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La diffusione della Peste dal Medioevo al XXI secolo.

Pubblicato il 23 marzo 2015 da redazione

La Peste del 1300

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Nel medioevo il termine Peste serviva ad indicare tutte le malattie che avvenivano per contagio, come il vaiolo, il morbillo, la scarlattina, la peste vera e propria e tutte le patologie che si manifestavano con eruzioni cutanee.

La trasmissione nell’uomo avviene attraverso la puntura delle pulci dei ratti (Xenopsylla cheopis), o dal morso di roditori e ratti infestati da pulci infette. Anche la pulce dell’uomo ed i pidocchi, seppur in forma minore, consentono la trasmissione di peste bubbonica.

Resta in incubazione da 2 a 12 giorni. I sintomi sono: febbre alta, cefalea, forte debolezza, disturbi del sonno, nausea, fotosensibilità, dolore alle estremità, vomito, delirio e pustole nelle zone punte dalla pulce infetta; i linfonodi inguinali e quella ascellari si gonfiano fino a diventare bubboni, con formazione anche di petecchie.

Xenopsylla cheopis.

Xenopsylla cheopis.

L’infezione, diffondendosi a tutto l’organismo, provoca insufficienza cardiocircolatoria che causa necrosi alle dita di mani o piedi per poi espandersi lentamente con complicanze ai reni ed emorragie interne, fino alla morte. Nei casi meno gravi dopo due settimane la febbre scompare e i bubboni si svuotano dal pus e cicatrizzano. La Peste si cura, in isolamento, con antibiotici, streptomicina o gentamicina o anche doxiciclina o clotamfenicolo.

Esiste anche la peste polmonare, molto più grave della precedente. Si trasmette anche senza le pulci ma semplicemente per via aerea con tosse e starnuti da parte di persone infette.

La peste polmonare ha un periodo di incubazione da 1 a 7 giorni. I sintomi sono: abbassamento della temperatura corporea, difficoltà a respirare, tosse, colorazione bluastra di pelle, mucose, disturbi respiratori e circolatori, forte debolezza, disturbi neurologici, fino all’edema polmonare acuto mortale.

 

Un recente studio di Kenneth W. Wachter (University of California, Berkeley) analizza le possibili modalità di diffusione della Peste nell’Europa medioevale.

Rattus rattus

Rattus rattus.

 

La Peste o Morte Nera, originaria dell’Asia, arriva nei porti mediterranei dell’Europa intorno al 1347, via terra e attraverso il commercio marittimo lungo le antiche rotte della Seta.

Questa epidemia segna l’inizio della seconda pandemia di peste, che durerà in Europa fino al 19° secolo.

Per individuare i focolai della peste il presente studio ha preso in esame le variazioni climatiche che hanno preceduto l’epidemie a livello regionale, sulla base dei dati relativi a 7.711 pause storiche georeferenziate.

Dagli studi eseguiti risulta che nell’Europa medievale i focolai di peste erano instabili.

Le cause di diffusione della peste in Europa nel 1347-1353, che porterà alla morte milioni di persone in un arco di tempo di quattro secoli, si deve principalmente all’affermarsi del batterio Yersinia pestis, sia nei roditori selvatici sia in quelli urbani. Attraverso questi focolai la malattia si diffonde anche nell’uomo fino alla sua scomparsa dall’Europa all’inizio del 19° secolo.

 

Rhombomys Opimus.

 

Yersinia pestis.

Yersinia pestis.

 

L’evoluzione della peste nei roditori selvatici e la sua ricaduta sugli esseri umani sono ben documentate in alcune zone dell’Asia centrale, dove i grandi gerbilli (Rhombomys Opimus) del Kazakhstan, e i loro ospiti le pulci, subiscono molto il clima caldo umido di quelle regioni. Queste condizioni climatiche, che influenzano in modo uniforme grandi aree geografiche, possono sincronizzare la densità dei gerbilli secondo un processo noto come effetto Moran che facilita la diffusione della peste in tutte quelle regioni. Se a causa dei cambiamenti climatici la densità dei gerbilli diminuisce le pulci cercano ospiti alternativi e si diffondono oltre che in tutta la popolazione di roditori anche negli esseri umani e nei loro animali domestici.

L’Europa di oggi non ha conosciuto focolai di peste, tranne che nella sua parte meridionale che confina a est del Mar Caspio.

Che la peste arrivasse dalle rotte mercantili marine appare evidente nella pratica, molto diffusa nelle regioni europee durante la seconda pandemia, di isolare le navi prima di scaricare il loro carico (a cui si deve l’origine del concetto di quarantena).

Il ratto nero, Rattus rattus, ha probabilmente giocato un ruolo importante nel mantenere vivi i focolai di peste sulle navi.

Dalle ricerche effettuate si ipotizza vi siano stati 17 porti, dei 46 porti commerciali più importanti d’Europa, che in 60 anni distinti, fra il 1346 e il 1859, furono interessati dalla peste. Questi 17 porti erano situati per lo più lungo la costa orientale e meridionale del Mediterraneo e lungo la costa del Mar Nero. Facevano parte delle reti marittime che collegavano l’Europa alle rotte commerciali terrestri dell’Asia.

Poiché molte di queste vie terrestri passavano da zone note oggi come sedi dei focolai asiatici della peste, ci si è concentrati sul fatto che i predecessori di questi focolai avrebbero potuto essere tra le cause di reintroduzione del batterio in Europa attraverso le vie marittime.

 

Focolai di peste nei porti marittimi europei scollegati dai vicini focolai terrestri.

Figura1. Focolai di peste nei porti marittimi europei scollegati dai vicini focolai terrestri.

Kaffa.

Kaffa.

I focolai di peste degli importanti porti d’Europa  medievali che non sono stati preceduti da focolai terrestri in un raggio di <500 km sono cerchiati di nero.

I cerchi grigi sullo sfondo mostrano l’estensione territoriale di tutta la peste. La dimensione del cerchio indica il numero registrato di focolai di peste nelle città, nel corso di quattro secoli.

Le rotte commerciali marittime sono indicate come linee blu e i collegamenti dell’Europa all’Asia sono indicati dalle linee marroni. Infine le località interessate dagli attuali focolai di peste sono indicate in arancione.

È stato quindi isolato l’anno, tra i 60 singoli anni interessati, a cui risale, probabilmente, l’ondata di peste proveniente dai focolai dei roditori asiatici.

La Morte Nera partita dalla Russia meridionale nel 1345, passa per Kaffa (l’odierna Feodosia), in Crimea nel 1346, da lì arriva a Costantinopoli e poi a Messina nel 1347, e infine raggiunge i porti continentali europei nei primi mesi del 1348.

Per costituire un sottoinsieme di contaminazioni marittime attraverso le quali seguire il percorso della Morte Nera, abbiamo selezionato solo gli anni compilati da Dols, i cinque anni successivi lo scoppio di un focolaio di peste nel sud della Russia o del Caucaso, e li abbiamo confrontati con i dati dei focolai delle regioni del Medio Oriente.

“I nuovi episodi di focolai di peste” sono definiti come focolai unici, ovvero non preceduti da altri, in quelle stesse regioni, per i 2 anni precedenti. Questo sistema di selezione ha permesso di isolare una rosa di 16 anni durante i quali potenzialmente sono avvenuti nuovi contagi di peste, a partire dall’Asia verso l’Europa: 1346, 1408, 1409, 1689, 1693, 1719, 1730, 1737, 1757, 1760, 1762, 1780, 1783, 1828, 1830 e 1837. Questa lista, probabilmente, è incompleta perché è possibile attestare il contagio nei porti solo attraverso ricerche epidemiologiche che si basino su focolai precedenti ancora circolanti nelle vicinanze. Questi 16 potenziali contagi di peste europei sono stati analizzati rispetto ai picchi di variazione climatica dell’Asia centrale, per stabilire se tali contagi fossero a loro imputabili.

I sei momenti di massima fluttuazione climatica si trovano lungo le rotte commerciali dell’Asia centrale verso l’Europa, e nei focolai di peste cinesi, delle zone confinanti, dove sono state riscontrate corrispondenze filogenetiche attraverso DNA molto simili a quelli degli antichi ceppi di peste della prima e seconda pandemia.

 

Spermophilus undulatus

Spermophilus undulatus.

 

Marmota baibacina.

Marmota baibacina.

Nelle zone di maggior variazione climatica, sui siti ad alta quota (2,900-3,900 m) delle regioni montane, crescono gli alberi di Ginepro (Niper Ju). A queste altitudini, i roditori portatori di peste sono gli scoiattoli a coda lunga (Spermophilus undulatus) e le marmotte Altai (Marmota baibacina).

Attraverso un test comparativo è stato valutato se i 16 anni in cui si sono registrati i nuovi focolai di peste fossero stati preceduti da una fluttuazione climatica, una piaga che ha spesso afflitto l’Asia. Prima sono stati  definiti i periodi di maggior fluttuazione climatica, quelli più favorevoli alla crescita degli alberi Niper Ju, seguiti da un costante calo delle condizioni stesse. Poiché non si dispone di sufficienti dati per stabilire  parametri medi che permettano di classificare quali potessero essere le condizioni minime, sono stati esplorati una serie di casi limite.

In secondo luogo, è stato stabilito come periodo di durata complessiva della fluttuazione (periodo che va dal picco al declino) un tempo ≤20 anni (Figura 2).

I dati statistici del test dimostrano che ogni contagio era preceduto da un’alta concomitanza di fluttuazioni climatiche.

Eventi climatici di questo tipo si sono verificate per  28 volte sulla catena montuosa del Karakorum, fra il 1250 e il 1850 (Figura 3C), anche se un po’ meno fra il 1400 e il 1550.

La Figura 4C mostra la differenza media tra l’indicatore di siccità e l’inizio del declino di nove eventi climatici e l’indice di siccità dei 2 anni successivi, con in colore rosso i periodi di intensità maggiore che indicano una maggior caduta verso un periodo di siccità. La variante D TRW indica l’estensione territoriale annuale e la variazione di temperatura nelle stagioni calde degli eventi climatici registrati in quella variazione climatica, non solo rispetto alla catena montuosa del Karakorum, ma anche per gran parte dell’Asia Centrale, attraversate da molte rotte commerciali e moderni focolai di peste.

 

Figura. 2. Esempio di fluttuazioni climatiche.

Figura. 2. Esempio di fluttuazioni climatiche.

 

I risultati dello studio supportano uno scenario in cui le fluttuazioni climatiche che influenzano positivamente la crescita degli alberi sentinella, come quelli di ginepro, sulle montagne della Catena del Karakorum, influenzano anche il clima in una regione più vasta tale da promuovere e sincronizzare i focolai di peste tra le popolazioni di roditori dell’Asia centrale. Quando, successivamente, il clima diventa meno favorevole, le popolazioni di roditori contagiati da peste diminuiscono, costringendo le pulci a trovare ospiti alternativi.

Queste grandi epidemie di peste nella fauna selvatica asiatica sarebbero avvenute durante il periodo della seconda pandemia e, spesso, causarono l’arrivo della peste nei porti europei con un ritardo di circa 15 anni (Figura 3).

Si ipotizza di dividere che questo ritardo in tre fasi, come indicato in Figura 4. La tappa più lunga è la seconda fase, durante la quale la malattia viene trasportato per circa 4 000 km, dalle montagne occidentali dell’Asia centrale fino alla costa del Mar Nero. La distanza percorsa nell’arco di 10-12 anni, indica una velocità di trasporto di circa 333-400 km all’anno, che coincide con i momenti di diffusione della terza pandemia in Cina e durante la peste in Europa. Sebbene la modalità di trasmissione sia ancora oggi sconosciuta, quella più plausibile l’ha attribuisce alle carovane di cammelli noti per essere più facilmente contagiabili dalle pulci infette di peste e in grado di  trasmettere la malattia agli esseri umani.

Dopo l’infezione si è diffusa a tutti i membri di una caravona, sia agli animali sia alle persone, la malattia avrebbe potuto contagiare anche altre carovane, soprattutto nei luoghi di incontro o di riposo, dove le  merci e gli animali vengono ridistribuiti per essere poi  trasportati lungo le rotte commerciali eurasiatiche.

Sebbene scomparso dall’Europa (ad eccezione di alcuni focolai sui confini sud-est del Caucaso), dopo il 19° secolo, il batterio della peste ha continuato ad essere presente in Asia, Africa e nelle Americhe. L’esistenza di un bacino di fauna selvatica europea in cui la peste persiste, solleva la questione degli ospiti attraverso i quali la malattia riesce, transitoriamente, a persistere in Europa. Un meccanismo plausibile, suggerito da Ell nel 1984, è che la peste sarebbe resistita solo circolando tra città e villaggi, in un sistema circolare, in cui a distanza di tempo si ripresentava nelle stesse popolazione in cui c’erano già state epidemie precedenti. In alternativa, anche i ratti neri (R. rattus) avrebbero costituito una riserva urbana di peste nelle città portuali, spesso afflitte da colonie consistenti di questi animali. L’importanza del ratto nero e delle sue pulci nel processo di trasmissione della peste nell’Europa medievale è stata contestata perché, durante la seconda pandemia, i topi erano assenti da ampie zone del nord europeo. Inoltre, i focolai della peste spesso si presentavano nel Mediterraneo durante le calde estati e nei freddi autunni anche nelle zone meridionali del Baltico, entrambi poco adatti alle temperature e l’umidità necessarie a far prosperare in abbondanza le pulci del ratto, ovvero gli artropodi vettori della peste, cheopis Xenopsylla e Nosopsyllus fasciatus.

 

Nosopsyllus fasciatus.

 

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Figura. 3. Gli eventi climatici nel Karakorum.

 

Figura 4. Schema del processo di reintroduzione della peste in Europa.

Figura 4. Schema del processo di reintroduzione della peste in Europa.

La temperatura media autunnale di circa 7°, delle zone baltiche meridionali, avrebbe compromesso seriamente la diffusione di X. Xenopsylla, impedendo la

rapida diffusione della malattia. Sembra quindi più probabile che in Europa il contagio sia avvenuto in altri modi. In India, la malattia si è diffusa da persona a persona, attraverso le merci infette e i ratti. In Europa, quest’ultima modalità di trasmissione potrebbe essersi limitata solo a bordo delle navi.

 

Cronologia degli ultimi episodi di peste, fra l’Ottocento, il Novecento e il XXI secolo

Diffusione Peste

 

Alcuni attribuiscono la scomparsa della peste al prevalere del ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus) sul ratto nero (Rattus rattus). Sicuramente il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie fu fondamentale.

1665 – Grande peste di Londra.

1720 – Marsiglia, Messina e Tunisi.

1743 – Nord Italia, Messina.

1779 – Vienna.

1816 – Noicattaro in provincia di Bari.

1820 – Maiorca.

1844 – Egitto

1889 – Mosca

1894-1906 – Terza grande pandemia:  India, Canton (, Hong Kong, Taiwan e Giappone

A Taiwan, in piena epidemia, Alexandre Yersin isola il batterio, che da allora prende appunto il suo nome.

Anni 1920 – Madagascar.

Anni 1960 – Vietnam.

Ottobre 1994 – India.

Novembre 1998 – Uganda.

Maggio1999 – Namibia.

Luglio 1999 – Malawi.

2009 – Libia orientale, epicentro a 30 chilometri da Tobruk.

2014 – 2015 – Antananarivo.

 

La Morte Nera del XXI secolo

All’alba del terzo millennio, dopo le vittorie sulla poliomelite, l’eradicazione del vaiolo e un sempre maggior ottimismo scientifico nella gestione delle malattie pandemiche, il virus di Ebola riporta il mondo alla Morte Nera del Medioevo.

Nei primi anni ottanta l’OMF (Organizzazione Mondiale della Sanità) lanciava il progetto “Salute per tutti nell’anno Duemila” e implicitamente annunciava un futuro in cui il mondo sarebbe stato libero da malattie contagiose, al sicuro nella sua campana di vetro. Ma la globalizzazione, proprio in quegli anni, causerà la prima incrinatura, l’Aids, poi sarà la volta della Sars fino all’odierna Morte Nera: Ebola, il virus che sta spaventando il mondo e che a detta di Medici senza Frontiere è la peggiore epidemia della storia. Un virus terribile quello di Ebola, non solo per la velocità di contagio e di decorso, che in soli 20 giorni evolve ed eventualmente uccide, ma anche per la rapidità di intervento richiesta con farmaci e vaccini ancora in fase sperimentale, strutture sanitarie purtroppo insufficienti, procedure di contenimento di possibili pandemie complesse per la complessità dei territori, costose sorveglianze dei movimenti alle frontiere, e negli aeroporti, centri nevralgici di potenziale diffusione di qualsiasi virus.

Presentatosi per la prima volta nel 1976 nella valle di Ebola, il virus letale, che ne porta il nome, è rimasto tutti questi anni in incubazione per poi riemergere all’improvviso, secondo una scansione ciclica, tipica delle pandemie antiche come quelle della Peste.

Una malattia pandemica se insorge nei paesi ricchi potrebbe essere subito arginata, ma se nasce nei paesi poveri può solo espandersi rapidamente.

Così può darsi che anche un’organizzazione mondiale come l’OMS sia presa alla sprovvista e rinvii di ben due mesi l’annuncio dell’epidemia in tutto il territorio dell’Africa occidentale, per evitare di precipitare le economie dei Paesi coinvolti e anche per non sapere bene che misure prendere per evitare la catastrofe. E in effetti 10 000 morti sono il numero presunto di vittime falciate da Ebola.

“Se dovesse essere confermato sarebbe molto grave, ma sono incredulo rispetto al fatto che l’Organizzazione mondiale della sanità Oms abbia potuto ritardare l’annuncio dell’epidemia di Ebola per timori economici”, dice Fabrizio Pulvirenti, il medico di Emergency infettato in Sierra Leone e poi curato e guarito all’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma. “Ho delle riserve – aggiunge Pulvirenti, – perchè non mi pare possibile un simile comportamento da pare dell’Oms. Sono incredulo che abbiano potuto ritardare l’allarme su Ebola. Indubbiamente, se tutto ciò fosse vero sarebbe grave, perchè ritardare l’annuncio di questa epidemia di due mesi potrebbe aver pesato anche sul bilancio delle vittime”.

di Adriana Paolini

2 Comments For This Post

  1. Elena Branca Says:

    Buonasera, posso chiederLe se ha informazione sulla diffusione della peste durante la prima guerra mondiale?
    Grazie

  2. redazione Says:

    Cara Elena, mi spiace ma non ho l’informazione che cerca

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