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Alessandrina Ravizza, la Signora dei Disperati

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Alessandrina Ravizza, la Signora dei Disperati

Pubblicato il 26 ottobre 2015 by redazione

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ALESSANDRINA RAVIZZA

Il suo tempo, la sua città, il suo impegno

27 ottobre, 11, 21 e 25 novembre 2015

Ciclo di incontri in occasione della pubblicazione de

La signora dei disperati”

nel centenario della scomparsa di Alessandrina Ravizza

In collaborazione con:

Comune di Milano, Expoincittà, Unione Femminile Nazionale,

Università di Milano, Cooperativa Raccolto

Per celebrare il centenario della scomparsa di Alessandrina Ravizza, la signora dei disperati (questo il titolo del volume in uscita nella collana RaccoltoEditore-Umanitaria), la Società Umanitaria organizza un ciclo di quattro incontri costruendo un simbolico “itinerario” attraverso i luoghi dove la grande benefattrice era solita “avvincere le anime”, e costruire dal nulla istituti ed organismi di cura, di assistenza e di (ri)educazione: dalla Cucina per malati poveri alla Scuola-Laboratorio annessa all’Ospedale sifiliatrico, dall’Università Popolare alla Casa di Lavoro per disoccupati.

Lo spazio dell’ex Diurno (a pochi metri di distanza dalla casa di Anna Kuliscioff, a cui la Ravizza era legata da profonda amicizia) diventa così il luogo ideale per cominciare questo itinerario del dolore e della rinascita, dell’assistenza concreta e dell’emancipazione sociale: il ciclo proseguirà poi con un incontro all’Unione Femminile, uno in Umanitaria e uno a Inverno, nel Padiglione d’Inverart, che richiama alla memoria l’Esposizione d’Arte Libera voluta da Alessandrina nel 1911.

Un mosaico di incontri per ripercorrere e raccontare l’impegno profuso negli anni per la sua città (che le intitolò il parco dietro l’Università Bocconi) e per il suo popolo (che la chiamava “contessa del brodo”), il popolo di miserabili, reiette e ladruncoli, da cui la tradizionale beneficenza elemosiniera si teneva spesso alla larga. Lei no. Con quegli occhi penetranti che incutevano rispetto, lei non aveva paura di nulla, nemmeno di scontrarsi con la disperazione più nera, di accovacciarsi tra prostitute e ammalate di sifilide e di prendere sotto la sua protezione i piccoli manigoldi che preferivano il coltello al gioco della palla. Perché le promesse, Lei, le manteneva, a costo di mettere in gioco la propria salute (“è morta sul lavoro. In questo anno di infiniti dolori e di miserie senza fine”, scrisse di lei Augusto Osimo, il giorno della scomparsa, il 22 gennaio 1915), pur di riportare a vita dignitosa esistenze smarrite considerate senza più valore.

Una figura antesignana della moderna concezione della politica sociale, il cui nome – dal 2 novembre – sarà iscritto nel Famedio, il Pantheon dei Grandi della città di Milano, per il contributo dato alla crescita della città.

Per informazioni: Società Umanitaria, tel. 02 5796 831 – info@umanitaria.it

Ufficio Stampa: Daniele Vola, tel. 02 57968371

Calendario e Programma

27 ottobre 2015, ore 17.30

Expoincittà Lounge Diurno Elita (ex Cobianchi), Piazza del Duomo 19a

La Signora dei Disperati. Alessandrina Ravizza nel centenario della scomparsa

In occasione della pubblicazione del volume “Alessandrina Ravizza, la signora dei disperati”,

a cura di Giuliana Nuvoli e Claudio A. Colombo

con: Filippo Del Corno, Giuliana Nuvoli, Salvatore Veca.

Letture di: Rino Curci e Milena Conforti

Dopo il suo passaggio, Milano non fu più la stessa. Si chiamava Alessandrina Massini, passata alla storia col cognome del marito, Ravizza, e fu un esempio di azione rapida e concreta, che non si lasciò ingabbiare da leggi miopi e dalla burocrazia, per il bene di diseredati, reiette e ladruncoli, i miserabili che sino ad allora erano raggiunti solo dalla tradizionale beneficenza elemosiniera.

A cento anni dalla scomparsa riscopriamo Alessandrina Ravizza, la signora dei disperati, una donna che “sapeva avvincere le anime”, e costruire dal nulla istituti ed organismi di cura, di assistenza e di (ri)educazione: dalla Cucina per malati poveri all’Ospedale sifiliatrico, dall’Università Popolare alla Casa di lavoro per disoccupati.

Così la ricordava l’amica Sibilla Aleramo, su “L’Unità” dell’1 agosto 1946: “Vivendo tradusse la sua anima, con un vigore, una tenacia, una passione, un’originalità non inferiori a quelle adoperate da un Michelangelo nel lungo esercizio del proprio genio. (…) Venne subito assalita dalla necessità imperiosa di agire, di non passare oltre: un senso di responsabilità s’era destato nella sua coscienza e non lasciò mai più di tormentarla”.

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Dopo il suo passaggio, dopo le sue lotte, Milano non fu più la stessa. Si chiamava Alessandrina Massini, passata alla storia col cognome del marito, Ravizza, e fu un esempio di azione rapida e concreta, che non si lasciò ingabbiare da leggi miopi e dalla burocrazia, per il bene di diseredati, reiette e ladruncoli, quel “quarto stato”, i miserabili, raggiunti, sino a quel momento, solo da una tradizionale beneficenza elemosiniera.

Lei era diversa. Con quegli occhi penetranti che incutevano rispetto, non aveva paura di nulla, nemmeno di scontrarsi con la disperazione più nera, di accovacciarsi tra prostitute e ammalate di sifilide e di prendere sotto la sua protezione i piccoli manigoldi che preferivano il coltello al gioco della palla. Bastava poco. Uno sguardo, un sorriso luminoso e una stretta di mano, “ch’era di pietà, fiducia e promessa insieme”. Perché le promesse, Lei, le manteneva, a costo di mettere in gioco la propria salute, in nome dei diritti naturali universali, propri di ogni essere umano.

“[…] La Ravizza ha basato la sua azione sul principio che la natura umana è universale, e che i diritti di ogni uomo sono una forma di diritto naturale. Ha applicato la concezione moderna sui diritti umani, secondo la quale è in virtù della nostra dignità in quanto esseri umani che li possediamo, anticipandola nella prassi quotidiana. Così ha disatteso le leggi fatte dall’uomo ogni volta che esse si mostrassero incoerenti con i diritti di ogni singolo individuo. È stata molto più lungimirante, insomma, dello stesso movimento socialista che, per decenni, non seppe scrollarsi di dosso distinzioni di genere, di stato sociale, di categorie.

Non c’era luogo, non c’era via di questa città, non c’era barbone o senzatetto che, tra la folla, non riconoscesse il suo incedere (che negli anni si sarebbe fatto incerto) e che non fosse oggetto delle sue attenzioni; era “sempre lanciata nella vita, come in una corsa impetuosa, a passo di bersagliere”. Ospedali, carceri, sifilicomi, tuguri, strade maleodoranti: non v’era luogo dove non arrivasse e portasse un cambiamento. In questo fu rivoluzionaria: al superficiale conforto delle dame, sostituì un salutare mutamento di stato, nel nome di quei diritti che, nell’Ottocento milanese, erano ancora una nebulosa informe.

[…] Nacquero così la Cucina dei malati poveri, l’Ambulatorio medico, la Scuola-laboratorio del sifilocomio di via Lanzone, l’Università Popolare, la Casa di Lavoro per disoccupati. Uno stradario del dolore (e del riscatto sociale), dove emerge una straordinaria opera di carità e di assistenza, in ogni angolo di Milano, anche “il più lurido, più disaccentrato, covo della malavita”, come il Bottonuto (nei dintorni di Piazza del Duomo), dove non era consigliato addentrarsi. Accorgimento praticato dalla gente “per bene”, ma non da lei, che “col suo mantelletto stinto, col suo boa spelacchiato intorno al collo, con quel suo passo pesante di donna grassa, ansando un poco per la fatica, ma tutta alacre e lieta di compiere ancora una volta un’opera utile”, si aggirava di giorno e di sera anche in quelle viuzze strette, nella semioscurità promiscua, tranquilla come se fosse nel salotto di casa propria. “Sulla porta di certe case, certe donne, sorprese a scambiarsi nel loro gergo laido turpi epiteti, si ritraevano vergognose; i locch le facevan di cappello e, a esprimerle la loro gratitudine, le cedevano il marciapiede”.

11 novembre 2015, ore 17.30

Unione Femminile Nazionale di Milano, Corso di Porta Nuova 32

All’interno del progetto “Milano si fa storia” promosso da Comune di Milano e dalla rete Milano si fa storia

“Donne di cuore per MIlano: Laura Solera Mantegazza, Ersilia Majno, Linda Malnati, Alessan

drina Ravizza”

con: Giuliana Nuvoli, Fiorella Imprenti, Angela Maria Stevani.

Letture di: Rino Curci e Milena Conforti

Una delle caratterizzazioni più vibranti di Alessandrina è quella di Ada Negri: “Visse ossessionata dal dolore degli altri. Odiava il dolore. Mentre i più chiudono gli occhi per non vederlo, ella spalancava bene i suoi per scoprirlo”. Lo aveva imparato da un’altra grande figura milanese, Laura Solera Mantegazza, la mitica filantropa (già fervente patriota risorgimentale) che esercitò una possente influenza sulla vita di tante giovani donne, tra cui anche Alessandrina, rivelandola quasi a se stessa, “orientandola verso il cammino dal quale ella non doveva più deviare” (sempre Ada Negri). Parlare di Lei nella sede dell’Unione Femminile permette di rievocare le battaglie e l’impegno di tante altre figure che incrociarono la loro vita con quella della fautrice della Cucina economica per i poveri, in quello scorcio di secolo tra fine ‘800 e i primi del ‘900, quando videro la luce la Scuola Professionale Femminile, l’Unione Femminile, l’Asilo Mariuccia.

Tra le tante grandi donne di cuore che seppero far diventare il movimento emancipazionista una realtà viva ed edificante, ne sono state scelte quattro (ma ce ne furono tante altre, da Anna Kuliscioff a Elisa Boschetti, a Camilla Del Soldato), tutte con l’iniziale del loro cognome con la lettera M, come la città in cui operarono: Laura Mantegazza, Ersilia Majno, Linda Malnati, Alessandrina Massini (poi Ravizza). Donne caparbie, coraggiose, pronte a tutto pur di difendere “l’altra metà del cielo” dalle ipocrisie e dalle miserie morali che una grande città sapeva nascondere così bene sotto il suo splendore, capaci di educare operaie analfabete e donne di strada, creando in esse il senso della dignità e del diritto.

Per informazioni: Unione Femminile Nazionale, tel. 02 6599190

Inveruno. 21 novembre 2015, ore 17.00

Inverart. Padiglione d’Arte Giovane, via Manzoni 10

“Umberto Boccioni e Alessandrina Ravizza.

La Milano che sale dalla miseria più nera”

con: Francesco Oppi, Presidente Cooperativa Raccolto

Paola Signorino, storica, tutor di Storia contemporanea (Università Bicocca – Milano)

Letture a cura della Cooperativa Raccolto

Per il terzo, e penultimo incontro del ciclo su Alessandrina Ravizza, si è scelta una sede particolarmente indicata; per le sue linee-guida, per lo spazio fuori dal comune e per la libera partecipazione, il Padiglione di Inverart è l’espressione più vicina all’esperimento della Ravizza, che all’inizio del 1911 si trovò a collaborare fianco a fianco con due giovani futuristi, Umberto Boccioni e Carlo Dalmazzo Carrà, il maestro del Liberty Alessandro Mazzucotelli (già docente alle scuole d’arte dell’Umanitaria), lo scrittore Ugo Nebbia, insomma “i soliti sognatori che sempre credono in una umanità assetata di ideali”.

L’idea era quella di organizzare non una delle solite esposizioni d’arte, privilegio di pochi (in mano alla burocrazia, all’accademia e all’affarismo), ma di dar vita alla prima Esposizione d’Arte Libera in Italia (un esperimento analogo si faceva a Parigi con il “Salon des Indépendants”), aperta a tutti, invitando “quanti intendono affermare qualche cosa di nuovo, lungi da imitazioni e contraffazioni, e quanti tentano esprimersi diversamente da ciò che è comune e convenzionale”. RISULTATO? All’Esposizione (svoltasi nell’ex stabilimento Ricordi) parteciparono circa 400 persone con oltre 800 opere: il gruppo di Boccioni e altri artisti di fama (Baldassarre Longoni, Serafino Macchiati, Leonardo Dudreville, Vittore Grubicy, Aldo Carpi), illustratori e cartellonisti, ma anche scalpellini, decoratori, operai generici, perfino bambini. Una scelta forte e decisa per colpire l’accademismo imbalsamato, ieri come oggi.

25 novembre 2015, ore 17.30

Società Umanitaria, Sala Facchinetti

“Ridare coi fatti dignità di vita”

Convegno in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

A conclusione del ciclo di incontri su “Alessandrina Ravizza. Il suo tempo, la sua città, il suo impegno”, la Società Umanitaria organizza un convegno in cui si parlerà – dati alla mano – di donne, di violenza, di diritti negati, temi e situazioni che anche all’inizio del secolo scorso videro Alessandrina Ravizza in campo per difendere e assistere i “paria sociali” del tempo, attraverso strutture sociali dove si cercava di “ridare coi fatti dignità di vita” (dalla Cucina per ammalati poveri alla Scuola-laboratorio per donne e bambini sifilitici, alla Casa di Lavoro dell’Umanitaria). Dopo un sintetico affresco storico su cosa si faceva a Milano nei confronti di disoccupati, prostitute, ladruncoli, il convegno entra nel vivo e, con il contributo di esperti ed operatori sociali, analizza la situazione odierna, argomentando da diverse prospettive il fenomeno dilagante della violenza alle donne.

Il convegno è accreditato dall’Ordine dei Giornalisti per la formazione continua con il riconoscimento di 2 crediti.

Al convegno partecipano: Alessandra Kustermann, Direttore del Pronto Soccorso Antiviolenza del Policlinico – Francesca Garisto, avvocato, VicePresidente Casa delle Donne Maltrattate di Milano – Anna Introini, giudice, Presidente del Tribunale di Como, già Presidente della Sezione IX del Tribunale di Milano (Reati contro i soggetti deboli) – Paola Signorino, storica, tutor di Storia contemporanea (Università Bicocca – Milano).

Modera la giornalista Paola D’Amico (Corriere della Sera).

Per informazioni: Società Umanitaria, tel. 02 5796831 – info@umanitaria.it

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