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Tzar bomb, il più potente ordigno termonucleare generato dalla Guerra Fredda

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Tzar bomb, il più potente ordigno termonucleare generato dalla Guerra Fredda

Pubblicato il 24 ottobre 2015 by redazione

Immagine di apertura
L’esplosione della bomba Tsar, ripresa da un punto di osservazione ad alcune centinaia di chilometri di distanza.

 

 

Sono le 8.32 del mattino del 30 Ottobre 1961: nella baia di Mitjushika, braccio del Mar Artico che separa l’arcipelago di Novaja Zemlja, Terra Nuova in lingua russa, dalla costa russa il gelo che avvolge per buona parte dell’anno queste lande inospitali in un milionesimo di secondo viene sostituito da un inferno di calore e vento rovente che non ha precedenti sulla Terra.

E’ l’effetto del più terrificante esperimento nucleare militare. L’Unione Sovietica ha fatto esplodere la bomba Tzar, l’ordigno termonucleare più potente mai costruito.

Da quel momento fu chiaramente dimostrato che non vi è alcun limite alla potenza raggiungibile dalle armi atomiche. Sopratutto, rese evidente, per la prima volta dall’inizio dell’era atomica, che una guerra nucleare non può avere né vinti, né vincitori, ma solo vittime.

La corsa alla bomba

La realizzazione della bomba Tzar, come venne soprannominata in via non ufficiale, avvenne in uno dei momenti più difficili di quel periodo storico conosciuto come la Guerra Fredda, in cui il mondo era sostanzialmente diviso in due blocchi contrapposti, dominati dalle due più grandi potenze militari e economiche, gli Stati Uniti d’America e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Il confronto era iniziato al termine del Secondo Conflitto Mondiale, che le aveva viste alleate, facendo temere l’inizio di una nuova e ancor più terribile guerra planetaria.

Dopo la morte di Josif Stalin nacque la speranza che il dialogo e la comprensione fra i Paesi appartenenti al blocco comunista e quelli appartenenti all’area occidentale fossero possibili.

Nel 1959 Nikita Sergeevič Chruščëv, il nuovo segretario generale del Partito Comunista sovietico intraprese una serie di viaggi in Occidente, che lo portarono anche negli U.S.A., ospite del presidente Dwight Eisenhower.

I sogni di distensione e di pace però furono interrotti bruscamente da una serie di incidenti internazionali. L’abbattimento sopra l’Unione Sovietica di un aereo spia Lockheed U2 e la cattura del pilota, il maggiore americano Gary Powers, aprì un nuovo teso confronto fra le due superpotenze. La notte del 13 agosto 1961 venne iniziata la costruzione del tristemente famoso muro di Berlino, che avrebbe diviso la città tedesca e i suoi abitanti tra settori sotto influenza sovietica e settori occidentali fino al 1989, divenendo il simbolo più forte della Guerra Fredda.

E’ in questo clima di diffidenza reciproca che il governo sovietico decise un’azione dimostrativa nei confronti degli occidentali, ma anche della vicina Cina comunista di Mao, con la quale i rapporti diplomatici si erano interrotti nel 1960.

Il 10 luglio 1961 il segretario generale sovietico Chruščëv, appoggiato dall’estabilishment militare, presentò al politburo il programma Grande Ivan, che prevedeva la costruzione di un ordigno termonucleare di potenza inaudita, fino a 100 megatoni, ovvero l’quivalente di cento milioni di tonnellate di tritolo.

Il 9 agosto 1961, sedicesimo anniversario del bombardamento nucleare di Nagasaky, Chruščëv colse altrettanto di sorpresa l’opinione pubblica e i governi di tutto il mondo annunciando che l’URSS avrebbe realizzato e sperimentato l’ordigno entro la fine di quell’anno, suscitando lo sdegno dei pacifisti e dividendo la comunità scientifica internazionale fra chi sosteneva la realizzabilità dell’arma e chi non ne era affatto convinto.

Tutti però erano uniti dalla paura degli effetti collaterali di un’esplosione così grande: il fall out di materiale radioattivo sarebbe stato immenso, teoricamente nessun angolo del pianeta sarebbe stato al sicuro dalla ricaduta di materiale altamente radioattivo, tipico delle armi all’idrogeno.

Immagine 1
Andrej Dmitrevic Sakharov.

 

Altrettanti dubbi affliggevano i fisici chiamati a studiare l’ordigno.

A capo dell’equipe, che riuniva alcuni dei nomi più prestigiosi dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica (tra i quali vi erano, Juli Borisovich Khaliton, Victor Adamskii, Yuri Babaev, Yuri Smirnov, Yuri Trutnev, Viktor Davidenko) fu chiamato Andrej Dmitrevic Sakharov, considerato tra i padri della bomba all’Idrogeno russa. Nella città segreta di Arzamas 16 (oggi Sarov), uno dei tanti centri in cui veniva portata avanti la ricerca militare russa, Sakharov e gli altri scienziati lavorarono freneticamente sui calcoli matematici.

Quando Sakharov all’inizio di Ottobre potè tornare a Mosca per presentare i risultati, nemmeno lui si sentiva però sicuro di riuscire a controllare la reazione nucleare, mentre Evsej Rabinovich era apertamente convinto che il programma si sarebbe risolto in un fiasco.

Pochi anni prima si era verificato un incidente molto inquietante. Il 1 Marzo 1954 sull’atollo di Bikini nell’Oceano Pacifico, durante il test americano denominato Castle Bravo, un errore di calcolo provocò un’esplosione molto più potente, che irradiò un’area più vasta di quella prevista. Gli atolli di Rongrik e Rongelap nelle isole Marshall furono evacuati di urgenza e le popolazioni locali, nonostante le assicurazioni dei militari, non poterono più farvi ritorno.

Tracce della radioattività immessa in atmosfera raggiunsero anche l’Australia, il Giappone, l’India, l’Europa e gli Stati Uniti sulla costa occidentale. Anche un peschereccio giapponese d’altura venne ricoperto dal vapore acqueo radioattivo e un membro dell’equipaggio morì per avvelenamento da radiazioni.

In ogni caso, le posizioni a favore o contrarie all’esperimento si basavano su ipotesi e statistiche, per cui nessuna delle due poteva essere sostenuta da dati scientificamente certi.

Tuttavia il programma non poteva essere più fermato, l’Unione Sovietica aveva lanciato la sfida e aveva gli occhi di tutto il mondo puntati addosso. In una fabbrica militare segreta i tecnici stavano realizzando i sistemi operativi complessi dell’arma, sulla base dei risultati dei calcoli che man mano giungevano dagli scienziati al lavoro a Arzamas 16. Nel momento in cui Sakharov giunse nella capitale russa con la relazione finale, l’arma, registrata nell’arsenale sovietico con la sigla RDS 220, era già pronta al 90%.

L’unico punto sui cui Sakharov riuscì a spuntarla sulla volontà dei dirigenti sovietici, fu il depotenziamento della bomba a 50 megatoni grazie all’eliminazione di uno dei tre stadi della testata, che permise di abbattere del 97% le emissioni di radionuclidi pesanti.

Così che l’ordigno risultò in effetti relativamente pulito rispetto all’inquinamento radioattivo che avrebbe potuto provocare, per quanto comunque da solo ne produsse una quantità pari al 25% di quello prodotto dalle due esplosioni avvenute su Hiroshima e Nagasaky nella Seconda Guerra Mondiale.

Il 24 Ottobre la relazione finale venne messa a disposizione dei vertici politici sovietici e dei tecnici costruttori della bomba, che ultimarono l’ordigno a soli 6 giorni dalla data prevista del test.

Il morso della belva

L’arma venne progettata secondo lo schema Teller – Ulam, dal nome dei fisici Edward Teller e Stanislaw Ulam che avevano messo a punto il primo ordigno all’idrogeno. La bomba era concepita con due stadi a fissione nucleare e uno a fusione: il primo stadio è costituito da una bomba atomica a fissione classica a base di Uranio 238, che viene posizionata con uno scudo fatto dello stesso metallo, per indirizzare verso l’interno la reazione a catena. Nello scudo è anche contenuto il deuterio di Litio, una molecola contenente l’Idrogeno in forma solida, responsabile dell’innesco della seconda reazione di fusione nucleare e delle temperature elevatissime, che possono arrivare a venti milioni di gradi.

Al centro di tutto il dispositivo è posizionato un altro cilindro, cavo al suo interno, costituito da Plutonio 239, protetto da schiume particolari che, iniettate nel corpo della bomba, raggiungono ogni anfratto separando i componenti fissili.

I raggi X generati dalla prima reazione di fissione riscaldano il nucleo. La pressione della detonazione comprime il deuterio di Litio, mentre anche nella canna centrale di Plutonio inizia la seconda reazione di fissione.

L’emissione in grande quantità di neutroni e radiazioni innesca a sua volta la fusione vera e propria, che si unisce e potenzia le reazioni di fissione iniziali, permettendo così di raggiungere potenze dell’ordine di megatoni. L’intero processo ha una durata stimata di 600 nanosecondi.

Nella bomba preparata per il test, lo stadio esterno del mantello di Uranio 238 venne sostituito con uno in Piombo, così da rallentare la fusione e permettere di abbattere la potenza massima raggiungibile.

Nella notte tra il 29 e il 30 Ottobre, una volta confermato il via libera al test, l’arma venne portata in un areoporto militare, nel più stretto segreto. Il laboratorio in cui fu assemblata venne smantellato e il vagone ferroviario su cui si trovava inserito in un anonimo convoglio merci.

La bomba aveva dimensioni veramente impressionanti. Raggiungeva gli 8 metri di lunghezza e oltre 2 metri di diametro, nel suo punto di maggior larghezza.

Immagine 2
Una copia inerte della RDS 220 è oggi esposta al Museo russo dell’Atomo, a Mosca.

 

Nel suo aspetto esteriore l’areodinamica richiamava quella classica di una bomba a caduta libera, ma le numerose antenne dei sistemi di rilevazione dati e controllo, oltre che le dimensioni eccezionali, ne rivelavano la natura del tutto particolare. Il peso totale dell’arma superava le 27 tonnellate.

Gli avieri la agganciarono alla stiva di un bombardiere strategico quadriturbina Tupolev Tu 95, uno dei modelli più diffusi nell’arsenale sovietico e l’unico in grado di sollevare l’enorme ordigno. In ogni caso, il velivolo dovette essere modificato asportando i portelloni della stiva bombe principale e smontando parte dei serbatoi della fusoliera.

Ad accompagnare l’aereo lanciatore vi era un altro bombardiere a reazione Tupolev 16, modificato come punto di osservazione volante, riempito di telecamere, sensori e registratori di dati.

Entrambi i velivoli erano dipinti sulle superfici inferiori con una speciale vernice termoriflettente bianca lucida, simile a quella usata dall’aviazione statunitense sui bombardieri nucleari, per minimizzare il rischio che i velivoli fossero incendiati dalla potente onda di calore.

Ai comandi del Tu 95 vi era il maggiore Andrei E. Durnotsev, uno dei piloti con maggior esperienza su quel velivolo.

Alle 11.32, secondo il fuso orario di Mosca, in perfetto orario di marcia, la coppia di aerei raggiunse la verticale sopra l’isola maggiore dell’arcipelago di Novaja Zemlja, a una quota di circa 10.000 metri. Le isole sin dai primi anni cinquanta erano diventate uno dei principali poligoni nucleari sovietici, per la loro distanza da centri abitati e perchè praticamente disabitate e inospitali, fatta salva la guarnigione di tecnici e militari coinvolti negli esperimenti.

Il controllo missione diede il segnale e la bomba venne sganciata, mentre i velivoli effettuavano una secca virata di disimpegno per allontanarsi dall’epicentro dell’esplosione.

Un temporizzatore fece aprire un paracadute freno che rallentò e stabilizzò la caduta, dando ulteriore tempo agli aerei di portarsi in zona sicura. Dopo una discesa di 3 minuti e 13 secondi, a 4.000 metri dal suolo, gli altimetri automatici azionarono i detonatori.

Un lampo di luce potentissimo, che avrebbe accecato chiunque non avesse indossato occhiali protettivi, fu avvistato fino a 1000 chilometri, seguito da una palla di fuoco di ben 8 chilometri di diametro. In pochi istanti l’enorme sfera, nel cui centro era stata raggiunta la temperatura di venti milioni di gradi centigradi, raggiunse il suolo, poi si diresse rapidissima verso l’alto, arrivando a 64 chilometri di altezza, dove si stabilizzò nella tipica forma del fungo atomico.

Fu calcolato che circa 80 milioni di tonnellate di roccia e ghiaccio vennero disintegrate, risucchiate nella fornace nucleare, per poi ricadere sotto forma di polvere radioattiva.

Mentre la sfera infuocata saliva verso gli strati estremi dell’atmosfera, le nuvole attorno all’esplosione si ritirarono, vaporizzate, con un effetto simile agli anelli che si formano quando si lancia un oggetto su uno specchio d’acqua ferma.

Uno degli osservatori raccontò di essere rimasto abbagliato a lungo e di avere sentito un calore insopportabile sulle parti di pelle non protette, nonostante si trovasse a 270 chilometri dall’esplosione.

I dati registrati furono terrificanti: nel raggio di 32 chilometri dal punto della detonazione tutta la superficie dell’isola fu incenerita, aprendo un cratere largo quasi 2 chilometri e profondo in media 75 metri.

Immagine 3
Schema comparativo tra esplosioni termonucleari, secondo la dimensione dell’esplosione.

 

La pressione dell’onda d’urto raggiunse i 21 BAR, cioè 21 volte la pressione atmosferica a livello del mare, sei volte quella provocata dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaky, sufficienti a scarnificare vivo chiunque si trovasse sulla sua strada. Sull’isola di Severnji a 55 chilometri dall’epicentro tutti gli edifici vennero rasi al suolo, ma si registrarono danni a tetti e imposte fino in Finlandia orientale e in Norvegia.

La successiva ondata di calore sarebbe stata in grado di provocare ustioni di terzo grado fino a 100 chilometri.

L’onda di energia si propagò anche nel sottosuolo e la vibrazione fece il giro del mondo per tre volte prima di dissolversi. L’US Geological Survey americano valutò l’effetto sismico tra i 5 e i 5,25 gradi di magnitudo, nonostante l’esplosione fosse avvenuta in atmosfera.

Un altro osservatore descrisse l’eco dell’esplosione come un rumore profondo e crescente, quasi che la Terra fosse stata uccisa e stesse esalando l’ultimo respiro…

Pochi istanti dopo il lampo atomico, il maggiore Durnotsev ebbe giusto il tempo di comunicare al controllo missione sulla penisola di Kola, il successo del test, prima che il fortissimo effetto EMP, cioè l’impulso elettromagnetico generato dalla reazione nucleare, interrompesse ogni comunicazione.

Solo dopo un silenzio durato 40 lunghissimi minuti il collegamento potè essere ristabilito e Mosca ebbe la conferma del successo dell’esperimento.

Il maggiore Durnotsev al suo ritorno venne promosso sul campo tenente colonnello e proclamato Eroe dell’Unione Sovietica, la massima delle onorificenze.

Curiosamente, i russi non furono gli unici a osservare l’esplosione e i suoi effetti, anche gli statunitensi raccolsero dati importanti.

Grazie alla inusuale pubblicità data all’evento, gli americani avevano avuto il tempo di lanciare l’operzione Speedlight. Una cisterna volante Boeing KC 135 dell’USAF venne estesamente modificata nella base aerea di Wright – Patterson come centro di raccolta dati volante, in modo simile a quanto i russi avevano fatto con il loro Tupolev 16.

L’aereo fu pronto il 27 Ottobre, così che tre giorni dopo orecchie e occhi elettronici indiscreti poterono registrare dati preziosi sull’esplosione, volando comunque a debita distanza dallo spazio aereo russo e dal mostro nucleare.

Immagine 4
Un bombardiere Tupolev Tu 95 dell’aviazione sovietica.

 

 

Niente può essere come prima

L’apocalisse scatenata su Novaja Zemlja lasciò conseguenze in molte persone, a partire dallo stesso Andrei Sakharov. Lo scienziato russo aveva concluso la relazione preparatoria del progetto Grande Ivan con questa frase : «Un risultato positivo del test apre la possibilità di creare un dispositivo di potenza praticamente illimitata.»

Facendo parte della più alta nomenklatura sovietica, sicuramente ebbe modo di vedere il film propagandistico di circa 25 minuti, creato col montaggio delle immagini riprese durante il test e riservato alla classe dirigente del Paese. Le immagini probabilmente contribuirono a provocare nello scienziato un ripensamento sul suo lavoro per il sistema militare sovietico.

Nel 1963 il segretario generale Nikita Chruščëv annunciò ufficialmente che la RD 220 era pronta per la produzione di serie e stava per entrare a far parte dell’arsenale sovietico.

Poco dopo quei fatti, Sakharov iniziò a impegnarsi contro la proliferazione degli armamenti nucleari, il che ne provocò l’allontanamento dai progetti militari, l’emarginazione dagli ambienti scientifici ufficiali, fino all’arresto avvenuto nel 1980 per attività contro lo Stato e la condanna al confino in Siberia.

La sua lotta nonostante le persecuzioni subite gli valsero il premio Nobel per la pace nel 1975.

Nel resto del mondo, l’esperienza della bomba Tsar contribuì a diffondere l’opinione che la strada del riarmo nucleare fosse in realtà un vicolo senza uscita, una follia che avrebbe condotto l’umanità al suicidio: il movimento internazionale pacifista ne fece uno dei simboli più significativi dell’impegno contro le armi nucleari.

In realtà, la bomba Tsar ebbe sin dall’inizio soli scopi propagandistici, servì a dismostrare che l’URSS poteva arrivare a qualsiasi risultato volesse raggiungere.

Proprio in quegli anni la ricerca militare su entrambi i lati della cortina di ferro si stava concentrando sui missili balistici intercontinentali e sulle testate multiple, che puntava sulla miniaturizzazione dei componenti bellici.

L’esatto contrario della RD 220, che era enorme, pesante, aveva bisogno della guida dell’uomo per arrivare sul bersaglio. Insomma concettualmente apparteneva già al passato.

Alla bomba Tsar probabilmente almeno un merito può essere riconosciuto: nel 1963 l’URSS, sottoscrisse il trattato internazionale che metteva al bando gli esperimenti nucleari in atmosfera e nello spazio esterno, il primo vero trattato di limitazione alla corsa agli armamenti su cui formò il consenso della maggioranza dei Paesi del mondo.

di Davide Migliore

 

Linkografia

https://it.wikipedia.org/wiki/Bomba_Zar

http://nuclearweaponarchive.org/Russia/TsarBomba.html

https://www.youtube.com/watch?v=Xk8g9M0Anac

http://www.tsarbomba.org/

https://it.wikipedia.org/wiki/Bomba_all’idrogeno#Bombe_di_tipo_Teller-Ulam

http://nuclearweaponarchive.org/Russia/TsarBomba.html

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La lunga evoluzione dei Droni, i famigerati UAV della storia

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La lunga evoluzione dei Droni, i famigerati UAV della storia

Pubblicato il 20 novembre 2013 by redazione

Sin dalle origini un uso  prevalente militare e strategico

La storia dei velivoli a controllo remoto (in inglese Remote Piloted Vehicles, RPV o conosciuti anche come UAV, Unmanned Arieal Vehicles, velivoli senza pilota) è vecchia almeno quanto quella del volo umano: da quando sono stati realizzati i primi oggetti volanti più pesanti dell’aria, quasi contemporaneamente si è iniziato a pensare a come controllarli a distanza. E come spesso accade nella storia dell’uomo, il loro primo impiego è stato militare. Il primato nell’utilizzo di mezzi aerei controllati spetta all’esercito Austro-Ungarico che impiegò alcuni  palloni aerostatici lanciati dalla nave Vulcano per colpire Venezia durante l’assedio del 1849, senza esporsi al fuoco dei cannoni della difesa. Nel momento in cui il vento soffiava verso la città, i palloni pieni di aria calda venivano liberati. Ciascun pallone trasportava una carica esplosiva e era controllato attraverso un sistema di funi. Raggiunta la verticale, attraverso un lungo filo di rame collegato a batterie galvaniche incendiavano il pallone che cadeva, o per meglio dire, sarebbe dovuto cadere con il suo ordigno sui veneziani: il primo uso di veicoli remoti e di bombardamento terroristico dall’aria. Ma i venti capricciosi delle lagune riportarono sulle truppe austriache buona parte dei palloni causando quasi una tragedia fra gli austriaci.

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Disegno tecnico dell’Aerial Target, costruito nella Royal Aircraft Factory.

I primi esempi seri di studio di veicoli volanti teleguidati nacquero però durante la prima guerra mondiale, con l’impiego diretto dei primi aerei e della radio, invenzioni di recentissima realizzazione. Il professor Archibald Low, eclettico ingegnere arruolato come capitano nei Royal Flying Corps, con una squadra di 30 tecnici mise a punto il progetto “Aerial Target” (AT), bersaglio aereo: il primo velivolo a motore con testata bellica e sistema di pilotaggio attuato via impulsi radio, in realtà portava questo nome per sviare le attenzioni dello spionaggio tedesco. Il 21 marzo e il  6 luglio 1917 dimostrò di fronte a molti alti ufficiali alleati la validità delle sue teorie, nonostante l’arretratezza della tecnologia dell’epoca, portando in volo un piccolo monoplano, con pattini al posto del carrello,  lanciato da una catapulta ad aria compressa. Entrambi i voli si risolsero con la caduta dei velivoli per guai vari, ma il concetto era dimostrato. La fine del conflitto fece anche venire meno l’interesse per  il progetto.

1917 circa, una rara fotografia di un prototipo dell’Aerial Target in un hangar del Royal Fliyng Corps.

1917 circa, una rara fotografia di un prototipo dell’Aerial Target in un hangar del Royal Fliyng Corps.

Ma orecchie attente oltremare avevano colto il messaggio. Negli Stati Uniti Elmer Sperry, fondatore della Sperry Giroscope Company, già nei primi anni  del secolo, dopo il volo di Wilbur e Orville Wright sulla spiaggia di Kitty Hawk aveva progettato sistemi di giroscopi  per stabilizzare il volo , altimetri e attuatori meccanici comandati via radio da terra, per realizzare siluri e bombe volanti da proporre all’U.S. Army. Fu più interessata la marina americana, preoccupata dalla minaccia dei primi U-Boot tedeschi. Assieme alla indirti Curtiss disegnò la Curtiss-Sperry Flying Bomb. Nel 1917 gli Stati Uniti entrarono nel conflitto e l’interesse della marina crebbe. Dopo una serie di lanci falliti per problemi aerodinamici, gli esperimenti continuarono su 6 idrovolanti Curtiss N9 forniti dalla marina. Il 17 ottobre 1917 un N9 dotato di sistemi di controllo Sperry venne lanciato da una catapulta disegnata dall’ingegnere Carl Norden (padre del primo calcolatore di puntamento e sgancio bombe adottato su tutti i bombardieri americani durante la seconda guerra mondiale).

Ripreso su una catapulta a rotaia, uno velivolo sperimentale radiocomandato “Sperry Flying Torpedo” della US navy.

Ripreso su una catapulta a rotaia, uno velivolo sperimentale radiocomandato “Sperry Flying Torpedo” della US navy.

Era previsto un volo di 13 chilometri ed un ammaraggio, ma dopo alcune evoluzioni l’aereo uscì dal raggio d’azione dei segnali radio, si allontanò dalla Bayshore Air Station e si perse nell’Atlantico. L’armistizio dell’11 novembre 1918 pose termine ai finanziamenti. La marina acquisì il progetto, che continuò a fasi alterne, fino all’abbandono negli anni 20. Solo alla fine degli anni 30, l’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale e i progressi fatti da altre nazioni riaprirono le ricerche americane nel campo degli aerei teleguidati.

Lo sviluppo delle armi teleguidate

In Germania l’apparato militare continuò gli studi strategici sulle esperienze della prima guerra mondiale e promosse la ricerca scientifica sui sistemi di teleguida prima in incognito, per le ristrettezze economiche e le imposizioni del trattato di Versailles, poi apertamente con il riarmo Hitleriano. I tedeschi si avviarono sul filone delle telearmi lanciabili da terra, da navi, sganciabili da bombardieri: quindi svilupparono  per primi il filone dei “droni da attacco”. Ad esempio,  la Ruhrstal 1400X, conosciuta come Fritz X : si trattava di una bomba perforante con superfici telecomandate via impulsi radio a onde ultracorte costruita attorno ad una bomba convenzionale SC250, con capacità accresciuta  a 1.400 chili. Il sistema di comando sull’aereo madre consisteva di una impugnatura a cloche collegata a dei sensori di direzione: praticamente l’antenato del joystick moderno. La sua vittima più celebre fu la corazzata Roma della Regia Marina italiana, affondata tra il golfo dell’Asinara e le bocche di Bonifacio il 9 settembre 1943, mentre navigava assieme alla IX Divisione navale verso Malta per consegnarsi agli alleati, secondo le clausole dell’armistizio di Cassibile. Due telearmi lanciate da bimotori Dornier 217K che volavano a quota ben superiore al raggio di azione delle batterie antiaeree, perforarono i ponti corazzati, una centrò la santabarbara con precisione millimetrica causando l’esplosione della nave. Perirono 1.352 marinai. Era stata provata l’efficacia del radio controllo su oggetti capaci di una qualche portanza, quindi velivoli veri e propri. In realtà sia per limitazioni strategiche nell’uso volute da Hitler stesso, sia per deficienze nella tecnologia, le vittime furono poche lungo la guerra e l’ultimo utilizzo della Frtiz X fu contro i ponti sul Reno nel 1945 per impedirne la cattura da parte degli alleati.

Un fotogramma di un raro filmato della seconda guerra mondiale immortala il lancio di prova di un’arma teleguidata HS 293 da un bombardiere Heinkel 111 H6. Ancora pochi istanti e l’accensione del razzo propulsore renderà il velivolo comodamente controllabile dall’operatore d’arma sull’aereo madre.

Un fotogramma di un raro filmato della seconda guerra mondiale immortala il lancio di prova di un’arma teleguidata HS 293 da un bombardiere Heinkel 111 H6. Ancora pochi istanti e l’accensione del razzo propulsore renderà il velivolo comodamente controllabile dall’operatore d’arma sull’aereo madre.

Ancora più vicino all’idea che abbiamo oggi di velivolo radiocomandato fu la Henschel 293/294, dotata di un motore a razzo Walter 705, era radiocomandata dall’aereo lanciatore o da altro velivolo accompagnatore. Il raggio di azione era di ben 11 chilometri, fu l’antesignana dei missili guidati di oggi. Avrebbe dovuto equipaggiare estesamente i reparti antinave della Luftwaffe, ma la sua efficacia trovò grandi limiti nella tecnologia di radio controllo e nelle tattiche di combattimento. Interessò soprattutto gli alleati, che la studiarono e la sperimentarono a fondo dopo la fine della guerra: gli ingegneri tedeschi infatti avevano tentato lo sviluppo di versioni con guida acustica o addirittura televisiva. La sua struttura era simile alle V1, una delle “armi della vendetta” di Hitler e antenata dei missili da crociera attuali, i famosi Cruise, capace di lunghe navigazioni, fino a colpire l’obbiettivo a cui è stata indirizzata. Anche della Fieseler Fi 103, come tecnicamente si chiamava la V1, era stata ipotizzata una versione radioguidabile, ma i limiti delle possibilità tecnologiche del tempo ne resero obbligato lo sviluppo come arma autopilotata da un sistema di giroscopi e reostati autonomi. Nel pulsoreattore, una via di mezzo fra il turboreattore ed il razzo, la miscela carburante – ossigeno arriva nella camera di combustione non arriva in continuità a singoli getti sotto comando di valvole. Ne deriva che il motore produce un rumore che ricorda il ronzio cupo di un calabrone. Da cui il nomignolo drone, che in inglese indica l’esemplare maschio dell’ape. In realtà, altre fonti indicano l’origine di tale nomignolo nel rumore lamentoso dei piccoli motori a scoppio, impiegati  sui primi modelli di inizio secolo. Comunque, furono gli americani, impressionati dalle ricerche tedesche, a realizzare il progetto più interessante degli anni ‘40. La Swod Mk 9 Bat (pipistrello) fu impiegata alla fine del conflitto nel Pacifico. Di fatto era un piccolo aliante che veniva sganciato da un aereo madre, la cui guida era, in gergo tecnico, semiattiva. Ovvero per parte della discesa verso il bersaglio era controllata da un operatore sull’aereo madre, fino a che un piccolo radar nel muso del velivolo, vera originalità del progetto, agganciava il bersaglio e guidava l’arma fino all’impatto. Utilizzato fin ai primi anni 50, non fu particolarmente efficiente perché il radar veniva spesso ingannato dal profilo del suolo, ma fu utilissima per affinare I sistemi di doppio controllo remoto.

Un pattugliatore Consolidated PB4Y-2 Privateer della U.S. Navy in atterraggio su una base nel Pacifico mostra due velivoli da attacco teleguidati Bat appesi sotto le ali.

Un pattugliatore Consolidated PB4Y-2 Privateer della U.S. Navy in atterraggio su una base nel Pacifico mostra due velivoli da attacco teleguidati Bat appesi sotto le ali.

Bersagli per l’artiglieria

In Inghilterra dopo il primo conflitto mondiale si preferì accantonare l’esperienza sui velivoli teleguidati da attacco (o telearmi) per tornare a concentrarsi sui velivoli telecomandati per l’addestramento al tiro di artiglieri e mitraglieri, attività fondamentale ma particolarmente rischiosa: anche se I bersagli venivano trainati da una certa distanza e gli aerei erano dipinti con livree molto visibili, spesso si verificavano incidenti gravi. Il progresso nella riduzione delle dimensioni dei circuiti nei radio controlli permisero di sviluppare aerei totalmente controllati da terra, con ingombri contenuti e sistemi abbastanza facilmente trasportabili. In particolare, venne estesamente utilizzata una versione del biplano da addestramento De Havilland Tiger Moth, chiamata DH 28 Queen Bee (ape regina), acquistato da Royal Air Force e Royal Navy in 380 esemplari fin quasi all’inizio della seconda guerra mondiale. La manovrabilità dei velivoli e la relativa sicurezza dei sistemi radio permetteva un addestramento realistico dei militari, e gli aerei finalmente decollavano ed atterravano regolarmente in modalità telecomandata.

Inghilterra, metà degli anni ’30. Militari della Royal Air Force guidano un bersaglio volante “Queen Bee” a pochi metri dal suolo.

Inghilterra, metà degli anni ’30. Militari della Royal Air Force guidano un bersaglio volante “Queen Bee” a pochi metri dal suolo.

Negli Stati Uniti, lungo gli anni ’20 e ’30 la fine del primo conflitto mondiale e la grande crisi economica del 1929 di fatto limitarono l’interesse delle forze armate per I velivoli radiocomandati. A ravvivare l’interesse per queste tecnologie fu senza dubbio l’opera di Reginald Denny, anche lui inglese e reduce dei Royal Flying Corps della prima guerra mondiale. Emigrato negli Stati Uniti per cercar fortuna come attore, la trovò senza dubbio nella sua vecchia passione per i sistemi di controllo radio a distanza. Dapprima aprì un negozio dedicato ai primi appassionati di aeromodellismo dinamico, poi fondò la Radioplane Company, che proponeva bersagli guidati per le forze armate. I suoi sforzi si concretizzarono negli anni immediatamente prima del secondo conflitto mondiale, quando l’America si stava preparando a una guerra ormai  da molti considerata inevitabile, nonostante l’isolazionismo diffuso nella pubblica opinione. Il governo americano aveva deciso di dividere per sigle I velivoli a guida remota: posto che la lettera Q sarebbe stata presente nel codice di qualsiasi aereo non pilotato direttamente dall’uomo, OQ sarebbero stati i velivoli teleguidati puri, utilizzati per l’addestramento al tiro antiaereo o per gli operatori radar, come il piccolo aereo OQ 2, che Reginald Denny costruì per le forze armate americane in 15.000 esemplari e che di fatto era un modello in scala di un normale monoplano leggero da turismo. PQ avrebbe indicato velivoli che era possibile pilotare sia in maniera convenzionale, sia a distanza con radioriceventi e attuatori meccanici. La sigla AQ sarebbe stata riservata ai droni da attacco, come lo Swod Mk 9 Bat che abbiamo visto prima. Una definizione di ruoli e, di conseguenza, di linee di sviluppo delle macchine che ha sostanzialmente retto fino ad oggi nel panorama internazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, il vertiginoso progresso nell’elettronica e nell’ingegneria aeronautica ha permesso di creare droni in questo settore appartenenti a tutte le categorie, da quelli più simili a un modellino di aereo, ai veri e propri aviogetti propulsi da motori a reazione e capaci di prestazioni simili a un jet da combattimento. Diecine di modelli e centinaia di sottoversioni, con costi di acquisizione e gestione sempre più convenienti, che si sono succeduti in servizio nelle forze armate di moltissimi Paesi.

La guerra fredda e il ruolo “Sigint”, fino ai ruoli di combattimento attivo odierni.

Gli anni della guerra fredda videro l’ampliamento dell’uso dei droni anche nella ricerca aeronautica e nella sperimentazione di volo. Numerosi degli X plane statunitensi, ad esempio, sviluppati  assieme alla NASA per la ricerca sul volo ad altissima velocità e quota sono telecomandati. Tuttavia è l’abbattimento il 1 giugno 1960 di un aereo spia  Lockheed U2 e la cattura del pilota Gary Powers, ex militare dell’USAF arruolato nella CIA, a segnare un passaggio fondamentale. Il blocco sovietico aveva sistemi radar e telearmi (il missile antiaereo radar guidato SA2 Guideline) di efficienza impensabile e tutto rendeva prevedibile che ne stesse sviluppando parecchi altri. Sistemi d’arma tanto efficienti da rendere insicuro l’uso dei velivoli convenzionali per ricognizione strategica e….spionaggio vero e proprio. Lo sviluppo di un drone con queste capacità si rese al quel punto necessario: del resto anche dall’altra parte della cortina di ferro stanno facendo le stesse esperienze e le stesse riflessioni. La guerra del Vietnam e l’impegno nel sud est asiatico servirono come insostituibile campo di prova per l’ampliamento dei ruoli affidati ai velivoli senza pilota. L’industria statunitense Teledyne Ryan, specializzata nella produzione di drone da ricerca o bersagli volanti, sviluppò dall’AQM 34 Firebee (in inglese ape di fuoco…di nuovo gli insetti protagonisti) tutta una famiglia di velivoli lanciabili da terra o sganciabili dalle ali di un aereo madre, di solito un aereo da trasporto Lockheed DC 130 Hercules, con compiti di ricognizione strategica o di guerra elettronica (Signal Intelligence): questi velivoli difatti erano riempiti di apparecchiature per analizzare e disturbare le emissioni radio e radar del nemico, oppure per effettuare ricognizioni fotografiche. Il primo ciclo di queste missioni delicate fu svolto sulla Cina nel 1964, con ottimi risultati, ma anche con la perdita per abbattimento o avaria di numerosi esemplari. Così vennero sviluppate versioni via via più performanti. L’impegno americano nel conflitto del Vietnam vide un esteso uso degli UAV sul territorio Nordvietnamita e sul quello contiguo cinese. Tra il 1965 ed il 1973 USAF e US Navy svolsero oltre 34.000 ore di volo con i loro Ryan Firebee, portati a uno stadio sempre più avanzato e in grado di compiere missioni con le stesse prestazioni di un moderno jet da combattimento, anzi addirittura superiori. Alla fine del conflitto  l’AQM 34 e il velivolo trisonico Lockheed SR 71 erano gli unici aerei americani a poter violare lo spazio aereo comunista praticamente indisturbati.

In una foto dei primi anni 70, un Teledyne Ryan AQM 34 Firebee viene sganciato dall’ala di un DC 130 Hercules per iniziare un’altra missione di ricognizione profonda sul Vietnam del Nord.

In una foto dei primi anni 70, un Teledyne Ryan AQM 34 Firebee viene sganciato dall’ala di un DC 130 Hercules per iniziare un’altra missione di ricognizione profonda sul Vietnam del Nord.

Una sala di pilotaggio per RPV in una base militare americana. Da qui si possono condurre azioni di guerra potenzialmente su  tutta la superficie terrestre, senza alcun pericolo per i piloti.

Una sala di pilotaggio per RPV in una base militare americana. Da qui si possono condurre azioni di guerra potenzialmente su tutta la superficie terrestre, senza alcun pericolo per i piloti.

Le pesantissime perdite subite dalle forze aeree statunitensi, in termini di aerei abbattuti e di uomini uccisi o catturati in quasi dieci anni di combattimenti, raffrontati con le prestazioni sempre più spinte dei drone e i dati di perdite in continua diminuzione fecero sorgere spontanea a Washington la considerazione di affidare ai velivoli senza pilota anche una parte delle missioni di combattimento, dotandoli di armamenti e sistemi di puntamento adatti. Se contiamo che proprio durante quel conflitto apparvero per la prima volta le armi stand-off ad alta precisione, quali le Paveway a guida laser e le GBU 15 a guida televisiva, l’idea ha portato fino alle generazioni attuali di drone, impegnati estesamente nei conflitti cosiddetti “a bassa intensità”, contro un bersaglio sfuggente come il terrorismo internazionale: dopo l’11 settembre 2001 fu chiaro che gli scenari di un conflitto armato, nell’ambito della globalizzazione, erano del tutto cambiati. I drone odierni, con tutta la loro dotazione di apparati elettronici, la loro flessibilità di uso e la loro economicità di gestione, costituiscono sistemi d’arma competitivi contro le attività di guerriglia, come sperimentato in Iraq e Afghanistan. Per la prima volta, un pilota, seduto in una stanza a migliaia di chilometri dal velivolo che sta pilotando, con a sua disposizione le stesse avanzate strumentazioni di controllo (anche satellitare) che potrebbe avere su un jet da guerra e le armi di precisione più letali degli arsenali moderni, può colpire praticamente chiunque e dovunque sul globo terrestre. Un drone come il Global Hawk può volare ininterrottamente per più di 30 ore, il che addirittura permette di avvicendare nella missione più piloti che potranno godere così di turni di riposo. L’immensa capacità bellica, con un minimo carico, raggiunta da questi aerei però pone anche questioni di tipo morale e relative anche alle leggi di guerra internazionali. Ad esempio, un uomo che vede l’azione a cui sta partecipando, ma senza esserne coinvolto fisicamente, potrebbe esser tentato ad eccedere nell’uso del potere di distruzione che ha a disposizione? La sua posizione psicologica può portarlo spersonalizzare il suo ruolo, come se avesse a che fare semplicemente con un qualche tipo di gioco elettronico. Ed inoltre, il fatto che questi velivoli siano gestiti talvolta direttamente da agenzie governative non militari come la CIA (che può ordinarne l’impiego in azioni di precisione per l’uccisione di capi terroristici) come si pone circa la responsabilità nei frequenti “danni collaterali”, cioè la morte o il ferimento accidentale di persone estranee coinvolte in queste operazioni di controguerriglia? O nel caso vengano adoperati da governi senza troppi scrupoli? Il drone può essere il mezzo perfetto per compiere azioni al di fuori delle leggi internazionali minimizzando la possibilità di essere scoperti perché spesso si agisce in zone remote di un territorio. Molte organizzazioni umanitarie stanno denunciando le migliaia di vittime che questo tipo di operazioni militari stanno provocando. Ma non c’è solo la guerra in Afghanistan: lo stato di Israele è diventato uno dei primi produttori al mondo di drone ad uso militare, che utilizza esso stesso nelle azioni contro le milizie armate che lo tengono sotto assedio. E i drone oramai non sono più solo aerei: esistono ormai veicoli a controllo remoto anche terrestri e subacquei, costituiscono uno dei campi maggiormente in espansione per le aziende che producono mezzi in questo campo.

di Davide Migliore

 

Linkografia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Aeromobile_a_pilotaggio_remoto

http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_unmanned_aerial_vehicles

Pagine Wikipedia in italiano e inglese dedicate ai velivoli a pilotaggio remoto o automatico.

http://en.wikipedia.org/wiki/Archibald_Low

Archibald Montogomery Low, pioniere del telecontrollo dei velivoli.

http://temi.repubblica.it/limes/breve-storia-dei-droni/48678

Articolo di Alfredo Roma sulla rivista Limes, edizione online, 9.07.2013.

https://sites.google.com/site/uavuni/1910-s

Sito dedicato al mondo degli UAV-RPV.

http://flyingmachines.ru

Sito con archivio fotografico degli albori della rivoluzione aeronautica.

http://www.ausairpower.net/WW2-PGMs.html

http://www.ctie.monash.edu.au/hargrave/rpav_germany_hr.html

Siti tecnici con storia dei droni da attacco e delle “smart bomb”.

http://laguerradeidroni.it/

http://www.imerica.it/

Giovanni Colloni, Nicolas Lozito, Patricia Ventimiglia, Federico Petroni, sito ed e-book (gratuito) curati da quattro giovani ricercatori italiani.

http://ngm.nationalgeographic.com/2013/03/unmanned-flight/horgan-text

“Unmanned flight”, the National Geographic Society, march 2013.

http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista20.nsf/servnavig/23

“Con  I droni ed iI soldato digitale”, di Guido Olimpio, Gnosis Online, rivista italiana di intelligence, n. 3/2009.

http://www.rivistastudio.com/editoriali/politica-societa/guerra-playstation-droni/

“Ma i droni sognano civili elettrici’: la sindrome da playstation tra i piloti di velivoli a controllo remoto, articolo di Pietro Minto su Studio 9.

Bibliografia:

“Mach 1 – enciclopedia dell’aeronautica”, Volume 3°, p. 270 – 274 “aerei senza pilota”

EDIPEM Novara 1978, Copyright of Orbish Publishing Ltd, London.

Clashes, Air Combat Over North Vietnam 1965-1972.

Michael Marshall III, Naval Institute Press,1997. ISBN 978-1-59114-519-6

History of Radio-Controlled Aircraft and Guided Missiles

Delmer S. Fahrney (R. Admiral retired, U.S. Navy).

Robot Warriors. The Top Secret History of the Pilotless Plane

Hugh McDaid, Oliver David, Orion Media, 1997.

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