Categoria | Politica-Economia

Milizie cristiane contro l’Isis

Pubblicato il 21 aprile 2015 da redazione

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Il Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Karekin II e il Santo Padre, Papa Francesco.

Non sono piaciute ad Ankara le dichiarazioni di Papa Francesco durante la messa per il centenario del “martirio” armeno avvenuto nel 1915 ad opera della Turchia. «In diverse occasioni – ha affermato Bergoglio – ho definito questo tempo un tempo di guerra, una terza guerra mondiale “a pezzi”, in cui assistiamo quotidianamente a crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi, decapitati, crocifissi, bruciati vivi, oppure costretti ad abbandonare la loro terra».

Non è la prima dichiarazione del papa a suscitare clamore. Si ricordi il recente viaggio apostolico in Asia, durante il quale ammonì: «È vero che non si può reagire violentemente, ma se un mio amico dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno… È normale che succeda: non si può provocare, non si può insultare e prendere in giro la fede degli altri. Chi lo fa è un “provocatore”, giacché ogni religione ha la stessa dignità di esistere».

E ancora, nel corso dello stesso viaggio, circa la libertà di espressione: «Ognuno ha il diritto di praticare la propria religione, senza offendere, liberamente, e così vogliamo fare tutti, ma al tempo stesso non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, cioè in nome di Dio».

Non si risparmia nemmeno sul ruolo dei kamikaze: «Forse è una mancanza di rispetto, ma credo che in ogni attacco suicida c’è uno squilibrio mentale e umano: il kamikaze dà la propria vita, ma non la dà bene; i missionari per esempio danno la loro vita ma per costruire, quando si dà la vita per distruggere c’è qualcosa che non va».

Sottolinea, infatti, Jean-Louis de La Vaissière, vaticanista de l’Agence France-Presse (AFP), che l’Islam è diventato una priorità per la Santa Sede. L’obiettivo del cardinale Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso, e di Papa Francesco sarebbe che l’insieme dei musulmani responsabili prendesse posizione contro le violenze perpetrate dai terroristi islamisti. Secondo il giornalista, Bergoglio avrebbe dalla sua parte il fatto di non essere europeo ed essendo conosciuto a livello mondiale, di poter parlare più schiettamente.

Altro attore fondamentale di questa nuova diplomazia sarebbe il cardinale argentino Leonardo Sandri, l’addetto a gestire le relazione del Vaticano con le Chiese Orientali, storicamente divise da antiche diatribe. Per il Sommo Pontefice, la loro riconciliazione sarebbe un asso nella manica nella “guerra spirituale” contro il Medio e Vicino Oriente, in forza di quello che viene chiamato l’Ecumenismo della sofferenza. Un concetto già richiamato dal Santo Padre durante il suo incontro dello scorso anno con il Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Karekin II.

In quell’occasione, Bergoglio sottolineò come le sofferenze patite dai cristiani negli ultimi decenni avessero portato «un contributo unico ed inestimabile anche alla causa dell’unità tra i discepoli di Cristo»: così come nella Chiesa antica il sangue dei martiri divenne seme di nuovi cristiani, così ai nostri giorni il sangue di molti cristiani è diventato seme dell’unità. Un nuovo ecumenismo che rappresenta «un potente richiamo a camminare lungo la strada della riconciliazione tra le Chiese».

Eppure, la parola d’ordine della Santa Sede resta sempre “apertura”. Per questo, sono state create a livello locale fitte reti di parrocchie, associazioni, istituti e missionari che si relazionino con l’Islam, basti pensare all’Istituto Cattolico di Parigi che dal 2008 ha attivato dei corsi tra imam, responsabili musulmani e prelati cattolici.

 

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Cristiani Copti in preghiera.

 

Una risposta che, tuttavia, da un lato non sembra dare una soluzione univoca alle difficoltà di dialogo tra la religione cattolica e quello che si presenta come un mosaico di mondi musulmani, legati a influenze spirituali, culturali e geografiche estremamente eterogenee; dall’altra, non sembra neanche essere abbracciata dai membri della comunità. Evidenzia, infatti, Monsignor Michel Dubost che: «Laddove si dovrebbe fare uno sforzo per conoscere e investire sull’Islam, i candidati mancano. E la stessa reazione nei confronti del cristianesimo si ha all’interno delle comunità musulmane».

D’altronde, di fronte alle immagini, ai racconti e alle testimonianze delle esecuzioni perpetrate dai jihadisti in nome dell’Islam, sono moltissimi i cattolici che si schierano verso posizioni radicali.

Come mette in luce il sociologo francese Jean-Louis Schlegel: «Alla fine degli anni ’70 e ’80, quando l’immigrazione diventò problematica, i cattolici erano i primi a preoccuparsi dell’immigrato: la condizione dello straniero è sempre stato un tema importante della tradizione cristiana. (…) Ma oggi la maggior parte dei fedeli della Chiesa hanno la stessa reazione del resto del mondo: dopo aver resistito a lungo, sono esasperati. La violenza di una minoranza di musulmani li tocca».

 

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Sootoro.

Sootoro.

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Sutoro.

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Dwekh Nawsha.

 

Come si difende l’Africa cristiana dall’Isis?

Se questa sembra essere la risposta che arriva dall’Occidente, diametralmente opposto è  lo scenario della guerriglia in Medio Oriente e Africa.

Non sono isolati i fenomeni spontanei di “milizie cristiane” nate a protezione delle città di fronte all’avanzata dell’Isis, in assenza di un sostegno diretto da parte delle forze internazionali. Si badi bene, fenomeni nati con l’intento di proteggere le città invase o minacciate e pertanto non finalizzati a compiere operazioni di guerriglia.

I principali gruppi sarebbero: Dwekh Nawsha in Iraq, Sootoro e Sutoro in Siria.

Il primo è un gruppo combattente di autodifesa (Dwekh Nawsha significa letteralmente “pronti al sacrificio”) formato da membri del popolo assiro.

Il gruppo è sorto in risposta all’invasione della città irachena di Mossul, collocata sulla costa occidentale del fiume Tigri e punto strategico per attaccare la città cristiana di Ninive. In questa regione, al pericolo di estinzione religiosa si aggiungono un pericolo di estinzione etnica, del popolo degli Assiri, e linguistica, dell’aramaico. Lo scorso agosto, sempre in Iraq, Daesh (denominazione siriana di “Stato islamico”) aveva catturato Qarakosh, la più grande città cristiana dell’Iraq. Subito dopo l’abbandono dei militanti curdi 50mila cristiani furono costretti ad abbandonare la città e a trovare riparo nel campo di Dohuk, con difficoltà di integrazione aggravate ancor più dalla lingua, poiché i cristiani iracheni parlano arabo, non curdo. Una risposta, quella di Dwekh Nawsha, che sebbene tenti solo di “resistere” al conflitto, potendo contare unicamente su un centinaio di uomini, armi leggere e pochi mezzi di trasporto, sta ricevendo il sostegno finanziario e politico da parte di tutta la diaspora assira (infatti, ad oggi su 4,5 milioni di assiri nel mondo, meno di un milione vive ancora nella zona d’origine, tra la Siria e l’Iraq). Non solo, anche le Forze Libanesi, movimento politico autonomo sopravvissuto dopo la fine della guerra civile libanese, sembra aver offerto addestramento militare al gruppo di resistenza.

Risposte simili alla minaccia dell’Isis arrivano dalla Siria: l’Ufficio di Protezione Siriaco (noto come Sootoro) e l’Ufficio di Sicurezza Siriaco (conosciuto come Sutoro).

Due gruppi nati con lo stesso obiettivo, ma con orientamenti “politici” differenti: il primo, composto da membri della comunità siriaca ed assira, composto anche da armeni, è affiliato alla Commissione Civile di Pace della Chiesa Siriaca Ortodossa, allineato con il Partito Democratico Assiro, sostenitore di Bashar al-Assad e presente solo nella città di Qamishli. Il secondo, invece, sostiene gli oppositori al governo di al-Assad e nasce in seno al Partito di Unione Siriaca (SUP) come milizia di auto-difesa, composta da volontari che cooperano e si addestrano con le Unità di Protezione del Popolo curde (Ypg).

Ebbene, risposte apparentemente molto differenti da quelle della Chiesa cattolica dell’Occidente, che nascono dall’esasperazione, ma che pongono una domanda fondamentale: come reagire e al contempo restare fedeli ai valori cristiani?

di Giulia Pavesi

 

Linkografia:

–          http://www.osservatoreromano.va/it/news/ecumenismo-della-sofferenza-ita

–          http://www.linkiesta.it/genocidio-armeno-vaticano-papa-francesco-turchia

–          http://thefielder.net/01/12/2014/dwekh-nawsha-le-milizie-cristiane-che-combattono-lisis/

–          http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=51490

–          http://www.lastampa.it/2015/04/06/esteri/siria-lisis-distrugge-una-chiesa-cristiana-cvYC7a3FdYznUSdqrQ98eP/pagina.html

–          Dossier del settimanale francese Le Point, 5 marzo 2015, “Leschrétiens face à l’Islam”.

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