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Hikikomori: mi nascondo per dirti che esisto

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Hikikomori: mi nascondo per dirti che esisto

Pubblicato il 04 marzo 2018 by redazione


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“Hikikomori”: “ritiro”, “isolarsi”, “stare in disparte”, un termine Giapponese dal suono dolce che sta’ ad indicare una realtà terribile e angosciante. Il fenomeno degli adolescenti e pre-adolescenti giapponesi che si ritirano dalla vita sociale e si chiudono nelle proprie stanze, tagliando i ponti col mondo, persino con i propri familiari e intrattenendo unicamente relazioni interpersonali online. Un confinamento volontario e muto, che rifiuta la vita e utilizza come unica finestra aperta sul mondo, l’ambiente virtuale e le tecnologie digitali. Il Ministero della Salute giapponese definisce “hikikomori“ coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo che supera i sei mesi, mentre il livello del fenomeno varia su una base individuale: nei casi più estremi alcune persone rimangono isolate per anni o anche decenni. Un’ altra caratteristica è data dal fatto che essi, vivendo nel loro mondo chiuso e disorganizzato, sono spesso molto trasandati sia nell’aspetto che nelle abitudini, hanno un ritmo sonno veglia totalmente sballato, sono disordinati e mangiano in modo irregolare. Per ridurre al minimo i rapporti sociali evitano gli orari della giornata durante i quali le altre persone sono attive, per cui dormono per buona parte del giorno e “vivono” online di notte, uscendo dalla stanza soltanto a notte inoltrata, quando la maggior parte delle persone dorme, per acquistare cibi pronti nei “Konbini”, i supermercati aperti 24 ore su 24, e riuscire a nutrirsi, chiusi nella loro stanza, senza contatti con i familiari, neppure durante i pasti quotidiani.

Il disturbo non si presenta comunque da solo ma, come tutte le patologie psicologiche, è poi in comorbilità con altri tipi di disturbi come: “Agorafobia”,
”Sindrome di Asperger”, “Disordine da deficit dell’attenzione”,
”Disordine dello spettro autistico”,
”Disturbo di personalità evitante”, “Sindrome da avanzamento di fase nel sonno”,
”Depressione”,
”Distimia”,
”Disturbo post traumatico da stress”,
”Disturbo schizoide della personalità”,
”Mutismo selettivo”,
”Ansia generalizzata” o “Fobia sociale”, che potrebbero essere compresenti sin dall’inizio, scatenanti o derivanti dall’isolamento.

La diffusione del fenomeno è esplosa in Giappone negli ultimi 15 anni e alcuni affermano che circa un milione di giapponesi ne siano coinvolti, praticamente l’1% della popolazione. Stime più caute, e più realistiche, parlano di un range compreso fra 100.000 e 320.000 individui.
Il primo a parlarne e che coniò il termine “hikikomori“, fu il dottor Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, che si rese conto di una similarità sintomatologica con adolescenti che presentavano le medesime problematiche; oggi, in Giappone, Saito è considerato il maggior esperto in merito. Sebbene in questi ultimi anni siano proliferati saggi volti a dimostrare l’associazione con altre patologie simili, diffuse anche nei Paesi Occidentali, in realtà il disturbo in questione presenta caratteristiche specifiche e una propria configurazione socio-culturale.

Innanzitutto rispetto a altri quadri di isolamento e depressione, vi è qui un elemento peculiare: la dipendenza da Internet e l’ipertecnologizzazione. La caratteristica principale è infatti la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quello mediati da Internet. Ciò porta a un paradosso perché si configura spesso come una contraddizione in termini: la persona rifiuta solo i rapporti personali fisici, mentre, se mediati dalla rete, passa addirittura la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo (dalle chat fino ai videogiochi online). Ciò comporta un’altra distinzione, rispetto a chi è coinvolto in attività virtuali per passione, come gli Occidentali “nerd” o “geek” o in Giappone gli “otaku”, qui il movente principale è la mancanza di contatti col mondo esterno, per cui la dipendenza non è una causa, ma una conseguenza e sottolineano che l’aspetto fondamentale del fenomeno è marcatamente socio-culturale e quindi inestricabilmente connesso con le ipotesi causali.

Perché proprio il Giappone?

Il malessere umano per dispiegarsi si serve degli strumenti che la società gli offre e questo avviene sempre entro uno specifico assetto culturale e in un determinato momento storico. In questo senso ogni disagio dell’uomo è sempre in un certo senso “sociale”, ma questa dinamica è ancora tanto più evidente per quelle patologie che segnano un’epoca e diventano espressione delle problematiche intrinseche della società dove si manifestano. Ogni cultura ha la sua funzione e quindi anche le sue dis-funzioni. Come l’isteria nel ‘800, la tossicomania degli anni ’80 o oggi l’anoressia nei Paesi Occidentali, così anche il fenomeno degli “hikikomori” è quindi una sindrome culturale. James Roberson, antropologo culturale al Tokyo Jogakkan College ed editore del libro “Uomini e mascolinità nel Giappone contemporaneo” punta il dito su un particolare atteggiamento giapponese nei confronti del successo personale e della competitività sociale, riservata in modo molto definito al genere maschile, dal momento che in Giappone i ruoli di genere sono molto più rigidamente definiti che nei Paesi Occidentali. Per cui si ritiene che l’80% degli “hikikomori” siano maschi perché la richiesta socioculturale nei confronti delle ragazze non è la medesima (nella direzione della realizzazione lavorativa e interpersonale), per cui una giovane che vive ritirata e rifiuta i rapporti sociali non allarma la famiglia e riduce le richieste d’aiuto, dal momento che ciò che “si richiede” ad una donna è in un certo senso (anche se non in maniera così consistente) proprio un maggior investimento sull’interno. Per cui, anche se la sintomatologia è la stessa, l’incidenza fra le femmine è sottostimata perché si tratta di un aspetto che “socialmente crea meno problemi”.

La cultura nipponica è fortemente improntata all’autorealizzazione e consistenti pressioni sociali pongono marcatamente l’accento sull’importanza dell’impegno, dell’impiego in un’attività, del lavoro volto al raggiungimento del massimo risultato possibile, a prezzo di qualsiasi sforzo. Il fantomatico successo non può però essere raggiunto con una modalità che si discosti dalla norma; la cultura giapponese è infatti anche fortemente conformista e omologante e vede come negativo tutto ciò che è critico, divergente, creativo, eccezionale. Il percorso deve essere preciso e lineare (quello segnato per te già da qualcun altro) e non esistono altri modi per raggiungere la meta e soprattutto, la meta è solo una, uguale per tutti e non raggiungerla significa fallire totalmente. Una delle massime giapponesi è: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”. I giovani “in ritiro” sono infatti spesso molto intelligenti e creativi, quasi a voler dire che l’unico modo per affermare la propria identità, dire “io ci sono” e “io sono così”, sia nascondersi e fuggire dallo sguardo omologante degli altri. Non per niente il ritiro, che procede in modo graduale e può pervadere più o meno aree, incomincia quasi sempre con il rifiuto e la paura di andare a scuola; ambiente dove si possono vivere veri e propri anni da incubo e subire gravissimi episodi di bullismo e maltrattamenti da parte di insegnanti e compagni. Ecco quindi che la ribellione verso questo mondo di regole molto rigide, la rabbia e il rifiuto di un sistema, il porre obiezione nei confronti del posto che gli è stato assegnato, si esplica per l’adolescente giapponese in questa modalità silenziosa e automutilante di protesta. Laddove esiste un sistema, una cultura e una società, c’è sempre un problema di adattamento ad essa correlato, in particolar modo per quanto riguarda l’età adolescenziale, dove la ribellione è fisiologica. Medesimi possono essere i problemi, diverse le risposte dell’adolescente, che se in Occidente può passare per un “rumoroso” abuso di sostanze o comportamenti alimentari disorganizzati, qui attua una protesta silenziosa che si avvale di forme mute, forse in risposta ad un’altra importante caratteristica della cultura giapponese: l’estrema attenzione data alla reputazione e alle apparenze esteriori che sono importantissime. L’emozione sociale caratterizzante infatti le società orientali collettiviste, come quella giapponese e cinese, è infatti la vergogna, in contrapposizione all’Occidentale e individualistica colpa; la vergogna è infatti nei confronti di un “esterno” disagio rispetto allo sguardo giudicante degli altri per non aver corrisposto agli standard. Di fronte allo sguardo degli altri gli “hikikomori” fuggono, si ritirano e fanno quindi di tutto per non essere visti. E la società Giapponese, con il suo l’ipertecnologismo, fornisce loro un potentissimo strumento per creare questa paradossale vita nella “non-vita”, o meglio nella “vita alternativa” e per mettere in scena il rifiuto di affrontare la vita e l’amore, con tutti i rischi che essi comportano. Secondo alcuni l’ipertecnologizzazione del Paese ha un ruolo nella diffusione del fenomeno: i giovani giapponesi sarebbero eccessivamente immersi in mondi di fantasia fatti di manga, televisione, videogame e internet, tanto da perdere, in breve tempo, i contatti con la realtà.

http://www.youtube.com/watch?v=r0Z2IJuS5Ks&feature=fvwrel

hikikomori

Un’altra ipotetica con-causa è individuabile nell’assetto della famiglia giapponese, abbastanza tradizionale per quanto riguarda la divisione dei ruoli di genere, vede spesso un padre totalmente assente e completamente improntato all’esterno e assorbito dal lavoro e una madre con un eccessivo investimento alla cura della famiglia e dei figli; ed è proprio nella particolare dinamica che si instaura tra madre e figlio che il dottor Saito individua una base comune fra gli individui che presentano tale sintomatologia. Infatti l’oppressione e il soffocamento perpetuato da queste madri nei confronti dei figli fa sì che si verifichi una particolare collusione fra i due che si declina più o meno così: in pratica la madre, convinta intimamente che sia meglio avere un figlio chiuso in casa, piuttosto che in giro “a farsi del male”, per il livello di ansia che provoca in lei la perdita del controllo sulla vita del figlio, lo “spinge” inconsapevolmente all’isolamento, di modo da evitarle preoccupazioni. La maggior parte dei genitori aspetta molto a lungo prima di chiedere aiuto, nella speranza che il figlio superi questa fase da solo e la relativa capacità economica della classe media consente inoltre ai genitori di mantenere in casa un figlio adulto indefinitivamente, a fronte invece delle famiglie a basso reddito, laddove i giovani sono costretti a lavorare fuori di casa se non finiscono la scuola e per questa ragione l’isolamento, se mai ha inizio, termina  precocemente. Si crea così tutto un assetto contestuale che inconsciamente contribuisce al perpetuarsi del “sintomo”, piuttosto che al suo superamento.

Anche se il fenomeno descritto in questi termini è tipicamente Giapponese e particolari assetti sociali riguardano unicamente la società nipponica, quadri simili si stanno individuando anche in altre parti del mondo e sono stimati sindromi di isolamento e rifugio nel mondo virtuale, con sempre maggior consistenza, anche nei Paesi Occidentali e in Italia; il punto di maggior rilievo nella previsione di un’insorgenza sembra essere proprio questa tipologia di relazioni familiari, genitori iperprotettivi e uno stretto rapporto con la madre.

 

Centro recupero Hikikomori

Per quanto riguarda il recupero e la remissione del disturbo, sempre possibile, sono stati messi in atto in Giappone due tipi di trattamento e supporto, sintetizzabili in due grandi categorie: l’approccio medico-psichiatrico che consiste nel trattare la condizione come un disordine mentale o comportamentale con il ricovero ospedaliero, sessioni di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci; e l’orientamento alla risocializzazione che guarda al fenomeno  come a un problema  di socializzazione piuttosto che come a una malattia mentale. L’”hikikomori” viene quindi allontanato dall’ambiente  della casa d’origine e ospitato in una comunità alloggio in cui sono presenti altri “hikikomori”.
 Lì viene incoraggiato a reintegrarsi attraverso diverse attività quotidiane condivise. Questo approccio consente all’ ”hikikomori” di rendersi conto di non essere solo, oltre a fornirgli esempi viventi di miglioramento e “guarigione”. Da sottolineare che le due linee non necessariamente sono da intendersi in contrasto, ma possono subire un’integrazione di vari aspetti appartenenti all’una e all’altra.

Infine è possibile svolgere anche un’opera di prevenzione data da un sensibile ascolto da parte dei genitori nei confronti dei bisogni e delle richieste dei figli e un attento monitoraggio dei piccoli segnali che precedono l’isolamento (che ricordiamo è sempre graduale) e che se adeguatamente letti, sono latenti richieste d’aiuto da parte dell’adolescente.

In fondo nascondersi può voler spesso dire “desidero che mi cerchi”.

di Arianna De Batte 

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BAP KENNEDY

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BAP KENNEDY

Pubblicato il 15 aprile 2012 by redazione

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‘The best singer songwriter I ever saw’ – Steve Earle.

(l’ex Energy Orchard canta la musica irlandese, prodotto da Mark Knopfler)


 dal 13 al 20 Luglio/Autunno 2012

Per molti cantautori del pianeta, l’idea di collaborare con Mark Knopfler resterebbe nel campo della fantasia. Ma per Bap Kennedy si tratta solo dell’ultimo anello di una lunga catena di progetti con personaggi di alto profilo, leggende musicali degne del massimo rispetto. Per un uomo che ha lavorato con Steve Earle e Van Morrison, giusto per fare qualche nome, l’offerta di registrare un disco nello studio privato del frontman dei Dire Straits è stata un’ulteriore pietra miliare. The Sailor’s Revenge, l’album scritto da Kennedy e prodotto da Knopfler mostra una capacità compositiva che cresce ad ogni ascolto, grazie anche, e non poteva essere diversamente, all’inconfondibile, deliziosa chitarra di Knopfler e alla sua produzione a tutto campo.

Il primo contatto di Bap con l’industria discografica è in qualità di chitarra ritmica, voce e scrittura dei pezzi per i rockers di Belfast Energy Orchard, con cui registra cinque album. Quando la band lascia Belfast, diventerà una delle leggende della scena live londinese.

Ed è proprio mentre è negli Energy Orchard che Kennedy si trova a collaborare col compatriota Van Morrison, che dà al gruppo la possibilità di aprire i suoi concerti nei tumultuosi tour tra Europa e Stati Uniti.

Allo scioglimento degli Energy Orchard, Bap ha poco tempo per riposarsi, visto che la superstar del country alternativo, e loro fan di lunga data, Steve Earle, lo contatta subito proponendosi quale produttore del suo primo album. Kennedy è ovviamente d’accordo e ben presto si trova su un aereo per Nashville, Tennessee, dove registra Domestic Blues. Earle parla di Bap come “Il miglior compositore di canzoni che abbia mai sentito”, e nel disco appaiono molti nomi di primo piano della scena di Nashville, tra cui Jerry Douglas, Peter Rowan e Nanci Griffith.

L’album è un successo, tra i primi dieci nella classifica “Americana” di Billboard. La canzone di Kennedy Vampire entrerà nella colonna sonora della pellicola hollywoodiana Conta su di me – che si aggiudica due premi al prestigioso Sundance Film Festival e riceve due nomination per gli Oscar – mentre tre canzoni dell’album saranno utilizzate per il classico cult Southie.

Il successivo Lonely Street è un progetto artistico basato su, e dedicato a due eroi musicali dell’infanzia di Bap: Hank Williams e Elvis Presley. Musica per amore della musica, che si riflette nelle risposte positive che arrivano dai critici di importanti riviste come Q e Mojo. Ancora una volta, il lavoro di Kennedy trova posto in una colonna sonora di Hollywood, con la ballata Moonlight Kiss, in una delle scene chiave di Serendipity (con gli attori John Cusack e Kate Beckinsale).

The Big Picture segna il ritorno alla collaborazione con Van Morrison, entusiasta di Kennedy sin dai tempi degli Energy Orchard. Il disco è registrato infatti nello studio dello stesso Morrison, e contiene un pezzo scritto da tutt’e due: Milky Way. Ospite alle voci Shane Magowan dei Pogues, nella canzone On the Mighty Ocean Alcohol, e un reading da Carolyn Cassady, una delle figure di spicco della generazione beat degli scrittori americani, alla fine del bellissimo Moriarty’s Blues. Ancora eccellenti recensioni di Mojo e altre riviste, a conferma  della reputazione di Kennedy che cresce ad ogni sua uscita discografica.

Il tempo che segue la pubblicazione di The Big Picture segna profondi cambiamenti nella personalità dell’artista, sia a livello professionale che di vita.

Comincia a collaborare con Mark Knopfler, e appare come ospite nei suoi tour negli Stati Uniti e in Europa, tra cui cinque serate alla Royal Albert Hall. È in questo periodo che Kennedy incontra la futura moglie, Brenda Boyd, anche lei artista e cantautrice che ha scritto numerosi libri sull’autismo e la sindrome di Asperger. Bap ha prodotto l’album di Brenda Banish the Blue Days.

For Howl On, del 2009, vede Bap registrare nella nativa Irlanda del Nord per la prima volta nella sua carriera solista e, come in Lonely Street, ritorna a scrivere una serie di canzoni su un soggetto che lo ha affascinato da quando era bambino. Questa volta si tratta di uno sguardo all’amore giovanile per tutto ciò che è americano, come la storia dell’atterraggio sulla luna, non ritratta dal punto di vista tecnologico ma come momento nelle vite delle persone reali che hanno lavorato al programma Apollo. È questa una raccolta di vicende umane legate appunto dalla storia dell’Apollo, di cui Kennedy ci parla meravigliosamente.

Seguono tour di successo nel Regno Unito e in Europa, culminanti con la memorabile performance al festival di Glastonbury. Bap continua il suo tour aggiungendo ulteriori date, tra cui il rinomato Belfast/Nashville festival e, in America, l’altrettanto prestigioso South by Southwest festival. Bap ha l’onore di diventare in questi giorni padrino di Autism NI, in cui è coinvolto tramite la moglie Brenda.

The Sailor’s Revenge vede Kennedy proporre una scrittura matura e sofisticata, impreziosita dal riconoscibilissimo lavoro chitarristico di Mark Knopfler, che ne è anche produttore, e da musicisti di studio di alta qualità come  Jerry Douglas e Glenn Worf.

sito ufficiale: www.bapkennedy.com

Discografia:

      Domestic Blues, 1998

      Hillbilly Shakespeare, 1999

      Lonely Street, 2000

      Rare Live & Bladdered, 2000

      Long Time a Comin’ The Story so Far, 2002

      Moriarty’s Blues EP, 2005

      The Big Picture, 2005

      Howl On, 2009

      Moriarty’s Blues (doppio EP), 2010

      The Sailor’s revenge, 2012

 

Info: www.geomusic.it  info@geomusic.it

 

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