Categoria | Green, Primopiano

Un crowdfunding conforme alla Sharia

Pubblicato il 16 giugno 2017 da redazione

La finanza islamica per essere conforme alla legge Sharia richiede investimenti socialmente responsabili, con un reale impatto sulla comunità.

Le interpretazioni del Corano vietano gli interessi (“riba” in arabo) sui prestiti e sulla speculazione – ma non le tasse per la prestazione di un servizio. In altre parole, richiedono investimenti sostenibili. Ecco perché, oltre ad essere profondamente vicini al crowdfunding, la finanza islamica è legata anche all’energia rinnovabile.

“Il concetto e la struttura del crowdfunding sono perfettamente conformi alla Sharia”, afferma Alberto Brugnoni, managing partner di Assaif, la più antica consulenza finanziaria islamica in Europa “Il Crowdfunding ha gli stessi metodi partecipativi che sono la pietra angolare della finanza islamica”.

Nella maggior parte dei casi, infatti, la differenza tra piattaforme di crowdfunding basate su azioni e le piattaforme islamiche è praticamente inesistente. Nel primo caso, un promotore presenta un progetto, chiedendo alla comunità di aiutarlo in cambio di una ricompensa proporzionale al sostegno finanziario. Coloro che partecipano non sono investitori, ma piuttosto contributori.

Il crowdfunding dell’equità è dunque molto simile alla Sharia: “Perché gli investitori acquistano una quota in azienda partecipando a guadagni e perdite”, spiega Zakaria Abouabid, di Latham & Watkinssi Associates, esperto di finanza islamica.

Cosa distingue il crowdfunding dal sistema “secolare” islamico? La prima differenza è l’esclusione degli interessi, previsti – come incentivo – su alcune piattaforme.

Il secondo riguarda la “legalità” del progetto, che deve essere “halale” (cioè consentito dalla Sharia). In altre parole, il crowdfunding deve evitare la promozione di sostanze e attività proibite come il gioco d’azzardo, l’alcool e il grasso di origine animale. Non si tratta solo di vino, di birra o di maiale. Ma anche di trucchi o vestiti che possono contenere oggetti proibiti.

Sunshine4Palestine

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Un team di scienziati, Sunshine4Palestine, in collaborazione con gli studenti del Applied Science College dell’Università di Al-Aqsa a Gaza darà luogo al primo progetto di divulgazione scientifica nella Striscia di Gaza.

Gli studenti universitari palestinesi – insieme al team Sunshine4Palestine – organizzeranno una serie di semplici esperimenti con materiali facile da trovare nella vita di tutti I giorni, specialmente concentrati sui temi di energia e acqua, ma non solo.

I bambini delle scuole – di età compresa tra 6-18 – saranno poi guidati a esplorare e imparare i vari esperimenti, diventando poi essi stessi i giovani scienziati che si esibiranno e che spiegheranno la scienza ad un pubblico più vasto. Questi bambini che vivono in condizioni complesse, spesso senza accesso né a elettricità né ad acqua potabile, approccieranno la scienza attraverso il gioco, imparando ad esempio a fabbricare una piccola batteria con materiale di scarto, costruendo una propria piccola lampada, lungo un percorso scientifico che mira a imparare come risolvere i piccoli problemi di ogni giorno.

Il team di studenti universitari palestinesi coinvolti in questo primo progetto, sarà formato da divulgatori scientifici, e potrà così in futuro portare avanti in modo indipendentemente i futuri progetti di divulgazione nelle scuole della Striscia di Gaza.

Verranno condotti molti piccoli esperimenti insieme ai bambini, mentre alcuni gruppi lavoreranno su alcuni progetti più duraturi che rimarranno permanenti, costituendo di fatto i primi “mattoni” di quello che diventerà il primo Museo della Scienza di Gaza.

La Striscia di Gaza, da Roma e Vienna
I fondi saranno utilizzati per coprire viaggio della squadra Sunshine4Palestine e per creare un fondo locale a Gaza che verrà utilizzato per mantenere e riprodurre il progetto una volta che la  squadra lascerà Gaza.

Sunshine4Palestine (S4P) è una O.N.G. con base nel Regno Unito e con filiali in Italia e in Palestina, i cui progetti mirano a sviluppare alternative sostenibili per l’approvvigionamento di energia e acqua in situazioni di emergenza. La O.N.G., costituita principalmente di scienziati e ingegneri, ha progettato e installato un impianto fotovoltaico che è attualmente operativo sull’ospedale Jenin Charitable a Gaza e che permette alla struttura di essere indipendente per 17 ore al giorno grazie all’energia rinnovabile e un sistema di accumulo.

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In questo momento S4P sta concentrando i suoi sforzi a Gaza su due fronti principali: da un lato la O.N.G. sta lavorando ad una conversione fotovoltaica del sistema di distribuzione dell’acqua, per consentire una distribuzione giornaliera nelle zone rurali, per uso domestico e per scopi agricoli, estendendo la distribuzione effettiva da 4 ore ogni 3 giorni a 10 ore al giorno. Parallelamente l’area sarà dotata di un sistema di illuminazione fotovoltaica mediante lampade fotovoltaiche autonome che verranno installate nella zona.

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Su un altro fronte, in collaborazione con un consorzio di 10 università e industrie internazionali, S4P sta lavorando allo sviluppo di nano-materiali innovativi volti a un risanamento sostenibile dell’acqua (desalinizzazione dell’acqua e trattamento delle acque reflue).

Gli scienziati che condurranno il progetto sono tutti i ricercatori presso l’Università di Vienna.

 

Le differenze si riscontrano anche nell’etica “occidentale”. I confini sono ancora in qualche modo offuscati poiché “non esiste alcuna definizione legale o un elenco di piattaforme, né dati sul loro fatturato”, dice Umberto Piattelli, partner della pratica legale internazionale Osborne Clarke.

I confini di ciò che è considerato “etico” sono empirici. “Lo scopo è: quali cambiamenti apporterà, a che pro?”, afferma Piattelli, “La qualità etica si trova nel progetto o nell’associazione, nella società o nell’istituzione individuale, come quelle che si occupano di donazioni di crowdfunding o prestiti sociali per sostenere progetti di beneficenza.” Alcuni esempi sono “Rete del Dono”, “Produzioni Dal Basso” o “DeRev”.

Ma mentre le piattaforme generaliste ed etiche hanno lo stesso sistema di raccolta fondi, le piattaforme islamiche richiedono regole di finanziamento più severe. Ciò include, appunto, il divieto di interesse e progetti “halal” certificati automaticamente, non caso per caso. Per questa ragione, secondo Piattelli, “il concetto di” etico “non è paragonabile alle piattaforme islamiche”.

Negli ultimi anni è emerso un numero crescente di piattaforme compatibili con la Sharia. Tra di essi:

  • “Ethiscrowd”, che si concentra sul crowdfunding e sui beni immobili
  • “Kapitalboost”, che si rivolge alle piccole e medie imprese
  • “Lounchgood” che è il più conosciuto e più generico. Funziona come Kickstarter e si occupa sia dei progetti di equità sia di ricompensa, e finora è riuscito a raccogliere oltre 16 milioni di dollari.

In alcuni settori, il concetto di impatto sociale è essenziale come ad esempio quando si tratta di energia rinnovabile.

Lounchgood, per esempio, ha finalizzato una serie di progetti verdi, come l’illuminazione della Striscia Gaza che, quando non c’è corrente, utilizza piccole lampade a energia solare.

“Il crowdfunding islamico per l’energia verde è un settore con buoni tassi di partecipazione e prospettive eccellenti per uno sviluppo a lungo termine”, dice Zakaria Abouabid. Ecco perché crede che il crowdfunding conforme alla Sharia funzionerà “anche per i grandi progetti infrastrutturali, a condizione che abbiano un impatto territoriale chiaro”.

 
Linkografia

http://www.crowdfundres.eu/news/crowdfunding-sharia-compliant/

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