Contratto Unico – Proposta Fornero Gennaio 2012

Pubblicato il 19 gennaio 2012 da redazione

IL CONTRATTO UNICO

Accesso con tutele a tappe, poi niente licenziamenti

L’idea è quella di sostituire con un unico contratto gli attuali 48 censiti dall’Istat. E’ la frammentazione che penalizza soprattutto donne e giovani e che porta il salario medio lordo di un lavoratore italiano il 32% sotto la media dei Paesi dell’area euro. Nascerà per questo il Cui, contratto unico di ingresso. Avrà due fasi: una di ingresso, che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità, in cui il lavoratore godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato.

Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare (“giusta causa”), il datore di lavoro non avrà l’obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà risarcirlo in pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di tre anni, il licenziamento dovrà essere risarcito con sei mesi di mensilità.

Già oggi, durante il periodo di prova, non si applica la l’articolo 18 sui licenziamenti. La riforma prevede che il periodo di prova si possa allungare fino a tre anni e in cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato. L’automatismo evita al lavoratore il succedersi di decine di minicontratti precari. Le imprese dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un risarcimento senza essere costrette ad assumerlo.

 

TEMPO DETERMINATO

Per i contratti a termine salario sopra i 25mila euro

Oggi sono una prassi diffusa nelle aziende che possono così assumere senza prendersi impegni particolari nei confronti dei dipendenti. La riforma li renderà invece una specie di lusso, un modo per remunerare professionisti e personale specializzato. Uno studio del Collegio Carlo Alberto di Torino, di cui Garibaldi è direttore, mette in evidenza che nel 2008 il 96% dei dipendenti italiani a tempo determinato guadagnava meno di 35 mila euro lordi all’anno. Una retribuzione per mansioni medio basse.

Con il provvedimento allo studio invece sarà impossibile assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui (o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno di dodici mesi). Naturalmente faranno eccezione i lavori tipicamente stagionali (come quelli agricoli o alcuni nelle località turistiche).

Verrà messo un tetto anche ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda. Se questi contratti avranno una paga annua lorda inferiore ai 30 mila euro, saranno trasformati automaticamente in Cui. La riforma dovrebbe anche prevedere l’introduzione di un salario minimo legale stabilito da un accordo tra le parti sociali. Se non si trovasse l’accordo, il salario minimo dovrà essere fissato dal Cnel.

 

GLI AMMORTIZZATORI

Verso il reddito minimo, ma si cerca la copertura

Oggi sono di tre tipi: cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria e mobilità. L’obiettivo è quello di semplificare e tornare alle origini: con la cassa integrazione ordinaria che interviene solo per far fronte alle crisi cicliche e temporanee dei settori.

Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di disoccupazione. Una misura che esiste in molti Paesi occidentali ma che è costosa. Soprattutto in fasi economiche, come l’attuale, in cui la ristrutturazione delle aziende lascia senza lavoro quote crescenti di lavoratori dipendenti. Ieri Monti ha invitato a far procedere “di pari passo” la riforma degli ammortizzatori sociali con quella dei contratti di lavoro.

Non sarà facile. Con poche risorse a disposizione e con l’inasprimento dei requisiti per maturare il diritto alla pensione, sarà già difficile utilizzare strumenti come la mobilità lunga, oggi ampiamente sfruttati dalle aziende per ristrutturare scaricando almeno una parte dei costi sull’Inps. E’ comunque probabile che il passaggio dalla mobilità al reddito minimo di disoccupazione avvenga in modo graduale nel tempo risolvendo contemporaneamente il problema dei molti che oggi si trovano in mezzo al guado, con una mobilità lunga calcolata per approdare a un’età pensionabile a sua volta allontanata dalla nuova riforma previdenziale.

 

ALL’ESTERO

Ogni Paese ha la sua soglia per garantire i più deboli

In Italia non esiste un salario minimo, come invece si vorrebbe introdurre con la proposta di riforma del lavoro di Boeri e Garibaldi. Il salario minimo è contrattato a livello di categoria o di azienda ed è quindi molto variabile. Ma esistono aree, come quelle dei precari che lavorano a progetto, in cui del salario minimo non c’è traccia. Non è così all’estero dove gli Stati stabiliscono per legge qual è la paga oraria minima che un datore di lavoro può corrispondere.

In genere si tratta di soglie che vengono rivalutate annualmente agganciandole all’andamento dell’inflazione o alla dinamica del Pil. L’obiettivo è comunque quello di stabilire un livello sotto il quale non è consentito andare per far si che tutti i lavoratori abbiano una paga in grado di mantenere una famiglia in condizioni dignitose.

Ogni paese ha fissato quella soglia, a seconda del suo livello di vita e dell’importanza che una nazione annette alla protezione sociale della fasce più deboli della società. Così in Francia il salario minimo è di circa 1.350 euro lordi mensili mentre in Spagna è di circa la metà, 600 euro lordi mensili. Molto basso il salario minimo brasiliano, l’equivalente di 237 euro lordi mensili. Il salario minimo è cinque volte più alto in Inghilterra: 960 sterline, equivalenti a 1.150 euro.

(Rassegna Stampa – fonte Repubblica 19 gennaio 2012)


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