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Intervista a Jean Guitton

Pubblicato il 14 dicembre 2011 by redazione

L’individuo-massa nella società del benessere tecnologico: “Una prigione che può volare ovunque”

“Sono soltanto un filosofo. La filosofia mi ha condotto ad un passo dalla conoscenza, una meta che resterà tuttavia sempre irraggiungibile. Mi ha fatto però comprendere forse in parte il senso della nostra vita, le infinite capacità del pensiero, e quello che ho sempre considerato il più gran regalo che il Creatore ci ha dato: la libertà. La libertà di scelta, di credere o non credere. Un valore dal quale deriva ogni altra forma di libertà, e la convinzione che essa sia anche amore e rispetto di se stessi e degli altri. Non sono mai stato un politico, ma ho sempre attribuito alla mente umana l’immensa facoltà di comprendere la libertà e di amarla, di scegliere giustizia, democrazia, uguaglianza come principi fondamentali della pacifica convivenza fra gli uomini.

E credo che da questo amore di natura divina si siano originati solidarietà, rispetto della dignità dell’uomo e del pensiero di chiunque. Fonti di ispirazione continue che mi hanno accompagnato per tutta la mia lunga vita. Alle quali non ho mai voluto rinunciare, soprattutto quando mi si chiedeva di manifestare una mia fede politica. In quei casi ho sempre risposto che amavo definire la politica “tout court” come un modo di pensare, di agire che non dovrebbe mai prescindere da questi valori fondamentali. Le posso citare, se ha la bontà di seguirmi nel mio discorrere forse troppo astratto, una affermazione di chi è stato il mio maestro di vita e non solo un riferimento preciso della mia filosofia, Henry Bergson.

A proposito della libertà egli sosteneva che:

Noi siamo liberi quando i nostri atti promanano dalla nostra intera personalità, quando la esprimono, quando hanno con essa quella somiglianza indefinibile che si trova talvolta tra l’opera e l’artista.

 Questo assunto, forse oggi utopico, serve a definire quello che Bergson chiamava io profondo e l’ansia continua di esprimere la propria personalità liberamente, che in nessun caso deve coincidere con la volontà di ledere la libertà altrui, e a distinguerlo da l’ io superficiale o “parassitario”, un io “costretto”, limitato e frustrante che tende a ridurre l’autostima e la capacità di eleggere un ideale nel quale identificarsi.

Questo in parte per rispondere alla sua domanda iniziale che mi chiedeva forse in modo implicito di definire un rapporto tra società, contesto tangibile nel quale la nostra vita quotidiana e la nostra aspirazione alla libertà dovrebbero esprimersi, e politica, ovvero lo sforzo continuo, fatto di proposizioni, suggerimenti, richiesta di consensi, che dovrebbe tendere a realizzare quell’aspirazione individuale nell’interesse di tutti. Tutto questo teoricamente, poiché nella pratica le cose vanno in modo ben diverso.

Se vuole, posso dirle che sono un filosofo, ma anche un libero osservatore.”

E’ seduto su una poltrona di pelle color verde muschio, sul viso solo l’accenno di un sorriso che sembra nascondere la consapevolezza del declino fisico di un ultranovantenne, ma è segno di una sorprendente vitalità….. . Un’espressione composta, riflessa sul piccolo spazio di una lucida scrivania che pile di libri e manoscritti non occupano completamente, come se intendesse aprire solo uno stretto varco fra se stesso e il suo interlocutore che oggi incontra per la prima volta.

“Sono nato all’inizio di questo secolo che ho vissuto pressoché completamente. E posso dirle, forse con una punta di presunzione, di aver potuto assistere lungo la mia esistenza all’evolversi della società umana che nel corso del Novecento ha toccato vertici inimmaginabili. Ma direi che proprio alla conclusione di questo secolo e millennio si è registrato un profondo mutamento, del resto a tutti evidente, nella società globale.

Ne sono segni, oltre all’estendersi vertiginoso dell’economia di mercato, un fenomeno particolarmente significativo e determinante che ad essa si accompagna o che da essa direttamente o indirettamente trae origine: il progressivo decadere dell’ideologia politica.

L’ideologia intesa in senso storico, e ispiratrice di movimenti e partiti politici. E questo perché le nuove generazioni si identificano sempre meno nell’idea, nel pensiero che in passato avevano una precisa valenza e tendono sempre più a prescindere dalla bandiera e a porsi dalla parte di coloro che propongono concretezza di programmi e agiscono per la loro realizzazione in un contesto di reciproca convenienza: affrontare il problema della disoccupazione, ad esempio, delle riforme nei vari settori in cui queste sembrano indispensabili, della tutela dell’ambiente.

Per spiegare questa crescente “indifferenza” che l’uomo comune sembra riservare all’ideologia che evidentemente non riesce a ripagarlo nelle sue aspettative, sarebbe necessario esaminare non soltanto le nuove esigenze della società moderna, ma gli orientamenti che essa è costretta a prendere in vista del conseguimento di un fine e un risultato ad essa conveniente. E parlo di società di individui naturalmente. Individui che tendono sempre più a legittimare l’azione di coloro che possano garantire il benessere. La conclusione di questo secolo è profondamente caratterizzata da questo fenomeno che vede l’individuo condizionato da un altro elemento determinate: il progresso, o meglio lo sviluppo vertiginoso della civiltà tecnologica.

L’affermazione dell’alta tecnologia ci ha reso più facile la vita, ma da tempo la sta condizionando. La comunicazione multimediale, ad esempio, apre le porte sul mondo e indubbiamente è un portentoso mezzo per conoscere tutto e comunicare con chi si vuole, ma ha il grave handicap di invitare l’individuo alla passività. In altre parole, si sono via, via create le condizioni nella nostra società che favoriscono il prevalere dell’ io parassitario. La genialità, l’estro e l’intuizione trovano sempre meno spazio e ragione di essere. Un tempo questa era una malattia borghese. Ma allora esistevano antidoti. Oggi non ne vedo. Se si può ancora parlare di borghesia, ma forse è più opportuno parlare di massa, tanto l’una, quanto l’altra sono le destinatarie dello strumento tecnologico in vertiginosa evoluzione, sono l’enorme “bocca” del grande consumatore, sul cui piatto si offrono, con l’aggiornato computer, la realtà virtuale, le chat lines, le play stations, lo spettacolo elettronico. Con l’ovvio risultato di trovarci di fronte a nuove generazioni dalla personalità labile o distorta, a individui introversi, a masse sempre più disposte a collocare in secondo piano quei principi che un tempo avevano un peso, un valore determinante nelle scelte, nel comportamento, nell’azione. Milioni di individui disperdono le loro menti in infiniti rivoli elettronici. Gli stessi mass media esercitano una pressione costante e condizionante. Il problema è proprio questo, la comunicazione tra individui, da cui dovrebbe scaturire la comunicabilità. La comunicazione è assai facilitata, ma sul piano qualitativo, ovvero sul piano del difficile rapporto tra individuo e individuo, e quindi tra individuo e società, essa sembra offrire uno spazio illimitato nel quale l’individuo è presente in modo impersonale e, come dicevo, passivo. Non gli si offrono soluzioni che favoriscano l’affermazione della sua personalità, ma una serie infinita di “canali precostituiti” attraverso i quali l’élan vital si disperde, salvo rare eccezioni, nell’anonimato, lo stimolo dell’intimo individuale che tende continuamente alla piena espressione dell’io vero nei fertili territori di creatività, comunicabilità, relazione sociale e confronto sui quali si possano definire affinità e costruire ideali (non necessariamente politici) in cui identificarsi pienamente, resta per così dire “ingabbiato”, anche se, questa è la contraddizione del mondo d’oggi, è una gabbia, una prigione che può volare ovunque. Perdoni il ricorso forse troppo frequente a termini astratti, ma non saprei in quale altro modo spiegarle la realtà sociale che stiamo vivendo. C’è un pessimismo diffuso tra i giovani d’oggi. L’ansia di trovare una collocazione nella società, grazie a quello che si insegna nelle aule universitarie, nonostante gli strumenti tecnologici all’avanguardia, si scontra con la realtà quotidiana che offre esigui spazi ad un numero quasi illimitato di specialisti. E anche questo è un paradosso sociale, anch’esso dovuto al vertiginoso evolversi della tecnologia. Si creano milioni di laureati per poche centinaia di posti di lavoro. Con questo non voglio dire che i mezzi di formazione professionale dei quali dispongono i giovani d’oggi siano causa di preoccupante sperequazione tra scuola e mondo del lavoro, tutt’altro. Vorrei solo spiegare perché il divario è così profondo fra risorse umane e inserimento di queste nella società produttiva. E per spiegarlo devo ritornare al discorso di prima, ai condizionamenti che l’alta tecnologia e la comunicazione globale sta provocando. Se vogliamo, quest’ultima è un grande business che risponde a una precisa legge di mercato, produrre tanto guadagnando il massimo con il minimo. Ovvero all’enorme business che la tecnologia offre nel campo della comunicazione e della formazione professionale, non corrisponde un’analoga predisposizione di posti di lavoro, direi anzi che l’orientamento del primo mai come in questi ultimi tempi è stato inversamente proporzionale alla seconda. Questo fenomeno genera pessimismo nelle nuove generazioni. Determina ulteriore frustrazione dell'”io profondo”.

Questo vuol dire che ci si sta orientando verso una strana “cultura” nella quale l’uomo non è più soggetto, ma “oggetto”.

La personalità in altre parole risente dell’effetto sproporzionato che la massa esercita sull’individuo in modo sempre più totale ed aberrante. E questo perché all’individuo sembrano offrirsi solo due alternative: vivere la propria vita nella difficile realtà quotidiana, o accettare l’invito di viverne un’altra, per così dire, parallela, dove la personalità sembra esprimersi più facilmente. Un’esistenza artificiale o, per usare un termine corrente, virtuale, nel corso della quale l’affermazione personale è pura parvenza.

Per fare un esempio, sfido chiunque ad indicare un scuola, una tendenza artistica che abbia oggi un certo peso o sia tale comunque, da caratterizzare un periodo, un epoca degna di essere ricordata.

Direi che oggi alla fine del secolo e del millennio, è più consistente e marcato il divario tra libertà, e quindi convincimento di poter esprimere la personalità individuale, e condizionamento al quale essa è sottoposta dai rigorosi canoni di una società contemporanea agli ordini di un potere sempre più predominante: il potere economico.

E questo sembra essere un tipico fenomeno occidentale.

Nei Paesi dell’Est , dopo il disfacimento dell’URSS, la gente deve affrontare il problema quotidiano della sopravvivenza che lascia poco margine all’astrazione.

E anche se è un paragone improponibile, resta pur legittimo dire che l’individuo occidentale di media estrazione e, se vogliamo, l’individuo borghese appartenente alle nuove generazioni, si trova di fronte ad un contesto concreto (lavoro, occupazione, famiglia, impegno sociale e politico) nel quale la propria personalità trova rare possibilità di espressione, e uno astratto dove la sua stessa personalità sembra invece affermarsi.

Questo stimola una tendenza quasi inconscia, a rinchiudere le facoltà intellettive individuali in una sfera astratta assolutamente isolata, arida e improduttiva, che non esercita alcuna influenza sulla realtà concreta. C’è sempre meno tensione tra astratto e mondo reale, tra astrazione, nella quale l’individuo imposta un proprio disegno comportamentale, e realtà esistenziale che deve essere quotidianamente affrontata e vissuta, ispirandosi a quel disegno.

Anche valori come etica, giustizia, uguaglianza, libertà e, diciamolo pure, democrazia sono sempre più confinati nell’ambito delle pure astrazioni. Sul piano soggettivo, individualmente sentito, rappresentano solo un riflesso di quanto l’uomo pretenderebbe nel corso della propria esistenza.

Voglio dire che, comunque, non sono più gli stessi riferimenti di cinquant’anni fa.

Oggi, paradossalmente perché li si considera principi “acquisiti”, non sembrano meritare le stesse attenzioni di un tempo e sono collocati fra le “cose” scontate, “astratte”, appunto; se ne avverte la presenza ovviamente nel mondo concreto della realtà. La certezza del diritto ne è fortunatamente, anche se non sempre, ancora una prova, ma una presenza non così determinante e decisiva come un tempo si avvertiva. Tanto è vero che il richiamo ad essi non è mai assoluto, ma ad essi ci si appella quando si chiede l’aiuto del codice nel caso di un diritto leso, oppure in dipendenza di obiettivi particolari: ne sono testimonianza, ad esempio, le varie “deontologie” associazionistiche e corporative. Aggiungerei anzi – non me ne voglia se sono un pessimista – che sono astrazioni, alle quali si tende a conferire concretezza spesso per puro opportunismo, tornaconto di alcuni a svantaggio di altri.

Tra società basata su fondamentali principi di democrazia e società del benessere (ammesso che siano alternative l’una dell’altra, visto che la coesistenza di entrambe è sempre stata difficile) si tende sempre più a privilegiare quest’ultima.”

Grazie a quella che è stata la mia diretta esperienza nel mio Paese vorrei aggiungere a quanto le ho detto sulla società globale, il parere di un illustre politologo, Maurice Duverger, a proposito del ruolo fondamentale che i partiti hanno svolto nella vita politica dal dopoguerra in poi.

Egli sostiene tesi che condivido pienamente. I partiti politici hanno quasi sempre svolto un ruolo atipico che ha fortemente condizionato la società. Mi spiego meglio: il ruolo istituzionale dei partiti dovrebbe tendere alla costituzione di un tramite tra Elettorato e Parlamento, una sorta di ponte ideale e insieme di porta-voce tra il cittadino elettore e i propri rappresentanti alla Camera e al Senato.

Un ruolo svolto, a quanto pare, solo formalmente. La funzione dei partiti è stata, finora almeno, quella di porre in atto una continua competizione tendente a raggiungere ed occupare quelle sfere di potere, dalle quali il partito potesse trarre autorità e prestigio. L’affermazione elettorale in termini di consensi è l’ovvio obiettivo di ogni formazione partitica, ma l’aspetto allarmante è che tale obiettivo è stato sempre e soltanto quello primario di molti partiti, che sembravano, per così dire, aver perso di vista il loro ruolo istituzionale, al quale accennavo.

Questo ruolo atipico dei partiti politici si è sviluppato particolarmente in Italia.

Per fare politica in Italia non si poteva fare a meno di adeguarsi al sistema che Duverger ha definito del parlamentare-dirigente.

Lo stesso Duverger sosteneva infatti che: “I parlamentari sono stati sempre più soggetti all’autorità dei dirigenti interni dei partiti. Il che significa che la massa degli elettori è dominata dal gruppo meno numeroso degli iscritti e dei militanti, a sua volta subordinato agli organismi direttivi. Se i partiti sono dunque diretti dai parlamentari, risulta evidente, agli occhi degli elettori, che il loro carattere democratico rimane illusorio.”

E aggiungeva che “…..I partiti erano costretti a creare l’opinione nella misura in cui la rappresentavano, la plasmavano con la propaganda sempre assai costosa……”

E’ certo che i partiti italiani si sono sempre ispirati a questo criterio, adeguati a questa consuetudine.

I partiti stessi, paradossalmente quelli minori ed emergenti, sono stati e continuano ad essere (nel 1993 n.d.r.) vere e proprie “aziende”.

Se a quanto le ho detto prima aggiungiamo quest’ultima constatazione, ci spieghiamo in parte l’origine tanto dell’indifferenza delle nuove generazioni, assai meno stimolate a ricercare riferimenti nell’ideologia, quanto di quella che definisco allarmante volontà di porre in discussione i capisaldi etici di un tempo, a vantaggio dell’incontrastato potere del denaro. L’Italia attualmente (1993, n.d.r.) sta attraversando un periodo di pericolosa transizione, nel senso che non sembra per ora presentarsi una classe politica di “ricambio” che il cittadino sarebbe più disposto a legittimare. Il perché è semplice: la politica non è più la carta vincente. O meglio, il potere politico avrebbe ancora un senso, quando scendesse a patti, come in passato, con il potere che ne ha condizionato l’azione e attualmente lo sovrasta, il potere economico. Quest’ultimo paradossalmente sembra affermarsi in maniera autonoma, mentre la classe politica ne sembra in stretta dipendenza.”

Credo sia giunto il momento di parlare di temi a lei più cari. Ad esempio di quello che certamente è un punto fermo della sua filosofia: Dio. E il rapporto che Egli ha con le sue creature. Nel suo libro “Dio e la Scienza” lei delinea una nuova via attraverso la quale si potrebbe forse giungere a comprendere meglio il significato della nostra vita, con l’aiuto e il rigoroso mezzo che la scienza mette a nostra disposizione. Lei parla di metarealismo nel suo libro dialogo, vuole dirci che cosa l’ha convinta che il mondo nel quale noi viviamo è una sorta di libro aperto per chi lo sa leggere? Cioè la ragione e la scienza ci possono in qualche modo aiutare a comprendere il motivo della nostra esistenza? Possiamo considerarli mezzi capaci, se non di svelare misteri, almeno di ridurre i nostri dubbi perenni?

Sono due modi di pensare apparentemente diversi, ma riconducibili ad un unico preciso assunto. Dio è partecipe e estraneo allo stesso tempo alle nostre vicende umane, anche se ha voluto unirsi al nostro dolore con un Sacrificio.

Ma non vorrei continuare su questo tema. Vorrei solo concludere accennando a quello che Mitterrand chiamava “mutismo di Dio”. La mia risposta a questa domanda che egli mi pose spesso è sempre stata questa: Dio nella sua infinita grandezza può permettersi di avere rispetto della libertà dell’uomo.

Sarebbe troppo semplice se Dio dicesse ad ognuno di noi, credi, fai questo, comportati in questo modo anziché in un altro. Ci ha dato libertà di scelta. E la possibilità forse di provare, attraverso la scienza qualche verità relativa che è lontana anni luce dalla verità assoluta.

E infine un dono che tutti sentono ma molti trascurano che si chiama intuizione.

Il pessimismo al quale ha accennato nel corso di questo dialogo in merito all’evoluzione della nostra società, pare incontri un contrasto nell’ottimismo con cui lei parla dell’uomo, della sua libertà e del suo rapporto con Dio.

Sono un filosofo, ripeto. Un libero osservatore. E quanto le ho detto a proposito della società umana e del rapporto obbligato di quest’ultima con la politica, è una mia semplice constatazione. Il mio libro dialogo “Dio e La Scienza” è in ultima analisi un invito all’ottimismo.

A cura di Gian Paolo Pucciarelli

http://www.kore.it/caffe/guitton.htm

Per approfondire

– Dio e la scienza (con Igor e Grichka Bogdanoff, 1991)
– Coloro che hanno creduto e coloro che non credono (con Jacques Lanzmann, 1994)
– Il prossimo secolo (1996)
– Il mio testamento filosofico (1997)
– Ultima Verba (con Gérard Prévost (1998)

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