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La famiglia monoparentale: due è meglio di uno?

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La famiglia monoparentale: due è meglio di uno?

Pubblicato il 30 giugno 2012 by redazione

Le famiglie monoparentali  sono composte da un unico genitore, padre o madre, che vive solo con i propri figli, a causa di un divorzio, di un lutto o, perché no, di una propria scelta personale. Il fenomeno della monoparentalità sembra essere aumentato negli ultimi anni giungendo letteralmente a caratterizzare la nostra società contemporanea. Secondo i dati Istat infatti, la percentuale di famiglie monogenitoriali rappresenta l’11,3% dei nuclei familiari italiani. Ultimamente si dibatte spesso rispetto al cambiamento subìto dalle famiglie moderne: vengono esposte innumerevoli tesi per poter spiegare cosa lo abbia provocato e queste spaziano da una perdita di valori ed una mancanza di impegno, alla difficoltà economica e lavorativa che non permette un profitto sufficiente al mantenimento del proprio nido familiare. Lo scopo  di questo articolo però non è quello di ricercare le cause della monoparentalità, bensì analizzare tale fenomeno ed indagare gli effetti che può produrre sulla crescita e sullo sviluppo del figlio. Particolare attenzione verrà rivolta alle donne nubili o vedove e alle difficoltà da loro riscontrate nell’accudimento del loro bambino.

La donna: “sesso debole” o semplicemente più esposto al rischio?

famiglia monoparentaleCirca l’80% delle famiglie monoparentali sono composte da donne sole e dai loro bambini. Questo fenomeno si verifica perché, in condizioni di divorzio e separazione, i minori vengono affidati alla madre, generalmente  più disposta a riconoscere e vivere con i propri figli. Ai giorni nostri si verifica quindi un processo di femminilizzazione delle responsabilità familiari, spesso precursore di problemi economici o povertà legati a questo genere di famiglia.  Non tutti i nuclei familiari con a capo una donna  si possono considerare “a rischio” ma è stato statisticamente rilevato che essi sono più vulnerabili dal punto di vista economico e sociale rispetto a quelli presieduti da un uomo. Infatti, mentre la fonte di reddito dei padri rimane principalmente invariata, la donna incorre maggiormente nel pericolo della disoccupazione e del declassamento sociale. In questo ambito è forse inevitabile riconoscere che il sesso femminile sia ancora piuttosto svantaggiato a livello lavorativo: maggiormente legata a compiti o impegni familiari la donna dispone di minor tempo da dedicare alla sua professione e questo la porta inevitabilmente ad un estraniamento dal mondo del lavoro. A ciò si aggiunge in molti paesi, tra cui l’Italia, una scarsa assistenza sociale legata ancora ad un vecchio modello familiare secondo cui è l’uomo ad avere la responsabilità economica della famiglia. La strada davanti alle madri si divide conducendole da una parte all’accudimento dei figli e della casa, dall’altra al contributo per il sostentamento familiare attraverso la sua attività professionale. Inoltre si verifica una penalizzazione del salario femminile le cui cause si potrebbero sintetizzare in tre punti:

  • La prima riguarda il sesso poiché, a parità di capacità o di formazione professionale, lo stipendio medio di una donna è più basso rispetto a quello di uomo.
  • La seconda riguarda l’effetto del matrimonio e del vincolo matrimoniale: sul mercato risultano più avvantaggiati gli uomini che sono stati ,o sono, sposati rispetto alle donne nubili.Sono inoltre svantaggiate le donne che hanno divorziato rispetto agli uomini celibi.
  • La terza si riferisce invece all’effetto della parentalità: ricevono un salario migliore le donne senza figli e i padri di famiglia, rispetto agli uomini senza figli e alle madri di famiglia.

Si spiega quindi perché quando manca una figura maschile di sostegno alla madre, sarà per lei più facile incorrere in difficoltà economiche.

Un problema femminile recente inoltre, si presenta quando il partner della donna non le garantisce l’assegno alimentare e il supporto delle famiglie d’origine, nonostante permetta in principio di superare la separazione, si esaurisce col tempo.

È importante in ogni caso non fare di tutta l’erba un fascio: non tutte le attuali mamme sole infatti hanno alle spalle trascorsi di divorzio o lutto. Molte donne decidono personalmente di affrontare la loro maternità senza un uomo accanto. In questi casi, la decisione razionale implica una valutazione della propria disponibilità economica e della propria situazione professionale che permettano il sostentamento di una famiglia. Il nucleo familiare non sarà allora minacciato dalla povertà nonostante possa incorrere in altri rischi.

I figli della monoparentalità : in bilico tra pericolo e pregiudizio

figli monoparentaliE’ ancora idea condivisa e purtroppo frutto di preconcetti, che la famiglia monoparentale sia inadeguata. Sembra inappropriata a livello sia economico che educativo e vi è la tendenza comune a credere che possa provocare effetti negativi sui figli: si temono ripercussioni psicologiche, devianza, problemi scolastici e di comportamento, persino confusione sessuale. Come precedentemente affermato, i nuclei monogenitoriali possono essere più esposti a rischi proprio a causa della mancanza di un reciproco sostegno tra i genitori e possono incorrere più facilmente in difficoltà economiche, ma questo non significa che siano destinati a diventare patologici e nemmeno che non possano rappresentare una valida alternativa a quelli bigenitoriali.

L’assenza del padre all’interno della famiglia può provocare disagi nei figli come nelle madri e inoltre, fa sì che si verifichi un’influenza reciproca tra questi ultimi tale per cui, il sentimento di insicurezza,depressione o timore della madre diverrà fonte di stress per il figlio e viceversa. La madre sola tende infatti a mettere in atto stili educativi contraddittori che alternano la permissività all’autoritarismo dando luogo all’incoerenza educativa; a quest’ultima può corrispondere un deterioramento del comportamento dei figli i quali manifestano atteggiamenti più aggressivi ma, in ogni caso, eccessivamente dipendenti dal genitore. Interessante inoltre rilevare il fenomeno che si può verificare negli adolescenti e nei bambini più grandi: capita che le mamme inconsapevolmente,  tendano ad instaurare un rapporto con il figlio simile a quello che avrebbero con il loro partner. Il bambino diverrebbe allora il sostituto del padre e il suo ruolo verrebbe letteralmente “parentificato”. Ad una prima analisi il giovane in questione, potrebbe apparire più maturo e responsabile  rispetto ai suoi coetanei ma sperimenterebbe al tempo stesso un senso di solitudine legato alla consapevolezza che il genitore, già carico di insicurezze e delusioni, non rappresenti un saldo punto di riferimento per lui. Questo lo porterebbe a crescere troppo in fretta rischiando di non maturare alcuni importanti tratti di personalità.

Infine, triste ma sempre più frequente verità al giorno d’oggi, con l’aumento dei casi di divorzio e di separazione, si manifestano anche parecchie situazioni in cui al bambino viene assegnato il cosiddetto ruolo del “capro espiatorio”. Egli diventa una vera e propria “valvola di sfogo” per tutti i sentimenti di risentimento, collera e rancore che dovrebbero essere indirizzati all’ex-coniuge.

L’assenza del padre all’interno della famiglia può avere inoltre effetti diretti sulla prole. E’ stata rilevata infatti una differenza rispetto ai sentimenti di sicurezza  tra i  figli cresciuti da una madre sola e quelli vissuti in una famiglia bigenitoriale. I primi sembrano più inibiti, timidi e poco disinvolti. La ricerca del loro bisogno di protezione lascia trasparire inoltre una iper-dipendenza dalla madre che, nella maggior parte dei casi, non si verifica quando l’altro genitore è presente.  La figura paterna non rappresenta inoltre solo un modello di identificazione per il bambino ma anche il detentore della legge, della disciplina e del controllo, colui che ha il compito di introdurre il minore al riconoscimento delle norme sociali. L’assenza di un ruolo maschile all’interno della famiglia può indurre ad una mancanza di limiti al comportamento emotivo del figlio, lasciandolo senza una guida necessaria a modificare le pulsioni e renderle  socialmente accettabili.

Un rischio legato all’assenza paterna riguarda inoltre l’identificazione sessuale del bambino. Alcune ricerche mostrano come i figli maschi che vivono solo con la madre manifestino una scarsa identificazione maschile seguita quindi da una mascolinità compensatoria: si alternano pertanto comportamenti prettamente femminili ad altri esageratamente virili. Gli atteggiamenti femminei sono legati all’imitazione del modo di fare materno, unico esempio a disposizione del figlio, seguito da manifestazioni  aggressive a lui utili come soluzione compensatoria e difensiva. Rispetto invece alle figlie si nota una correlazione maggiore tra l’allontanamento del padre e atteggiamenti sessuali disinibiti delle adolescenti; sono più frequenti in questo caso comportamenti provocanti e di sfida verso gli uomini. Anche questa modalità comportamentale si potrebbe definire compensatoria di una scarsa conoscenza, quindi incertezza dell’altro sesso.

L’ultimo ambito in cui si può rilevare maggiormente l’effetto dell’assenza paterna riguarda lo sviluppo cognitivo del figlio: i padri svolgono un ruolo importante in questo frangente di vita perché ricoprono 2 funzioni essenziali . Innanzitutto la modalità di pensiero maschile è caratterizzata da una prevalenza delle abilità di tipo spaziale ed una predisposizione maggiore per la competenza matematica rispetto a quelle verbali e linguistiche, tipicamente femminili. Questo facilita il figlio, non solo a scuola ma anche nella risoluzione di problemi pratici e quotidiani, completando la sua formazione. In secondo luogo lo stile educativo paterno promuove l’indipendenza e l’iniziativa, essendo complementare al ruolo materno maggiormente protettivo ed avvolgente.

Tutti gli esempi sopra citati sono comunque solo fattori di rischio e non conseguenze certe alla crescita del figlio all’interno di una famiglia monoparentale. Come le ricerche dimostrano si può riscontrare una maggiore incidenza di tali fenomeni  sui figli di madri sole rispetto a quelli vissuti in una famiglia bigenitoriale . Con una giusta considerazione di questi potenziali pericoli e con una certa attenzione da parte dei genitori di un nucleo familiare non tradizionale, tali disagi potrebbero però restare solo eventualità e non trovare un’attuazione nella realtà.

Un padre non si può sostituire! Ma affiancare?

Oggi il ruolo del padre viene considerato di notevole importanza per lo sviluppo del bambino, a differenza degli anni passati: si riteneva infatti che la figura di maggiore rilievo fosse quella della madre e veniva posta  in secondo piano la presenza dell’uomo all’interno della famiglia. Il padre svolge principalmente due compiti nello sviluppo del bambino: in primo luogo rappresenta un appoggio per la madre che, sentendosi rassicurata dalla sua presenza, vive con maggiore serenità il rapporto con il figlio ed acquisisce sicurezza in se stessa. In secondo luogo incarna “l’alterità” per il figlio, permettendogli di interrompere il rapporto simbiotico con la l’altro genitore, intraprendere relazioni sociali e distinguere l’identità individuale da quella collettiva ,ingredienti fondamentali per la ricercadell’ indipendenza. Per quanto riguarda il primo “compito” si può affermare che la presenza di un uomo, anche se diverso dal padre biologico, nella vita della donna, abbia delle ripercussioni positive sullo stato psicologico di quest’ultima. Il figlio da una parte beneficia del benessere psichico della madre e del cambiamento positivo che questo comporta sul loro rapporto, dall’altra puòperò sperimentare un forte sentimento di gelosia e sentirsi trascurato poiché costretto a condividerla con un terzo. Perché il bambino sia in grado di accettare la relazione che assorbe l’attenzione materna, egli deve riconoscere al genitore una vita affettiva slegata dalla propria e combattere la paura di essere abbandonato o rimpiazzato dal suo nuovo compagno.  Alcuni studi hanno cercato di indagare gli effetti positivi apportati da figure maschili, diverse da quella del padre biologico, nella crescita del figlio; è stata presa in considerazione la presenza di uominisia interni ai confini familiari sia invece provenienti dall’esterno.  Tali ricerche hanno svelato come una relazione responsabile instaurata con una figura adulta maschile non genitoriale predica un rendimento scolastico  migliore, livelli di autostima maggiori e una percentuale più elevata del comportamento pro-sociale da parte dei bambini. Tutto questo deriva da un innalzamento del sentimento di autoefficacia derivante dall’incoraggiamento mostrato dalla figura maschile prossima al figlio. Inoltre è stato rilevato come il controllo e le regole esercitate dal padre, o da un altro uomo, possano influire sul comportamento dei bambini e sulla loro autoregolazione interna, creando una diminuzione di problemi comportamentali.

Analizzando gli esiti di questi studi è emerso quindi come le interazioni dei propri figli con i rispettivi padri biologici o con altri uomini, siano importanti anticipatori di un loro sano sviluppo cognitivo e comportamentale. Ecco allora come i nuovi partner materni, nonché padri acquisiti, dimostrino di apportare benefici all’interno del nucleo familiare e non meritino quindi di essere ignorati o avviliti come spesso accadeva nelle pubblicazioni popolari. Alla luce di quanto riportato precedentemente quindi rimane una domanda a cui fornire risposta: due è davvero meglio di uno?

di Alessandra Genta

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