Categoria | Cultura

Ciberantropologia

Pubblicato il 16 dicembre 2017 da redazione

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La Cyber Anthropology (Antropologia Cyber) è lo studio degli esseri umani in comunità virtuali e ambienti di rete.

L’Antropologia Cyber riconosce che le nuove comunità “virtuali” non sono più definite da confini geografici o anche semiotici (etnico / religioso / linguistico). Le comunità del cyberspazio sono, invece, costruite sulla base di interessi condivisi, che trascendono i confini di classe, nazione, razza, genere e lingua. Anche quando i vecchi sistemi di organizzazione sociale stanno implodendo, le varie “comunità virtuali” stanno crescendo. (Howard Rheingold). Questo mondo parallelo è il modo in cui la società civile, sulla scena globale, sta recuperando lo spazio sociale sia pubblico sia privato – come le ONG (Organizzazioni Non Governativa) stanno continuando, forse, a tenere sotto controllo il potere degli Stati-nazione e le Multinazionali.

L’Antropologia Cyber si basa sui concetti di Donna Haraway, che parte dall’antropologia cyborg, per esaminare la ricostruzione tecnologica dell’essere umano.

Nel suo libro, “Simian, Cyborg e Women”, pubblicato nel 1991, Donna Haraway si occupa dei curiosi legami tra umani, animali e macchine. Osserva che allo stesso tempo la ricerca sul linguaggio animale e sull’etologia sta rivelando una parentela fondamentale tra gli umani e i loro cugini primati, gli umani sono impegnati a ricostruire tecnologicamente se stessi per isolarsi dalle “mere” forme biologiche di vita sul pianeta. Questo è un progetto in corso, osserva, che risale alle prime forme di manipolazione delle caratteristiche del corpo, e continua oggi con l’uso di protesi, protesi e ingegneria genetica. Il desiderio di migliorare ciò che la natura ne ha fatto del corpo umano risale alle origini della cultura stessa.

L’Antropologia Cyber prepara l’etnografo ad affrontare una più ampia categoria di “esseri umani”, che un giorno potrebbe comprendere anche androidi e intelligenze artificiali.

Molti ricercatori di intelligenza artificiale (forse quelli apertamente ottimisti, come Marvin Minsky) sentono che tra non molto tempo l’Intelligenza Artificiale (IA) supererà il test di Turing – al massimo tra 20-25 anni un Cyborg ingannerà un essere umano nel fargli credere di essere esso stesso un essere umano. Una delle definizioni in antropologia di ciò che rende le persone umane è la capacità di scambiare informazioni simboliche con i suoi simili a cui si aggiunge la capacità di trasferire conoscenze da una generazione all’altra, e che le reti neurali potrebbero presto essere in grado di fare. Una volta che anche le macchine avranno queste capacità, l’antropologia dovrà prepararsi ad un nuovo soggetto di conoscenza in silicone.

L’Antropologia Cyber considera l’essere umano un ricetrasmettitore di informazioni analogico-digitali, non una macchina tipo La Mettrie.

McLuhan.

Ai tempi del filosofo illuminista La Mettrie, andava di moda pensare agli umani come macchine. Tuttavia, nell’era industriale, la metafora della macchina a cui si ispiravano era quella del motore azionato a vapore, ingranaggio a bracci meccanici e fumo. Oggi, nella nostra era elettronica post-McLuhan, sappiamo che gli esseri umani fanno molto di più che trasformare il combustibile (cibo) in energia (lavoro). Assorbono e ricostituiscono anche le unità di informazione – i memi (Elemento di una cultura o di un sistema di comportamento trasmesso da un individuo a un altro per imitazione). Se i geni sono la codifica per il corpo fisico umano, i meme sono la “programmazione” del biocomputer che chiamiamo cervello. Lo studio della propagazione dei memi – che sta accelerando nel nostro tempo a causa dell’esplosione della noosfera e delle nuove tecnologie di comunicazione – è chiamato memetics, coniato dal biologo Richard Dawkins.

Richard Dawkins, memetica e il Gene egoista.

La memetica è lo studio semi-formale dei memi e dei modelli evoluzionistici che spiegano la loro diffusione. Può essere considerata a pieno titolo come una protoscienza interdisciplinare che indaga i modelli evolutivi sul trasferimento di informazioni, di conoscenza e delle preferenze culturali basati sull’intuitivo concetto di meme. Più in generale la memetica è un approccio sistemico e socio-cognitivo legato esclusivamente alle proprietà sinergiche dei sistemi/agenti intelligenti e loro società.

Lo studioso di memetica è detto memetista. La memetica ipotizza che, analogamente ai modelli standard biologici che spiegano la somiglianza fra generazioni con i geni, così si possono spiegare le “eredità culturali” attraverso replicatori chiamati memi. Tutto ciò che può essere definito cultura è certamente diverso dal patrimonio genetico, ma in comune con questo ha la capacità di trasmettersi attraverso individui, anche se con modalità di trasmissione differenti. La memetica applica concetti mutuati dalla teoria dell’evoluzione (in special modo la genetica delle popolazioni) alla cultura umana. Cerca di spiegare fenomeni estremamente controversi, quali la religione o i sistemi politici, usando modelli matematici. C’è tuttavia un certo scetticismo nell’utilizzare l’analogia tra meme e gene, soprattutto sulla possibilità di eseguire verifiche sperimentali.

La memetica deve essere distinta dalla sociobiologia. Nella sociobiologia le entità che si evolvono sono i geni, mentre nella memetica sono i memi. La sociobiologia studia le basi biologiche dei comportamenti umani, mentre la memetica considera gli esseri umani non solo come prodotto della loro evoluzione biologica, ma anche della loro evoluzione culturale.

Richard Dawkins scrive un libro, “Il gene egoista”, apparentemente di fantascienza, ma che tratta di scienza vera. […] Noi siamo macchine da sopravvivenza ‐ robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni» (Il gene egoista, Prefazione, 1976)

Il gene egoista, pubblicato nel 1976, si basa sulla teoria, enunciata nel libro di George Christopher Williams, “Adaptation and Natural Selection”, in cui si tratta della teoria dell’evoluzione, ma analizzata dal punto di vista del gene anziché da quello dell’individuo. Costituisce, inoltre, il punto di partenza per la formulazione del concetto di meme e di fenotipo.
In questo saggio Dawkins espone la sua visione evoluzionistica della vita, che identifica nel gene, anziché nell’individuo o nella specie, il soggetto della selezione naturale. Come lo stesso autore afferma, questa tesi non deve essere considerata avversaria alla “teoria dell’evoluzione” classica, ma un punto di vista differente che meglio spiega i processi evolutivi.

Nel descrivere i geni come egoisti, l’autore non implica che siano guidati da motivi o volontà, ma semplicemente che i loro effetti possano essere accuratamente descritti come se lo fossero. La tesi che sostiene Dawkins è che i geni che vengono trasmessi sono solamente quelli le cui conseguenze servono per i loro stessi interessi (continuare ad essere replicati), non necessariamente quelli dell’organismo né tanto meno quelli di un livello ancora più grande. A sostegno di questo, nel libro vengono analizzati molti comportamenti animali facendo uso della “teoria dei giochi” nella versione introdotta da John Maynard Smith, dimostrando come trovino miglior spiegazione assumendo che il vantaggio vada ai singoli geni rispetto alla tradizionale interpretazione accentrata sul beneficio per individui e specie.

Questo punto di vista permette di spiegare l’altruismo individuale in natura, in special modo nelle relazioni parentali: quando un individuo sacrifica la propria vita per salvare quella dei parenti, sta agendo negli interessi dei suoi geni. Qualcuno trova questa metafora interamente chiara, mentre altri la trovano confusa ed erroneamente attribuiscono connotati mentali a qualcosa che non ha mente. Come lo stesso Dawkins fa notare in risposta a queste critiche, “È ormai invalsa, tra i biologi, questa abitudine di parlare di un animale o di una pianta, o di un gene, come se cercasse consapevolmente il modo migliore di aumentare il proprio successo […]. È un linguaggio di comodo che non è dannoso, a meno che non capiti fra le mani di persone che non sono in grado di capirlo”

“La darwiniana «sopravvivenza del più adatto» è in realtà un caso speciale di una legge più generale di sopravvivenza di ciò che è stabile. L’universo è popolato da cose stabili. Una cosa stabile è un insieme di atomi che è abbastanza permanente o comune da meritare un nome”. Da questa considerazione Dawkins elabora il concetto di “replicatore”: una molecola stabile che, a differenza delle altre, aveva la capacità di replicarsi. Questi replicatori si diffusero nel brodo primordiale, popolando il mare. Il processo di replicazione non era però perfettamente fedele, in alcuni casi si creano delle copie sbagliate. L’errore di copiatura giocò un ruolo fondamentale nell’evoluzione della vita, poiché permise la propagazione di molecole diverse tra loro, alcune delle quali riuscivano a replicarsi meglio. La competizione fra queste molecole e le avversità ambientali selezionarono i replicatori più adatti, i quali affinarono le loro tecniche di propagazione. Alcuni di essi, ipotizza Dawkins, si potrebbero essere evoluti in modo da potersi “nutrire” di altri replicatori, altri ancora potrebbero aver costruito una sorta di scudo di protezione dagli agenti esterni, dando vita alle prime forme di cellule primordiali. I replicatori di oggi sono i geni all’interno degli organismi viventi.

Dawkins scrive che combinazioni di geni che aiutano un organismo a sopravvivere e riprodursi tendono anche a migliorare le chance dei geni stessi di diffondersi e, come risultato, frequentemente i geni sono benefici anche per l’organismo. Analizzati dal punto di vista della selezione genetica, molti fenomeni biologici che, con i precedenti modi, erano difficili da spiegare diventano facili da capire. In particolare, fenomeni come la selezione parentale e l’eusocialità, dove gli organismi agiscono altruisticamente, contro i loro interessi individuali (nel senso di salute, sicurezza e riproduzione personale) per aiutare gli organismi imparentati alla riproduzione, possono essere spiegati come se il gene aiutasse le copie di sé stesso a replicarsi negli altri corpi. In questo modo, l’egoismo del gene si traduce in altruismo parentale tra gli organismi.

Prima degli anni sessanta, era comune per questo tipo di comportamenti dare una spiegazione in termini di selezione di gruppo, ma venne poi mostrato che tale teoria non è evolutivamente stabile. Basta infatti che in una popolazione di individui altruisti nasca una variante con tendenze egoistiche, in grado di sfruttarne la generosità, che si diffonderebbe a scapito degli individui sociali.

« “Un singolo animale o una singola pianta sono una vasta comunità di comunità contenute in strati interagenti, qualcosa di paragonabile alla foresta pluviale

[…] ciascuno singolo membro di ciascuna specie è esso stesso una comunità di comunità di batteri addomesticati” »
(Richard Dawkins)

Nella seconda edizione, l’autore amplia il concetto di ‘”altruismo reciproco”, analizzando il lavoro dello studioso di scienze politiche Robert Axelrod sulle diverse strategie possibili per affrontare un caso semplice, ma emblematico, di relazione che ammette cooperazione o contrasto fra interessi reciproci, nota come il dilemma del prigioniero, nella sua versione iterata, cioè ripetuta più volte. Mettendo a confronto molte strategie differenti in modelli matematici basati sulla teoria dei giochi, risultavano più convenienti a lungo termine le strategie meno aggressive e più portate alla collaborazione, utilizzando schemi aggressivi solo come punizione di comportamenti analoghi, e questo anche cambiando le modalità in cui si affrontavano tra loro. In particolare la migliore, complessivamente, risultò la strategia “tit for tat”, di cui in natura si trovano effettivamente molti esempi.

(https://it.wikipedia.org/wiki/Il_gene_egoista).

L’Antropologia Cyber esamina la relazione fra passato e futuro – il movimento dei “primitivi moderni” e il nuovo “tecnoshamanismo”.
Perché in questo punto apicale della storia umana, secondo le nostre diverse teorie socioevolutive, ci stiamo ancora affrettando ad abbracciare il “primitivo” scartato? Perché i “primitivi moderni” reinventano ancora modi per marcare, iscrivere e incidere il corpo? Perché le aree in più rapida crescita nel cyberspazio sono MUD (dungeon multiutente) in cui le persone possono diventare maghi e combattere i draghi? Perché alcuni degli utenti più pesanti di Matrix sono neopagani, wiccan, maghi e altri occultisti? Perché i “rave” ci riportano alla prima fase della coscienza umana di Levy-Bruhl – la partecipazione mistica? In che modo la rete contribuisce a creare una nuova cultura “orale” del folklore? Queste sono alcune delle domande a cui L’Antropologia Cyber cerca di rispondere.

L’Antropologia Cyber tratta il computer come un riflesso del Sé.
Nel classico lavoro di Sherry Turkle sui bambini che vengono istruiti sul computer, The Second Self: Computers and the Human Spirit, si scopre che una delle cose a cui è servito il computer era a “riflettere” come uno specchio del Sé. I bambini, finivano per descrivere le cose che facevano usando i gli stessi modi usati dal computer. Certamente, le recenti applicazioni del computer, in ambiti come la vita artificiale, la realtà virtuale, le applicazioni del linguaggio naturale, la “logica fuzzy”, la modellizzazione della teoria del caos e in particolare la scienza cognitiva, hanno forzato l’essere umano a ritornare alle questioni epistemologiche di sempre, identità e filosofia. Lo studio della coscienza, una volta un ristagno della psicologia scacciato da un comportamentismo assurdo, sta facendo ritorno. Douglas Hofstadter, ad esempio, discute le peculiari proprietà riflessive (ricorsive) della logica sia nel computer sia nella mente umana, e le curiose contorsioni a cui portano.

 

Simians

Donna Haraway (Denver, 6 settembre 1944) è una filosofa e docente statunitense, capo-scuola della Teoria cyborg, una branca del pensiero femminista che studia il rapporto tra scienza e identità di genere.
Nel 1966 si è laureata in zoologia e filosofia al Colorado College, mentre nel 1970 ha concluso un dottorato in biologia alla Yale University. Ha insegnato Teoria femminista e scienza tecnologica alla European Graduate School di Saas-Fee in Svizzera, e Teoria femminista e storia della scienza e della tecnologia nel dipartimento di Storia della coscienza dell’Università di Santa Cruz in California. Presso quest’ultima università è oggi professoressa emerita.

La teoria del superamento dei dualismi
Il pensiero della Haraway è fondato sullo studio delle implicazioni della tecnologia e della scienza sulla vita dell’uomo moderno. Secondo la studiosa statunitense, la cultura occidentale è sempre stata caratterizzata da una struttura binaria ruotante intorno a coppie di categorie come uomo/donna, naturale/artificiale, corpo/mente. Questo dualismo concettuale non è simmetrico, ma è basato sul predominio di un elemento sull’altro: nella tradizione occidentale sono esistiti persistenti dualismi e sono stati tutti funzionali alle logiche e alle pratiche del dominio sulle donne, sulla gente di colore, sulla natura, sui lavoratori, sugli animali: dal dominio cioè di chiunque fosse costruito come altro col compito di rispecchiare il sé. La Haraway introduce quindi la figura del cyborg, che da invenzione fantascientifica diventa metafora della condizione umana. Il cyborg è al contempo uomo e macchina, individuo non sessuato o situato oltre le categorie di genere, creatura sospesa tra finzione e realtà: il cyborg è un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione.

Questa figura permette di comprendere come la pretesa naturalità dell’uomo sia in effetti solo una costruzione culturale, poiché tutti siamo in qualche modo dei cyborg. L’uso di protesi, lenti a contatto, by-pass sono solo un esempio di come la scienza sia penetrata nel quotidiano e abbia trasformato la vita dell’uomo moderno. La tecnologia ha influenzato soprattutto la concezione del corpo, che diventa un territorio di sperimentazione, di manipolazione, smettendo dunque di essere inalterato e intoccabile. Se il corpo può venire trasformato e gestito, cade il mito che lo vede come sede di una naturalità opposta all’artificialità. Di conseguenza viene invalidato il sistema di pensiero occidentale incentrato sulla contrapposizione di due elementi antitetici, perché non possiamo più pensare all’uomo in termini esclusivamente biologici. Il cyborg è infatti una creatura né macchina né uomo, né maschio né femmina, situato oltre i confini delle categorie che siamo normalmente abituati a utilizzare per interpretare il mondo.

Queste riflessioni sono state espresse dalla Haraway soprattutto in due saggi che hanno influenzato fortemente lo sviluppo del pensiero femminista:
Primate Visions: Gender, Race, and Nature in the World of Modern Science, New York and London: Routledge, 1989
Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, London: Free Association Books and New York: Routledge, 1991

Donna_Haraway

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