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Cinquantenni, i nuovi desaparecidos

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Cinquantenni, i nuovi desaparecidos

Pubblicato il 17 febbraio 2016 by redazione

nyse

Nonostante i grandi progressi dell’Occidente, sia in campo economico che sociale, il lavoro rimane subordinato, dipendente da qualcuno, e quindi condizione irrununciabile per poter partecipare fattivamente alla vita, per poter esistere, perno imprescindibile di una moderna democrazia.

Il lavoro diventa dunque lo strumento per affermare la propria identità. Eppure questa visione del lavoro, sottintende anche quella del mero guadagno economico, che se troppo basso svalorizza agli occhi della società chi lo compie. Se non si contrasta questo punto di vista la società si ridurrà sempre più a un mero agglomerato di interessi e di individualità concorrenti, in cui il senso dell’altro annegherà in un guscio vuoto di ipocrisia.

Questa necessità gli uni degli altri deve invece essere coltivata, crescere e raffozzarsi fino a ricostruire, sebbene controcorrente, il tessuto di valori che accompagnò nel dopoguerra tutte le parti sociali, tese alla ricostruzione non solo del Paese, ma anche di un nuovo senso di umanità.

Oggi far fronte comune è più impegnativo, perché il mondo globale offre un campo d’azione con pochi paletti e dagli argini liquidi, che cambiano continuamente e grazie ai quali il moderno liberismo può sottomettere indisturbato non solo il mercato, ma anche le prerogative etico-morali della società.

La sfida è mastodontica e il coraggio necessario ad affrontarla pure. Occorre discutere, capire, pensare e poi, anche se contro corrente, opporsi al dilagante individualismo, cercare di far emergere da ciascuno di noi quei valori di solidarietà autentici che permisero, in un impeto comune, di vincere le grandi battaglie del passato non solo per riavere i diritti, ma anche per ricercare le ragioni stesse del vivere insieme.

In tutti questi anni di crisi, in cui l’economia non cresce, o cresce poco, che senso ha parlare di ripartizione della ricchezza, piuttosto che della realizzazione dello stato sociale o di come andare incontro ai bisogni di chi lavora o di chi il lavoro non ce l’ha o non ce l’ha più? Temi importanti, ma se non affiancati da nuove visioni economiche e sociali, assolutamente anacronistici o peggio pietisti.

Se, infatti, si allarga la visione e si affrontano le grandi questioni, quelle che stanno condizionando il mondo del lavoro verso quello che è stato chiamato da alcuni economisti il punto di convergenza, si arriva al grande tema: il lavoro dovrà essere comprato su tutto il mercato globale allo stesso prezzo. Per traguardare quel punto i Paesi più ricchi stanno abbassando il costo del lavoro, mentre quelli emergenti lo stanno alzando, in un balletto che finirà solo quando i due estremi si toccheranno.

Nel mentre, i lavoratori dei Paesi più ricchi diventano più poveri, perdono i loro diritti e, per dismissione di questi, la società decresce in democrazia, così come gli stati perdono in sovranità, sempre più asservita ai bisogni e agli interessi dei grandi ricchi della Terra.

L’unico capitale che allora ogni Paese potrà da adesso in poi vantare sarà solo quello umano. Non sto parlando, però, di un capitale quantitativo, ma qualitativo, misurabile in conoscenze, saperi, qualificazione, istruzione, formazione, ricerca, avanguardia tecnologica… insomma tutto ciò che serve ad attrarre i grandi investimenti economici.

Pensate, un mercato di domanda e offerta grande come tutto il mondo. Inquietante vero?

 

globalizzazione

 

Ebbene, noi cosa possiamo fare per attrarre questi investimenti? Come minimo non rimandare più la questione della formazione, che penso dovrebbe stare tra i primi punti dell’agenda politica di un Paese.

In Francia, per esempio, se perdi il lavoro entri in un percorso di riqualificazione e rilancio a spese dello Stato, che passa dalla formazione e aggiornamento della professione, fino al matching domanda/offera di lavoro, oltre a una serie di servizi di supporto, compreso un compenso economico mensile che perdura per tutto il tempo della formazione e la garanzia che sarai accompagnato fino alla stipula di un nuovo contratto di lavoro.

Anche l’età non rappresenta un problema. Sono pochi i cinquantenni a spasso, perché hanno più esperienza. Molto di più lo sono, invece, i giovani che ne hanno di meno.

In Italia, invece, sono i signori e le signore di mezza età quelli rimasti sospesi nel limbo: troppo vecchi per lavorare, ma troppo giovani per andare in pensione.

 

over 50

 

Ed è qui che la politica ha mancato il suo mandato e a maggior ragione lo hanno mancato i sindacati. Ci si affanna nel difendere chi un lavoro ce l’ha, ma di chi ha lavorato una vita, depositario di esperienza e di saperi, capace di visione passata come di quella futura, individui di mezzo, centrati nel loro tempo che sanno fare bene, se ne sono dimenticati. Le ragioni? Meglio occuparsi dei giovani che sono di meno e costano poco che occuparsi dei cinquantenni disoccupati che sono molti e costerebbero troppo.

Uomini di mezzo dicevamo che saprebbero più di altri assumersi le responsabilità etico-morali necessarie a salvaguardare la democrazia, nutrirla e riportarla al centro della società. Uomini maturi, consapevoli, uomini di valore che la società preferisce ignorare, lasciando che i problemi si risolvano da soli, o meglio nella solitudine del nucleo famigliare dove si consuma un assurdo e immorale scontro generazionale.

Genitori appesantiti non solo dal costo morale della propria castrazione professionale, ma sconfitti anche nella dignità di dover pesare  prematuramente sui figli.

Figli appesantiti a loro volta da un costo sociale che li invalida in partenza e non li lascia pienamente liberi di costruire la loro vita.

di Adriana Paolini

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