza,depressione o timore della madre diverrà fonte di stress per il figlio e viceversa. La madre sola tende infatti a mettere in atto stili educativi contraddittori che alternano la permissività all’autoritarismo dando luogo all’incoerenza educativa; a quest’ultima può corrispondere un deterioramento del comportamento dei figli i quali manifestano atteggiamenti più aggressivi ma, in ogni caso, eccessivamente dipendenti dal genitore. Interessante inoltre rilevare il fenomeno che si può verificare negli adolescenti e nei bambini più grandi: capita che le mamme inconsapevolmente,  tendano ad instaurare un rapporto con il figlio simile a quello che avrebbero con il loro partner. Il bambino diverrebbe allora il sostituto del padre e il suo ruolo verrebbe letteralmente “parentificato”. Ad una prima analisi il giovane in questione, potrebbe apparire più maturo e responsabile  rispetto ai suoi coetanei ma sperimenterebbe al tempo stesso un senso di solitudine legato alla consapevolezza che il genitore, già carico di insicurezze e delusioni, non rappresenti un saldo punto di riferimento per lui. Questo lo porterebbe a crescere troppo in fretta rischiando di non maturare alcuni importanti tratti di personalità.

Infine, triste ma sempre più frequente verità al giorno d’oggi, con l’aumento dei casi di divorzio e di separazione, si manifestano anche parecchie situazioni in cui al bambino viene assegnato il cosiddetto ruolo del “capro espiatorio”. Egli diventa una vera e propria “valvola di sfogo” per tutti i sentimenti di risentimento, collera e rancore che dovrebbero essere indirizzati all’ex-coniuge.

L’assenza del padre all’interno della famiglia può avere inoltre effetti diretti sulla prole. E’ stata rilevata infatti una differenza rispetto ai sentimenti di sicurezza  tra i  figli cresciuti da una madre sola e quelli vissuti in una famiglia bigenitoriale. I primi sembrano più inibiti, timidi e poco disinvolti. La ricerca del loro bisogno di protezione lascia trasparire inoltre una iper-dipendenza dalla madre che, nella maggior parte dei casi, non si verifica quando l’altro genitore è presente.  La figura paterna non rappresenta inoltre solo un modello di identificazione per il bambino ma anche il detentore della legge, della disciplina e del controllo, colui che ha il compito di introdurre il minore al riconoscimento delle norme sociali. L’assenza di un ruolo maschile all’interno della famiglia può indurre ad una mancanza di limiti al comportamento emotivo del figlio, lasciandolo senza una guida necessaria a modificare le pulsioni e renderle  socialmente accettabili.

Un rischio legato all’assenza paterna riguarda inoltre l’identificazione sessuale del bambino. Alcune ricerche mostrano come i figli maschi che vivono solo con la madre manifestino una scarsa identificazione maschile seguita quindi da una mascolinità compensatoria: si alternano pertanto comportamenti prettamente femminili ad altri esageratamente virili. Gli atteggiamenti femminei sono legati all’imitazione del modo di fare materno, unico esempio a disposizione del figlio, seguito da manifestazioni  aggressive a lui utili come soluzione compensatoria e difensiva. Rispetto invece alle figlie si nota una correlazione maggiore tra l’allontanamento del padre e atteggiamenti sessuali disinibiti delle adolescenti; sono più frequenti in questo caso comportamenti provocanti e di sfida verso gli uomini. Anche questa modalità comportamentale si potrebbe definire compensatoria di una scarsa conoscenza, quindi incertezza dell’altro sesso.

L’ultimo ambito in cui si può rilevare maggiormente l’effetto dell’assenza paterna riguarda lo sviluppo cognitivo del figlio: i padri svolgono un ruolo importante in questo frangente di vita perché ricoprono 2 funzioni essenziali . Innanzitutto la modalità di pensiero maschile è caratterizzata da una prevalenza delle abilità di tipo spaziale ed una predisposizione maggiore per la competenza matematica rispetto a quelle verbali e linguistiche, tipicamente femminili. Questo facilita il figlio, non solo a scuola ma anche nella risoluzione di problemi pratici e quotidiani, completando la sua formazione. In secondo luogo lo stile educativo paterno promuove l’indipendenza e l’iniziativa, essendo complementare al ruolo materno maggiormente protettivo ed avvolgente.

Tutti gli esempi sopra citati sono comunque solo fattori di rischio e non conseguenze certe alla crescita del figlio all’interno di una famiglia monoparentale. Come le ricerche dimostrano si può riscontrare una maggiore incidenza di tali fenomeni  sui figli di madri sole rispetto a quelli vissuti in una famiglia bigenitoriale . Con una giusta considerazione di questi potenziali pericoli e con una certa attenzione da parte dei genitori di un nucleo familiare non tradizionale, tali disagi potrebbero però restare solo eventualità e non trovare un’attuazione nella realtà.

Un padre non si può sostituire! Ma affiancare?

Oggi il ruolo del padre viene considerato di notevole importanza per lo sviluppo del bambino, a differenza degli anni passati: si riteneva infatti che la figura di maggiore rilievo fosse quella della madre e veniva posta  in secondo piano la presenza dell’uomo all’interno della famiglia. Il padre svolge principalmente due compiti nello sviluppo del bambino: in primo luogo rappresenta un appoggio per la madre che, sentendosi rassicurata dalla sua presenza, vive con maggiore serenità il rapporto con il figlio ed acquisisce sicurezza in se stessa. In secondo luogo incarna “l’alterità” per il figlio, permettendogli di interrompere il rapporto simbiotico con la l’altro genitore, intraprendere relazioni sociali e distinguere l’identità individuale da quella collettiva ,ingredienti fondamentali per la ricercadell’ indipendenza. Per quanto riguarda il primo “compito” si può affermare che la presenza di un uomo, anche se diverso dal padre biologico, nella vita della donna, abbia delle ripercussioni positive sullo stato psicologico di quest’ultima. Il figlio da una parte beneficia del benessere psichico della madre e del cambiamento positivo che questo comporta sul loro rapporto, dall’altra puòperò sperimentare un forte sentimento di gelosia e sentirsi trascurato poiché costretto a condividerla con un terzo. Perché il bambino sia in grado di accettare la relazione che assorbe l’attenzione materna, egli deve riconoscere al genitore una vita affettiva slegata dalla propria e combattere la paura di essere abbandonato o rimpiazzato dal suo nuovo compagno.  Alcuni studi hanno cercato di indagare gli effetti positivi apportati da figure maschili, diverse da quella del padre biologico, nella crescita del figlio; è stata presa in considerazione la presenza di uominisia interni ai confini familiari sia invece provenienti dall’esterno.  Tali ricerche hanno svelato come una relazione responsabile instaurata con una figura adulta maschile non genitoriale predica un rendimento scolastico  migliore, livelli di autostima maggiori e una percentuale più elevata del comportamento pro-sociale da parte dei bambini. Tutto questo deriva da un innalzamento del sentimento di autoefficacia derivante dall’incoraggiamento mostrato dalla figura maschile prossima al figlio. Inoltre è stato rilevato come il controllo e le regole esercitate dal padre, o da un altro uomo, possano influire sul comportamento dei bambini e sulla loro autoregolazione interna, creando una diminuzione di problemi comportamentali.

Analizzando gli esiti di questi studi è emerso quindi come le interazioni dei propri figli con i rispettivi padri biologici o con altri uomini, siano importanti anticipatori di un loro sano sviluppo cognitivo e comportamentale. Ecco allora come i nuovi partner materni, nonché padri acquisiti, dimostrino di apportare benefici all’interno del nucleo familiare e non meritino quindi di essere ignorati o avviliti come spesso accadeva nelle pubblicazioni popolari. Alla luce di quanto riportato precedentemente quindi rimane una domanda a cui fornire risposta: due è davvero meglio di uno?

di Alessandra Genta

 Fonti

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Susanna Camusso 2012, Luciano Lama 1978: sono passati più di 60 anni, ma il diritto al lavoro è ancora là da venire

Pubblicato il 31 gennaio 2012 by redazione

“Quante differenze dagli anni di Lama: oggi la precarietà è il primo problema”

lettera a Rebubblica di SUSANNA CAMUSSO, Segretario generale della Cgil (30 gennaio 2012)

CARO DIRETTORE nel suo editoriale, del 29 gennaio 2012, cita un’intervista a Luciano Lama, della quale si tralascia di ricordare le affermazioni sui profitti e sulla funzione “programmatica” dell’accumulazione che è fondamentale nel pensiero di Lama, e nella svolta dell’Eur.

La Cgil oggi, come Lama ieri, mette al centro occupazione e lavoro, ma mentre allora i salari crescevano, anche se molto erosi dall’inflazione, oggi siamo alla perdita sistematica del loro potere d’acquisto e ciò rappresenta una ragione importante della recessione in atto. La distribuzione del reddito tra profitti e retribuzioni non aveva lo squilibrio di oggi. Tutti, ormai, leggono in questa diseguaglianza la ragione profonda della crisi che attraversiamo e il motivo per cui le politiche monetariste non ci porteranno fuori dal guado.

La diseguaglianza è dettata dallo spostamento progressivo dei profitti oltre che a reddito dei “capitalisti”, a speculazione (o si preferisce investimento?) di natura finanziaria. Così si riducono, oltre che la redistribuzione, anche gli investimenti in innovazione, ricerca, formazione e in prodotti a maggior valore e più qualificati.

Senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, traducendo l’idea di flessibilità invece che nella ricerca di maggior qualità del lavoro, di accrescimento professionale dei lavoratori, in quella precarietà che ha trasferito su lavoratori e lavoratrici le conseguenze alla via bassa dello sviluppo. In sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa.

Quale straordinaria differenza dal 1978! E ancora si potrebbe sottolineare che invece di avere attenzione ai redditi, si continua ad agire sulle accise, attuando una politica dei redditi senza nessun controllo dei prezzi.

Quanta disattenzione, poi, alle proposte vere della Cgil, quando indichiamo come priorità un Piano per il Lavoro, che per noi affronta i grandi temi del paese e interroga equità e crescita non come mantra per edulcorare, ma come scelte che devono intervenire sulla responsabilità e i comportamenti di ciascuno, se si vuole dare senso alla riduzione della diseguaglianza e riparlare di futuro.

Il Piano del Lavoro si misura con la funzione dell’intervento pubblico, troppo facilmente archiviato dal liberismo e dai suoi effetti evidenti, sulla funzione del welfare come motore di uno sviluppo attento alle persone e non mera “assicurazione” o costo, sulla funzione dello sviluppo che ha esaurito la spinta propulsiva del puro consumismo.

Ancora, un Piano del Lavoro per giovani e donne del nostro paese a cui non possiamo solo raccontare che avranno meno tutele perché i padri gli avrebbero mangiato il futuro. Un Piano per il Lavoro che voglia bene al nostro paese, non solo perché la Cgil (per troppo tempo da sola) ha indicato che non fare politiche industriali e di sistema ci avrebbe portato al declino, ma perché non ci sfugge il pericolo economico e democratico di una crisi prolungata di cui la disoccupazione è primo indicatore.

A noi è chiara l’emergenza così come la necessità di una nuova idea di sviluppo. Per questo, voler bene al paese e voler attivare i giovani, o meglio riconoscergli l’età adulta, può partire dalla scelta pubblica e politica di un Piano del Lavoro. Un Piano per il Lavoro guarda, ovviamente, all’immediato e alla capacità di programmare. In questo quadro intende affrontare anche i nodi della produttività, della contrattazione, della rappresentanza, del mercato del lavoro, e soprattutto del fisco.

Il coro sull’importanza del rilancio della produttività trascura di cimentarsi con le cause del suo declino in Italia. O inventa cause di comodo: qualcuno arriva a teorizzare l’assurdità che sarebbe per colpa dell’articolo 18. Al contrario, la produttività nel nostro paese decresce al crescere della precarietà, che non ha neanche incrementato l’occupazione, producendo, invece, quel lavoro povero su cui sarebbe bene interrogarsi.

Per noi l’urgenza è la riduzione della precarietà che viene prima, molto prima, di altri temi. Nella riduzione della precarietà vi è compresa certamente la riformulazione degli ammortizzatori, su cui da tre anni abbiamo proposto una riforma. Vorrei poi ricordare che la mobilità annunciata dall’intervista di Lama è realtà da molti anni, che la Cigs ha la durata di un anno rinnovabile a due, che comunque ha un tetto, come pure la Cig ordinaria, in ogni quinquennio, che una stagione di riorganizzazione del sistema produttivo non deve disperdere professionalità e competenze. Oppure si deve ritenere che la società della conoscenza è solo dei manager? Credo che sarebbe bene per tutti, discutere fuori dai pregiudizi e dagli slogan facili, e non confondere l’emergenza con l’idea che “qualunque cosa può essere fatta”.

Siamo i primi ad apprezzare che l’Italia sia tornata al tavolo dei grandi, a sostenere sforzi per far ripartire il paese, ma se ogni scelta presenta il conto solo al lavoro (nella finanziaria la cassa sulle pensioni; nelle liberalizzazioni il contratto ferrovie e l’equo compenso dei tirocinanti, ad esempio), abbiamo il legittimo dubbio, anzi la certezza, che si affronta il ” nuovo” con uno strumento antico e che il fine non sia far ripartire il paese, ma “salvare il soldato Ryan”. Se sarà così, non si salverà l’Italia ma una sua piccola parte, che forse non ha bisogno di salvarsi, perché lo fa già tra evasione, sommerso e lobbismo di ogni specie. Questa è un’ipotesi cui non intendiamo rassegnarci. Siamo seriamente impegnati al confronto su crescita e mercato dal lavoro: l’abbiamo preparato con un documento unitario, abbiamo guardato ai modelli europei, fra cui la Germania che usa l’orario ridotto finanziato dallo stato e non licenzia. Ci siamo trovati di fronte ad un documento del ministro, non condiviso da nessuno. Senza nostalgie di nessun tipo pensiamo sia utile proporre un negoziato vero e non affidarsi a ricette preconfezionate il cui fallimento è nei numeri della precarietà e della disoccupazione, a partire dai settecentomila posti di lavoro persi dell’industria in cinque anni.

 

STRALCIO DELL’INTERVISTA A LUCIANO LAMA DEL 1978

Stralcio di una lunga intervista a Luciano Lama, del gennaio del 1978, allora segretario generale della Cgil. Anno che ebbe il suo culmine col rapimento di Aldo Moro. Lama parlava in quell’intervista a nome della Federazione sindacale che vedeva uniti Cgil, Cisl e Uil. In quegli anni furono i sindacati e le classi operaie che difesero la democrazia del paese contro le Brigate Rosse e lo stragismo di Gladio e della P2.

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Quando il sindacato mette al primo posto del suo programma la disoccupazione vuol dire che si è reso conto che il problema è angoscioso e tragico e che ad esso debbono essere sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello, peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale, di migliorare le condizioni degli operai occupati.

Ebbene, se vogliono esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati passa in seconda linea. La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà esser rivisto da cima a fondo. Non possiamo più obbligare le aziende a trattenere un numero di lavoratori che supera le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. La cassa può assistere i lavoratori per un anno e non oltre salvo casi eccezionalissimi che debbono essere esaminati dalle commissioni regionali di collocamento.

Insomma, mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. Si tratta d’una svolta di fondo. Dal 1969 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza-lavoro, ma ora ci siamo resi conto che un sistema economico aperto non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente.

I lavoratori e il sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto che il salario e la forza-lavoro sono variabili indipendenti. Sono sciocchezze perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra. Se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere e la disoccupazione aumenterà perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco. Naturalmente non possiamo abbandonare i licenziati al loro destino. Il salto che si fa ammettendo il principio del licenziamento degli esuberi e limitando l’assistenza della cassa integrazione a un anno è enorme ed è interesse generale quello di non rendere drammatica ed esplosiva questa situazione sociale. Perciò dobbiamo tutelare con precedenza assoluta i lavoratori licenziati.

Alla base di tutto però c’è il problema dello sviluppo. Se l’economia ristagna o retrocede la situazione sociale può diventare insostenibile. La sola soluzione è la ripresa dello sviluppo. Quando si deve rinunciare al proprio “particulare” in vista di obiettivi nobili ma che in concreto impongono sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. Si è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene, se non ci fosse un’alta coscienza di classe, discorsi come questo sarebbero improponibili. Abbiamo detto che la soluzione delle presenti difficoltà e il riassorbimento della disoccupazione sta tutto nell’avviare un’intensa fase di sviluppo. Per collaborare a questo obiettivo noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici, ad un grande programma di solidarietà nazionale.

Naturalmente tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto. Se questo programma non dovesse passare vorrebbe dire che avrebbero vinto gli egoismi di settore e non ci sarebbe più speranza per questo Paese.

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