Categoria | Primopiano, Società

Prevedere il comportamento antisociale

Pubblicato il 06 maggio 2018 da redazione

L’empatia incoraggia il comportamento prosociale, mentre un deficit di empatia è stato collegato a disturbi psicologici. Esaminando ulteriormente i meccanismi coinvolti, nuove ricerche sperano di offrire un’analisi dei rischi e un trattamento per migliore i comportamenti antisociali.

Il progetto MATRICS, finanziato dall’UE, ha recentemente pubblicato uno studio che illustra i risultati della ricerca sul grado di trasmissione sociale degli stati emotivi nei topi (contagio emotivo).

I ricercatori erano interessati all’indicazione dell’empatia e a come questa fosse correlata al comportamento dei topi. Il gruppo di ricerca ha scoperto che i topi che erano risultati resistenti al contagio emotivo (Emotional Contagion Resistant – ECR) mostravano caratteristiche di socialità ridotta, deterioramento della memoria di eventi negativi e riduzione della risposta fisiologica a fattori di stress esterni.

 

Il contagio emotivo

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In un articolo sulla rivista Plos One  il gruppo dice di essere partito da 40 topi maschi geneticamente identici. Questi topi sono stati lasciati soli per 18 giorni, poi a sette settimane sono stati valutati sulla base di un test sul contagio emotivo. Questo ha permesso ai ricercatori di selezionare due sottogruppi di topi che presentavano caratteristiche estreme: un contagio emotivo, o molto alto o molto basso.

Per capire se i bassi livelli di contagio emotivo fossero correlati con altri parametri comportamentali, il gruppo ha effettuato una serie di test comportamentali sociali su topi di età diverse, esaminando l’aggressività, la percezione e la risposta al dolore, la memoria e l’apprendimento dalle punizioni.

I test comprendevano:

  • il test residente/intruso a 15 settimane;
  • il test dell’approccio sociale a 22 settimane;
  • il test di riconoscimento di un oggetto nuovo a 25 settimane;
  • il test di condizionamento alla paura a 26;
  • il test di risposta alle sollecitazioni forzate a 27 settimane e il test della piastra calda a 28 settimane.

Quattro settimane dopo la fine dei test comportamentali, sono stati raccolti anche campioni di sangue e materia cerebrale.

Lo studio ha dimostrato che i profili con basso contagio emotivo erano correlati ad alterazioni nel comportamento sociale, nella memoria emotiva e nella reazione fisiologica allo stress.

In particolare, il gruppo ha scoperto collegamenti con mutazioni neurochimiche nelle vie cerebrali di questi topi, che hanno mostrato un aumento dei livelli degli ormoni ossitocina e vasopressina, insieme con una ridotta densità dei recettori per una proteina chiamata fattore neurotrofico derivato dal cervello nelle parti del cervello che influenzano il comportamento.

 

I meccanismi neurobiologici sottostanti

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L’empatia è fondamentale per la qualità delle relazioni sociali e, in ultima analisi, condiziona l’idoneità dell’individuo.

Si sviluppa parallelamente ai processi emotivi e cognitivi. Il contagio emotivo è spesso considerato uno degli elementi costitutivi di un’empatia più complessa, che presuppone la capacità di adottare fisiologicamente lo stato emotivo altrui.

L’empatia per il dolore ne è un esempio e ne è stata dimostrata la trasmissione sociale nei roditori.

Alcuni dei meccanismi neurobiologici sottostanti all’empatia hanno svelato il coinvolgimento della corteccia prefrontale, della corteccia cingolata anteriore, dell’area tegmentale ventrale e di aree del talamo e dell’amigdala nel controllo del comportamento empatico.

Il progetto MATRICS (Multidisciplinary Approaches to Translational Research In Conduct Syndromes) è stato istituito per migliorare la comprensione della condizione prevalente nota come disturbo della condotta, che colpisce tra il 2 e il 10% dei bambini.

Il disturbo della condotta è caratterizzato da aggressività, limitato comportamento prosociale, ridotta emotività, affetto superficiale o carente, ridotta reattività fisiologica allo stress, violazione della norma sociale e comportamenti antisociali.

A causa della sua complessità, è ancora poco compreso.

Oltre a utilizzare modelli animali, il progetto lavora con set di dati esistenti a cui applica strumenti di apprendimento automatico per sviluppare algoritmi per la previsione dell’aggressività in età adulta.

(la redazione)

 

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