Categoria | Cultura, Primopiano

Donne religiose amanuensi del XII secolo

Pubblicato il 27 febbraio 2019 da redazione

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Durante il Medioevo, in Europa, l’apertura delle rotte commerciali asiatiche introduce merci esotiche, tra cui il blu oltremare, un pigmento blu brillante, ricavato dal lapislazzuli estratto a quel tempo solo in Afghanistan. Raro e costoso come l’oro, questo pigmento trasforma e arricchisce la rosa dei colori europei. In questo breve articolo riportiamo la scoperta di residui di questo pigmento nel calco dentale di una donna religiosa in Germania, datato dal radiocarbonio tra la fine dell’undicesimo e inizio del dodicesimo secolo. L’uso precoce di questo pigmento da parte di una donna religiosa, e considerate le limitate disponibilità nell’Europa medievale per la produzione di testi miniati, è una assoluta novità.

In natura, i pigmenti blu sono relativamente rari e si rintracciano nelle giunture fra minerali differenti e dalle quali vengono estratti. Durante tutto il periodo medievale (dal V al XV secolo), erano conosciuti solo alcuni pigmenti blu, tra cui blu oltremare, l’azzurrite, il blu egiziano, lo smaltino e la vivianite. Tra questi azzurri, il blu oltremare, ottenuto dalla macinazione e purificazione dei cristalli di lazurite e dai lapislazuli ornamentali in pietra, era di gran lunga il più costoso, riservato insieme all’oro e all’argento solo per realizzare i manoscritti più lussuosi. A differenza degli altri azzurri, il blu oltremare è brillante e altamente stabile, anche a temperature elevate, e quando è prodotto con lapislazzuli di alta qualità e ben purificato con flottazione dell’olio, è possibile ottenere una tonalità blu molto intensa. Estratto in una particolare regione dell’Afghanistan, il lapislazzuli era un vero lusso e la sua crescente disponibilità nei centri artistici in tutta l’Eurasia riflette sia le enormi spese sia le tortuose rotte di rifornimento di migliaia di miglia.

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Nel contesto dell’arte medievale, l’applicazione del blu oltremare era limitata a libri di lusso di alto valore e concesso in uso solo a scribi e pittori di eccezionale talento. Prima del XV secolo, tuttavia, gli scribi raramente firmavano i loro lavori, tanté che non se ne conosce quasi mai l’identità. Anche tra i libri delle biblioteche dei monasteri femminili, meno del 15% riporta nomi o titoli femminili, e fino a prima del XII secolo meno dell’1% dei libri viene attribuito a delle donne. Di conseguenza, per lungo tempo si è ipotizzato che fossero i monaci, piuttosto che le monache, i principali produttori di libri dell’intero Medioevo. La recente ricerca storica, tuttavia, rivela che le donne religiose non erano solo letterate, ma anche prolifiche produttrici e consumatrici di libri. In Germania e in Austria, le religiose svolgono un ruolo particolarmente attivo nella produzione di libri e il loro lavoro come scriba può essere fatto risalire alla fine dell’ottavo secolo. Sebbene gli esempi sopravvissuti di queste prime opere siano rari e relativamente modesti, vi è un crescente numero di prove che attesta che i monasteri delle monache producevano libri di altissima qualità già nel 12° secolo. Il monastero di Admont a Salisburgo, ad esempio, ospita una comunità di suore che copia molti degli oltre 200 libri sopravvissuti delle raccolte librarie del monastero del XII secolo, e Diemut, uno scriba del XII secolo, nel monastero di Wessobrunn in Baviera, produce più di 40 libri, tra cui un vangelo riccamente illustrato. Dal 13° al 16° secolo, dalle prove documentali dei registri si sono identificati oltre 4000 libri, tutti attribuiti a più di 400 donne e identificati 48 monasteri femminili di scrittura e copiatura. Tuttavia, è difficile identificare i primi contributi di donne religiose nella produzione di libri medievali, a causa del numero limitato dei libri sopravvissuti e della scarsa documentazione relativa ai monasteri femminili e la tendenza degli scrivani a non firmare il proprio lavoro. Di conseguenza, gli scriba donne rimangono scarsamente documentate ed è probabile che la maggior parte del loro lavoro non gli sia stato ancora attribuito.

Recentemente, alcune analisi microscopiche hanno rilevato nel tartaro dentale calcificato, una vasta gamma di micro residui relativi ad attività artigianali. Sono stati trovati, infatti, all’interno del calco dentale di una donna di mezza età, sepolta nel complesso di una chiesa-monastero del XIV secolo, a Dalheim, in Germania, residui di blu oltremare, ricavato dal lapislazzuli, datati dal radiocarbonio intorno al 997-1162 d.C. Questa donna rappresenta la prima prova concreta dell’uso del pigmento blu oltremare da parte di una religiosa.

Inoltre, poiché il monastero, e l’interezza del suo contenuto, viene distrutto durante un incendio del XIV secolo, questa scoperta rappresenta per ora l’unica prova superstite dell’attività di una scriba femminile in quel monastero.

E dal momento che l’importazione di questo costoso pigmento in Europa si attesta per la prima volta nel X secolo, la sua presenza in una comunità femminile, altrimenti irrilevante nella Germania settentrionale, testimonia l’espansione delle rotte commerciali, anche a lunga distanza,  già nell’Europa dell’XI secolo.

 

Identificazione delle particelle blu nel calco dentale

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(A) Sede di Dalheim e altri monasteri discussi nel testo. (B) Fondamenti architettonici in pietra della Chiesa di San Pietro di Dalheim e monastero femminile annesso, mostrato nel cerchio (visto dall’alto e da ovest). Un edificio moderno è stato costruito sul sito dell’ex cimitero. (C) Piano architettonico che mostra la configurazione della chiesa (nera), il monastero femminile (marrone chiaro) e la posizione della parte scavata del cimitero (verde). (D) Vista schematica dei luoghi di sepoltura all’interno del cimitero. La posizione di sepoltura della monaca è contrassegnata in verde.

Ulteriori indagini osteologiche non hanno rilevato segni di duro lavoro, mentre l’analisi dentale ha rilevato diversi depositi di residui di pigmento sui denti anteriori. Il sesso biologico femminile è stato confermato con metodi sia osteologici che genetici, e le ossa dello scheletro sono ora custodite presso l’Istituto di Medicina Evolutiva dell’Università di Zurigo.

Pochi i documenti storici relativi al complesso chiesa-monastero, che ora si trova in rovina. Una chiesa in pietra dedicata a San Pietro è stata forse costruita per la prima volta durante il nono secolo e in seguito ampliata. Sebbene la data di fondazione del monastero femminile di Dalheim sia sconosciuta, quattro vicini monasteri femminili benedettini e cistercensi sono datati rispettivamente nel 1127, 1140, 1142 e 1149. I primi testi esistenti che documentano la comunità femminile di Dalheim risalgono al 1244, 1264 e 1278 d.C. e lo descrivono come una casa di suore canosse agostiniane collegata a una chiesa dedicata a San Pietro.

Si ritiene che il monastero abbia ospitato circa 14 religiose, fino alla sua distruzione avvenuta con l’incendio sviluppatosi in seguito a una serie di battaglie del 14° secolo. Un cimitero non segnato, si trova immediatamente adiacente alla chiesa.

la Redazione

 

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http://advances.sciencemag.org/content/5/1/eaau7126

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